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La casa nel bosco

C’era una volta un nonno, dalla lunga barba, che viveva in un bosco. La sua casetta era piccolissima, fatta di legno e tutti gli abitanti della foresta erano soliti passare di lì per salutarlo o perché avevano bisogno del suo aiuto. Chi doveva farsi togliere una spina nella zampetta, chi aveva male a un dente, chi aveva mal di pancia.

Il nonno li conosceva tutti e per tutto aveva un rimedio.

Un giorno bussarono alla sua porta alcuni gnomi,  gli chiesero di seguirlo perché avevano bisogno del suo aiuto. In pochi minuti era pronto per partire, aveva messo nel vecchio zaino tutto quello che poteva servire per curare qualsiasi malanno.

Non chiese nulla agli gnomi, non era la prima volta che gli aiutava. Un animale preso in una trappola, oppure uno scivolato in una buca, un uccellino caduto dal ramo con una ala spezzata.

Questi erano alcuni interventi che aveva dovuto fare. Quindi pensò che anche questa volta si sarebbe trattato di qualcosa di simile.

Dopo aver attraversato vari ruscelli e alcuni sentieri si fermarono. Il nonno non credeva ai propri occhi, davanti a lui, sdraiata in un tappeto di foglie, c’era una bimba bellissima , dai capelli rossi. Dormiva e il nonno rimase estasiato da quel fagottino tenero. La prese delicatamente in braccio e, prima che giungesse la notte, la bimba era già nella casetta del nonno. La rifocillò con del buon latte caldo di capra e dopo poco tempo la bimba si riaddormentò.

Chi era questo essere stupendo, come si chiamava, chi l’aveva portata nel bosco? Queste, insieme ad altre mille domande affluirono nella sua mente.

Più volte, parlando con gli amici gnomi, aveva confidato loro che si sentiva solo, che avrebbe voluto un po’ di compagnia, soprattutto in inverno, dove molti animali andavano in letargo per cui il suo “lavoro” era ridotto.

Capì che gli gnomi, avendo poteri magici, in cambio dei suoi servizi giornalieri, avevano voluto fargli un dono meraviglioso.

Il nonno e la bimba, che chiamò Arianna, divennero inseparabili. La bimba conquistò il cuore di tutti gli animali del bosco per la sua gentilezza, disponibilità e bontà.

Il nonno le insegnò a curare tutti i problemi dei suoi piccoli e grandi amici.

Arianna crebbe e diventò una splendida ragazza, dai lunghi capelli lisci e morbidi.

Un giorno un giovane cacciatore bussò alla porta del nonno  perché si era procurato una ferita alla gamba, e rimase affascinato dalla bellezza di Arianna e…

Ma questa è un’altra storia!

Babbo natale e la nursery

Babbo Natale quest’anno era proprio contento, i suoi amici Elfi avevano lavorato tantissimo e, oltre aver costruito i regali richiesti dai bimbi tramite le letterine pervenute, erano riusciti a fare alcuni giocattoli in più nel caso fossero giunte nuove lettere all’ultimo momento.

Era riconoscente verso i suoi piccoli aiutanti, sapeva che senza di loro non sarebbe stato in grado di portare a termine tutti i preparativi per il Natale.

Era quindi giunta la notte di Natale, caricò sulla slitta tutti i sacchi dei doni, attaccò le sue 9 adorate renne : Dixen Vixen Comet Dazzle Cupid Donner Prancer Dasher e Rudolph, l’ultima arrivata, che era diventata  la capo renna.

Le legò ben bene alla slitta e partì per consegnare i doni richiesti. Iniziò con il primo camino e continuò così per tutta la notte. 

Dopo aver consegnato tutti i pacchetti, si sentì molto stanco, ma felice perché aveva esaudito il desiderio di molti bambini.

Quando fu pronto per ritornare a casa, si accorse che in fondo alla slitta era rimasto un sacco ancora pieno di doni. Si ricordò allora dei giocattoli che gli elfi avevano costruito in più. Non aveva idea di cosa fossero, ma era sicuro che erano particolari.

