Un inno alla vita. I sogni di una Fatina!

Ho intitolato questo articolo “Un inno alla vita”. un argomento inusuale per un blog di favole ma, come sono solita fare, ho trovato il collegamento con esse. La Fata!

Ho avuto modo di vedere in televisione questa settimana il programma di Gerry Scotti The Winner is.  Non sapevo di cosa trattasse per cui la curiosità e il desiderio di vedere un programma rilassante mi ha portato a seguirlo.

Ringrazio questo perchè, scrittrice di favole per bimbi, ho avuto così modo di conoscere un personaggio fiabesco. Una Fata, precisamente la Fata Desireè.

Questa straordinaria ragazza di 22 anni, dalla voce d’oro, così come il suo cognome, Doro, prima di cantare ha raccontato la sua storia. Una storia che non vorresti mai sentire, una storia che ha incollato alla tv milioni di telespettatori. Ci ha raccontato, con umiltà e forza interiore, la sua lotta alla malattia che l’ha colpita, la Sclerosi multipla. Eppure questa straordinaria ragazza ne ha parlato con coraggio e determinazione. Ne ha parlato con il sorriso sulle labbra e dentro il cuore. Questo è quello di lei che ha colpito di più, non il coraggio di parlarne ma di come parlarne. E le lacrime sono arrivate, copiose, a ombreggiare il suo volto, il suo sorriso, la sua persona. Più le asciugavo e più sgorgavano.

Il sogno di Desireè è quello di raggiungere i cuori delle persone non con la sua malattia ma con la sua voce. Questo è quello che vorrebbe e, credo che, dopo averla ascoltata, questo sogno non è  irraggiungibile. La sua voce è lei, il suo modo di fare fanciullesco, la sua modestia, la sua ingenuità.

Indossava nel programma un vestitino da ragazzina che trasmetteva proprio il suo essere. Tutto tenue e delicato. Come la sua anima.

Ma Desireè ha la grinta di un leone, una forza interiore che sicuramente l’aiuterà nella strada che dovrà percorrere. E in questa strada le auguro tantissimi momenti di gioia, di fare incontri che possano aprire nuovi orizzonti, che il canto possa essere per lei un sostegno, un mezzo, un fine.

E sia veramente un Inno il suo. Alla libertà, all’amore, alla gioia, alla musica!

Le auguro con tutto il cuore che un giorno possa dire: The Winner I am me!

 

 

Clara Miller Burd. Illustratrice di libri per bambini

Clara Miller Burd nacque a  New York (1873–1933), da Amelia Roe Burd di Patchogue e Charles Edgar Burd. Aveva un fratello più piccolo, Charles Gillette Burd .

Clara era uno studentessa d’arte presso la Scuola Chase e l’Accademia Nazionale del Design di New York. Nel 1892, a soli 19 anni, ricevette una medaglia di successo da quella scuola. Nel 1898, si recò a Parigi e lavorò sotto Courtois e Renardo. [Franklin].

Ritornata in America  ha studiato design in vetro colorato presso gli studi di Tiffany fanmed a New York. In seguito ha lavorato presso la J. & R. Lamb Company e con la Chiesa Glass e Decoration Company. Dipinse  decorazioni murali e parecchie finestre di vetro colorato per molte Chiese in America. Il suo lavoro più famoso è stata una finestra commemorativa per il presidente ucciso McKinley in Ohio.

Spesso dipinge scene dai periodi storici. Sono immagini belle, ma non si è sicuri della loro precisione.

Ha disegnato su riviste delle principali pubblicazioni dell’era del XX secolo. Le riviste comprendevano: Canonica Hone-Journal , Moglie del coltivatore , Holland, Digest Literary , Priscilla moderna, Compagnia di casa della donna e il mondo della donna.

Clara credeva nell’esercizio vibrante del colore.

La sua carriera professionale persegue molte illustrazioni di libri per bambini. Forse le sue illustrazioni più conosciute erano per i libri di Little Women (1926), Jo’s Boys (1928), Little Men (1928), An Old Fashioned Girl (1928) e Eight Cousins (1931) di Louisa Mae Alcott. C’erano anche belle illustrazioni per un’edizione del Giardino dei Versetti di Rovert Louis Stevenson.

Altra bellissima serie di illustrazioni è stata fatta per Le storie di Dickens sui bambini, di Elizabeth Lodor Merchant (1929). Questa è una raccolta abbreviata delle seguenti storie: Little Nell, Trotty Veck e Meg, Tiny Tim, The Cunnilingus Couple, Poor Jo !, The Toy Maker e la sua Blind Daughter, David Copperfield, Jenny Wren, Pip for Short, Paul e Florence Dombey, Dick Swiveller e la marchesa, Oliver Twist, Il ragazzo grasso.

