Incontro ravvicinato di terzo tipo. La civetta

Stavo ritirando, in pieno giorno, sotto un sole cocente, gli indumenti asciutti stesi sul terrazzo,  quando ho sentito un fruscio e ho visto, con la coda dell’occhio, un uccello catapultarsi verso di me. Istintivamente ho cacciato un urlo di sorpresa mista a paura.

Contemporaneamente una civetta si è posata delicatamente sul filo da stendere, ma il mio urlo l’ha frastornata e, così come è venuta, è andata via.

Accipicchia, mi sono detta. In tutta la mia vita non ho mai visto un rapace così vicino a me e l’ho mandato via. Chissà quando mi si ripresenterà una situazione simile.

Ma non era preventivato e quindi non potevo reagire diversamente.

Ho visto tanti rapaci in volo, in montagna: falchi, pernici, gufi, fino alle maestose e meravigliose aquile, ma sempre da lontano.

Che occasione unica! Ho impresso in me il suo sguardo dagli occhi enormi che non erano da “cattivo”, come di solito si definisce lo sguardo del rapace, ma di introspezione.

Credo che anche lui ( o lei) ne abbia risentito della mia presenza e quindi sia sfuggita ad ali spiegate verso un luogo più sicuro.

E poi ricordo la sua apertura alare volteggiare libera nell’aria e allontanarsi sempre di più fino a scomparire.

Allora mi sono ricordata che negli ultimi giorni, di notte, sentivo dei suoni simili a un miagolio ed è proprio questo il “canto della civetta”. Un suono che evidenzia sia il suo territorio che un pericolo imminente.

Poi è prevalsa la paura. Ma non si dice che la civetta porta sfortuna? Sono ritornata con il pensiero nella civiltà moderna e, logicamente, mi sono documentata per saperne di più.

Non sono fortunatamente superstiziosa ma curiosa.

Ho letto quindi che “ingiustamente” la civetta è ritenuta una iettatrice!

Fonti sostengono che porti disgrazia solo alla casa verso la quale volge lo sguardo, e fortuna agli occupanti di quella sulla quale è posata.

E direi che sulla mia si è proprio posata e quindi mi aspetto al più presto una bella notizia!

Nuova favola sugli animali.

                      La casetta nel bosco

C’era una volta un nonno, dai capelli bianchi e dallo sguardo dolce, che viveva in un bosco.

La sua casetta era piccolissima, fatta di legno e tutti gli abitanti della foresta erano soliti passare di lì per salutarlo o perchè avevano bisogno del suo aiuto. Chi doveva farsi togliere una spina nella zampetta, chi aveva male a un dente, chi aveva mal di pancia.

Il nonno li conosceva tutti e per tutto aveva un rimedio.

Un giorno bussarono alla sua porta alcuni gnomi,  gli chiesero di seguirlo perchè avevano bisogno del suo aiuto. In pochi minuti era pronto per partire, aveva messo nel vecchio zaino tutto quello che poteva servire per curare qualsiasi malanno.

Non chiese nulla agli gnomi, non era la prima volta che gli aiutava. Un animale preso in una trappola, oppure uno scivolato in una buca, un uccellino caduto dal ramo con una ala spezzata.

Questi erano alcuni interventi che aveva dovuto fare. Quindi pensò che anche questa volta si sarebbe trattato di qualcosa di simile.

Dopo aver attraversato vari ruscelli e alcuni sentieri si fermarono. Il nonno non credeva ai propri occhi, davanti a lui, sdraiata in un tappeto di foglie, c’era una bimba bellissima , dai capelli rossi. Dormiva e il nonno rimase estasiato da quel fagottino tenero. La prese delicatamente in braccio e, prima che giungesse la notte, la bimba era già nella casetta del nonno. La rifocillò con del buon latte caldo di capra e dopo poco tempo la bimba si riaddormentò.

Chi era questo esserino stupendo, come si chiamava, chi l’aveva portata nel bosco. Queste, insieme ad altre mille domande affluirono nella sua mente.