Cosa fare? Non poteva di certo riportarli indietro, stava inoltre venendo una fitta nebbia e riusciva a orientarsi poco, doveva trovare subito una soluzione. Ecco che intravide tra la nebbia una forte luce. Si avvicinò e vide un edificio con una croce rossa, il colore che amava perché era il colore del cuore e anche del suo vestito. Si avvicinò cautamente e notò che all’interno vi era trambusto. Capì che era una nursery, nel reparto di Maternità. .

Vide persone vestite di bianco, altro colore a lui molto gradito perché gli ricordava la neve. Tutti erano molto allegri, ma, guardando bene, vide che vi erano delle culle in cui dormivano dei piccolissimi bambini, uno accanto all’altro, come dei bellissimi angioletti uniti per farsi compagnia.

Erano tutti nati da pochissimi giorni e molti di loro piangevano. Il suo istinto da Babbo Natale prese il sopravvento, doveva dar loro i regali del sacco, perché questi bimbi sicuramente non avevano potuto scrivere la letterina.

Ma come poteva portare a loro dei giocattoli che erano più grandi di loro? Pensa e ripensa non trovò nessuna soluzione, sapeva che doveva lasciare quei giocattoli lì. Aprì il sacco e con grande sorpresa vide che conteneva solo piccoli carillon di legno, tutti uguali, con una dolce musica di Natale come sottofondo.

Quanto amava i suoi Elfi, loro sapevano, avevano predisposto tutto e solo lui non aveva capito. Gli elfi sapevano che questi bimbi erano nati e non avevano nessun regalo.

Quando tutti si allontanarono mise un carillon vicino ad ogni bambino e poi sparì nella notte buia e fredda. Mentre si allontanava la musica nei carillon iniziò a suonare, tutti i bimbi del mondo, con questa dolce ninna nanna, si addormentarono. Questa soave musica lo accompagnò per tutto il lungo viaggio verso casa.

Era felice.

Dopo una buona cena e un meritato riposo sarebbe stato pronto a iniziare a lavorare per il  successivo Natale.

Il bruco sognatore

Un piccolo bruco un giorno camminava in direzione del sole. Vicino alla strada incontrò un grillo che gli chiese: “Dove vai…” Senza fermarsi, il bruco gli rispose: “Stanotte ho sognato che dalla punta della gran montagna io guardavo tutta la valle. Mi è piaciuto quello che ho visto nel mio sogno, “Devi essere proprio matto! Come puoi tu, un semplice bruco, arrivare fino a quel posto? Qualunque pietra per te sarà una montagna; una piccola pozzanghera sarà un mare e qualunque tronco sarà una barriera insormontabile per te! Ma il bruco era già lontano, e non l’udì: i suoi minuti piedi non smettevano di muoversi.

All’ improvviso sentì la voce di uno scarabeo: Dove stai andando con tanto impegno? “Sudato ed ansimando, il bruco gli rispose: “Ho fatto un sogno, e voglio realizzarlo. Salirò su quella montagna, e da li contemplerò tutto il nostro mondo”. Lo scarabeo non poté contenersi, e scoppiò a ridere. Poi disse:” Nemmeno io che ho delle zampe tanto grandi tenterei un’impresa tanto ambiziosa”. E rimase lì sdraiato a ridere, mentre il bruco continuò per la sua strada.

Lungo il cammino, il piccolo bruco incontrò il ragno, la talpa, la rana e un canarino. Tutti gli consigliavano di desistere:” Non ci riuscirai mai, non potrai mai arrivare fin là!”. Ma il bruco, dentro di sé, sentiva un impulso che lo spingeva ad avanzare. Un giorno si senti senza forze, sfinito, e sul punto di morire. Decise di fermarsi e di costruirsi col suo ultimo sforzo un posto dove riposare. Ma dopo un po’, mori.

Tutti gli animali della valle per molti giorni contemplarono i suoi resti e parlavano di lui come dell’animale più matto del paese. Una mattina, però, quando il sole brillava in una maniera speciale, qualcosa cominciò a succedere. Tutti restarono attoniti. Quella conchiglia dura ed opaca, quel monumento di un sognatore matto, quella tomba dove giaceva un verme rozzo e testardo, cominciò a schiudersi e…da quel rozzo bozzolo spuntò una farfalla dalle belle ali con i colori dell’arcobaleno.

