Museo Etnografico Antichi Mestieri

Alcuni anni fa ho avuto modo di visitare il Museo etnografico di antichi mestieri a Pont Canavese, una valle a nord di Torino.

Fondato nel 1996 dall’Associazione per la promozione dei valori etnico-ambientali delle Valli Orco e Soana “Ij Canteir”, il museo illustra gli antichi mestieri e le attività contadine locali.

Nelle varie sale i manichini con indosso gli abiti d’epoca ti riportano, con la fantasia, indietro nel tempo. 

L’ambientazione è stata eseguita molto bene, nelle sale, la combinazione di manichini con abiti d’epoca ed attrezzi tradizionali permette la ricostruzione degli ambienti di lavoro dei diversi mestieri. Girando tra una stanza e l’altra gli spazi si animano con suggestive scene di vita quotidiana rappresentata da più di 50 personaggi e svariati oggetti che interpretano antichi mestieri ormai travolti dalla modernità.

Una sorridente lavandaia dà il benvenuto ai visitatori mentre una infaticabile materassaia prepara la soffice lana con l’ausilio della cardatrice.

Seguono tantissime altre figure di cui abbiamo sentito parlare. Quante realtà sofferte in giro per il mondo. Schegge di vita nate dalla povertà, dal bisogno di dare assistenza alle famiglie. Dure esperienze vissute con abnegazione e coraggio, tutte accomunate da un’unica speranza: il ritorno per ritrovare le proprie radici, la propria gente.

L’arrotino, il fabbro, lo spazzacamino, il ciabattino, lo stagnino, le tessitrici, il vetraio, il minatore, la mugnaia…

Questi sono solo alcuni dei personaggi che popolano questo museo.

Per info e prenotazioni telefonare ai numeri:
3494975573 – 3406115520
o rivolgersi all’Ufficio Turistico di Pont Canavese:
0127 85484

Filastrocca: la mia stella

C’è una stella su nel cielo
che mi guarda, per davvero…
se mi sposto qua e là
anche essa lo farà.

È una stella luminosa
che fa luce su ogni cosa
ma mi viene da pensare
che vicina mi vuol stare.

E ripenso alla nonnina
che mi svegliava ogni mattina,
un bacino sul visino
e poi giù dal mio lettino.

Che ricordi che io ho,
dei suoi gesti, del suo amor,
del suo cuore così grande
dal calore inebriante.

Quante cose mi ha insegnato,
quante volte mi ha abbracciato,
non la potrò mai più scordare
e quella stella me la fa ricordare.

Filastrocca: il potere dell’acqua

Ci son due bambine sedute su un masso,
guardano il fiume che fa un gran fracasso,
seguon con gli occhi le onde sull’acqua,

le può bagnare e avrebbero un’esultanza.

L’acqua è proprio un bene prezioso,
ogni bambino la guarda gioioso,
che sia di un fiume oppure del mare,
ci porta gioia, non si può negare.

Le onde del mare sulla battigia,
una barca al largo in una giornata grigia,
una boa lontano per non affogare,
molte conchiglie si posson trovare.

Il fiume invece ti porta lontano,
le onde scorrono ma non vanno piano,
i sassi rotolano e fanno rumore,
un pesce salta e ti viene il batticuore.

Di altra acqua si può ancora citare,
ma è un’altra storia da raccontare,
per oggi del fiume e anche del mare,
abbiamo parlato e può bastare.

Filastrocca: il mio nuovo amico

Lo sai che il mondo oggi è proprio strano
disse un bambino alla sua palla in mano,
gli aveva disegnato due grandi occhioni
e una bocca larga con due dentoni.

Se tu oggi parli non ti stanno a sentire,
se alzi la voce ti dicon di zittire,
non ho capito cosa devo fare,
posso dir la mia o solo ascoltare?

Vorrei comunicare ciò che sento,
anche se alcune volte non ha nessun senso,
ma è pur bello poter dialogare
e non sempre e solo dover bisbigliare.

Non ho paura di dir ciò che penso,
solo così la mia presenza ha un senso,
altrimenti sarei proprio come te,
che ascolto soltanto, come un bebè.

Decisi allora di darmi da fare,
parlare al pallone non era normale,
gli diedi un calcio e urtò un bambino,
con lui da allora gioco per benino.

Cooperativa femminile di pesca in Marocco

Pensando alle numerose barche che ho visto partire alla sera o ritornare all’alba intravedo, nei miei ricordi, uomini abbronzati, magri e sento nell’aria l’odore salmastro del mare.

Infatti questo mestiere così antico , tanto che lo ritroviamo in favole, canzoni e racconti, è sempre stato per tradizione appannaggio strettamente maschile. Così, per quanto oggi in moltissimi Paesi le donne abbiano libero accesso a tutte le professioni, è difficile cancellare degli stereotipi così duraturi e c’è chi ancora si stupisce al pensiero di una donna che si imbarca su un peschereccio.

Anche a me è difficile quindi pensare a donne che possano svolgere questo mestiere. Ma mi sbagliavo.

Vorrei citare in questo mio articolo una iniziativa perché, come mi è solito fare, ho avuto modo di vedere un servizio che trattava di questo.

Parliamo del Marocco, dove è stata creata la prima cooperativa di pesca al femminile, fondata nel 2018 tra mille tabù e tradizioni da sfidare in un Paese ancora fortemente maschilista. Ecco perché quella di Fatima, Fatiha e delle loro sorelle pescatrici della cooperativa di Belyounech è una storia di passione per il proprio mestiere.

Fatima, la presidente della cooperativa dice: “Il mare è tutta la mia vita, quella dei miei figli e della gente del villaggio”.

“Agli uomini non piaceva il fatto che una donna praticasse la pesca in mare”, ha dichiarato invece Fatiha Naji, e infatti le donne si limitavano ad aiutare a riparare le reti e a pulire le barche senza però venire retribuite. Quella che mancava era una formazione al femminile, ma anche e soprattutto un’apertura mentale che poteva ottenersi solo a costo di sfidare i molti tabù della società.

Un gruppo di donne ha deciso di mettersi in gioco e il loro progetto si è concretizzato. All’inizio hanno iniziato a venire retribuite riparando le reti, poi, dopo due anni di formazione le 19 donne della cooperativa si guadagnano da vivere con i loro pescherecci. Tuttavia le donne continuano a subire insulti e minacce.

Nel seguire la loro passione, queste donne hanno aperto una strada che fino alla generazione precedente sembrava semplicemente impossibile e l’hanno fatto con il coraggio di immaginare un mondo diverso. “Lavorare in mare non è facile”, spiega Fatima, “ma è quello che io e le mie sorelle amiamo. Alla fine è un sogno che si è avverato”.

Tratto da:

https://www.elle.com/it/magazine/women-in-society/a32576541/la-prima-cooperativa-femminile-di-pesca-in-marocco/

La storia della matita di Paulo Coelho

Questa breve favola, tratta dal libro di Paulo Coelho “Come il fiume che scorre”, invia un messaggio importante.

La storia della matita

Il bambino guardava la nonna che stava scrivendo la lettera. A un certo punto, le domandò: “Stai scrivendo una storia che è capitata a noi? E che magari parla di me.”

La nonna interruppe la scrittura, sorrise e disse al nipote: “È vero, sto scrivendo qualcosa di te. Tuttavia, più importante delle parole, è la matita con la quale scrivo. Vorrei che la usassi tu, quando sarai cresciuto.” Incuriosito, il bimbo guardò la matita, senza trovarvi alcunché di speciale.

