Il magico mondo delle favole e della grafica

C’era una volta una nonna, sapete, di quelle nonne moderne che smanettano sui cellulari e sul web. Una nonna come tante, chiamiamole “Le nonne di oggi!” Faceva anche altre cose particolari: suonava la chitarra, andava in montagna, disegnava, pitturava, cantava. Il tempo  a disposizione era sempre poco. 

Come dicevo questa nonna era si moderna ma amava anche raccontare le favole, come una volta. Le favole, questo mondo meraviglioso costruito sulla fantasia. Amava raccontare le favole alla sua nipotina.

Questa nonna, che chiameremo Lulù,  ha avuto la fortuna di passare moltissimo tempo con lei, di fare insieme passeggiate in campagna e la acutezza visiva della bimba la portava sempre a intravedere, durante la passeggiata, qualcosa di nuovo, di particolare: un uccellino sui rami, un bruco, un leprotto, una capretta, una farfalla.

Tutto ciò che era animato attirava lo sguardo della bimba e allora chiedeva a nonna Lulù di raccontarle una storia, di trasformare quel momento particolare per lei con una favola. Ne sono nate tante di favole, la bimba le ascoltava e aggiungeva sempre qualcosa di suo, qualche suo pensiero che appena giunta a casa la nonna annotava su un block notes.

Ma le favole? Quelle favole che erano un legame giornaliero tra la bimba e la nonna? No, quelle erano “perse”, non erano state riportate su carta ma volate nel vento.

Alla nonna oggi piace pensare che le abbiano anche ascoltate centinaia di angioletti.

Cosa poteva fare per far si che le parole, scaturite dal cuore, venissero ricordate e magari riprese dalla bimba quando avrebbe iniziato a leggere? Un BLOG! In fin dei conti era una nonna moderna. Un BLOG DI FAVOLE!

La nonna sapeva che non poteva ritornare indietro ma poteva andare avanti a scrivere, scrivere, scrivere…

Allora questa fantasiosa nonna, non senza difficoltà, ha creato il suo blog. Quando lo ha messo in rete è andata alla ricerca di immagini da aggiungere alle favole per abbellirle e renderle più significative.

Sapeva che i bimbi piccoli amano le favole con le raffigurazioni per cui smanettava tra un sito e l’altro per cercarli.

Mille disegni si presentarono davanti  a lei e più li osservava e maggiormente nasceva il desiderio di crearli da sola. La nonna moderna allora ha iniziato a documentarsi e man mano che entrava in questo mondo, chiamato “Grafica digitale”,  scaturivano nomi impossibili da decifrare: tag, blend, mask, scrap… Questa era magia! Questa era la fiaba!

Fortunatamente, si accostarono a lei delle fatine che, prendendola per mano la accompagnarono in questo fantastico e fantasioso mondo. Una strada impervia e difficoltosa, dove solo il tempo dirà dove approderà e con che risultati, dove la perfezione non esiste ma è sempre  una strada in salita.

Ma in questo viaggio sicuramente nonna Lulù troverà tante soddisfazioni, sempre in compagnia delle sue fatine,  e forse un giorno potrà far vedere i suoi sogni realizzati alla nipotina.

Un giorno, vicino o lontano, ma il tempo non conta quando si è in buona compagnia!

10 Maggio 1908-Festa della mamma-Dedicato a Anna Marie Jarvis

La ricorrenza della Festa della mamma, che si celebra la seconda Domenica di Maggio, ha una sua storia, come tutte le festività.

La festa della mamma è stata celebrata per la prima volta il 10 Maggio del 1908, da Anna Marie Jarvis  (1864-1948) che ha tenuto un memoriale per sua madre, Ann Maria Reeves Jarvis a Grafton (Virginia occidentale).

Quest’ultima, donna di sani principi e di fede, era molto attiva all’interno della comunità cristiana di Andrews Methodist Episcopal. Oggi questo luogo è l’International Mother’s Day Shrine (“Tempio della Festa internazionale della Mamma”).Ann Jarvis ha indetto dei club di lavoro delle madri in alcune città di Grafton , Pruntytown, Philippi , Fetterman e Webster per migliorare le condizioni sanitarie.

Durante tutta la sua vita, Ann Jarvis insegnò. Fu sovrintendente del Dipartimento di Scuola Domenicale Primaria presso la chiesa per venticinque anni. Fu una insuperabile relatrice e spesso teneva lezioni su temi che vanno dalla religione, alla salute pubblica e alla letteratura per il pubblico, in Chiese e organizzazioni locali. Le sue conferenze comprendevano “La letteratura come fonte di cultura e raffinatezza”, “Ottimo valore dell’igiene per le donne e dei bambini” e “L’importanza dei centri ricreativi supervisionati per ragazzi e ragazze”.