Era un essere impressionante quello che avevano di fronte e, quando cominciò a volare, tutti ebbero lo stesso pensiero, tutti sapevano quello che avrebbe fatto: avrebbe volato verso la grande montagna, realizzando il suo sogno, quel sogno per il quale era vissuto come bruco, per il quale era morto, e per il quale era ritornato in vita.

Tutti s’erano sbagliati meno lui.

Il mio migliore amico

Giovanni andava a scuola in un grande edificio giallo con le persiane verdi. Faceva la 4ª elementare e aveva frequentato sempre la stessa scuola, dalla 1ª. Conosceva quindi perfettamente tutti i suoi compagni ma nonostante questo non aveva amici.

In quel periodo aveva visto i suoi amici crescere in statura e anche lui era cresciuto ma non arrivava mai a essere alto come loro. Questo fatto lo rendeva triste perché lo faceva sentire diverso. Ogni anno sperava nel “miracolo” ma questo non avveniva.

Inoltre ai suoi amici piaceva ridere e dialogare molto mentre lui se ne stava in disparte e nelle discussioni non interveniva mai. Non capiva se era colpa della “diversità”  che lui sentiva o perché questo facesse parte del suo carattere.

Anche la maestra, a cui lui era molto affezionato, non lo interrogava mai, come se non facesse parte del gruppo e non capiva se era per proteggerlo, o perché sapeva che avrebbe fatto scena muta o perché lo ritenesse inferiore.

Durante la ricreazione poi nessuno lo invitava a giocare con lui per cui si sedeva in disparte a guardare gli altri.

Si sentiva diverso e sapeva che questo era sì dovuto alla sua statura ma anche perché portava gli occhiali da vista, la sua pelle era scura e aveva una leggera balbuzie. Tutti dati che gli altri non avevano. Per questo tendeva  a isolarsi e non riusciva a cambiare e così i giorni e poi gli anni passavano e lui continuava sentirsi solo e triste.

Ma un giorno a scuola arrivò un nuovo bambino, Gabriele e Giovanni pensò che lui sì che era diverso: era su una sedia a rotelle. Subito pensò che adesso, essendo in due a essere “strani”, sarebbe diventato il suo amico e insieme avrebbero affrontato la scuola e la vita. Ma quanto si sbagliò, il sorriso di Gabriele attirò l’attenzione di tutti. I compagni subito lo circondarono, insieme alla maestra: chi voleva spingere la carrozzina, chi voleva sapere perché la possedeva, chi voleva sapere il suo nome, i suoi giochi preferiti, dove abitava, se aveva animali…insomma, mille domande a cui lui rispondeva sempre con il sorriso.

In pochissimo tempo tutti gli erano amici. Intuivano le difficoltà che poteva avere ma di cui non parlava mai. Tutti facevano a gara per giocare con lui durante la ricreazione.

Con il suo modo di fare, sempre gentile e garbato, con il suo sorriso, con la sua tenacia, con il suo ottimismo in pochissimo tempo tutti volevano stare insieme  a lui, compreso Giovanni. Lo stimava tantissimo, anche se raramente riusciva ad avvicinarsi a lui, per il suo carattere schivo.

Gabriele non era mai solo, aveva sempre qualcuno al suo fianco e gli inviti dopo la scuola erano notevoli.  

Egli divenne così un grande stimolo per Giovanni e per tutti, gli fece capire che  l’essere diversi e il sentirsi diversi non sono la stessa cosa, bensì sono due cose distinte. Lui era diverso solo per il fatto che non poteva camminare, ma in tutte le altre cose era un bambino uguale a tutti gli altri. Invece Giovanni, che poteva camminare, aveva dentro di se questa strana sensazione di solitudine e diversità, solo perché la sua altezza era inferiore e la timidezza spiccata.

Egli così, capì, con l’aiuto di Gabriele, che doveva capire che si stava facendo del male da solo. Nel giro di pochi giorni si fece molti amici e cominciò ad accettarsi e a sentirsi uguale agli altri.

Solo con un grande esempio di vita riuscì a sentirsi finalmente felice.