“Ma è uguale a tutte le altre matite che ho visto nella mia vita!”. “Dipende tutto dal modo in cui guardi le cose. Questa matita possiede cinque qualità: se riuscirai a trasporle nell’esistenza sarai sempre una persona in pace col mondo.”

“Prima qualità: puoi fare grandi cose, ma non devi mai dimenticare che esiste una Mano che guida i tuoi passi. ‘Dio: ecco come chiamiamo questa mano! Egli deve condurti sempre verso la Sua volontà.”

“Seconda qualità, di tanto in tanto, devo interrompere la scrittura e usare il temperino. È un’azione che provoca una certa sofferenza alla matita ma, alla fine, essa risulta più appuntita. Ecco perché devi imparare a sopportare alcuni dolori: ti faranno diventare un uomo migliore.”

“Terza qualità: il tratto della matita ci permette di usare una gomma per cancellare ciò che è sbagliato. Correggere un’azione o un comportamento non è necessariamente qualcosa di negativo: anzi, è importante per riuscire a mantenere la retta via della giustizia.”

“Quarta qualità: ciò che è realmente importante nella matita non è il legno o la sua forma esteriore, bensì la grafite della mina racchiusa in essa. Dunque, presta sempre attenzione a quello che accade dentro te.”

“Ecco la quinta qualità della matita: essa lascia sempre un segno. Allo stesso modo, tutto ciò che farai nella vita lascerà una traccia: di conseguenza impegnati per avere piena coscienza di ogni tua azione.”

Filastrocca: la mantide cerca marito

Una mantide religiosa si vuole sposare
ma non trova nessuno che la porti all’altare.
Tanti maschietti ci vorrebbero andare
ma non c’è nessuno che lo osa fare.

Questo insetto infatti è un po’ strano
se allunghi una zampa la mangia pian piano.
È molto strana questa cosa qui
ma purtroppo la Mantide fa proprio così.

Prima di tutto non è molto bella,
però ha un corpo da modella,
le lunghe zampe sono una figura
da far invidia a qualsiasi creatura.

La sua nomea gira in qua e in là
non ha amicizie e lei questo lo sa,
ma non importa, lei è fatta così
È alta e snella e si piace così.

Filastrocca: la zanzara Pitì

Sono una zanzara e mi chiamo Pitì,
a nessuno piaccio ma son fatta così,
ho un triste compito, son fastidiosa
io pungo tutti e mi diverto a iosa.

Forse non tutti sanno perché,
siamo noiose e facciamo male, ahimè,
il nostro ronzio è per attirare un compagno,
lo cerco sempre attorno allo stagno.

Non sono cattiva, ho questo difetto,
non piaccio ai bambini, soprattutto a letto,
vi do un consiglio, lasciatemi fuori
perché se entro sono dolori.

Ogni animale è diverso dall’altro,
c’è chi è buono e chi invece tutt’altro,
son piccolina, mi puoi anche schiacciare,
solo così  mi puoi debellare.

Questa è la storia della zanzara Pitì,
è durata poco, solo per un dì,
forse è servita la sua esistenza
o forse per noi è meglio star senza!

Iniziativa filastrocche

Siamo di nuovo giunti alla premiazione della filastrocca di Maggio con la collaborazione del forum Graficamia. 

La vincitrice è Emanuela con il lavoro abbinato alla filastrocca:

Le sette ochette

Vi guardo e vi dico che siete belle,
sette ochette, tutte sorelle,
chissà perché vi chiaman giulive,
forse perché siete aggressive?

A dir la verità non so che vuol dire,
ho usato la rima per non farlo capire,
ma ora non serve, ormai ve l’ho detto,
sono piccina, ho poco intelletto.

Vi ho portato in questo boschetto,
ma non c’è l’acqua per fare il bagnetto,
ma se usiamo la fantasia,
potete nuotare con frenesia.

Facciamo che il prato sia un ruscello
e che poi dentro mettiamo un cestello,
io dentro a questo mi adagio pianino
e voi sguazzate da sera a mattino.

Ogni bambino ha la sua fantasia,
chi parla con un merlo o va in Tunisia,
è questo il bello di noi piccini,
giochiamo con niente e siam tutti bellini!

Michelangelo Rossato: illustratore

Oggi vorrei scrivere di questo illustratore di cui ho sentito parlare molto in questo ultimo periodo.

Personalmente amo gli artisti realisti, sia che si tratti di disegni o dipinti, ma ho notato, nelle biblioteche alla ricerca di libri da leggere per le nipotine o per disegni da copiare, che questo metodo di arte è sorpassato, gli stili oggi sono completamente diversi. Molto più colorati e stilizzati.

Sicuramente dietro a tutto questo ci sono tendenze psicologiche ma io, che ho sempre apprezzato i disegni di Sarah Kay, Clara M. Burd, John Loane, Norman Rockweel entrare in questa nuova ottica non è semplice.

Ritornando alla creatività di Michelangelo Rossato devo aggiungere che non solo è un illustratore di libri per bambini ma è anche uno scrittore. Parte da storie antiche raccontandole in uno stile molto attuale.

Nato in provincia di Venezia nel 1991, dopo la maturità classica, ha iniziato a interessarsi all’illustrazione per l’infanzia frequentando la Scuola di Illustrazione Ars in Fabula a Macerata. Nel 2014 si è diplomato in Illustrazione all’Accademia di Belle Arti con una tesi riguardante il legame tra la fiaba e le società matriarcali.

Attualmente Insegna illustrazione e letteratura per l’infanzia presso la scuola Ars in Fabula e l’Università Popolare di Borbiago (Venezia).

Biancaneve


La sirenetta

Iniziativa filastrocche

Siamo giunti alla premiazione della filastrocca del mese di aprile, tramite la collaborazione con il mio blog e il forum Graficamia

La vincitrice di questo mese è Paola con il lavoro abbinato alla filastrocca:

Il bambino paffuto

Sono carino, ma ho un po’ di pancino,
ma non mi vergogno: sono piccino.
Le mie guancette sono tondette,
ma se guardate sono perfette.

Io sono allegro e anche burlone,
se poi mi amate vi dono un fiore.
Questa immagine era sfocata,

ma con photoshop l’ho ritoccata.

Sono seduto sopra di un ramo,
spero che regga, ce lo auguriamo,
non voglio fare un capitombolo
se no poi rotolo, tanto sono tondo.

Gioiamo alla vita, a chi è paffuto,
a chi è magro o occhialuto,
in questo lavoro il mondo è solare,
un lampione mi illumina: che bello sognare!

Filastrocca: il sogno incantato

Stamattina presto mi sono svegliata
e in un batter d’occhio mi son preparata,
ho indossato il vestito più bello

ed ero incerta se metter il cappello.

Ho preferito inserire dei fiocchi,
ci stavan bene, i capelli sono corti,
poi sono uscita di casa, pianino
e mi sono diretta verso il giardino.

Che bella atmosfera che ho trovato,
un albero tronco che ho attraversato,
al di là un castello e mille colori,
scintillii di luci venivano fuori.

Ero in un mondo tutto incantato,
i piedi leggeri in un posto fatato
e mi destreggiavo di qua e di là,
tra nuvole e fiori, con molta abilità.

Di colpo un rumore mi fa sobbalzare,
c’è poca luce, mi devo adattare
e mi ritrovo nella mia cameretta
e sulla porta la mamma che aspetta.

È stato un sogno ed è stato bello,
mi alzo di scatto con un saltarello
e guardo la mamma e il suo sorriso,
l’abbraccio forte: questo è il Paradiso!