Ha vissuto a Montclair, NY fino alla sua morte, avvenuta l’11 Novembre 1933. E’ seppellita nel Cimitero del Boschetto del Cedro di Patchogue.   

 

 

La leggenda del Monoi. Il famoso Tiarè!

Ho avuto modo di vedere in televisione alcuni giorni fa un documentario sulla lavorazione del Monoi, ricavato dai fiori della Gardenia tahitensis, meglio conosciuta come Tiarè. Sono rimasta impressionata dalla visione di centinaia di fiori in coltivazione in piena terra e dal procedimento per ottenere il famoso olio, diffuso il tutto il mondo. Nel mio piccolo avevo avuto l’occasione di vedere alcuni fiori del Tiarè e di inebriarmi del profumo degli stessi, non riesco ad immaginare che cosa possa aleggiare in così tanta vegetazione. 

Questi fiori vengono raccolti a mano al mattino, ancora in boccio. Dopo la coglitura i fiori sono avvolti nelle loro foglie carnose per proteggerli dal sole e dalla disidratazione durante il trasporto. Poi i fiori freschi vengono immersi nell’olio di copra (olio che si estrae dalla polpa disidratata della noce di cocco). Il processo di macerazione dei fiori chiamato un ‘enfleurage’ dal francese, dura 15 giorni. Per ogni litro di olio di cocco occorrono esattamente 15 fiori di gardenia. Durante il processo di ammollo (macerazione), i più preziosi principi attivi e la fragranza dei fiori di tiare vengono lentamente rilasciati nella base dell’ olio di cocco, e quindi si ottiene l‘olio di Monoi, unico e particolare.

Come molti fiori altri fiori bianchi, che non sfruttano il colore ma l’intensità della fragranza le api, i fiori di Tiaré sbocciano la sera e nelle ore notturne. In alcune tradizioni delle isole del Pacifico, indossare un fiore di Tiaré indica lo status di relazione. Se il fiore è indossato sull’orecchio sinistro la persona è occupata, se indossato sull’orecchio destro significa che la persona è disponibile.

Il nome Gardenia tahitensis è un termine improprio perché la pianta non è nativa di Tahiti, ma delle grandi isole del pacifico. Il primo nome scientifico si basa infatti su campioni di Tahiti raccolti da Jules Dumont d’Urville nel 1824. Da qui il nome scientifico di Gardenia Tahitensis. Il nome Tiaré fa riferimento probabilmente al termine tiàra, cioè corona, per la forma dei fiori. Questa specie di profumatissima Gardenia dai fiori bianchissimi e’ la pianta piu’ popolare usata dai Polinesiani, tanto da rappresentare il simbolo nazionale di Tahiti.

Di leggende su questo fantastico fiore ne sono tante tante, ne cito due:

Una volta c’era una ragazza di bellezza incomparabile, chiamata Tiaitau. Diventò l’amante del re Tamatoa, e quando lui e i suoi guerrieri fecero la guerra alle loro canoe, gli chiese di aspettare il suo ritorno. Lei gli disse che sarebbe salita sulla montagna sacra, Temehani, per guardare il mare fino a quando non sarebbe tornato. Gli disse anche che avrebbe messo una noce di cocco nel buco chiamato Apo’o hihi ura.

La noce di cocco sarebbe passata attraverso la deriva della terra dall’isola all’isola, dopo Tamatoa. Ogni volta che aveva sete, gli disse che la noce di cocco sarebbe stata lì, e quando gli avrebbe fatto un buco e bevuto da essa, assaggiando l’acqua dolce sulle sue labbra, è come se avesse baciato lei.

Tiaitau osservò il ritorno del suo amante dalla cima del monte Temehani, ma quando vide il lampo di luce sul suo avaro abbandonato sulle onde e la sua canoa vuota che ondeggiava sull’oceano, si affrettò ad affondare il suo braccio nel terreno. Lo spezzò, in modo che il suo braccio crescesse come pianta e fiore. Se il suo amante fosse tornato , avrebbe sentito l’odore del suo profumo nel vento, e avrebbe potuto afferrare il fiore bianco che rappresentava la sua mano.

Poi si gettò nel cumulo di Apo’o hihi ura perché non poteva sopportare di aspettare dopo aver saputo con certezza che il suo re, che adorava tanto, era morto.

Il fiore che cresceva dove Tiaitau aveva piantato il suo braccio non avrebbe mai lasciato la montagna sacra, proprio come Tiaitau non l’avrebbe mai lasciata e non sarebbe mai cresciuta altrove ma solo là.

La seconda leggenda è simile:

” Una volta Vahine Moea , una giovane ragazza di una bellezza incomparabile vissuta nella valle di Araau a Raiatea, incontrò  un pescatore chiamato Ariifaite . Si sposarono ed ebbero una figlia che chiamarono Tiaitau .