Più volte, parlando con gli amici gnomi, aveva confidato loro che si sentiva solo, che avrebbe voluto un pò di compagnia, soprattutto in inverno, dove molti animali andavano in letargo per cui il suo “lavoro” era ridotto.

Capì che gli gnomi, avendo poteri magici, in cambio dei suoi servizi giornalieri, avevano voluto fargli un dono meraviglioso.

Il nonno e la bimba, che chiamò Arianna, divennero inseparabili. La bimba conquistò il cuore di tutti gli animali del bosco per la sua gentilezza, disponibilità e bontà.

Il nonno le insegnò a curare tutti i problemi dei suoi piccoli e grandi amici.

Arianna crebbe e diventò una splendida ragazza, dai lunghi capelli lisci e morbidi.

Un giorno un giovane cacciatore bussò alla porta del nonno  perchè si era procurato una ferita alla gamba, e rimase affascinato dalla bellezza di Arianna e…

Ma questa è un’altra storia!

 

Leggere: che passione!

Ho sempre amato molto leggere. In particolare prediligevo libri che trattavano di storie vissute, vere.

Ricordo che mettevo da parte ogni singolo centesimo che mia madre mi dava per poter acquistare dei libri.

Avevo circa 14/15 anni, lavoravo e, come si faceva una volta, a fine mese, consegnavo la busta chiusa con lo stipendio a mia madre. Ricevevo in cambio un piccolo contributo da spendere come volevo e io lo utilizzavo sempre per acquistare un libro.

Ero solita andare nella libreria che c’era nella piazza a Genova Sampierdarena dove i proprietari, conoscendomi, mettevano da parte i libri che uscivano di mio interesse.

La paghetta datami non bastava per cui utilizzavo anche la quota che mia madre mi dava per l’autobus che mi portava al lavoro, da Genova Cornigliano a Caricamento.

Facevo quindi questo tratto a piedi, circa 8 km per tratta, mattino e sera, estate e inverno, pur di raggranellare la cifra che mi permetteva di acquistare un libro.

Se poi questi erano due le cose si complicavano, i soldi non bastavano, allora rinunciavo anche  ad acquistare la saponetta “Spuma di Sciampagna” che amavo tanto. Mi ricordo che la compravo in un piccolo negozietto in Via Prè, zona non molto adatta a delle ragazzine in quel periodo, ma dovevo passarci per forza per poter andare a lavorare.

Ritornando ai libri, per me rappresentavano un mezzo per isolarmi dal resto del mondo, anche se leggevo storie non di viaggi, d’amore, di fantasia, ma storie di dolore.

Mi sono chiesta più volte perchè prediligessi quel genere e ancora oggi, che il mio interesse non è variato, me lo chiedo ma non avrò mai una risposta.

Sicuramente avrei avuto maggior possibilità di lettura se avessi chiesto in prestito i libri della Biblioteca, ma a quei tempi non ci pensavo, forse perchè non sapevo esistesse o forse preferivo godermi la lettura sapendo che quel libro era mio: potevo leggerlo e rileggerlo più volte!

La mia piccola biblioteca personale era esigua, pochi testi, nuovi, rifasciati con un foglio di carta riciclata o di giornale per non sgualcirli. Sotto di essa “spariva” la copertina, per cui non intravedevi più il titolo e l’autore ma almeno il libro si conservava meglio e rimaneva nuovo.

Alcuni di quei libri li ho ancora, fanno parte del mio passato, dei miei sacrifici e oggi, che tutto è molto più semplice e le possibilità di lettura maggiori, amo ogni tanto rivederli, sentire l’odore di muffa, il colore ormai sbiadito.

Ora intravedo la copertina con il titolo, l’autore, l’editore.

E la malinconia sale….

Scrivi una favola!

E’ da tempo che volevo inserire questo post e creare un nuovo argomento:

“Scrivi una favola!” A chi si rivolge e cosa si intende?

Vorrei rivolgermi soprattutto ai più piccoli, quindi ai bambini. Vi chiederete il perchè!

Quando ho creato questo blog il mio obiettivo principale era di scrivere per i bambini che si trovavano, per svariate ragioni, in Ospedale. Mi sarebbe piaciuto scrivere e far scrivere a loro delle favole, in modo da alleviare, in minima misura, il loro stato d’animo.