Iniziativa filastrocche

Eccoci giunti alla premiazione della filastrocca di Marzo tramite la collaborazione del mio blog e il forum Graficamia.

Le vincitrici di questo mese sono AnnamariaLorette con il lavoro abbinato alla filastrocca:

Il bene di una nonna

Nonna mi vieni vicino
oggi ho male al pancino,
non so che cosa ho mangiato,
forse era avariato.

La nonna gli si siede vicino
e gli accarezza il pancino,
con questo tocco beato
il bimbo si è addormentato.

Lo osserva mentre riposa,
un sorriso sul volto si posa,
chissà se starà sognando
la mamma, il papà o cos’altro.

E pensa a quando era nato
e al mondo si è presentato,
due occhi blu come il mare,
ti ci potevi specchiare.

Si sveglia di soprassalto
e vede la nonna al suo fianco,
allora è tranquillo e sa
che lei sempre accanto sarà.

Le prende la mano rugosa,
è scarna e ha lo smalto rosa,
ella gli dà un bacino

e gli rivolta il cuscino.

Dormi caro tesoro,
perché non sei da solo,
mamma e papà son lontano
ma io ti tengo per mano.

Norman Percevel Rockwell: illustratore

Sono una grande ammiratrice di molti illustratori e di alcuni ho già scritto nel blog. Sarah Kay, creato dalla mano di Vivien Kubos, Beatrix Potter con le immagini straordinarie con i suoi animali “parlanti”, John Sloane con gli incantevoli paesaggi rupestri…

Oggi invece vorrei scrivere di questo straordinario disegnatore: Norman Percevel Rockwell (3 febbraio 1894 – 8 novembre 1978)

Norman Rockwell è nato a New York da Jarvis Waring Rockwell e Anne Mary “Nancy” Hill.

Si è trasferito dal liceo alla Chase Art School all’età di 14 anni. Poi è andato alla National Academy of Design e infine alla Art Students League .

I suoi primi lavori furono prodotti per il St. Nicholas Magazine , la rivista Boys ‘Life dei Boy Scouts of America (BSA) e altre pubblicazioni per ragazzi.

Il suo primo importante lavoro artistico avvenne all’età di 18 anni, illustrando il libro di Carl H. Claudy Dimmi perché: storie su Madre Natura.

Successivamente, Rockwell è stato assunto come artista dello staff per la rivista Boys ‘Life . In questo ruolo, ha ricevuto un compenso di 50 dollari ogni mese per una copertina completa e una serie di illustrazioni per la storia. Si dice che sia stato il suo primo lavoro retribuito come artista. A 19 anni è diventato il redattore artistico di Boys ‘Life , pubblicato dai Boy Scouts of America .

Si trasferì, insieme alla sua famiglia, a New Rochelle , New York, quando aveva 21 anni. Condivise uno studio con il fumettista Clyde Forsythe, che ha lavorato per The Saturday Evening Post . Con l’aiuto di Forsythe, Rockwell inviò il suo primo dipinto di copertina di successo al Post nel 1916 e ne continuarono molti altri negli anni a seguire.

È stato pubblicato otto volte sulla copertina del Post nel primo anno. Alla fine, Rockwell ha pubblicato 323 copertine originali per The Saturday Evening Post in 47 anni. La sua Sharp Harmony apparve sulla copertina del numero del 26 settembre 1936; raffigura un barbiere e tre clienti mentre si godono una canzone a cappella .

Lavorando per The Saturday Evening lasciò la Boys ‘Life , ma continuò a includere scout nelle immagini di copertina del Post e nella rivista mensile della Croce Rossa americana.

Durante la prima guerra mondiale, volle arruolarsi nella Marina degli Stati Uniti ma gli è stato rifiutato l’ingresso perché, a 140 libbre (64 kg), era sottopeso di otto libbre per qualcuno alto 6 piedi (1,8 m). Per compensare passò una notte a rimpinzarsi di banane, liquidi e ciambelle e il giorno dopo il suo peso era aumentato abbastanza e si arruolò. Tuttavia, gli è stato assegnato il ruolo di artista militare e non ha visto alcuna azione durante il suo turno di servizio.

Durante la fine degli anni ’40, Norman Rockwell trascorse i mesi invernali come artista residente all’Otis College of Art and Design . Gli studenti occasionalmente facevano da modelli per le sue copertine del Saturday Evening Post .

Nel 1959, dopo che sua moglie Mary (sposata in seconde nozze nel 1930), morì improvvisamente per un attacco di cuore, Rockwell si prese una pausa dal suo lavoro per piangere. Fu durante quella pausa che lui e suo figlio Thomas produssero l’autobiografia di Rockwell, Le mie avventure come illustratore , che fu pubblicata nel 1960. Il Post stampò estratti di questo libro in otto numeri consecutivi, il primo contenente il famoso Triplo Autoritratto di Rockwell.

L’ultimo dipinto di Rockwell per il Post fu pubblicato nel 1963, segnando la fine di un rapporto editoriale che aveva incluso 321 dipinti di copertina.

La sua ultima commissione per i Boy Scouts of America è stata un’illustrazione del calendario intitolata The Spirit of 1976 , che è stata completata quando Rockwell aveva 82 anni.

Rockwell è stata insignito della Presidential Medal of Freedom , la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti d’America, nel 1977 dal presidente Gerald Ford . Il figlio di Rockwell, Jarvis, ha ritirato il premio.

I suoi lavori sono innumerevoli e ha illustrato più di 40 libri. 

Il lavoro di Rockwell è stato respinto dai critici d’arte seri durante la sua vita perché consideravano le sue opere decisamente troppo dolci e non è considerato un “pittore serio” da alcuni artisti contemporanei, che considerano il suo lavoro come borghese e kitsch.

Negli ultimi anni, tuttavia, Rockwell iniziò a ricevere più attenzione come pittore quando scelse argomenti più seri come la serie sul razzismo per la rivista Look.

Rockwell morì l’8 novembre 1978, di enfisema all’età di 84 anni nella sua casa di Stockbridge, nel Massachusetts.

Il problema con cui viviamo tutti – nel 2011, questo dipinto è stato esposto alla Casa Bianca quando il presidente Barack Obama ha incontrato il soggetto, Ruby Bridges , all’età di 56 anni.

By original uploader User:Jengod, Fair use, https://en.wikipedia.org/w/index.php?curid=601019


Norman Rockwell

Tratto da:
https://en.wikipedia.org/wiki/Norman_Rockwell

Colette Rosselli: illustratrice e scrittrice

Colette Rosselli, nata Colette Cacciapuoti, meglio conosciuta come Donna Letizia, nasce a Losanna da una famiglia borghese il 25 maggio 1911 e trascorre l’infanzia tra Firenze e la Versilia.

Di madre inglese e di padre italiano, Colette Rosselli è stata una delle poche illustratrici italiane ad occuparsi di libri per l’infanzia. La sua prima vocazione era verso  un genere particolare di disegno, l’illustrazione di libri per bambini.

Colette è stata una scrittrice, giornalista, illustratrice e pittrice italiana. È nota soprattutto per la seguita rubrica di bon ton, Il saper vivere, che ha tenuto prima su Grazia e in seguito su Gente.

Aveva ricevuto un’educazione superiore, sposò Raffaello Rosselli, cugino dei fratelli antifascisti assassinati in Francia, all’età di 19 anni e aveva avuto una figlia. Si separerà dal lui nel 1940.