La neve condivisa

C’era una volta un piccolo paesino di montagna, molto rinomato per la quantità di neve che ogni inverno cadeva imbiancando tutto il villaggio. Era la gioia dei bimbi che vi abitavano, perché potevano giocare tutto il giorno: a lanciarsi palle di neve, gare sullo slittino, pattinaggio sul grande lago ghiacciato che si trovava ai margini del grande bosco. Era un momento felice  per tutti il periodo invernale, anche per gli adulti che erano abituati a vedere questo spettacolo naturale, ma ogni anno era diverso dal precedente.

Al contrario, nel paese vicino, erano ormai molti anni che la neve non arrivava. L’aria era più mite e correnti diverse non agevolavano questo evento. I bimbi erano tristi e passavano le lunghe giornate invernali in casa, non trovando valide motivazioni per stare all’aperto.

Un giorno di Dicembre, un ragazzino di questo paese, si recò dal vecchio saggio che abitava in una piccola casetta nel bosco. Questi era solo, non aveva famiglia e passava tutte le giornate a leggere o ad aggiustare i vari giocattoli rotti che la gente gli portava per ripararli. Viveva di quello! Come ringraziamento del lavoro svolto aveva sempre da mangiare abbondantemente.

Il ragazzino gli trasmise il pensiero di tutti i bimbi del paese: almeno per un giorno avrebbero voluto giocare con la neve.

Egli non poteva esaudire questo desiderio, ma avrebbe pensato a una soluzione.

Pensa e ripensa, gli venne un’idea brillante! Ne parlò con il suo più grande amico che viveva proprio nel paese vicino, quello dove nevicava sempre.

Un mattina il vecchio radunò tutti i bimbi chiedendo loro di seguirli. I bimbi acconsentirono. Tutti in marcia non conoscendo la meta.

Si trovarono così al confine con il paese vicino. Videro decine di bimbi del paese innevato con indosso e in mano guanti, anche per i loro nuovi amici. Erano stati accompagnati lì dai genitori e amici con la motoslitta.

Cominciò così una grande battaglia, la più esilarante, divertente e indimenticabile battaglia di palle di neve.

Curiosità:
Durante la Guerra di secessione americana, il 29 gennaio 1863, ebbe luogo la più grande battaglia di neve tra soldati, lungo il fiume Rappahannock, nel nord della Virginia. Quello che iniziò come un semplice gioco tra poche centinaia di uomini texani che buttavano palle di neve verso i loro compagni di campo dell’Arkansas si evolse presto in una rissa che coinvolse circa 9000 soldati dell’armata della Virginia.

Il 9 dicembre 2009, una folla stimata di circa 4000 studenti dell’Università del Wisconsin-Madison parteciparono ad una battaglia organizzata su Bascom Hill.

Il 22 gennaio 2010 a Taebaek, in Corea del sud, 5387 persone parteciparono a una battaglia.

 Il 6 febbraio 2010 circa 2000 persone si incontrarono a Washington per una battaglia organizzata tramite internet dopo i circa 61 centimetri caduti tra il 5 e il 6 febbraio.

 L’8 febbraio 2013, quasi 2500 studenti dell’università di Boston, presero parte ad una battaglia sul lungomare di Boston, facilitati anche dalla storica tormenta di neve Nemo.

Il 12 gennaio 2013, a Seattle, durante il Seattle’s snow day, 5834 persone presero parte alla più grande battaglia di neve, entrando nel Guinness dei primati.

Secondo alcuni studi di alcuni studenti dell’università della Pennsylvania, la capitale mondiale delle battaglie con le palle di neve è Leuven, in Belgio.

https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_palle_di_neve

Favola: il topolino ingenuo

C’era una volta un topolino che viveva, con la sua famiglia, in una grande casa. In questa abitazione abitava anche un bellissimo gatto nero con i suoi cinque piccoli gattini.

Un giorno il topolino andò dalla sua mamma e le disse: «Mamma, io voglio diventare grande, non voglio rimanere sempre così piccolo.»

«Figlio mio» gli disse la mamma, «ma noi topolini siamo piccini… perché tu vuoi essere diverso da tutti gli altri tuoi fratelli?»

«Io voglio diventare grande come il gatto, in modo da non avere più paura di lui. Tutte le volte che si avvicina mi spavento perché è enorme e io, piccolino, mi sento proprio inerme.»