Nel portare avanti il progetto del blog mi sono resa conto che la mia era un’utopia, ma le utopie sono temporaneee…..cinquant’anni fa chi poteva immaginare che toccando un piccolo attrezzo ti saresti potuto collegare con tutto il pianeta?

Allora ho lasciato nel cassetto questo sogno e ho creato e messo in rete il blog con la speranza che un giorno anche un solo bimbo ricoverato potesse leggere una mia favola.

Vi chiederete il perchè desideravo che leggessero e interagissero proprio i bambini ricoverati.

Cerco di spiegarvelo, anche se per me non è semplice ricordare.

Sono una Infermiera in pensione ma porto ancora il camice, un camice invisibile ma non per me. Quel camice bianco, puro, che portavo con orgoglio e che mi permetteva di entrare in un “mondo” fatto di sofferenza. Quel camice che mi faceva paragonare, secondo i degenti,  a una Suora, a un Angelo.

Lo portavo con dignità e comprensione, era un mezzo per potermi accostare a un malato, piccolo o adulto.

Nel dolore purtroppo non c’è età!

Il bianco, il colore delle spose, del cavallo del principe azzurro, della purezza, della neve, della veste battesimale. 

Ho però un conto in sospeso verso i bimbi in Ospedale. Ho indietreggiato di fronte al loro dolore. Sono “scappata” per non soffrire e questo ricordo mi ha accompagnato per tutti questi anni.

Ho impresso in me il ricordo di un bimbo di 3 anni, ricoverato in rianimazione all’Ospedale Gaslini, che mi faceva vedere come effettuare l’aspirazione nella cannula della tracheotomia.

Lui insegnava a me, a me che avevo studiato per anni, ciò che la vita gli aveva imposto. Piccola creatura che non conosceva il motivo per il quale dovesse fare questo tipo di “gioco impegnativo” Lo faceva e lo insegnava. Per lui era un’abitudine, invece sarebbe stata una routine quotidiana da cui non avrebbe mai potuto uscire.

Non l’ho mai dimenticato anche se sono passati tantissimi anni. Ho ancora impresso il suo visino e i suoi riccioli neri. Non ho potuto fare nulla per lui, non sono riuscita, avrei dovuto e voluto riscattarmi un giorno, per onorare Lui.

Io sono dell’idea che bisognerebbe fare tutto in tarda età.

L’esperienza, la vita vissuta , la pazienza, la calma sono elementi essenziali per stare meglio e far vivere meglio gli altri. 

Oggi non scapperei più di fronte a quel bimbo, magari soffrirei maggiormente perchè l’età avanzata porta a questo, ma non indietreggerei. Lo prenderei in braccio, con il mio bel camice bianco e lindo, puro come il suo cuore e la sua anima, farei ciò che è giusto fare, lo farei con un groppo nel cuore, ma lo farei. 

Gli racconterei la storia di un bambino e del suo Angelo custode.

Gli racconterei che non è solo, che ha un papà e una mamma che gli vogliono bene e che ha tante sorelle, fratelli, zii acquisiti che gli staranno sempre accanto a cercheranno di attenuare il suo dolore.

Gli racconterei tantissime favole per farlo addormentare felice, sognando di fate, gnomi e posti meravigliosi, case fatte di pan di spagna e panna, porte di cioccolato e zucchero, tantissimi palloncini in un giardino. Un giardino fatato! 

Questo gli racconterei, ma non fuggirei più!

Oggi mi piacerebbe che I bimbi, adulti, anziani, e tutti coloro costretti in un letto d’ospedale, mettessero sulla carta una favola, una storia, un disegno, il loro stato d’animo, la loro sofferenza, il loro percorso, i loro crucci. Scriveranno quindi “storie vere”, non parleranno nè di fate nè di orchi ma di vita vissuta.

Con tutto questo ci arrichiranno perchè la loro sofferenza sarà anche la nostra.

A voi la parola! “Scrivi una favola” è a vostra disposizione, mentre riprenderete i bei ricordi e ridarete loro vita trasferendoli sopra un foglio di carta.