Come illustratrice aveva iniziato a pubblicare i suoi disegni a New York per le riviste Harper’s Bazaar, Mademoiselle e Vogue, illustrando anche libri per bambini, alcuni dei quali scritti da lei stessa

Il primo libro di Susanna, scritto per la figlia, è pubblicato durante la guerra con lo pseudonimo Nicoletta, e narra le vicende di una bambina, un cagnetto e un uccellino. Segue Il secondo libro di Susanna.

Per Mondadori pubblica in seguito altri volumi, tra i quali ricordiamo Prime rime, Collolungo, Questa è Margherita e Il Cavaliere Dodipetto.

Stanca di essere l’illustratrice più sottopagata, negli anni sessanta cessa l’attività di illustratrice per l’infanzia abbandonando la Mondadori in favore di altri editori per i quali scriverà soprattutto libri di galateo e di memorie.

Colette era una bella signora, elegante e raffinata, disegnatrice e giornalista e, non più giovanissima, divenne la moglie di un importante giornalista italiano: Indro Montanelli. Ebbero una lunghissima relazione sfociata nel matrimonio solo nel 1974, dopo il divorzio di lui dalla prima moglie.

Un matrimonio molto particolare: lei a Roma nella sua casa di Piazza Navona, lui a Milano, uniti dall’amore per la reciproca indipendenza, la riservatezza e il desiderio di preservare la loro intimità di fronte ai pettegolezzi. Vicino a Firenze, a Fucecchio, città natale di Montanelli, nel palazzo della Fondazione Montanelli Bassi sono stati ricostruiti esattamente come erano, per volontà e lascito dello stesso Montanelli, i suoi due studi di Milano e Roma con tutti gli arredi, compresi i libri, e qui si trovano anche tutti gli scritti, i libri, le dediche e altri cimeli della stessa Colette.

Le illustrazioni e la pittura resteranno la sua passione e nel corso degli anni i suoi quadri vennero esposti in importanti gallerie.

Nel gennaio 1996 viene colpita da un ictus, in seguito al quale muore il 9 marzo successivo nella sua casa romana a piazza Navona.

 

Tratto da:

http://sebastianozanetello.blogspot.com/2016/03/colette-rosselli-ovvero-prime-rime-per.html

https://blog.libero.it/laviaggiatrice/10955965.html

Iniziativa filastrocche

È da più di un anno che collaboro con il forum Graficamia. 

Ogni mese inserisco nel loro forum un contest con una nuova filastrocca e le bravissime grafiche eseguono un lavoro  inerente la filastrocca inserita, cambiandola ogni mese.

Non è cosa semplice ma loro con grande impegno riescono sempre ad abbinare al tema della filastrocca un bellissimo lavoro grafico. 

La vincitrice del mese di Febbraio è Duchessa con il lavoro abbinato alla filastrocca:

L’uccellino altruista

Un uccellino è passato su un prato
e si è appoggiato ad un ramo spezzato,
gira la testa di qua e di là,
ha molta fame ma fortuna non ha.

Nel freddo inverno, dove tutto è ghiacciato,
trovare del cibo non è proprio scontato,
i vermi ormai sono tutti spariti

e anche i semi si son rinsecchiti.

Eppure qualcosa deve trovare,
non può vivere senza mangiare.
Ecco, vede una luce in una casina,
è molto lontana ma è tanto carina.

Dispiega le ali, è pronto a partire,
prima o poi la fortuna deve venire,
comincia a volare e va piano piano,
fa molta fatica e la casa è lontano!

Si appoggia sul vetro della finestra,
si accorge che dentro c’è una gran festa,
ma poi, con lo sguardo vede un piattino
con dentro le briciole, sul balconcino.

Anche per lui oggi è un festa,
mangia le briciole ma qualcuna ne resta,
vuole dividerle con un altro uccellino
e spicca il volo dal balconcino.

   

Il guardiano del faro

Come ho scritto più volte amo la montagna ma anche il mare. Sono nata in una città di mare per cui questo elemento l’ho nel mio DNA. Da giovane passavo molte ore in spiaggia nel mio tempo libero, da Marzo fino a Novembre e amando molto abbronzarmi mi crogiolavo al sole per ore e ore. Il silenzio rotto solo dalle onde che battevano dolcemente sulla battigia faceva da sottofondo ai miei pensieri.

Quando ho letto la storia di Paolo ne sono rimasta incantata. Sessant’anni portati bene, fisico magro, un po’ di barbetta grigia. Ha deciso di diventare farista per aver sempre un contatto diretto e costante con il  mare, il vento, la natura, fuori da tutto, da ogni schema, e per la libertà di organizzarsi la giornata e gli impegni lavorativi.

L’orario di lavoro di Paolo è dalle 8 alle 14 per  cinque giorni a settimana. Dopo 25 anni di lavoro al servizio fari presso il comando Zona Fari di La Spezia, ha deciso di accettare, due anni fa, questo ruolo. Il faro è quello di Portofino, cittadina clou della riviera di levante del litorale ligure.

Il Servizio fari è affidato dal 1911 alla Marina militare. Si accede al lavoro di Guardiano del faro solo se si è dipendenti della Marina, occorre poi avere la categoria di assistente tecnico nautico, avere la patente militare e l’autorizzazione a condurre natanti.

 Paolo deve risolvere tempestivamente le varie avarie, la pulizie delle ottiche dei vetri in modo che il segnalamento abbia la massima visibilità, le varie manutenzioni agli impianti».

La nostra idea “romanzata” di farista è diversa. La nostra immaginazione ci porta a pensare al faro collocato in mezzo al nulla, in zone nordiche dove il mare impervio, nelle notti di tempesta, si abbatte sulla terra abbattendo tutto ciò che incontra.

Quante storie potrebbero raccontare i fari !  Di terribili tempeste che li squassavano alle fondamenta, di salvataggi, di naufragi e, ma c’è un altro aspetto dei fari poco conosciuto, ma altrettanto affascinante : IL MISTERO.  Forse perché si trovano sempre in zone isolate e selvagge il pensiero corre a presenze misteriose che li abitano, sarà per via del vento che sibila su per le scale a chiocciola, per il rumore delle onde ai suoi piedi,  o per il tamburellare della pioggia sui vetri …forse si tratta di vecchi  guardiani finiti in mare nel tentativo di un salvataggio, o di uomini e donne morti di solitudine, lontani da tutto. 

Ma la storie più belle le racconta quel fascio di luce che spazza il buio della notte, quel fascio che lambisce il mare, che dice al il marinaio che lì c’è un pericolo da evitare, e che da lì può arrivare al porto e alla salvezza.   

Ma sappiamo che I fari sono monumenti antichi, molti risalgono ad epoche lontane, i più recenti sono stati costruiti nei primi anni del 1900 ed hanno quindi già più di cent’anni e non ne verranno più costruiti, non ce ne saranno mai dei nuovi, sono quindi il ricordo di un’epoca passata che non tornerà più.

Ritornando a Paolo aggiungo che bisogna esserci portati per fare questo mestiere, non soffrire di solitudine, essere capaci di stare bene con se stessi e, cosa più importante, saper fare di tutto.

Egli afferma: «Il mio sguardo che si perde verso  un orizzonte unico ed inspiegabile, la solitudine ed il contatto con il mare blu e le onde spumeggianti mi ripagano di ogni arduo sacrificio e dei piccoli sforzi quotidiani».