Allora la mamma, con la dolcezza che hanno tutte le mamme, gli disse: «Piccolo mio, stasera andrai nel tuo lettino a fare la nanna e vedrai che domani mattina il tuo desiderio sarà esaudito.»

Il piccolo topino non se lo fece dire due volte e andò a dormire.

La mamma, però, doveva essere ben sveglia per poter escogitare un sistema per far sì che, al mattino, il desiderio del suo piccolo si esaudisse.

Pensa e ripensa le venne una bellissima idea. Andò da mamma gatta che ormai, dopo tanti anni era diventata una sua amica, e le chiese se poteva imprestarle uno dei suoi piccoli gattini per quella notte, dopo che si erano addormentati. Le spiegò il motivo di tale richiesta e, così, mamma gatta acconsentì.

Quando i gattini si furono addormentati, la gatta prese un piccolo per la collottola e dolcemente lo portò fino alla tana della famiglia dei topi. Non poteva però fare di più, perché non entrava nel buco.

Mamma topo faticò molto per spostare il piccolo micetto fino al lettino del suo adorato topolino, ma non si arrese e ci riuscì. Quando il suo piccolo, svegliandosi si ritrovò delle stesse dimensioni del gatto su felicissimo, e saltellò di qua e di là dalla gioia.

La mamma accorse accanto a lui e gli disse che tutte le cose belle non durano per sempre, per cui di godere questo momento che poi magari tutto sarebbe cambiato.

Ma al topolino questo non importava: a lui interessava solo essere più grande, fosse stato anche per un solo giorno. Dalla felicità corse fuori dalla sua tana, andò in giardino, radunò tutti i suoi amici topolini e raccontò quello che gli era successo: in una notte era diventato grande come un gatto. Tutti rimasero a bocca aperta, non capivano che cosa dicesse perché, effettivamente non trovavano nessun cambiamento in lui però non riuscivano a dirglielo talmente lo vedevano felice, così stettero al suo gioco.

Quando rientrò in casa era quasi sera, si avvicinò pian piano alla mamma gatto e vide che in realtà era di nuovo diventato piccolo, ma non importava: anche solo per poco tempo era riuscito a diventare come voleva, grande come un gatto.

Ora non aveva più paura perché sapeva che, se solo avesse voluto, sarebbe potuto di nuovo diventare grande come lui.

Favola: la fantasia

C’era una volta un bambino molto povero che viveva con la sua famiglia ai margini di un bosco. Il papà Jerry era un falegname, mentre la mamma Emily badava ai figli.

Tommy, il protagonista, era il terzo di cinque figli.

La mamma aveva il suo bel da fare per stare dietro a tutti loro, così aveva dato a ognuno dei figli un compito giornaliero da eseguire: chi andava alla fontana a prendere l’acqua, chi si interessava della legna per il camino, chi dava una mano a governare la casa, ecc. ecc.

La giornata passava velocemente tra una incombenza e l’altra, ma lo loro era una famiglia felice molto unita.

I bambini avevano anche molto tempo per giocare e la vita all’aria aperta gli concedeva molte possibilità.

I giocattoli invece erano pochi, solo quelli che il papà, tra un lavoro e l’altro, riusciva a costruire.

Con il legno che gli avanzava costruiva trenini, carriole, macchinine, bambole a cui poi la mamma metteva dei piccoli straccetti a mo’ di vestito.

La famiglia era unita e felice. Erano tutti in buona salute e con il lavoro del papà potevano acquistare il cibo necessario per tutti.

Ma il piccolo Tommy aveva un sogno: voleva vedere il mare.

Ne aveva sentito parlare spesso e aveva fantasticato su di esso. Sapeva che era immenso, che conteneva molte varietà di pesci, che potevi approdare su isole deserte. Ma questo per lui poteva essere solo un sogno perché non avrebbe mai potuto realizzarlo visto che i suoi genitori erano poveri.

La sua famiglia conosceva questo suo desiderio e una sera, mentre Tommy era fuori a guardare la luna, si riunirono per vedere cosa potevano fare, così nacque un’idea.