Inviatemi lo scritto o il disegno, o un pensiero, lo pubblicherò, firmato o no, nel pieno e totale rispetto delle vostre scelte. 

Auguro a tutti voi un mondo di bene!

Nonni. Che passione! Nuova favola

                      LA FARFALLA IRIDE

C’era una bimba che si chiama Rosetta che amava passeggiare in campagna con il nonno. Il nonno le insegnava molte cose: come si semina il grano, quando si raccoglie, che cosa si ottiene da esso. Una volta era il grano, una volta l’orzo o il fieno. Quante cose sapeva il nonno e Rosetta ascoltava e imparava.

Un giorno la bimba vide sul ciglio della strada un bellissimo bruco variopinto. Incurante di lei, con la sua andatura lenta e disarticolata voleva intrufolarsi nel prato per nascondersi. Poteva diventare pasto per un uccello, quindi era meglio nascondersi.

Rosetta, che amava molto gli animali e curiosa come tutti i bambini, lo prese delicatamente in mano e chiese al nonno il permesso di poterlo portare nel giardino di casa. Il nonno acconsentì!

Ogni giorno lo cercava e lo coccolava mettendolo sul palmo della mano.

Ma dopo poco tempo la bimba si disinteressò di lui perchè il papà le regalò un gattino, che chiamò Romeo.. Era molto più divertente giocare con lui!

Passarono i giorni, la bimba si affezionò tantissimo a Romeo ma pensava anche al bruco. In fin dei conti era stato con lei parecchi giorni. Chissà se era cresciuto!

Andò così a cercarlo nell’angolo del giardino dove di solito stava ma non lo trovò più. Nello stesso momento però vide volteggiare intorno a lei una bellissima farfalla di vari colori.

Rosetta riconobbe che era il bruco che si era trasformato in farfalla.

Ma subito dopo volò via, era ancora arrabbiata con la bimba per averla abbandonata.

Rosetta, incantata dalla bellezza della farfalla riuscì però a prenderla e a metterla in una gabbietta. Chissà come sarebbero stati invidiosi i suoi compagni se l’avesse portata a scuola.

E così fece! Tutti i compagni ammirarono la farfalla e le diedero anche un nome: Iride!

Ma la felicità della bimba durò pochissimo, la farfalla era triste, non poteva vivere in gabbia, doveva volare, essere libera e felice.

E, meravigliando tutti Rosetta aprì la gabbia ridandole la libertà.

Iride, riconoscente verso Rosetta, tutti i giorni si presentò anche lei a scuola, poggiandosi sulla lavagna.

Diventò così la mascotte della classe, il suo svolazzare leggiadro esprimeva gioia e gratitudine.

E quell’anno i bimbi furono contenti di aver conosciuto una così bella e variopinta farfalla. Chissà se sarebbe ritornata anche il prossimo anno.

Questo sogno non avrebbe potuto realizzarsi ma loro la aspettarono sempre.

Morale: non abbandonare mai chi ti vuol bene!

La “Berta” ladra

Il nostro soggetto in questa storia è la Gazza. In piemontese si chiama Berta, da “uccello ciarliero” o più propriamente da “persona che ridice tutto”.

Ritorniamo alla nostra storia che questa volta non è una favola. Infatti nello scriverla, nel cercare di comporre la solita trama per poi ampliarla e strutturarla, sono usciti, da parte dei partecipanti, aneddoti di storia vera, vissuta in prima persona, legate alla gazza, più corretto dire alla Gazza ladra!

Quindi non parleremo da favola ma di realtà!

Luigina ci racconta che una sua conoscente aveva l’abitudine di lucidare la serie di cucchiaini d’argento, ma quando li poneva sul tavolo ne mancava sempre uno. Non sapeva darsi una spiegazione a questo, finchè un giorno vide una gazza che, entrando dalla finestra, ne portava via uno con il becco. Dopo vari giorni sono stati trovati nel fienile. Tutti allineati!

Pina invece ricorda che i suoi genitori avevano le galline e ogni giorno, nel raccogliere le uova, ne trovavano qualcuna vuota. Era rimasto solo il guscio.