Tratto da: 
https://nuvola.corriere.it/2019/02/13/paolo-guardiano-del-faro-la-mia-vita-a-contatto-con-la-natura/

https://digilander.libero.it/2mareblu/storie_di_fari.htm

Filastrocca: il mio fratellino

Mamma ha chiamato me e papà,
doveva parlarci, altro non si sa,
forse ho fatto una marachella,
oppure deve dirci una cosa bella.

Ella ci ha detto che aspetta un bambino,
papà è raggiante, io solo un pochino.
dovrei divider con lui la stanza
e poi di giochi non ne ho abbastanza.

Non era proprio quello che volevo,
ho detto la mia, non so se potevo.
La famiglia adesso si allargherà,
un nuovo bebè presto arriverà.

Dovrò dividere adesso il loro amore,
ma ci sarò ancora sempre nel loro cuore?
Oppure di me si sarebbero scordati
e nemmeno a scuola saremmo più andati?

Passarono i mesi in tranquillità,
mamma era più bella, il perché non si sa,
ella si sentiva stanca e affaticata,
ma un bel giorno sarebbe stata ripagata.

Ed ecco che nacque il mio fratellino,
era piccolo, gracile ma era bellino,
gli presi la mano, era freddina,
ma era molto bella e piccolina.

Mi dispiacque subito di aver pensato
che questo bimbo non lo avrei amato,
lo strinsi a me con grande affetto,
era mio fratello ed era perfetto!

Filastrocca: la vita nel laghetto

Nel mio giardino
c’è un laghetto,
non è tanto grande
ma è perfetto.

Ci sono rane
e anche girini
ed è la gioia
di tutti i bambini.

Se guardi dentro
ci sono tante foglie
con sopra le rane
e l’acqua le accoglie

Si tuffano sempre,
è un trampolino
e il loro ‘splash’
fa sussultare un bambino.

I fiori nell’acqua
sono ondeggiati
basta un poco di vento
per vederli spostati.

Non hanno una sede,
non sono ancorati,
si mischian tra loro
son molto fortunati.

E se la sera
ti fermi a guardare
è tutto più calmo
e ti ci puoi specchiare.

Sol le libellule
librano sopra,
dai colori brillanti,
verde, blu o rosa.

Iniziativa filastrocche

Siamo giunti alla premiazione della filastrocca del mese di  Gennaio tramite la collaborazione tra il mio blog e il forum Graficamia.

La vincitrice di questo mese è Annamaria   con il lavoro abbinato alla filastrocca:

Gennaio

Sono Gennaio, non son tanto bello
e porto in testa un grande cappello,
a molti piaccio e son proprio buoni

invece molti mi voglion far fuori.

Sono un po’ strano, questo lo so,
porto la pioggia oppure no,
porto la neve che riscalda i cuori
ma solo ai bambini perché giocano fuori.

Molti vecchietti di me han paura,
io porto il freddo e non è cosa sicura,
ma che volete, non c’è nulla da fare,
io devo venire, non mi posso assentare.

L’Ospedale delle bambole

Oggi vorrei scrivere un articolo abbastanza particolare, soprattutto in questo periodo dove si parla, purtroppo quotidianamente, di ospedali e di morti.

Il tema è lo stesso ma in una veste diversa e molto più “leggera”.

Vorrei citare la cosiddetta “dottoressa delle bambole”, Greta Canalis. Questa giovane donna proviene da una famiglia di artigiani. Il suo laboratorio è situato a Torino. È un piccolissimo locale, un salottino come lei lo definisce.  

Le bambole dei nostri ricordi, che ci hanno accompagnato nella nostra infanzia e hanno bisogno di essere restaurate trovano un ambiente consono a loro.

Sembrerebbe  a prima vista un lavoro facile ma i materiali di una volta, come lei comunica, erano di recupero, tipo celluloide, cartapesta, paglia, quindi il ridare nuova vita non è così semplice.

Quello che è interessante è la storia che è legata dietro alle bambole. La persona che accede al negozio per il restauro racconta sempre il legame con la bambola. La sua storia viene raccontata e Greta, ascoltatrice di questa, dice che è difficile, per un adulto,  riportare nel dialogo le emozioni per cui ne fa veramente tesoro di questo.  Riparare bambole è più di un lavoro. «Dentro ci sono i ricordi delle persone – spiega Greta – e ridare vita a una bambola significa mantenere vive le emozioni che ci portiamo nel cuore».

La clientela in negozio è varia. Le bambine hanno una sorta di “precedenza”. «Quando mi lasciano la bambola, i loro occhi si riempiono di tristezza. E’ come se si separassero dalla sorellina. Per cui non posso deluderle e devo anche fare in fretta». Ma ci sono anche anziane che arrivano con oggetti che racchiudono storie toccanti. «Una signora mi portò una bambola con indosso i vestitini della figlia, morta quando era piccola. In quegli istanti capisci che stai lavorando a contatto con sentimenti fortissimi».

Greta restaura bambole, peluche, orsacchiotti e tutti quei giochi che hanno riempito gli anni più spensierati di ognuno di noi.

E pensare che da piccola, mentre giocava nelle campagne della sua Tonengo, nel Canavese, Greta non aveva poi tutta questa grande passione per le bambole. «Mi piacevano, certo. Ma ero come tutte le altre bimbe». Ora, invece, sono parte della mia vita».

Ci sono altri Ospedali per le bambole sparsi per l’Italia ma questa sarà un’altra Storia.



Tratto da:

https://www.cronacaqui.it/greta-dottoressa-delle-bambole-cosi-rivivono-sogni-delle-bimbe/

Bella e l’alano George

Eccomi di nuovo a scrivere una storia vera di cui ho sentito parlare ultimamente. Questa volta i veri personaggi sono una bambina e un cane, precisamente un alano.

Questa bella bambina di Woburn (Massachusetts) Bella Burton, all’età di due anni ha iniziato ad avere problemi di crescita. Dopo varie visite effettuate da specialisti le è stata diagnosticata la “Sindrome di Morquio”. Questa le ha causato problemi cardiaci e paraplegia.

Ha subito 9 interventi ma non ha mai potuto abbandonare la sedia a rotelle e le stampelle.

Non riesco ad immaginare il dolore dei genitori, impossibilitati a fare qualsiasi cosa per il bene della bimba. Il fatto poi che Bella fosse consapevole di tutto accresce ancora di più il tormento.

Ma come tutte le favole a lieto fine ecco che arriva il nostro Principe azzurro a salvare la bambina.

Dopo la conoscenza, da parte dei genitori, di un progetto in cui alcuni cani  alani venivano addestrati per aiutare persone in difficoltà motoria, questi si sono recati con la bimba nel centro di addestramento  e qui Bella ha incontrato il suo amico più prezioso. Dicono che è stato amore a prima vista. George, il nome del cane, già da subito è stato ammaliato da questa bimba e non voleva allontanarsi da lei.

L’alano, addestrato dal Service Dog Project di Ipswich (Massachusetts), è entrato a far parte della vita di Bella e da allora l’accompagna ovunque lei vada: a scuola, in palestra, al centro commerciale e a fine giornata si addormenta accanto a lei.

La sua sedia a rotelle è stata parzialmente abbandonata e le stampelle sono state sostituite da George che funge da appoggio alla piccola.

George e Bella hanno un legame inscindibile e lui farebbe di tutto per lei. Sono inseparabili!

George l’ha aiutata a guadagnare autostima, indipendenza e felicità. Con questa motivazione la fondazione American Kennel Club ha incluso l’alano tra i vincitori del premio per l’eccellenza canina.

Ora Bella ha 11 anni e con George al suo fianco è una bambina felice.