Nel 1868 creò  un comitato per istituire un “Giorno di amicizia della madre”, il cui scopo era “riunire le famiglie divise durante la guerra civile”.

Per tutta la vita si era impegnata nella lotta alle malattie e alla mortalità infantile, al miglioramento delle condizioni igieniche delle donne durante il parto e alla tutela di madri e figli e si impegnò a promuovere il “Mother’s Friendship Day” (Giornata dell’amicizia tra madri) per favorire la riconciliazione tra le mamme del Nord e quelle del Sud, ex nemiche. Le madri come simbolo della Pace.

Ann era una attivista di pace, una “volontaria” durante la guerra civile americana, mettendosi a disposizione nel curare i soldati feriti da entrambi i lati e prodigandosi per la salute pubblica delle madri. Ha contribuito a instaurare il “Club di lavoro delle madri” per insegnare alle donne locali come curare adeguatamente i propri figli.

Questo suo interesse nacque in seguito a tragedie e perdite in famiglia dovute  malattie molto comuni  in quel periodo, quali morbillo, febbre tifoidea e difterite.

Ann Jarvis ha avuto tra undici e tredici bambini nel corso di diciassette anni, ma ne sopravvissero solo 4.

Fu durante una delle lezioni di una Domenica nel 1876 che sua figlia Anna Jarvis, presumibilmente, trovò la sua ispirazione per la festa della mamma, mentre Ann chiuse la lezione con una preghiera, dichiarando: “Spero e prego che qualcuno, qualche volta, troverà una mamma memoriale che la commemorasse per il servizio impareggiabile che rende all’umanità in ogni campo della vita”.

Al contrario Anna Marie Jarvis non ebbe mai figli suoi; fu la morte di sua madre, nel 1905, a spingerla a organizzare il primo Mother’s Day su scala nazionale. Questo avvenne il 10 maggio 1908: furono tenute cerimonie a Grafton, nella International Mother’s Day Shrine, a Philadelphia, dove Jarvis viveva, e in diverse altre città americane.

Per il primo servizio ufficiale della Madre nel 1908 Anna ha inviato alla chiesa 500 garofani bianchi da somministrare alle madri partecipanti. Nei successivi anni, ha inviato più di 10.000 garofani. I garofani, rossi per le mamme in vita e bianchi per le mamme scomparse, sono diventati simboli della purezza, della forza e della resistenza della maternità.

Nel 1914 Woodrow Wilson, 28° Presidente degli stati Uniti, firmò una proclamazione che definiva la Festa della Madre, tenuta la seconda domenica di maggio, come festa nazionale per onorare le madri.

Anna Jarvis aveva originariamente concepito la festa della mamma come giorno di celebrazione personale tra madri e famiglie. La sua versione della giornata si svolgeva indossando un garofano bianco e visitando la propria madre o frequentando i servizi della chiesa.

Ma agli occhi di Anna il successo si trasformò in fallimento. Quella che doveva essere una giornata da trascorrere nell’intimità della famiglia diventò presto un’occasione d’oro per incentivare l’acquisto di fiori, dolci, biglietti d’auguri. Questa  ne fu profondamente infastidita, e cominciò a dedicare tutta se stessa (e la sua non trascurabile eredità) nel riportare la Festa alle origini.

Per Anna Jarvis la festa doveva essere una giornata da passare con la propria madre per ringraziarla di tutto ciò che aveva fatto. “Non era la festa di tutte le mamme, era la festa della migliore mamma che ciascuno di noi avesse mai conosciuto: la “propria”.

Fondò la Mother’s Day International Association per riprendere il controllo delle celebrazioni; organizzò boicottaggi, minacciò cause legali e attaccò persino la First Lady Eleanor Roosevelt e le sue iniziative di beneficenza organizzate nel giorno della festa.

Negli ultimi dieci anni della sua vita, Anna Jarvis ha vissuto con la sorella cieca, Lillian, in una casa a tre piani in North Philadelphia. Tende pesanti nascondevano una finestra rotta e scurivano un salotto vittoriano. Sul muro un grande ritratto di sua madre, Ann Reeves Jarvis, circondata da corone di agrifoglio.

Anna Jarvis avrebbe poi denunciato la commercializzazione della festa e trascorse la seconda parte della sua vita combattendo insieme alla sorella affinchè questa venisse cancellata. Lei e sua sorella usarono  l’intera eredità della famiglia per finanziare le proteste che ne richiedevano l’abolizione.

Anna morì, internata in una casa di cura,  all’età di 84 anni il 24 novembre 1948.