Un giorno Ariifaite sentì alcune buone notizie: un missionario era arrivato sull’isola e stava insegnando l’alfabeto e come scrivere. Ariifaite si affrettò a informare la moglie che era felice di apprendere . Decisero quindi di andare a vivere a Opoa , il distretto in cui viveva il missionario, affinché la loro figlia, diventata una bella ragazza, potesse imparare l’alfabeto e scrivere. Tiaitau seguì le lezioni e quando diventò una giovane donna, incontrò il re Tamatoa e divenne la sua amante.

Qualche tempo dopo, il re Tamatoa lasciò Raiatea per unirsi a Re Pomare di Tahiti per la battaglia di Fei Pi . Il re, accompagnato dai suoi guerrieri, lasciò l’isola e l’amante. Chiese a Tiaitau di aspettarlo a casa. Tuttavia, la giovane donna disse al suo amante che si sentiva come se le stesse dicendo addio per l’ultima volta e che non lo avrebbe mai più visto.

Il re Tamatoa cercò di rassicurarla dicendo che era circondato dai suoi migliori guerrieri. Poi Tiaitau prese una noce di cocco e gli disse che sarebbe andata sul monte Temehani.

Lei gli disse:

“Metterò questa noce di cocco nel buco di Apo’o hihi ura . La noce di cocco percorrerà la metropolitana e si avvicinerà al mare alla fonte di Ura Piha. Da lì, la noce di cocco galleggerà da un’isola all’altra e ti seguirà. Se hai sete, prendi la noce di cocco, fai un buco e bevi la sua acqua, portando la bocca al tuo modo di fare il tuo bacio … “

Su queste parole, si separarono.

Si fermò alla caverna di Torea e si addormentò . La mattina successiva , andò alla piattaforma Tarei , guardò Taputapuatea e il passaggio sacro Te ava moa e esclamò:

“Oh, la tua pagaia sta brillando al sole, il mio amore. Sta brillando nella schiuma delle onde.

Poi ha continuato a Vaiumete dove ha fatto un bagno e bevuto acqua per dissetarsi.

Finalmente è arrivata ad Apoo hihi ura ; mise la noce di cocco nel foro, si alzò a destra e guardò ancora una volta in direzione di Taputapuatea e vide la canoa del suo amato:

“Oh mio amore, il tuo remo splende al sole nella schiuma delle onde. La tua canoa sta fluttuando sul mare; Oh! Il mio cuore fa male, fa male molto male, il mio amore! Io posso piantare il mio braccio al suolo del mio monte, poi fiorirà e il suo fiore avrà l’aspetto visivo della mia mano aperta. Sarà questa mano, diventata un fiore, che ti darà un cartello, o mio amore. Lascia che il mio amore ritorni rapidamente da me.

Poi guardò il buco di Apoo hihi ura e si lasciò cadere dentro a morire, perché il suo dolore era così grande e non poteva sopportare di apprendere un giorno la morte del suo re che adorava così tanto.

(Fonte: Patrimonio Tahiti – Félix Faaeva)

Lavorazione e macerazione del Tiarè

 

Il mio viaggio con i nonni! Favoleggiando!

Il viaggio con i nonni per quest’anno è terminato. Questo viaggio è durato 4 mesi.

In questo periodo sono scaturite tante parole, tante idee, tante favole. All’inizio alcune difficoltà sono subentrate, è difficile dire la propria idea, si ha paura di sbagliare, di dire cose inesatte o senza senso. Ma il capire che nessuno giudicava, che ogni intervento arricchiva il gruppo, che ogni pensiero era preso in considerazione, ci ha portati tutti a “sbloccarci” e a lavorare bene insieme.

Ho voluto paragonare questo percorso a un viaggio in treno. La meta non è stata scelta da nessuno, siamo andati dove il treno ci ha portato. 

Ad ogni fermata qualcuno scendeva e altri salivano.  Alcune volte nel mio vagone c’erano poche persone, altre volte era gremito ed era molto piacevole poter così avere più possibilità di conoscenze e di scambi.  

Alcuni hanno preso il treno per un semplice e vicino spostamento, altri invece hanno proseguito il viaggio per mesi, pronti ad aiutare coloro che  avevano bisogno di salire.

Quando qualcuno scendeva lasciava una tristezza, maggiore se il tempo trascorso insieme era più lungo. Abbiamo cercato di andare d’accordo con i nostri compagni di viaggio, li abbiamo ascoltati e cercato il meglio in ognuno di loro.