(a cura di Marisa Labanca)

Film Wonder

Come ho scritto più volte i miei interessi verso il grande schermo e la lettura sono sempre stati orientati a casi di storie vere, soprattutto legate a bambini o a portatori di handicap. Mia figlia minore mi dice sempre che dovrei farmi valutare psicologicamente perché questo interesse ha sicuramente una sua motivazione, ma visto che lei è in questo ambito lavorativo non prendo assolutamente in considerazione il suo consiglio e vado avanti con i miei interessi.

Ritornando a noi, il mio ultimo film visto (anzi rivisto) è stato Wonder e avevo già scritto qualcosa su questo film che ripropongo perché lo avevo scritto molti mesi fa.  

Buona lettura

Quando mi hanno parlato che era uscito un film con Julia Roberts, che stimo tantissimo come attrice, ne sono andata alla ricerca e l’ho  visto. Inoltre con la visione del film avrei anche trovato stimoli per scrivere l’articolo per il mio blog, che da tempo avevo in serbo, in quanto questi affronta sia il tema del bullismo sia la diversità, due temi importanti attuali che volevo trattare.

Il libro è tratto da una vera esperienza della scrittrice statunitense, Raquel Jaramillo, nota con lo pseudonimo di R.J. Palacio. Un giorno, in gelateria, il figlio di tre anni scoppiò a piangere perché aveva visto una bambina affetta dalla disostosi mandibolo-facciale, la sindrome di Treacher Collins, una malattia rara congenita dello sviluppo craniofacciale, associata a diverse anomalie della testa e del collo che colpisce un neonato su 50mila.

Tornata a casa, R.J. Palacio provò molta vergogna e decise di raccontare la storia di quella bambina e di Auggie la notte subito dopo l’incontro in gelateria: “Ho iniziato a pensare a come deve essere vivere ogni giorno guardando in faccia un mondo che non sa come guardarti”.

Da questa esperienza nasce il libro Wonder che racconta la storia di uno sfortunato ragazzo affetto da questa malattia.

Ritornando al film, che si intitola ugualmente Wonder, che in italiano significa Meraviglia, con sincerità parla ai ragazzi e alle famiglie permettendo loro di affrontare temi importanti come la diversità, la malattia, le difficoltà quotidiane, il mondo della scuola e il bullismo con un sorriso bagnato di lacrime di commozione.

Nel film è drammatica la scena della sua nascita dove le infermiere lo nascondono alla vista della madre, subito dopo il parto, nello sguardo terrorizzato della donna che teme il peggio.

Dopo l’accettazione amorevole da parte dei genitori e della sorella, decidono di dedicargli tutto il maggior tempo possibile per evitargli ogni dolore.

Quindi la mamma funge da maestra insegnandogli tantissime cose e quando lui deve uscire lui indossa un casco da astronauta per evitare i commenti delle persone.

Quando Auggie cresce, dopo aver subito 27 interventi chirurgici correttivi, i genitori decidono di iscriverlo a una scuola media pubblica. Sanno che non possono proteggerlo dal mondo circostante per sempre con tutte le sue insidie. Entrambi vogliono che il bimbo si faccia delle amicizie ma già alla fine del giorno viene soprannominato “Barf Hideous” (che in italiano diventa Darth vomito).

Riuscirà a trovare un amico in Jack, un ragazzo dolce e sensibile che tuttavia esita ad avvicinarsi al nuovo ragazzo diverso per non uscire dal suo gruppo.

Nella scuola è vittima di bullismo, ma il protagonista di Wonder si piega, ma non si spezza. Agli insulti, alle angherie, Auggie risponde sempre con la gentilezza.

Con indicibile audacia Auggie mostra al mondo il suo vero viso, non quello segnato dalle cicatrici degli interventi chirurgici ma quello di un bambino intelligente e sensibile, capace di conquistare il cuore delle persone con gentilezza e umorismo.

Egli è un bambino forte, ma al contempo pieno di ansie e paure che si scopre artefice di un cambiamento positivo dei suoi coetanei nella classe.

Questo cambiamento è sottolineato dal preside della scuola nel suo encomio finale, dove cita alcuni passi di un autore, fondatore della scuola, che sottolineano come la forza di un cuore che trascina altri cuori è motivo di orgoglio e di importanza più di un’ opera di carità.

Il bimbo è pronto sempre a porgere l’altra guancia, e grazie al suo modo di essere conquisterà tutti e in poco tempo diventerà l’allievo più popolare della scuola media Beecher Prep.

Quando un amico gli chiede se ha mai pensato a un intervento chirurgico egli risponderà:”Questo è dopo la chirurgia plastica. Non è facile essere così belli”!

Ci sono almeno tre cose meravigliose in Wonder. Primo il fatto che dipinga i genitori del bambino come “porte”. La loro funzione principale all’interno della storia è infatti sia quella di proteggere il bambino e la sorella dalle brutture del mondo, sia quella di lasciarsi attraversare in modo che i figli vadano oltre, nel caos della vita. Poi che ribadisca come la scuola sia ancora il luogo più importante dell’educazione e della crescita personale, e che infine rivendichi una morale che non ci si stanca mai di sentire. L’ironia, l’intelligenza, l’amore, sono i mezzi con cui si reagisce alle durezze della vita, passando da una situazione di debolezza a una di forza.

Certo, questo è un film a lieto fine, se si può definire così. Il bimbo ha saputo reagire ma soprattutto ha saputo accettarsi con i suoi limiti e i suoi difetti. Ma purtroppo nella vita non sempre avviene così.

Il bullismo è una piaga sociale. Il diverso viene etichettato e preso di mira. La diversità, questa condizione universale che esce dai canoni e ti isola o addirittura ti annienta.  

Ma chi sono i diversi e perché non sono accettati? Eppure si dice che la diversità è una ricchezza. Ce lo insegna la natura. È attraverso la diversità che si arriva alla conoscenza. Ciascuno di noi contribuisce con la sua tessera al grande mosaico (in perenne estensione) del sapere umano.

Tu non sei come me, tu sei diverso,
ma non sentirti perso.
Anch’io sono diverso, siamo in due
se metto le mani con le tue.
Certe cose so fare io, e altre tu
e insieme sappiamo fare anche di più.
Tu non sei come me, son fortunato,
davvero ti son grato
perché non siamo uguali:
vuol dire che tutte e due siamo speciali.

(Bruno Tognolini)

Notizie tratte da Wikipedia 

Iniziativa filastrocche

Siamo giunti alla premiazione dell’ultima filastrocca di quest’anno, cioè quella di Dicembre, con la collaborazione tra il mio blog e il forum Graficamia.

La vincitrice è Paola con il lavoro abbinato alla filastrocca:

Babbo Natale e la casa nel bosco

In una piccola casa nel bosco
viveva un uomo, era un po’ orso,
non gli piaceva molto parlare
ma tutto il giorno si dava da fare.

Tagliava la legna, curava gli uccelli,
amava molto i pipistrelli,
erano brutti, nessun li voleva,
forse per questo ad esso piacevan.

Un giorno al caldo, nella casetta,
mentre di fuori c’era tempesta,
si mise a pensare: “Che vita che faccio,
sono qui solo, con questo tempaccio.

Io sono qui, nella casetta,
sono al caldo ma nessuno mi aspetta,
lo so, non amo molto parlare,
ma se insisto ce la posso fare”.

Chiamò a raccolta i suoi amici animali,
doveva lasciarli e andar dagli umani,
solo così poteva trovare
un nuovo amico con cui conversare.