È sepolta nel cimitero di West Laurel Hill Cemetery di Philadelphia. Nel giorno della sua sepoltura, la campana della chiesa di Andrews a Grafton è stata suonata ottantaquattro volte in suo onore.

Anna Jarvis è oggi riconosciuta come la “Madre della Mamma”. Un titolo appropriato per definire l’incessante devozione della donna alla madre e alla maternità in generale.

Molti paesi, tra cui l’Italia,  festeggiano la Festa della Mamma la seconda domenica di maggio.

La prima volta risale al 1956, quando Raul Zaccari, senatore e sindaco di Bordighera, in collaborazione con Giacomo Pallanca, presidente dell’Ente Fiera del fiore e della pianta ornamentale di Bordighera-Vallecrosia, prese l’iniziativa di celebrare la festa della mamma a Bordighera, al Teatro Zeni; successivamente la festa si svolse al Palazzo del Parco.

La seconda risale all’anno successivo e ne fu protagonista don Otello Migliosi, parroco di Tordibetto di Assisi, in Umbria,  il 12 maggio  1957.

Un hobby diventato lavoro: le piante tropicali

Ho voluto inserire in questo blog, sotto la voce “Le mie piante tropicali”, anche se il contesto non è dei più appropriati,  alcune immagini di piante particolari e straordinarie. Questo perchè ho avuto modo, di coltivarle presso il mio Vivaio che ho mantenuto  per moltissimi anni, TROPICAMENTE.

Nella mia indecisione se inserire o meno la Galleria di foto di piante, andando così fuori tema , mi è capitato, per caso,  di aprire un link riguardo un libro in cui venivano menzionati proprio i due argomenti: fiabe e fiori. L’ho trovato interessante e questo mi ha aiutato nella scelta.

Il libro citato, di Barbara Gulminelli, è ” La via delle fiabe e dei fiori di Bach“.

Fiabe e fiori

Riprendendo quindi il discorso, il Vivaio è nato per caso, così come nascono molte iniziative, ma nel giro di pochi anni ha avuto un successo strepitoso. Dal collezionismo sono passata a un lavoro vero e proprio. Un lavoro-hobby, che è durato 20 anni.

La prima domanda che mi ponevano tutti era sempre: “Coltivare piante tropicali in Piemonte?”. Lo so, di primo acchito era stato un azzardo, il clima non era confacente e le difficoltà di riuscita estreme, ma ha lo stesso ottenuto il successo che meritava.

Di soddisfazioni ne ho avute tante nel corso di questi anni, citazioni del Vivaio in alcuni libri (Dai diamanti non nasce niente) di Serena Dandini e in molte riviste di giardinaggio.

Giardinaggio

Ho avuto modo di veder sbocciare fiori insoliti, di inebriarmi di profumi “esotici”, in primis i fiori della Plumeria.

Altro fiore tropicale di cui ho avuto la possibilità di vederne i fiori e soprattutto di goderne del profumo: il famoso e ineguagliabile Tiarè ( Gardenia tahitensis).

  Colori, profumi, fioriture particolari o curiose, fiori che duravano un solo giorno o tutto un intero anno, ogni gusto e particolarità lo trovavi nel Vivaio.

  La ricerca della pianta rara era tra i miei principali obiettivi. Altro mio interesse personale era quello della conoscenza, della diffusione.

  Il sapere che alcune mie piante vegetano e prosperano in molti giardini italiani, dal Veneto alla Sicilia, mi rende felice.

Una parte del mio Vivaio continua a crescere, a esistere, a donare fiori e frutti. 

Favole e fantasia. I nonni, che meraviglia!

  La leggenda del pappagallo parlante

In una rinomata e prestigiosa isola tropicale c’era un Residence molto apprezzato per una particolarità: la guida. Questa, invece di essere una bella ragazza come negli altri Residence, era una…..pappagalla Si chiamava Dora.

Aveva un piumaggio molto variopinto, elegante, ma era pur sempre un pappagallo, anche se parlante!

Questo era di attrazione per i turisti che sbarcavano sull’isola. Il suo compito era quello di accompagnarli a visitare il luogo, far vedere dove erano posizionate le camere, la cucina, la piscina, la spiaggia, ecc. ecc.

Era stata molto ben istruita dal suo padrone e svolgeva il suo compito alla perfezione. Tutti erano entusiasti di lei.

Ma un giorno Dora non si presentò al lavoro e questo impensierì molto il proprietario. Era molto insolito, visto che era sempre puntuale.

La cercò nella stanza adibita per lei e vide che stava covando 3 uova. Non poteva più svolgere il suo lavoro a tempo pieno, come era abituata a fare. Doveva essere rimpiazzata per un certo periodo di tempo.