Si accorsero che la gazza usava il becco come punteruolo per fare un buco e succhiare il contenuto.

Lucia invece ricorda che la mamma le aveva raccontato che, quando era giovane, teneva in casa una gazza addomesticata. Un giorno aveva posato l’anello d’oro sulla mensola e ha visto l’amata gazza che lo portava via, in volo.

Inutile dire che l’anello non è stato più ritrovato ma la gazza “ha preso il volo”, nel senso giusto della parola, cioè la madre l’ha scacciata da casa.

Milva invece, tutti gli anni, deve far la guardia alle ciliege del suo albero, perchè le gazze le beccano o le portano via.

Chissà quante altre storie sono legate alla nostra Berta, noi abbiamo voluto raccontarvi queste.

La grande festa sull’acqua

C’era una volta, in un grande prato ai limiti di un bosco, un laghetto che ospitava rane, rospi  e libellule. Durante il periodo invernale le rane e i rospi andavano in letargo ma con l’arrivo della primavera le femmine erano pronte a deporre le migliaia di uova.

Le libellule invece, che non sopravvivono al clima invernale, popolavano il laghetto in primavera, dopo la schiusa delle uova. In questo laghetto rane e libellule vivevano in armonia, cosa piuttosto insolita.

La nostra storia parla della rana Giuditta e della libellula Libera.

Le libellule amavano volteggiare sul laghetto, facendo acrobazie vibrando le ali trasparenti  e sfrecciando a pelo d’acqua. Libera invece amava volteggiare intorno a Giuditta che saltava verso di lei, ma per gioco. Era uno spasso vederle giocare insieme.

Ma durante una estate molto torrida il laghetto si prosciugò mettendo a repentaglio la vita di tutte le rane e girini. Senza l’acqua non avrebbero potuto sopravvivere.

Libera si accorse subito della tragica situazione, doveva escogitare un sistema,  per fare sopravvivere la sua amica rana e i suoi girini. Dopo aver riflettuto sul da farsi, capì che l’unica cosa possibile era di farle spostare in un laghetto più grande e profondo, sempre pieno d’acqua. Nelle sue perlustrazioni giornaliere a caccia di zanzare e altri insetti, aveva visto un laghetto poco distante con queste caratteristiche.

Andava benissimo!

Il problema adesso era riuscire a far arrivare Giuditta e i girini fino al lago. Aveva notato che vi era un percorso più lungo ma in quel tratto si erano formati molti acquitrini. Erano perfetti per far riposare la rana all’umido e poi rifarla ripartire.

Ma i girini, con il sole cocente non sarebbero mai giunti vivi al laghetto.

Radunò tutte le altre libellule e insieme decisero di caricarsi sulle ali tutti i girini della rana Giuditta.

Durante questo faticoso trasporto, che metteva molto in difficoltà le libellule, non abituate a portare un peso, anche se minimo, sulle ali,  giunse un terribile temporale: tuoni, fulmini e il vento che soffiava forte, costrinse queste a  fermarsi, a trovare un riparo. 

La pioggia però agevolò Giuditta che, non contenta di questo privilegio che aveva avuto nei confronti delle altre sue compagne e compagni, ne approfittò per tornare indietro, incitandoli a spostarsi definitivamente verso il nuovo vicino lago.

Tutti si prepararono per il “grande viaggio”, non si erano mai allontanati da quel laghetto, per cui la curiosità di posti nuovi erano tanta, mista però a paura dell’incognito.

Terminato il temporale Libera fece da capo giuda, seguita dalle altre libellule in volo, mentre rane e rospi saltellavano qua e là. Tutti contenti!

Era bellissimo vederli avviare tutti insieme verso la nuova residenza.

Giunte a destinazione le libellule improvvisarono una dolcissima danza sul lago, volteggiando, librandosi in volo, tutte in cerchio, in un grande girotondo,  mentre le rane, gracidando, intonarono una canzone di ringraziamento! E improvvisamente un grande arcobaleno, rallegrò ulteriormente questa gioiosa giornata.