Qualcosa di bello doveva portargli,
qualcosa di raro doveva fargli,
prese del legno e cominciò a lavorare,
fece un carretto, poteva bastare.

Ma fece ancora tanti altri oggetti,
venivano bene, eran perfetti.
Un cavallino, la macchinina,
anche un pupazzo e la bambolina.

E mise tutto dentro un sacco,
pesava tanto, era proprio fiacco,
chiamò allora degli amichetti,
erano gnomi, piccoletti.

Avete capito di chi parliamo,
e che ogni anno noi festeggiamo?
È Babbo Natale, che ama i bambini
e porta i doni anche ai birichini.

La neve condivisa

C’era una volta un piccolo paesino di montagna, molto rinomato per la quantità di neve che ogni inverno cadeva imbiancando tutto il villaggio. Era la gioia dei bimbi che vi abitavano, perché potevano giocare tutto il giorno: a lanciarsi palle di neve, gare sullo slittino, pattinaggio sul grande lago ghiacciato che si trovava ai margini del grande bosco. Era un momento felice  per tutti il periodo invernale, anche per gli adulti che erano abituati a vedere questo spettacolo naturale, ma ogni anno era diverso dal precedente.

Al contrario, nel paese vicino, erano ormai molti anni che la neve non arrivava. L’aria era più mite e correnti diverse non agevolavano questo evento. I bimbi erano tristi e passavano le lunghe giornate invernali in casa, non trovando valide motivazioni per stare all’aperto.

Un giorno di Dicembre, un ragazzino di questo paese, si recò dal vecchio saggio che abitava in una piccola casetta nel bosco. Questi era solo, non aveva famiglia e passava tutte le giornate a leggere o ad aggiustare i vari giocattoli rotti che la gente gli portava per ripararli. Viveva di quello! Come ringraziamento del lavoro svolto aveva sempre da mangiare abbondantemente.

Il ragazzino gli trasmise il pensiero di tutti i bimbi del paese: almeno per un giorno avrebbero voluto giocare con la neve.

Egli non poteva esaudire questo desiderio, ma avrebbe pensato a una soluzione.

Pensa e ripensa, gli venne un’idea brillante! Ne parlò con il suo più grande amico che viveva proprio nel paese vicino, quello dove nevicava sempre.

Un mattina il vecchio radunò tutti i bimbi chiedendo loro di seguirli. I bimbi acconsentirono. Tutti in marcia non conoscendo la meta.

Si trovarono così al confine con il paese vicino. Videro decine di bimbi del paese innevato con indosso e in mano guanti, anche per i loro nuovi amici. Erano stati accompagnati lì dai genitori e amici con la motoslitta.

Cominciò così una grande battaglia, la più esilarante, divertente e indimenticabile battaglia di palle di neve.

Curiosità:
Durante la Guerra di secessione americana, il 29 gennaio 1863, ebbe luogo la più grande battaglia di neve tra soldati, lungo il fiume Rappahannock, nel nord della Virginia. Quello che iniziò come un semplice gioco tra poche centinaia di uomini texani che buttavano palle di neve verso i loro compagni di campo dell’Arkansas si evolse presto in una rissa che coinvolse circa 9000 soldati dell’armata della Virginia.

Il 9 dicembre 2009, una folla stimata di circa 4000 studenti dell’Università del Wisconsin-Madison parteciparono ad una battaglia organizzata su Bascom Hill.

Il 22 gennaio 2010 a Taebaek, in Corea del sud, 5387 persone parteciparono a una battaglia.

 Il 6 febbraio 2010 circa 2000 persone si incontrarono a Washington per una battaglia organizzata tramite internet dopo i circa 61 centimetri caduti tra il 5 e il 6 febbraio.

 L’8 febbraio 2013, quasi 2500 studenti dell’università di Boston, presero parte ad una battaglia sul lungomare di Boston, facilitati anche dalla storica tormenta di neve Nemo.

Il 12 gennaio 2013, a Seattle, durante il Seattle’s snow day, 5834 persone presero parte alla più grande battaglia di neve, entrando nel Guinness dei primati.

Secondo alcuni studi di alcuni studenti dell’università della Pennsylvania, la capitale mondiale delle battaglie con le palle di neve è Leuven, in Belgio.

https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_palle_di_neve

Nuova collaborazione con blogger

Ritengo la collaborazione una cosa positiva perché il riscontro con gli altri è essenziale, in qualsiasi ambito. Ormai tutti coloro che si mettono in proprio si legano ad altre figure che rientrano, anche parzialmente, nel loro progetto lavorativo. Questo per offrire un maggior numero di professionisti in un unico riferimento.

In questo specifico caso la collaborazione è con un sito che  tratta attività dirette a bambini. 

Riporto la sua descrizione!

La Favola Vagante si occupa di educare i bambini e i grandi attraverso  le favole, la musica e le filastrocche.

La mia esperienza di una vita passata nella musica e nella educazione dei bambini, la trovate in questo blog.

La priorità viene data a quelle favole che nella loro metafora si occupano di problematiche sociali di grande rilevanza come: La libertà, la democrazia, la donazione, l’amore per i genitori e l’amore in senso generale, il rispetto della natura, il rispetto degli altri.

La mia esperienza di educatore mi ha portato a mettere insieme  la musica, le favole e le immagini, potenziandone cosi  la loro forza reciproca.

Sono nate così dopo le favole, i racconti musicali, e i cartoni animati; favole che potete trovare su Amazon, mentre i racconti  musicali e i cartoni animati, si trovano nei miei concerti multimediali online.

Genitori e insegnanti troveranno materiale da utilizzare ai fini educativi  (favole, filastrocche, disegni, canzoni per bambini, giochi musicali, materiale per recite scolastiche).

La mia ispirazione educativa suggerita da S. Suzuki è nel metodo della “Madre Lingua” , metodo che sta ad indicare che la prima e più importante responsabilità educativa è nelle mani dei  genitori e loro hanno questa grande responsabilità, successivamente il compito passa agli insegnanti!

http://www.lafavolavagante.org/

https://www.facebook.com/lafavolavagante

Filastrocca :gli elfi e Babbo Natale

Siamo gli elfi e siam piccini,
noi piacciamo a tutti i bambini
ma non abbiamo ancora capito
se è per i doni o il nostro vestito.

Alla mattina di buon’ora
siamo ancora sotto le lenzuola,
una campana rimbomba nell’aria,
è la nostra sveglia ed è necessaria.

Tutti di corsa andiamo a lavarci,
è un grande caos per accaparrarci
sia il sapone che l’asciugamano,
facciamo presto o la colazione saltiamo.

Poi profumati e tutti bellini
andiamo a finire i giocattolini,
chi è addetto alle bambole o ai trenini,
chi ai peluche o ai cavallini.

Che bella atmosfera che noi creiamo,
una musica dolce nell’aria sentiamo,
siamo ancora assonnati e anche stanchini
ma Natale è vicino:pensiamo ai bambini!

Ecco, siam pronti, è tutto finito,
facciamo i pacchetti con qualche candito,
le renne aspettano che i sacchi mettiamo,
son pronte a partire e tutti aspettiamo.

Ecco Babbo Natale, è ancora più bello,
per noi lui è un caro fratello,
no , anzi, qualcosa di più,
gli vogliamo un gran bene tutti quassù.

Ed ecco che partono, con un saluto,
anche questo Natale abbiamo potuto
costruire giocattoli per i bambini,
siamo proprio contenti, anche se siam piccini.