Il suo padrone doveva fare in fretta a cercare un sostituto, ormai tutti sapevano della “guida” particolare.

Acquistò così un nuovo pappagallo molto grande e molto più colorato a cui diede il nome di Anacleto. Ma ben presto si accorse che era tonto! Sapeva solo dire parolacce e non riusciva ad imparare delle poche nozioni riguardo la logistica.

Indicava ai nuovi turisti il bagno invece che la cucina, la spiaggia invece delle camere. Era un disastro: nel giro di pochissimo tempo nel villaggio si era creata una confusione inaccettabile.

Così al proprietario venne l’idea di farsi aiutare dalla pappagalla, doveva fargli da insegnante ed educarlo a non dire più parolacce. Tutto questo in un solo giorno! E così Anacleto fu portato da Dora per imparare queste regole.

Il giorno dopo il padrone andò per riprendersi il pappagallo ma quando arrivarono i turisti, pronto per metterlo alla prova, ricominciò a pronunciare le solite parolacce,  a fare pernacchie, a dire frasi senza senso.

Arrabbiato corse da Dora per sgridarla e sentire come mai non aveva adempiuto al suo compito. La sua “adorata” pappagalla lo salutò con una bella pernacchia! Seguirono anche frasi irripetibili. Era successo il contrario, Dora aveva imparato da Anacleto.

Inutile dire che il proprietario scacciò dal suo residence pappagallo, pappagalla e i piccoli che nel frattempo erano nati.

Non si fidò mai più di un animale, assunse una dolcissima e carinissima ragazza che imparò subito a consigliare e accompagnare i turisti e nel giro di pochi mesi diventò anche lei l’attrazione del villaggio, per la sua dolcezza e simpatia.

Morale: non costringere gli altri a essere quello che non sono.

Come inventare una favola o fiaba per bambini?

 

Bimba, lettura  Come inventare una favola? Da quali elementi bisogna partire per scrivere una favola o fiaba? Il principio essenziale per entrambe è che parliamo di un racconto di fantasia.

  Se i bimbi sono piccoli, per distrarli o farli addormentare, inventiamo storie senza seguire nessuna regola, ma sempre a lieto fine. Parliamo di fate, bambini, animali…

  Se invece i bimbi sono più grandi si può affidare a loro questo compito, chiedendo  di definire i protagonisti  (nel caso della favola di quali animali) e la trama. Anche il luogo, in questo caso, deve essere adatto allo scopo, un luogo tranquillo, silenzioso.

  Con la mia nipotina, come già scritto, abbiamo sfatato un pò questo principio. Il luogo era sempre il medesimo: la passeggiata in campagna. E i personaggi erano gli animali che incontravamo durante questo percorso. Allora sono nate storie con leprotti dalle orecchie piccole, formiche che mangiano le patatine, l’uccellino che non voleva volare…

  Quindi ho “distrutto” il concetto del luogo tranquillo e silenzioso. E’ dentro di noi che dobbiamo avere il silenzio per percepire, cogliere ogni presenza, immedesimarsi, ideare.

  Nella mia corrente esperienza con gli anziani tutto è diverso. Il concetto di base è il medesimo: il luogo non è appartato, il sottofondo è un vocio di suoni, parole e a volte musica. Coloro che sono più lontano fanno difficoltà a sentire per cui il mio intervento è ripetere ai singoli soggetti di cosa stiamo parlando e il proseguimento della storia. Tutti devono collaborare, non si deve escludere nessuno.

  Inizio con lo scrivere, dopo aver fornito l’imput, il personaggio o i personaggi della nostra favola. All’inizio ho riscontrato una certa difficoltà perchè il personaggio (animale) doveva essere conosciuto da loro, averlo visto o avuto per poterci scrivere una trama. Era difficile parlare di un animale di cui avevano solo visto la foto o in tv. Dovevano conoscerlo, avere avuto a che fare con esso. La fantasia è difficile da acquisire se non conosci. quindi abbiamo scritto storie sul gatto, il cane, ratto, pecore, capre, uccellino, cavallo, rondine….

  Con il tempo e la maggior conoscenza reciproca abbiamo spaziato in animali meno conosciuti, quindi è subentrato il lupo. Animale particolare e non facile da incontrare.

  All’inizio le nostre storie avevano come protagonisti animali con “nessun potere magico” o “fattezze insolite“. Adesso, dopo 8 favole, siamo riusciti ad “immaginare”, avendo agito con la fantasia, dei girini in groppa a delle libellule

Fantasia

  E’ nata così la nuova favola: “La grande festa sull’acqua”. Leggendogliela, la settimana successiva, dopo averla elaborata e trascritta, ho notato che all’unanimità quest’ultima è stata quella che è piaciuta di più. Perchè? Perchè è insolita  e particolare. Unico elemento aggiunto alle altre? La fantasia! 