Alcuni si conoscevano per cui il viaggio è stato molto piacevole per loro. Altri si conoscevano meno, me compresa, per cui abbiamo dovuto parlare di noi stessi per aiutare a conoscerci.

Ciò che mi rende felice è il pensiero che ognuno di loro ha contribuito ad aumentare e arricchire il loro e il mio bagaglio, impreziosendolo.

Ognuno aveva con sè una o più valigie piena di cose utili: partecipazione, fraternità, accoglienza, ascolto, fantasia, sogni, tenerezza, rispetto, condivisione, amicizia.

Mi è dispiaciuto molto essere scesa dal treno, ma il prossimo anno spero di acquistare un nuovo biglietto, magari con altra meta, magari con altre persone…Chissà!

Si, ne sono convinta…

A coloro che hanno fatto parte del mio treno auguro “Buon viaggio e buon proseguimento”.

I nonni raccontano. Altre storie di fantasia

C’era una volta una tartaruga di terra che viveva in un grande giardino. Veramente la nostra tartaruga era un maschio di nome Nino.

Era una tartaruga domestica e faceva molta compagnia al suo padrone Piero.  Addirittura mangiava vicino a lui e non lo perdeva mai di vista. Piero aveva due bimbe e anche loro erano affezionate a Nino. Si divertivano molto mettendogli degli oggetti leggeri sulla “corazza” e facendo finta di inseguirla gli oggetti man mano scivolano giù, uno alla volta, vista l’andatura traballante della tartaruga.

Nel giardino c’era anche un laghetto e visto che Nino amava le tartarughe ne aveva anche una d’acqua. Questa era una femmina, di nome Teresa.

 

Un giorno Nino si accorse che nel laghetto viveva un’altra tartaruga e, spinto dal desiderio di fare amicizia, si buttò d’istinto nel laghetto. Ahimè, non sapendo assolutamente nuotare, annaspò più volte rischiando di  annegare. Ma Teresa, vista la scena, si avvicinò cautamente a Nino, andò sott’acqua e con molto sforzo se lo caricò sulle spalle e lo aiutò a risalire sulla sponda. 

Dopo essersi ripreso dallo spavento, Nino capì di essere debitore verso la tartaruga. Senza di lei sarebbe sicuramente affogato! Cosa poteva fare per sdebitarsi? Capì in un momento di essersi  innamorato di Teresa.

E come tutti gli innamorati soffrì perchè non poteva avvicinarsi a lei. E comincio a non mangiare più, tanto era triste.

Le due bimbe e Piero, dopo aver visto che non mangiava, non partecipava più al gioco, non stava vicino al padrone ma sempre in riva al laghetto, capirono che dovevano aiutarlo.

Dovevano trovare un modo per mettere vicino la due tartarughe. Piero escogitò uno stratagemma che era quello di mettere Nino nel retino da pesca potendo così immergerlo senza problemi di affogare, nel laghetto, quanto bastava per non impaurirlo, visto l’esperienza subita. E così fece.

Nello stesso tempo le due sorelline avevano pensato ad un altro sistema di avvicinamento: mettere Teresa dentro una bacinella d’acqua e lasciarla per qualche ora così nel giardino.

I giorni passavano, Nino e Teresa, tramite le due ottime invenzioni, cominciarono a frequentarsi e ad amarsi.

Tutto procedeva bene, passarono così i mesi,  finchè un giorno Teresa non si fece più vedere. Tutti erano preoccupati ma maggiormente Nino che non poteva più incontrare la sua amata.

Ma un bel giorno, cosa videro nel laghetto? 10 tartarughine che nuotavano accanto alla mamma! Che sorpresa! Nessuno aveva pensato a questo. Le bimbe erano raggianti, non avevano mai visto tartarughe così piccole e che sapevano già nuotare. E Nino?  Nino sulla sponda guardava la famigliola nel laghetto, tutti insieme, felici. Era la “sua famiglia”. Come poteva fare da padre ai suoi piccoli? Come poteva vederli nuotare senza di lui?

Ma lui era una tartaruga d’acqua, le sue zampe non erano progettate per nuotare, anche il suo guscio era troppo pesante per poter stare a galla.

Ma l’Amore non ha limiti! Nino, pur sapendo cosa rischiava, non esitò e, per amore, si buttò nel laghetto!  E con molto sforzo nuotò insieme alla sua grande famiglia.

Inutile dire che Piero non ebbe più la sua tartaruga terrestre ma ne ebbe 12 acquatiche.

Buttò il retino e la bacinella, ormai non servivano più!

 Morale: per Amore si fa tutto!

 

 

Il magico mondo delle favole e della grafica.

C’era una volta una nonna, sapete, di quelle nonne moderne che smanettano sui cellulari e sul web. Una nonna come tante, chiamiamole “Le nonne di oggi!” Faceva anche altre cose particolari: suonava la chitarra, andava in montagna, disegnava, pitturava, cantava. Il tempo  a disposizione era sempre poco. 