Il giorno del suo compleanno gli regalarono un piccolo veliero e tutta la famiglia aveva collaborato nella realizzazione. Il papà aveva costruito la barca, la mamma aveva cucito le vele da un lenzuolo, tutti i fratelli si erano adoperati per addobbarla.

Era magnifica.

Quando Tommy aprì il piccolo pacchetto avvolto in carta di giornale restò meravigliato.

Era bellissima. Ma sapeva che con quella non avrebbe mai raggiunto il mare, perché rimaneva pur sempre un giocattolo.

Il suo papà, vedendo la sua perplessità lo prese sulle ginocchia e gli disse:

«Caro Tommy, noi abbiamo lavorato per realizzare questo tuo sogno. Ora tocca portarlo avanti. Hai dentro di te la cosa più importante che possa esistere e che ognuno di noi ha: la fantasia.»

E questo consiglio servì al piccolo Tommy.

Da allora, alla sera prima di andare a dormire, guardava la sua barca e fantasticava. E nel sonno si vedeva viaggiare nel mare al timone della sua barca, al suo fianco i delfini si alzavano in volo, i gabbiani lo accompagnavano nella sua rotta, piccole isole piene di alberi e di frutti lo affiancavano e lui, solo in mezzo all’oceano, si sentiva felice.

 

Miracolo di Natale

In una casetta nel bosco viveva Tommaso e il suo cane Jo.

Tommaso era molto vecchio e altrettanto povero e, a causa degli acciacchi dell’età, non riusciva più a svolgere il lavoro da falegname che aveva fatto per tutta la sua lunga vita.

Adesso, con molta fatica, era in grado solo di raccogliere un po’ di legna per la stufa, in modo da potersi scaldare. La sua provvista di viveri, che era riuscito ad accumulare negli ultimi anni, stava scarseggiando e, a parte qualche bacca e funghi il bosco, per uno della sua età, non offriva altro. Non poteva più cacciare, anche se gli era sempre costato farlo.

Si stava avvicinando il Natale e la neve era cominciata a cadere. Il vecchio era triste ma fortunatamente aveva Jo che gli stava sempre accanto. Quando era ora di andare a dormire il cane si accovacciava ai piedi del suo adorato padrone, regalandogli un po’ di rassicurante calore.

Passarono i giorni, era arrivata la notte di Natale.

“Povero Jo, sei sfortunato come me” disse Tommaso, “Stanotte sarà Natale e io non ho nulla di buono da offrirti. Il regalo più bello per me sarebbe quello di vederti in una calda casa, vicino a un camino, con tanti bimbi attorno e una ciotola piena di cibo”.

Ma al cane non interessava nulla, lui era felice di essere lì, in quella casa fredda, accanto al suo padrone.

Passò la notte, la notte del 24 dicembre. Al mattino presto il vecchio si alzò di buon’ora, senza capire perché sentiva un grande tepore, eppure fuori la neve continuava a cadere copiosamente. Si sentiva però bene, i soliti dolori dovuti al freddo erano spariti. Jo non era accanto a lui ma, pensava, fosse andato in giro per la casa a sgranchirsi un po’ le zampe.

Si recò in cucina, convinto di dover accendere la stufa ma vide che, sul tavolo, era imbandito ogni ben di Dio. C’era tanto di quel cibo che gli sarebbe bastato per un anno intero. E lì vicino tantissima pappa anche per il suo adorato cane, che si era appisolato accanto alla stufa, che scricchiolava, carica di legna e, da dietro alla finestra, poteva vedere che fuori era ne accatastata tantissima.

Ma chi aveva portato tutto questo?, pensò il falegname. Babbo Natale? Gesù Bambino? Un angelo?

Ma non si pose ulteriori domande, chiunque fosse stato gli aveva donato uno splendido Natale.

L’uovo di gallina…di Pasqua

Stamattina ho riflettuto su che messaggio dovessi mettere per augurare a tutti la Santa Pasqua.

Un disegno? una frase? un pensiero? Poi mi sono detta che essendo un blog di favole, dovevo scriverne una, per l’occasione.

Ed ecco la favola. Spero riesca con questo a esprimervi i miei migliori Auguri!

L’uovo di gallina… di Pasqua.