  Chissà cosa riserberà il proseguimento delle storie, l’unica cosa certa adesso è che ne subentreranno altre. 

  “La Fantasia è come la polvere delle ali di una farfalla: senza di essa non si potrebbe più spiccare il volo”. (Giovanni Canu)

L’uovo di gallina…di Pasqua

Stamattina ho riflettuto su che messaggio dovessi mettere per augurare a tutti la Santa Pasqua.

Un disegno? una frase? un pensiero? Poi mi sono detta che essendo un blog di favole, dovevo scriverne una, per l’occasione.

Ed ecco la favola. Spero riesca con questo a esprimervi i miei migliori Auguri!

L’uovo di gallina… di Pasqua.

C’era un uovo che era stato lasciato dalla gallina in una zona appartata del fienile. Lo aveva lasciato lì di proposito perchè era straordinariamente grande, diverso dagli altri.

E come tutte le cose diverse doveva essere isolato, non far parte del gruppo.

Questo è quello che pensava la gallina. Non era poi successo così anche alla sua amica anatra? Non aveva uno degli anatroccoli, il più brutto, che aveva lasciato di proposito mamma e fratelli perchè lo insultavano sempre? Era troppo grosso e diverso. Proprio come il suo uovo!

E l’odiosa e dispettosa gatta, non aveva isolato un suo piccolo gattino perchè il suo istinto lo credeva malato?

E la coniglietta, che dopo aver partorito è stata con loro solo due minuti per allattarli. Eh sì, lei dice che lo ha fatto per proteggere i piccoli, così la tana resta segreta.  Ma a chi la vuole dare a bere?

E l’odiosa aquila, che ogni tanto arriva dalle montagne sorvolando sopra le loro teste facendole scappare tutte. A volte però riusciva ad afferrare al volo qualche animale e lo portava via con gli artigli: si dice anche che lascia che i figli si azzuffino tra di loro senza intervenire. Poverini!

E la fastidiosa lucertola, che guizza sotto di loro facendole sobbalzare, si racconta che abbia mangiato tutte le uova ancor prima di schiudersi!

Insomma, avrebbe potuto raccontarne tante altre di storie che aveva sentito in cascina, quindi anche lei doveva fare qualcosa. Fare come tutti gli altri.

E lo fece, aveva contribuito mettendo da parte il suo uovo diverso. Ma era in fin dei conti una buona mamma, quindi lo depose nella paglia, al morbido, in una zona più fresca, in alto, in modo che altri animali non se ne cibassero.

Di più non poteva fare, affidava tutto al destino. Il suo compito era finito.

Sta di fatto che quel giorno fosse Pasqua e, nel pomeriggio, tutti i bimbi del vicinato chiesero al padrone della cascina se potevano fare una festa nel fienile, portando tutte le uova ricevute in dono e giocando con le varie sorprese contenute. L’uomo acconsentì, ben sapendo che gli avrebbero lasciato tutte le carte e la paglia sparpagliata qua e là. Figuriamoci se non avessero giocato a buttarsela addosso. Ma In fin dei conti era Pasqua!

Al pomeriggio ecco che un frotta di bimbi arrivarono, chi con uno chi con due o più uova. Sarebbe stata una grande festa!

Il figlio del contadino non potette partecipare perchè era povero, non aveva ricevuto nemmeno un uovo. Che figura avrebbe fatto ad entrare? Da mendicante, e lui non voleva questo. Stette in disparte a sbirciare e vide tirar fuori dalle uova tanti giochi. Ma lui avrebbe preferito prima mangiarsi un uovo di cioccolata intero, poi i giochi.

I ragazzi, una volta finito con le uova fecero quello che il padrone aveva pensato: giocare con la paglia. Ma mentre fecero questo chi trovarono? Il nostro grande uovo di gallina! Meravigliati dalla grossezza lo esaminarono tutti e a uno di loro, il più giudizioso, percepì che il figlio del contadino non era con loro, e sapevano che era molto orgoglioso per accettare di condividere con loro le uova di cioccolato ma……..

In cerchio, perchè lui non vedesse (lo avevano intravisto che sbirciava), presero dolcemente l’uovo di gallina, lo pulirono bene, e, ognuno donò un pezzo di cioccolato in modo da poter comporre un mosaico attorno al guscio: diventò così un bellissimo e grande uovo di cioccolato variopinto. Cioccolato nero fondente, al latte, bianco, con le nocciole. Lo avvolsero nella carta più bella che avevano e lo chiamarono.

Entrato gli diedero il suo uovo, visto che la gallina era sua. Non poteva così rifiutarlo!