Come dicevo questa nonna era si moderna ma amava anche raccontare le favole, come una volta. Le favole, questo mondo meraviglioso costruito sulla fantasia. Amava raccontare le favole alla sua nipotina.

Questa nonna, che chiameremo Lulù,  ha avuto la fortuna di passare moltissimo tempo con lei, di fare insieme passeggiate in campagna e la acutezza visiva della bimba la portava sempre a intravedere, durante la passeggiata, qualcosa di nuovo, di particolare: un uccellino sui rami, un bruco, un leprotto, una capretta, una farfalla.

Tutto ciò che era animato attirava lo sguardo della bimba e allora chiedeva a nonna Lulù di raccontarle una storia, di trasformare quel momento particolare per lei con una favola. Ne sono nate tante di favole, la bimba le ascoltava e aggiungeva sempre qualcosa di suo, qualche suo pensiero che appena giunta a casa la nonna annotava su un block notes.

Ma le favole? Quelle favole che erano un legame giornaliero tra la bimba e la nonna? No, quelle erano “perse”, non erano state riportate su carta ma volate nel vento.

Alla nonna oggi piace pensare che le abbiano anche ascoltate centinaia di angioletti.

Cosa poteva fare per far si che le parole, scaturite dal cuore, venissero ricordate e magari riprese dalla bimba quando avrebbe iniziato a leggere? Un BLOG! In fin dei conti era una nonna moderna. Un BLOG DI FAVOLE!

La nonna sapeva che non poteva ritornare indietro ma poteva andare avanti a scrivere, scrivere, scrivere…

Allora questa fantasiosa nonna, non senza difficoltà, ha creato il suo blog. Quando lo ha messo in rete è andata alla ricerca di immagini da aggiungere alle favole per abbellirle e renderle più significative.

Sapeva che i bimbi piccoli amano le favole con le raffigurazioni per cui smanettava tra un sito e l’altro per cercarli.

Mille disegni si presentarono davanti  a lei e più li osservava e maggiormente nasceva il desiderio di crearli da sola. La nonna moderna allora ha iniziato a documentarsi e man mano che entrava in questo mondo, chiamato “Grafica digitale”,  scaturivano nomi impossibili da decifrare: tag, blend, mask, scrap… Questa era magia! Questa era la fiaba!

Fortunatamente, si accostarono a lei delle fatine che, prendendola per mano la accompagnarono in questo fantastico e fantasioso mondo. Una strada impervia e difficoltosa, dove solo il tempo dirà dove approderà e con che risultati, dove la perfezione non esiste ma è sempre  una strada in salita.

Ma in questo viaggio sicuramente nonna Lulù troverà tante soddisfazioni, sempre in compagnia delle sue fatine,  e forse un giorno potrà far vedere i suoi sogni realizzati alla nipotina.

Un giorno, vicino o lontano, ma il tempo non conta quando si è in buona compagnia!

10 Maggio 1908-Festa della mamma-Dedicato a Anna Marie Jarvis

La ricorrenza della Festa della mamma, che si celebra la seconda Domenica di Maggio, ha una sua storia, come tutte le festività.

La festa della mamma è stata celebrata per la prima volta il 10 Maggio del 1908, da Anna Marie Jarvis  (1864-1948) che ha tenuto un memoriale per sua madre, Ann Maria Reeves Jarvis a Grafton (Virginia occidentale).

Quest’ultima, donna di sani principi e di fede, era molto attiva all’interno della comunità cristiana di Andrews Methodist Episcopal. Oggi questo luogo è l’International Mother’s Day Shrine (“Tempio della Festa internazionale della Mamma”).Ann Jarvis ha indetto dei club di lavoro delle madri in alcune città di Grafton , Pruntytown, Philippi , Fetterman e Webster per migliorare le condizioni sanitarie.

Durante tutta la sua vita, Ann Jarvis insegnò. Fu sovrintendente del Dipartimento di Scuola Domenicale Primaria presso la chiesa per venticinque anni. Fu una insuperabile relatrice e spesso teneva lezioni su temi che vanno dalla religione, alla salute pubblica e alla letteratura per il pubblico, in Chiese e organizzazioni locali. Le sue conferenze comprendevano “La letteratura come fonte di cultura e raffinatezza”, “Ottimo valore dell’igiene per le donne e dei bambini” e “L’importanza dei centri ricreativi supervisionati per ragazzi e ragazze”.

Nel 1868 creò  un comitato per istituire un “Giorno di amicizia della madre”, il cui scopo era “riunire le famiglie divise durante la guerra civile”.