Fu una grande e indimenticabile festa per tutti!

Morale: non serve disperarsi, importante è sempre trovare una soluzione a un problema!

Il Gigante buono. Storia di un ragazzo

C’era una volta un giovane molto bello, dai modi garbati e gentili. Viveva in un piccolo paese e molti lo conoscevano e lo adoravano proprio per questo.

Il giovane amava tutto e tutti. Amava gli animali e passava con loro molto tempo: ci giocava insieme, li coccolava e loro ricambiavano il suo affetto. Amava la musica, il suono di essa gli entrava nei polmoni e nel cuore ed era per lui una boccata di aria fresca. Ne inspirava ogni suono e tramite essa si estraniava in un mondo tutto suo.

Amava la vita e la sua giornata era piena di impegni, voleva fare tante cose, stare insieme agli altri e sentirsi utile. Era felice!

Ma un giorno la sua mamma partì per un lungo viaggio e il gigante buono si sentì solo. Si chiedeva il perchè lo avesse abbandonato. Niente era cambiato dagli altri giorni e quindi non riusciva a capirne il motivo. Cosa avrebbe fatto adesso? Lui non voleva stare da solo. Doveva trovare una soluzione.

Molti anni prima aveva sentito dire che ai margini di un magico bosco del piccolo paese vivevano delle fatine. Lui non ci aveva creduto, ma soprattutto la notizia non lo aveva interessato più di tanto. Non aveva mai sentito la necessità per approfondire questo e quindi..

Ma adesso aveva bisogno di parlare alle fatine, di chiedere spiegazioni e di sapere da loro come doveva comportarsi. Loro, se è vero che esistevano, dovevano aiutarlo! Non aveva mai chiesto aiuto a nessuno ma in questo momento si sentiva troppo solo e triste.

Mise nello zaino dei pezzi di pane e una borraccia con dell’acqua, non sapendo quando e se le avrebbe trovate e, senza dire niente a nessuno si addentrò nel magico bosco.

La paura si fece subito sentire ma lui doveva andare avanti, solo così avrebbe trovato una risposta a tutte le sue domande.

Appena entrò nel bosco si sentì già subito meglio, la luce era tenue e il rumore delle fronde degli alberi intonavano una musica celestiale. L’aria che respirava aveva un profumo intenso, un misto di caramello e cannella. Ne inspirava a pieni polmoni. Procedette cautamente e si addentrò sempre più. Si accorse che non aveva paura, si sentiva libero. Si guardò attorno, ma delle fatine nemmeno l’ombra.

C’erano fiori dappertutto, di tutti i colori e misure, alberi maestosi che facevano da contorno al suo cammino. Era solo ma sentiva delle presenze che lo accompagnavano e lo proteggevano. Era di nuovo felice!

Si sedette su un masso e in un attimo capì che le fatine non esistevano.

Era una leggenda!

Uscì dal bosco ma si sentì più forte e sereno, aveva capito che poteva farcela da solo, che la sua mamma era accanto a lui nel bosco e per questo non aveva paura. E sarebbe stata accanto a lui sempre, in ogni momento e in ogni cosa avesse fatto.

E affrontò la vita, incontrò tantissime persone sulla sua strada che gli vollero bene e che parlavano di lui definendolo il “Gigante buono”.

 

Un inno alla vita. I sogni di una Fatina!

Ho intitolato questo articolo “Un inno alla vita”. un argomento inusuale per un blog di favole ma, come sono solita fare, ho trovato il collegamento con esse. La Fata!

Ho avuto modo di vedere in televisione questa settimana il programma di Gerry Scotti The Winner is.  Non sapevo di cosa trattasse per cui la curiosità e il desiderio di vedere un programma rilassante mi ha portato a seguirlo.

Ringrazio questo perchè, scrittrice di favole per bimbi, ho avuto così modo di conoscere un personaggio fiabesco. Una Fata, precisamente la Fata Desireè.