Lo aprì delicatamente, e, meraviglia, anche lui aveva il suo Uovo di Pasqua, molto particolare! E dentro c’era……un pulcino!

Che bellissimo regalo. Ma la sorpresa maggiore fu capire che aveva tanti amici e non lo immaginava.

Adesso anche lui e il suo pulcino potevano unirsi con loro a giocare.

Che bella Pasqua!

 

I nipoti rendono il mondo un po’ più morbido, un po’ più gentile, un po’ più luminoso.

Riporto questa frase dal web perchè la condivido pienamente.

“I nipoti riempiono la tua giornata di baci, abbracci, coccole, pensieri, doni.”

Giada, la più grandina, di 3 anni e mezzo, mi riempie ogni giorno le mani e le tasche di fiori di campo, foglie, sassi, disegnini. Ognuno di questi è un “regalo” per me, aggiungendo sempre la frase che ti allarga il cuore “Ti voglio tanto, tanto bene nonna”!

E’ un insieme di energia che fa dimenticare tutto.

E poi le mie risate dopo le sue frasi:

“Giada, metti il cappellino che il sole brucia”! “Nonna, il sole è caldo, caldissimo ma non brucia”.

Dopo una sgridata. “Nonna, i bimbi sono belli, non vanno mai sgridati”.

Ho detto che l’omogeneizzato di frutta non mi piace. “Nonna, devi mangiarlo, fa bene al pancino”.

Frasi ingenue, tenere, che ti portano a stringerla forte, tanto da farle quasi male.

E Greta, la piccolina, ti guarda con i suoi occhioni di colore non ancor ben definito. Soli 70 giorni di vita e quando le parli ti ride già, volge lo sguardo verso di te e si apre un sorriso, il loro primo mezzo di comunicazione insieme al pianto.

Si parla di “Sorriso sociale”!

Ormai so tutto di lei: le sue preferenze nel dormire, la diversità del pianto, le sue ore “no”! E’ un batuffolo da stringere in un abbraccio che vorrei perdurasse tutta la giornata.

“Quando sorridono, i bebè mettono in atto una vera e propria strategia: lo fanno per ottenere in risposta un altro sorriso!. Inoltre, “dosano” le loro risatine in modo da ottenere il massimo risultato con il minor sforzo possibile. I piccoli non sorridono a sproposito, ma con un obiettivo ben preciso. Si dice anche che i più allegri sono i maschietti! La maggior parte dei genitori ‘gioca’ istintivamente con i piccoli, facendoli divertire con facce o toni di voce buffi: solo i bambini hanno il potere di far fare agli adulti cose apparentemente sciocche che pero’ sono importanti per un armonico clima familiare, Ma pare che la chiave dei sorrisetti sia comunque la presenza del genitore, qualunque cosa faccia.” (Caspar Addyman, studioso della London Birkbeck University).

Questo è il parere degli studiosi. Interessanti e diverse invece le spiegazioni dei nostri nonni che attribuivano le inspiegabili smorfie che il neonato faceva tra le braccia della mamma o tra le braccia del papà: “Che bello… Sorride con gli angeli!!!”.

Scienza o Leggenda? Non importa, entrambe le cose hanno dei significati ben precisi.

Viva il sorriso dei bambini, di qualunque età, ceto sociale, religione, razza. Il sorriso di un bimbo è tenerezza e emozione, è una dolce carezza all’anima!

E allora giochiamo con i nostri nipotini, ridiamo con loro e non vergogniamoci di ritornare bambini, quei bambini che forse non siamo mai stati!

E come diceva Rossella O’ Hara in Via col vento: domani è un altro giorno….

 

C’era una volta la Signora Maestra

C’era una volta la Signora Maestra. Eh sì, la Maestra, unica, una per ogni classe, che insegnava tutte le materie e che solitamente non cambiava mai per tutta la durata delle scuole elementari.

La Scuola Elementare, nel vero senso della parola. Una volta si chiamava così, elementare perchè apprendevi i primi insegnamenti.

Passavi più tempo con lei che con la mamma, perchè Lei, la Maestra, era lì solo per te, per seguirti, istruirti, educarti, farti crescere culturalmente ma anche emotivamente. Lei ti conosceva perfettamente, sapeva i tuoi punti deboli, sia scolastici sia caratteriali. Sapeva come ti relazionavi con gli altri compagni, sapeva se oggi eri triste o allegra, cercava di metterti a tuo agio durante una interrogazione o una recitazione a memoria di una poesia. Lei ti conosceva talmente bene che capiva se ti era successo qualcosa di negativo a casa, se non avevi dormito bene, se stavi covando una influenza, ma avevi dovuto lo stesso venire a scuola perchè a casa non c’era nessuno. La maestra che non imponeva ma ti conduceva, mano nella mano, sui sentieri della vita.