Per tutta la vita si era impegnata nella lotta alle malattie e alla mortalità infantile, al miglioramento delle condizioni igieniche delle donne durante il parto e alla tutela di madri e figli e si impegnò a promuovere il “Mother’s Friendship Day” (Giornata dell’amicizia tra madri) per favorire la riconciliazione tra le mamme del Nord e quelle del Sud, ex nemiche. Le madri come simbolo della Pace.

Ann era una attivista di pace, una “volontaria” durante la guerra civile americana, mettendosi a disposizione nel curare i soldati feriti da entrambi i lati e prodigandosi per la salute pubblica delle madri. Ha contribuito a instaurare il “Club di lavoro delle madri” per insegnare alle donne locali come curare adeguatamente i propri figli.

Questo suo interesse nacque in seguito a tragedie e perdite in famiglia dovute  malattie molto comuni  in quel periodo, quali morbillo, febbre tifoidea e difterite.

Ann Jarvis ha avuto tra undici e tredici bambini nel corso di diciassette anni, ma ne sopravvissero solo 4.

Fu durante una delle lezioni di una Domenica nel 1876 che sua figlia Anna Jarvis, presumibilmente, trovò la sua ispirazione per la festa della mamma, mentre Ann chiuse la lezione con una preghiera, dichiarando: “Spero e prego che qualcuno, qualche volta, troverà una mamma memoriale che la commemorasse per il servizio impareggiabile che rende all’umanità in ogni campo della vita”.

Al contrario Anna Marie Jarvis non ebbe mai figli suoi; fu la morte di sua madre, nel 1905, a spingerla a organizzare il primo Mother’s Day su scala nazionale. Questo avvenne il 10 maggio 1908: furono tenute cerimonie a Grafton, nella International Mother’s Day Shrine, a Philadelphia, dove Jarvis viveva, e in diverse altre città americane.

Per il primo servizio ufficiale della Madre nel 1908 Anna ha inviato alla chiesa 500 garofani bianchi da somministrare alle madri partecipanti. Nei successivi anni, ha inviato più di 10.000 garofani. I garofani, rossi per le mamme in vita e bianchi per le mamme scomparse, sono diventati simboli della purezza, della forza e della resistenza della maternità.

Nel 1914 Woodrow Wilson, 28° Presidente degli stati Uniti, firmò una proclamazione che definiva la Festa della Madre, tenuta la seconda domenica di maggio, come festa nazionale per onorare le madri.

Anna Jarvis aveva originariamente concepito la festa della mamma come giorno di celebrazione personale tra madri e famiglie. La sua versione della giornata si svolgeva indossando un garofano bianco e visitando la propria madre o frequentando i servizi della chiesa.

Ma agli occhi di Anna il successo si trasformò in fallimento. Quella che doveva essere una giornata da trascorrere nell’intimità della famiglia diventò presto un’occasione d’oro per incentivare l’acquisto di fiori, dolci, biglietti d’auguri. Questa  ne fu profondamente infastidita, e cominciò a dedicare tutta se stessa (e la sua non trascurabile eredità) nel riportare la Festa alle origini.

Per Anna Jarvis la festa doveva essere una giornata da passare con la propria madre per ringraziarla di tutto ciò che aveva fatto. “Non era la festa di tutte le mamme, era la festa della migliore mamma che ciascuno di noi avesse mai conosciuto: la “propria”.

Fondò la Mother’s Day International Association per riprendere il controllo delle celebrazioni; organizzò boicottaggi, minacciò cause legali e attaccò persino la First Lady Eleanor Roosevelt e le sue iniziative di beneficenza organizzate nel giorno della festa.

Negli ultimi dieci anni della sua vita, Anna Jarvis ha vissuto con la sorella cieca, Lillian, in una casa a tre piani in North Philadelphia. Tende pesanti nascondevano una finestra rotta e scurivano un salotto vittoriano. Sul muro un grande ritratto di sua madre, Ann Reeves Jarvis, circondata da corone di agrifoglio.

Anna Jarvis avrebbe poi denunciato la commercializzazione della festa e trascorse la seconda parte della sua vita combattendo insieme alla sorella affinchè questa venisse cancellata. Lei e sua sorella usarono  l’intera eredità della famiglia per finanziare le proteste che ne richiedevano l’abolizione.

Anna morì, internata in una casa di cura,  all’età di 84 anni il 24 novembre 1948.

È sepolta nel cimitero di West Laurel Hill Cemetery di Philadelphia. Nel giorno della sua sepoltura, la campana della chiesa di Andrews a Grafton è stata suonata ottantaquattro volte in suo onore.

Anna Jarvis è oggi riconosciuta come la “Madre della Mamma”. Un titolo appropriato per definire l’incessante devozione della donna alla madre e alla maternità in generale.