C’era un uovo che era stato lasciato dalla gallina in una zona appartata del fienile. Lo aveva lasciato lì di proposito perchè era straordinariamente grande, diverso dagli altri.

E come tutte le cose diverse doveva essere isolato, non far parte del gruppo.

Questo è quello che pensava la gallina. Non era poi successo così anche alla sua amica anatra? Non aveva uno degli anatroccoli, il più brutto, che aveva lasciato di proposito mamma e fratelli perchè lo insultavano sempre? Era troppo grosso e diverso. Proprio come il suo uovo!

E l’odiosa e dispettosa gatta, non aveva isolato un suo piccolo gattino perchè il suo istinto lo credeva malato?

E la coniglietta, che dopo aver partorito è stata con loro solo due minuti per allattarli. Eh sì, lei dice che lo ha fatto per proteggere i piccoli, così la tana resta segreta.  Ma a chi la vuole dare a bere?

E l’odiosa aquila, che ogni tanto arriva dalle montagne sorvolando sopra le loro teste facendole scappare tutte. A volte però riusciva ad afferrare al volo qualche animale e lo portava via con gli artigli: si dice anche che lascia che i figli si azzuffino tra di loro senza intervenire. Poverini!

E la fastidiosa lucertola, che guizza sotto di loro facendole sobbalzare, si racconta che abbia mangiato tutte le uova ancor prima di schiudersi!

Insomma, avrebbe potuto raccontarne tante altre di storie che aveva sentito in cascina, quindi anche lei doveva fare qualcosa. Fare come tutti gli altri.

E lo fece, aveva contribuito mettendo da parte il suo uovo diverso. Ma era in fin dei conti una buona mamma, quindi lo depose nella paglia, al morbido, in una zona più fresca, in alto, in modo che altri animali non se ne cibassero.

Di più non poteva fare, affidava tutto al destino. Il suo compito era finito.

Sta di fatto che quel giorno fosse Pasqua e, nel pomeriggio, tutti i bimbi del vicinato chiesero al padrone della cascina se potevano fare una festa nel fienile, portando tutte le uova ricevute in dono e giocando con le varie sorprese contenute. L’uomo acconsentì, ben sapendo che gli avrebbero lasciato tutte le carte e la paglia sparpagliata qua e là. Figuriamoci se non avessero giocato a buttarsela addosso. Ma In fin dei conti era Pasqua!

Al pomeriggio ecco che un frotta di bimbi arrivarono, chi con uno chi con due o più uova. Sarebbe stata una grande festa!

Il figlio del contadino non potette partecipare perchè era povero, non aveva ricevuto nemmeno un uovo. Che figura avrebbe fatto ad entrare? Da mendicante, e lui non voleva questo. Stette in disparte a sbirciare e vide tirar fuori dalle uova tanti giochi. Ma lui avrebbe preferito prima mangiarsi un uovo di cioccolata intero, poi i giochi.

I ragazzi, una volta finito con le uova fecero quello che il padrone aveva pensato: giocare con la paglia. Ma mentre fecero questo chi trovarono? Il nostro grande uovo di gallina! Meravigliati dalla grossezza lo esaminarono tutti e a uno di loro, il più giudizioso, percepì che il figlio del contadino non era con loro, e sapevano che era molto orgoglioso per accettare di condividere con loro le uova di cioccolato ma……..

In cerchio, perchè lui non vedesse (lo avevano intravisto che sbirciava), presero dolcemente l’uovo di gallina, lo pulirono bene, e, ognuno donò un pezzo di cioccolato in modo da poter comporre un mosaico attorno al guscio: diventò così un bellissimo e grande uovo di cioccolato variopinto. Cioccolato nero fondente, al latte, bianco, con le nocciole. Lo avvolsero nella carta più bella che avevano e lo chiamarono.

Entrato gli diedero il suo uovo, visto che la gallina era sua. Non poteva così rifiutarlo!

Lo aprì delicatamente, e, meraviglia, anche lui aveva il suo Uovo di Pasqua, molto particolare! E dentro c’era……un pulcino!

Che bellissimo regalo. Ma la sorpresa maggiore fu capire che aveva tanti amici e non lo immaginava.

Adesso anche lui e il suo pulcino potevano unirsi con loro a giocare.

Che bella Pasqua!