Le sezioni erano separate, femmine e maschi, ognuno con il grembiulino nero e colletto bianco,  cambiava solo il fiocco, rosa per le femmine e azzurro per i maschi. Le aule erano spaziose, i banchi in legno erano a due posti, con dei piccoli buchi appositi che contenevano i calamai con dentro l’inchiostro per intingerci il pennino alla base della penna. Dovevi stare attento a non toccare i bordi rigidi altrimenti il pennino si “spuntava” e la scrittura non era più nitida ma con bordi frastagliati. Sì che c’erano gli altri pennini di scorta ma cambiarlo significava la sgridata a casa. Una volta che una pagina del quaderno era stata scritta vi si doveva applicare un foglio di carta assorbente per far asciugare l’inchiostro. Il materiale scolastico era molto semplice e poco costoso: un astuccio di pezza che conteneva la penna, la scorta di pennini, una matita, una gomma e, per chi poteva permetterselo, un temperino. A tutti coloro che non potevano permettersi il materiale, lo procurava la maestra.

Due quaderni piccoli, uno a righe e uno a quadretti e il primo libro, l’abbecedario.

A distanza di tanti anni ricordo tutto questo, ricordo il banco a due, la mia compagna di banco e soprattutto ricordo ancora la mia Maestra.

Era una persona dolcissima, dai capelli brizzolati e un sorriso dolce, che esprimeva sentimenti genuini e profondi dell’animo. A lei devo molto, a lei devo avermi capita e rincuorata in un momento molto difficile della mia giovane vita. A lei, che ricorderò sempre con nostalgia e tanto affetto. A lei, che mi ha dedicato del tempo, mi ha educato, amato, confortato, coccolato.

A lei, la Signora Maestra!

                    Genova, 1° elementare

 

 

Il libro dei ricordi

Eccoci di nuovo qui, con una nuova favola dei “nonni”. Scrivere con loro e per loro è sempre entusiasmante. Ci divertiamo insieme e, adesso che ci conosciamo di più nascono le battute, le risate, i ricordi. E allora diamo i nomi ai vari personaggi di contatti che hanno avuto nella loro vita. Cani, gatti, amici, conoscenti, parenti. Aneddoti, pensieri, filastrocche, tradizioni, racconti di vita vissuta.

Dal “libro dei ricordi”, una nuova favola.

L’invidia è una cattiva consigliera

C’era una volta un bellissimo canarino giallo e rosso. Si chiamava Pippo e viveva in una gabbia grande e confortevole. Era abituato a stare in gabbia, non conosceva altro.

Un giorno di primavera Pippo notò che alla finestra volteggiava, alla ricerca di cibo, un uccello blu metalizzato e bianco. Il suo volo era così veloce che riusciva a vederlo solo per un attimo. Era una rondine.

La rondine, che si chiamava Teresina, doveva procurarsi, come cibo,  gli insetti in volo. Era quindi molto attiva!

Teresina, passando aveva notato l’uccellino in gabbia, ma soprattutto il cibo che strabordava dalla ciotola. Erano semi.

“Chissà che bontà!” pensò la rondine.

Pippo invece era invidioso della libertà di Teresina: la possibilità di volare leggiadri, all’aria aperta, senza costrizioni.

Un giorno, in un momento di disattenzione della sua padrona, il canarino vide la porta della gabbia aperta e ne approfittò per uscire dalla finestra.

Al contrario la rondine entrò per mangiare. Si erano invertiti i ruoli!

Pippo sorvolò i tetti, si riposò sui rami, bevve e si lavò nel laghetto. E fece così per ore e ore, Ma poi giunse la fame!

La rondine invece mangiò così tanti semi da non riuscire quasi più ad alzarsi. Ma una volta sazia si ricordò delle 5 uova che stava covando.

Intanto Pippo fuori, mentre riposava a terra, fu avvistato da un gatto che voleva mangiarselo. Il canarino capì subito le intenzioni del gatto, e cominciò a cinguettare ripetutamente per attirare l’attenzione di chiunque potesse salvarlo.

E infatti accorse in suo aiuto Teresina che aveva intuito che il canarino era in difficoltà. In picchiata si avventò sul gatto beccandogli il collo, questi scappò in gran fretta.

Entrambi capirono che ognuno doveva tornare al loro posto. Mai più avrebbero fatto scambi con altri uccelli.

Morale: gran brutta cosa l’invidia!