Filastrocca: caro Babbo Natale

Toc toc. Posso entrare?
Però nessuno mi deve disturbare,
sono venuto a portare dei doni,
mi hanno detto che i bimbi son stati buoni.

Ecco in un angolo una letterina,
non c’è nessuno in casa stamattina.
Con questo freddo chissà dove sono andati,
c’è anche la neve, si saran bagnati!

Ora mi siedo in questa bella poltrona,
è di raso rosso e sono sveglio di buon’ora.
Sprofondo così nel morbido tessuto
mi sento proprio molto benvoluto.

Però purtroppo nel caldo tepore
mi addormento e passano le ore
e mi ricordo d’un tratto della letterina,
non l’ho ancora aperta, che figura barbina!

“Caro Babbo Natale, sono dovuta partire,
oggi la mamma deve partorire,
ti ho lasciato sul tavolo i biscottini,
un poco di latte e alcuni grissini.

Dona i miei regali a un altro bambino,
a me basta avere un fratellino,
non c’è al mondo cosa più bella,
sul mio albero di Natale aggiungo una stella!”

Iniziativa filastrocche

Siamo giunti alla premiazione della filastrocca del mese di Novembre tramite la collaborazione del mio blog con il forum Graficamia. 

La vincitrice è Lorette con il lavoro abbinato alla filastrocca:

Non sono un pesce

Mi sono tolta il pannolino
e mi sono infilata il costumino,
ora nel mare mi devo buttare
ma ho paura, non c’è niente da fare.

Il babbo mi guarda con un sorrisetto,
il baffo trema, mi dà uno sberleffo.
Questo mi fa ancora più arrabbiare
e non mi aiuta di certo ad entrare.

Passa davanti a me un pesciolino,
mi dà uno sguardo, è proprio carino.
Chissà chi gli ha insegnato a nuotare,
eh, la natura, quante cose sa fare.

E noi bambini invece perché,
dobbiamo nuotare, senso non c’è.
Già dobbiamo imparar a camminare,
e la pipì addosso non possiamo più fare.

Se sbagliamo in qualcosa ci sanno sgridare,
siamo piccini, dobbiamo imparare.
Il pesce nuota, la rana salta,
l’uccello vola, la biscia avanza.

Invece io devo imparare a nuotare,
non sono un pesce ma lo devo fare.
Guardo la mamma e poi il papà,
mi butto nel mare, che contenti li fa!

La donna marinaio: Lucia Pozzo

Nel giorno commemorativo dedicato alla violenza sulle donne, il 25 Novembre, con il morale a terra per i dibattiti seguiti e le ultime notizie tragiche del telegiornale, ho voluto cercare qualcosa di positivo riguardante il gentil sesso e sono capitata su un sito. Devo dire che avevo già preso in considerazione questo nome fra tanti altri per scrivere poi degli articoli sul mio blog.

Oggi quindi vorrei citare questa straordinaria donna torinese, classe 1961, che ha fatto dello sport il suo modello di vita.

Quello che riporto è solo una sintesi di tutto quello che questa straordinaria donna ha fatto nella sua lunga carriera. Posso senza ombra di dubbio dire che ha vissuto pienamente ogni singolo giorno.

Lucia Pozzo ha iniziato la sua carriera sportiva già dall’età di 4 anni.

Le sue prime attività sono state orientate verso gli sport di montagna, quali lo sci alpinismo, l’arrampicata, il trekking per poi passare all’equitazione, scherma…

Si avvicina agli sport acquatici utilizzando il kajak e irrobustisce i muscoli con il windsurf.

All’età di 17 anni si avvia allo sport della vela e le gelide acque dei laghi del nord Italia la temprano e la avvicinano sempre più ad aiutarla a capire che la vela è uno sport avventuroso e affascinante.

Si laurea in architettura con una tesi sperimentale di indirizzo navale: la progettazione di una barca a vela realizzata in ferro cemento molto sottile, alleggerito con degli inerti speciali.

Nel 1985 si fa sponsorizzare una serie di regate importanti. Raduna il primo equipaggio italiano composto da tutte donne e le allena su una barca che battezza con il nome “Invicta Delfino Rosa”, che sulla fiancata porta dipinto un gran delfino con occhioni azzurri e lunghe ciglia.

Ottiene numerose vittorie. L’equipaggio femminile dà lustro al suo capitano per ben tre anni; a questo punto della carriera, una prestigiosa fabbrica di automobili, rende possibile allo “Stint ex Adriaco”, un tredici metri del 1908, appartenente alla classe 8 metri stazza internazionale, la partecipazione ai più prestigiosi raduni di vele d’epoca del Mediterraneo, con la vittoria del premio “Donne in Carriera” al trofeo Dipartimento Alto Tirreno. Si dice che la veloce barca sia appartenuta al mitico Barone Rosso, asso dell’aviazione della prima Guerra Mondiale e che il suo fantasma aleggi tra le giovani ragazze.

Il lavoro che però affascina maggiormente Lucia consiste nello scovare, per facoltosi armatori, imbarcazioni di pregio abbandonate, consigliarne l’acquisto, seguirne il restauro.

Questa attività l’ha portata a immergersi nei polverosi archivi dei più prestigiosi cantieri navali del mondo e le ha dato l’opportunità di imparare le antiche tecniche della carpenteria navale.

Lucia, molto conosciuta nell’ambiente della nautica italiana e francese, per essere stata fino a pochi anni fa l’unico comandante donna in un ambito ancora dominato dagli uomini, si è fatta per anni promotrice di associazioni e cooperative per la tutela e il riconoscimento della figura professionale dello skipper e del marinaio da diporto.

Compie due giri del mondo su barche differenti, nel circuito dei World Rallies inglesi e francesi. Queste navigazioni le permettono di visitare i luoghi più belli dell’emisfero sud, di attraversare due volte il Pacifico, di navigare nell’Oceano Indiano e di cimentarsi con i pirati e con i venti contrari del Mar Rosso.

Nel 2010 si cimenta ancora una volta con una regata d’altura in equipaggio di due persone, con un’altra donna. Le condizioni meteo sono proibitive, ma Lucia e la sua prodiera condurranno il 14 metri Fieramosca alla vittoria.

Queste e altre simpatiche vicende e navigazioni, sono ampiamente raccontate nei suoi libri, che narrano le avventure di mare del comandante donna e dei suoi equipaggi, condite da una schietta vena di umorismo e femminilità.

Improvvisamente, durante una navigazione d’oltreoceano molto impegnativa, circondata da aurore boreali, orche e iceberg alla deriva, una folgorazione fa scegliere il luogo che risponde alle aspettative della signora del mare.

Attualmente, stufa di avere scatoloni e valigie disseminate tra le case degli amici e i garage della famiglia, decide di dare un domicilio fisso a tutti i suoi oggetti personali. Così, senza rinnegare l’amore per le barche a vela e per il mare, la skipper, il marito navigatore e un bimbo già grandicello, decidono di stabilirsi a quota 1200 metri, nella cornice delle Alpi Occidentali, in provincia di Torino.

Ristrutturano una baita che risale all’Ottocento, costruiscono una stalla e, pur continuando a navigare a turni alterni, si circondano di ingombranti animali.

Qui Lucia disegna, e scolpisce originali mobili di design ispirati ai luoghi esotici che ha visitato.

Una storia di vita vissuta tutta al femminile, dove anche nella quotidianità della montagna, l’autrice rimane sempre un comandante di barche a vela.

Da questo connubio mare-montagna, è nato il libro “Naufragio in alta quota”.
Tratto da:
http://www.luciapozzo.it/chisono.html