Molti paesi, tra cui l’Italia,  festeggiano la Festa della Mamma la seconda domenica di maggio.

La prima volta risale al 1956, quando Raul Zaccari, senatore e sindaco di Bordighera, in collaborazione con Giacomo Pallanca, presidente dell’Ente Fiera del fiore e della pianta ornamentale di Bordighera-Vallecrosia, prese l’iniziativa di celebrare la festa della mamma a Bordighera, al Teatro Zeni; successivamente la festa si svolse al Palazzo del Parco.

La seconda risale all’anno successivo e ne fu protagonista don Otello Migliosi, parroco di Tordibetto di Assisi, in Umbria,  il 12 maggio  1957.

Un hobby diventato lavoro: le piante tropicali

Ho voluto inserire in questo blog, sotto la voce “Le mie piante tropicali”, anche se il contesto non è dei più appropriati,  alcune immagini di piante particolari e straordinarie. Questo perchè ho avuto modo, di coltivarle presso il mio Vivaio che ho mantenuto  per moltissimi anni, TROPICAMENTE.

Nella mia indecisione se inserire o meno la Galleria di foto di piante, andando così fuori tema , mi è capitato, per caso,  di aprire un link riguardo un libro in cui venivano menzionati proprio i due argomenti: fiabe e fiori. L’ho trovato interessante e questo mi ha aiutato nella scelta.

Il libro citato, di Barbara Gulminelli, è ” La via delle fiabe e dei fiori di Bach“.

Fiabe e fiori

Riprendendo quindi il discorso, il Vivaio è nato per caso, così come nascono molte iniziative, ma nel giro di pochi anni ha avuto un successo strepitoso. Dal collezionismo sono passata a un lavoro vero e proprio. Un lavoro-hobby, che è durato 20 anni.

La prima domanda che mi ponevano tutti era sempre: “Coltivare piante tropicali in Piemonte?”. Lo so, di primo acchito era stato un azzardo, il clima non era confacente e le difficoltà di riuscita estreme, ma ha lo stesso ottenuto il successo che meritava.

Di soddisfazioni ne ho avute tante nel corso di questi anni, citazioni del Vivaio in alcuni libri (Dai diamanti non nasce niente) di Serena Dandini e in molte riviste di giardinaggio.

Giardinaggio

Ho avuto modo di veder sbocciare fiori insoliti, di inebriarmi di profumi “esotici”, in primis i fiori della Plumeria.

Altro fiore tropicale di cui ho avuto la possibilità di vederne i fiori e soprattutto di goderne del profumo: il famoso e ineguagliabile Tiarè ( Gardenia tahitensis).

  Colori, profumi, fioriture particolari o curiose, fiori che duravano un solo giorno o tutto un intero anno, ogni gusto e particolarità lo trovavi nel Vivaio.

  La ricerca della pianta rara era tra i miei principali obiettivi. Altro mio interesse personale era quello della conoscenza, della diffusione.

  Il sapere che alcune mie piante vegetano e prosperano in molti giardini italiani, dal Veneto alla Sicilia, mi rende felice.

Una parte del mio Vivaio continua a crescere, a esistere, a donare fiori e frutti. 

Favole e fantasia. I nonni, che meraviglia!

  La leggenda del pappagallo parlante

In una rinomata e prestigiosa isola tropicale c’era un Residence molto apprezzato per una particolarità: la guida. Questa, invece di essere una bella ragazza come negli altri Residence, era una…..pappagalla Si chiamava Dora.

Aveva un piumaggio molto variopinto, elegante, ma era pur sempre un pappagallo, anche se parlante!

Questo era di attrazione per i turisti che sbarcavano sull’isola. Il suo compito era quello di accompagnarli a visitare il luogo, far vedere dove erano posizionate le camere, la cucina, la piscina, la spiaggia, ecc. ecc.

Era stata molto ben istruita dal suo padrone e svolgeva il suo compito alla perfezione. Tutti erano entusiasti di lei.

Ma un giorno Dora non si presentò al lavoro e questo impensierì molto il proprietario. Era molto insolito, visto che era sempre puntuale.

La cercò nella stanza adibita per lei e vide che stava covando 3 uova. Non poteva più svolgere il suo lavoro a tempo pieno, come era abituata a fare. Doveva essere rimpiazzata per un certo periodo di tempo.

Il suo padrone doveva fare in fretta a cercare un sostituto, ormai tutti sapevano della “guida” particolare.

Acquistò così un nuovo pappagallo molto grande e molto più colorato a cui diede il nome di Anacleto. Ma ben presto si accorse che era tonto! Sapeva solo dire parolacce e non riusciva ad imparare delle poche nozioni riguardo la logistica.