 

Patch Adams, il medico del sorriso

Ho avuto modo di vedere, per la terza volta, il film “Patch Adams”. Nel mio articolo non parlerò della trama del film ma di alcuni tratti salienti della biografia del vero personaggio e concluderò con alcune esperienze personali .

Hunter Doherty Patch Adams, meglio conosciuto come  Patch Adams, è nato nel 1945 a Washington. Visse in molti Stati in quanto il padre, ufficiale dell’esercito, veniva spostato continuamente. Rimase orfano di padre a soli 16 anni e questa perdita lo segnò moltissimo.

Dopo la sua morte infatti divenne un alunno ribelle e anticonformista. Vicissitudini familiari e personali lo portarono a uno stato depressivo talmente alto che disse alla madre di avere necessità di essere ricoverato in un istituto psichiatrico, poichè i suoi pensieri vertevano verso il suicidio.

Nel periodo di internato nell’Istituto venne colpito da alcuni atteggiamenti, a lui non graditi, rivolti  ai ricoverati, mentre vide che il suo approccio personale verso di  essi li aiutava. Ma il vero aiuto lo ebbe lui da loro.  

Aveva capito cosa dovesse fare nella sua vita: intraprendere lo studio della medicina. Voleva diventare Medico!

Aiutare il prossimo era il primo dei suoi obiettivi, era diventato il suo scopo principale, ma dovette lottare con le istituzioni in quanto interpretava  il suo ruolo di Medico in maniera alquanto particolare. Per lui la vera medicina era far sorridere gli ammalati, fossero bambini o adulti, malati occasionali o terminali.

Secondo Patch Adams, l’humour era stato da sempre ritenuto salutare. Egli diceva che l’humour è un eccellente antidoto allo stress, che l’umorismo è vitale per sanare i problemi dei singoli, delle comunità e delle società.

Il motto “buffo” significava buono, felice, benedetto, fortunato, gentile e portatore di gioia. Indossare un naso di gomma ovunque andasse  cambiò la sua vita. Non per niente venne accusato di “troppa allegria!”.

Mosso da buoni propositi, lungi dal volere una carriera remunerativa, mise a disposizione dei più deboli e bisognosi la sua casa, convinto che la guarigione dovesse essere un interscambio umano, non un business. 

Successivamente comprò un terreno nel Nord Carolina dove costruì una clinica vera e propria. Vista dall’alto doveva rappresentare un clown.

Con un gruppo di volontari riuscì a curare in 10 anni circa 15000 malati senza richiedere compensi di nessun genere.

Fondò anche il Gesundheit Institute, un progetto da lui ideato di libera assistenza sanitaria con l’obiettivo di integrare in un ospedale tradizionale la medicina alternativa e programmi educativi.

Nell’ingresso del suo ospedale viene riportata questa frase:

«Per noi guarire non è solo prescrivere medicine e terapie, ma lavorare insieme condividendo tutto in uno spirito di gioia e cooperazione. La salute si basa sulla felicità, dall’abbracciarsi e fare il pagliaccio al trovare la gioia nella famiglia e negli amici, la soddisfazione nel lavoro e l’estasi nella natura delle arti[»

Grazie di esserci stato, caro Patch Adams, e grazie a tutti i volontari che hanno deciso di seguirti in questo cammino.

                   Patch Adams

              Gesundheit Institute

Io, tanti anni fa, giovane infermiera presso un Ospedale genovese nel Reparto di Dermatologia, ho avuto la fortuna di incontrare il “mio Patch Adams”. Era il Primario del reparto, un uomo che non era solare come il medico di questo articolo, ma le intenzioni e gli obiettivi erano gli stessi.

Aiutare il prossimo, il malato, stargli vicino nel percorso difficile e doloroso del suo male. Il suo ricordo è insito in me, ricordo le lunghe ore che trascorreva nel suo studio a “leggere” i vetrini per la diagnosi dei “suoi” pazienti. Lunghe ore al buio dove gli orari del pranzo e a volte della cena si susseguivano senza che lui uscisse dallo studio. Quello era il suo mondo!

Quanti giovani, che economicamente non potevano farcela,  sono riusciti invece a intraprendere gli studi scelti grazie a lui. Li seguiva e li aiutava in tutto il percorso di studio. Tutto nel maggior riserbo possibile.

Ha seguito, nell’Ospedale San Martino di Genova, i soggetti colpiti da malattie tropicali, tra cui la lebbra. Ma non raccontava mai nulla di se, quello che faceva lo si veniva a sapere sempre tramite  altre vie. Il suo silenzio lo isolava da tutto, ma non dai malati. Per loro aveva sempre una parola altre vie. Il suo silenzio lo isolava da tutto, ma non dai malati.

Questo esempio mi ha aiutato molto nella mia carriera infermieristica.

Grazie Professore!