Questa straordinaria ragazza di 22 anni, dalla voce d’oro, così come il suo cognome, Doro, prima di cantare ha raccontato la sua storia. Una storia che non vorresti mai sentire, una storia che ha incollato alla tv milioni di telespettatori. Ci ha raccontato, con umiltà e forza interiore, la sua lotta alla malattia che l’ha colpita, la Sclerosi multipla. Eppure questa straordinaria ragazza ne ha parlato con coraggio e determinazione. Ne ha parlato con il sorriso sulle labbra e dentro il cuore. Questo è quello di lei che ha colpito di più, non il coraggio di parlarne ma di come parlarne. E le lacrime sono arrivate, copiose, a ombreggiare il suo volto, il suo sorriso, la sua persona. Più le asciugavo e più sgorgavano.

Il sogno di Desireè è quello di raggiungere i cuori delle persone non con la sua malattia ma con la sua voce. Questo è quello che vorrebbe e, credo che, dopo averla ascoltata, questo sogno non è  irraggiungibile. La sua voce è lei, il suo modo di fare fanciullesco, la sua modestia, la sua ingenuità.

Indossava nel programma un vestitino da ragazzina che trasmetteva proprio il suo essere. Tutto tenue e delicato. Come la sua anima.

Ma Desireè ha la grinta di un leone, una forza interiore che sicuramente l’aiuterà nella strada che dovrà percorrere. E in questa strada le auguro tantissimi momenti di gioia, di fare incontri che possano aprire nuovi orizzonti, che il canto possa essere per lei un sostegno, un mezzo, un fine.

E sia veramente un Inno il suo. Alla libertà, all’amore, alla gioia, alla musica!

Le auguro con tutto il cuore che un giorno possa dire: The Winner is me!

 

 

Clara Miller Burd. Illustratrice di libri per bambini

Clara Miller Burd nacque a  New York (1873–1933), da Amelia Roe Burd di Patchogue e Charles Edgar Burd. Aveva un fratello più piccolo, Charles Gillette Burd .

Clara era uno studentessa d’arte presso la Scuola Chase e l’Accademia Nazionale del Design di New York. Nel 1892, a soli 19 anni, ricevette una medaglia di successo da quella scuola. Nel 1898, si recò a Parigi e lavorò sotto Courtois e Renardo. [Franklin].

Ritornata in America  ha studiato design in vetro colorato presso gli studi di Tiffany fanmed a New York. In seguito ha lavorato presso la J. & R. Lamb Company e con la Chiesa Glass e Decoration Company. Dipinse  decorazioni murali e parecchie finestre di vetro colorato per molte Chiese in America. Il suo lavoro più famoso è stata una finestra commemorativa per il presidente ucciso McKinley in Ohio.

Spesso dipinge scene dai periodi storici. Sono immagini belle, ma non si è sicuri della loro precisione.

Ha disegnato su riviste delle principali pubblicazioni dell’era del XX secolo. Le riviste comprendevano: Canonica Hone-Journal , Moglie del coltivatore , Holland, Digest Literary , Priscilla moderna, Compagnia di casa della donna e il mondo della donna.

Clara credeva nell’esercizio vibrante del colore.

La sua carriera professionale persegue molte illustrazioni di libri per bambini. Forse le sue illustrazioni più conosciute erano per i libri di Little Women (1926), Jo’s Boys (1928), Little Men (1928), An Old Fashioned Girl (1928) e Eight Cousins (1931) di Louisa Mae Alcott. C’erano anche belle illustrazioni per un’edizione del Giardino dei Versetti di Rovert Louis Stevenson.

Altra bellissima serie di illustrazioni è stata fatta per Le storie di Dickens sui bambini, di Elizabeth Lodor Merchant (1929). Questa è una raccolta abbreviata delle seguenti storie: Little Nell, Trotty Veck e Meg, Tiny Tim, The Cunnilingus Couple, Poor Jo !, The Toy Maker e la sua Blind Daughter, David Copperfield, Jenny Wren, Pip for Short, Paul e Florence Dombey, Dick Swiveller e la marchesa, Oliver Twist, Il ragazzo grasso.

Ha vissuto a Montclair, NY fino alla sua morte, avvenuta l’11 Novembre 1933. E’ seppellita nel Cimitero del Boschetto del Cedro di Patchogue.