Indicava ai nuovi turisti il bagno invece che la cucina, la spiaggia invece delle camere. Era un disastro: nel giro di pochissimo tempo nel villaggio si era creata una confusione inaccettabile.

Così al proprietario venne l’idea di farsi aiutare dalla pappagalla, doveva fargli da insegnante ed educarlo a non dire più parolacce. Tutto questo in un solo giorno! E così Anacleto fu portato da Dora per imparare queste regole.

Il giorno dopo il padrone andò per riprendersi il pappagallo ma quando arrivarono i turisti, pronto per metterlo alla prova, ricominciò a pronunciare le solite parolacce,  a fare pernacchie, a dire frasi senza senso.

Arrabbiato corse da Dora per sgridarla e sentire come mai non aveva adempiuto al suo compito. La sua “adorata” pappagalla lo salutò con una bella pernacchia! Seguirono anche frasi irripetibili. Era successo il contrario, Dora aveva imparato da Anacleto.

Inutile dire che il proprietario scacciò dal suo residence pappagallo, pappagalla e i piccoli che nel frattempo erano nati.

Non si fidò mai più di un animale, assunse una dolcissima e carinissima ragazza che imparò subito a consigliare e accompagnare i turisti e nel giro di pochi mesi diventò anche lei l’attrazione del villaggio, per la sua dolcezza e simpatia.

Morale: non costringere gli altri a essere quello che non sono.

Come inventare una favola o fiaba per bambini?

 

Bimba, lettura  Come inventare una favola? Da quali elementi bisogna partire per scrivere una favola o fiaba? Il principio essenziale per entrambe è che parliamo di un racconto di fantasia.

  Se i bimbi sono piccoli, per distrarli o farli addormentare, inventiamo storie senza seguire nessuna regola, ma sempre a lieto fine. Parliamo di fate, bambini, animali…

  Se invece i bimbi sono più grandi si può affidare a loro questo compito, chiedendo  di definire i protagonisti  (nel caso della favola di quali animali) e la trama. Anche il luogo, in questo caso, deve essere adatto allo scopo, un luogo tranquillo, silenzioso.

  Con la mia nipotina, come già scritto, abbiamo sfatato un pò questo principio. Il luogo era sempre il medesimo: la passeggiata in campagna. E i personaggi erano gli animali che incontravamo durante questo percorso. Allora sono nate storie con leprotti dalle orecchie piccole, formiche che mangiano le patatine, l’uccellino che non voleva volare…

  Quindi ho “distrutto” il concetto del luogo tranquillo e silenzioso. E’ dentro di noi che dobbiamo avere il silenzio per percepire, cogliere ogni presenza, immedesimarsi, ideare.

  Nella mia corrente esperienza con gli anziani tutto è diverso. Il concetto di base è il medesimo: il luogo non è appartato, il sottofondo è un vocio di suoni, parole e a volte musica. Coloro che sono più lontano fanno difficoltà a sentire per cui il mio intervento è ripetere ai singoli soggetti di cosa stiamo parlando e il proseguimento della storia. Tutti devono collaborare, non si deve escludere nessuno.

  Inizio con lo scrivere, dopo aver fornito l’imput, il personaggio o i personaggi della nostra favola. All’inizio ho riscontrato una certa difficoltà perchè il personaggio (animale) doveva essere conosciuto da loro, averlo visto o avuto per poterci scrivere una trama. Era difficile parlare di un animale di cui avevano solo visto la foto o in tv. Dovevano conoscerlo, avere avuto a che fare con esso. La fantasia è difficile da acquisire se non conosci. quindi abbiamo scritto storie sul gatto, il cane, ratto, pecore, capre, uccellino, cavallo, rondine….

  Con il tempo e la maggior conoscenza reciproca abbiamo spaziato in animali meno conosciuti, quindi è subentrato il lupo. Animale particolare e non facile da incontrare.

  All’inizio le nostre storie avevano come protagonisti animali con “nessun potere magico” o “fattezze insolite“. Adesso, dopo 8 favole, siamo riusciti ad “immaginare”, avendo agito con la fantasia, dei girini in groppa a delle libellule

Fantasia

  E’ nata così la nuova favola: “La grande festa sull’acqua”. Leggendogliela, la settimana successiva, dopo averla elaborata e trascritta, ho notato che all’unanimità quest’ultima è stata quella che è piaciuta di più. Perchè? Perchè è insolita  e particolare. Unico elemento aggiunto alle altre? La fantasia! 

  Chissà cosa riserberà il proseguimento delle storie, l’unica cosa certa adesso è che ne subentreranno altre. 

  “La Fantasia è come la polvere delle ali di una farfalla: senza di essa non si potrebbe più spiccare il volo”. (Giovanni Canu)