L’infermiera ieri e oggi

Ho avuto modo di passare due giorni, come degente, nell’ospedale dove ho vissuto parte della mia vita, come infermiera. Contemporaneamente  ho proseguito a leggere il libro Chiamate la levatrice, di Jennifer Worth, ambientato nell’East London negli anni 50.

In questo straordinario libro viene descritto il lavoro delle levatrici, oggi chiamate ostetriche, in un ambiente povero, con pochi medicinali a disposizione, in un degrado totale e con un elevato numero di nascite. In quel periodo esse avvenivano in casa, tra panni stesi, letti improvvisati, bimbi mezzi nudi che giravano per casa, pochi alimenti nutrizionali.

Ma le levatrici, in mezzo a tutto questo squallore chiudevano gli occhi e portavano avanti il loro lavoro non giudicando mai l’ambiente che a loro si presentava. Il loro unico scopo era aiutare la gestante a portare alla luce il bimbo. Ore e ore di attesa, andata e ritorno più volte tra la sede religiosa in cui vivevano, anche se erano laiche e la casa dell’assistito. Non c’era orario, stagione, malessere che poteva trattenerle. Il loro unico scopo era quello!

Citerei anche la figura di Florence Nightingale, di cui ho già parlato in uno mio precedente articolo, soprannominata la Signora della lanterna per la consuetudine che aveva di aggirarsi di notte tra i soldati con la famosa lanterna, per confortare, assistere dare speranza.

Ritornando alla mia degenza ho notato dei notevoli cambiamenti che mi hanno fatto riflettere molto. Avevo già sentito parlare del fatto che il paziente oggi è un numero, che non esiste più il rapporto infermiera-paziente, che manca la spontaneità, il sorriso, lo scambio di sguardi ma credevo che si esagerasse, come ormai si è soliti fare.

Ma mi sbagliavo, ho constatato infatti che è così, sembra che ognuno viaggi su due binari diversi, su due vagoni diversi e che l’obiettivo finale non sia lo stesso: la guarigione.

Eppure non è passato moltissimo tempo, come nel caso del libro citato, ma ho notato lo stesso il cambiamento negativo.

Nei classici corridoi dell’ospedale tutto è più calmo, più lento, sembra di girare un film alla moviola, chi deve giacere a letto per ore o giorni non ha più una parola di conforto, un sorriso dato anche velocemente, un saluto giornaliero.

Altra cosa che non riesco ad accettare è il contatto obbligatorio dato con i guanti di lattice. Ai miei tempi questi venivano usati esclusivamente  in caso di possibilità di contagio mentre oggi sono di routine. Il contatto è freddo, crea barriera.

Se ritorno ai miei tempi tutto era diverso, non dico migliore perché il lavoro era tanto. Le siringhe erano di vetro e non erano monouso, dovevi sterilizzarle tutti i giorni tramite bollitura. Non parliamo degli aghi, li potevi sostituire solo se avevano la punta scheggiata. Le garze per la medicazione erano contate e i guanti lesinati. Ma una cosa che non mancava mai era il giro del reparto al mattino e il saluto. Te lo inculcavano nel corso, te lo ricordava ogni giorno la Capo sala e quindi era una cosa che facevi sempre, prima di iniziare la tua giornata. Ti informavi della notte passata, se aveva delle necessità. Come va? Come ha passato la notte? Ha problemi? Ha bisogno di qualcosa?  Queste erano le domande quotidiane.

Ho trovato che è soprattutto quello che manca, il dialogo.

Ho notato invece più aggregazione tra il personale. Anche questo non esisteva. Avevi lo scambio con gli altri infermieri solo per il passaggio di consegne tra un turno e l’altro, se avevi del tempo libero cercavi come sfruttarlo al meglio. Poteva essere un mettere a posto gli strumenti, leggerti una cartella clinica per aggiornarti, stare vicino a chi stava soffrendo o ai famigliari, stare accanto a chi era solo. Una parola di conforto fa sempre piacere, ti risolleva il morale.

E poi, per ultimo, la privacy. Ti fanno firmare un foglio per la privacy ma dovrebbe comprendere anche quella del corpo, non solo dei dati anagrafici.

Il tuo corpo è alla mercé di tutti, in primis i tuoi compagni di camera, perfetti sconosciuti fino a qualche giorno o qualche ora prima. Se poi ci metti anche il parente che non può lasciare la stanza perché deve stare vicino al congiunto…

E poi gli infermieri, gli addetti alla pulizia, magari anche l’imbianchino. Tu sei lì, che cerchi di arrangiarti alla meglio per i bisogni giornalieri e senti parlare di moda, di calcio, ecc. Oppure al contrario, i tuoi bisogni stanno con te ore e ore, per farti compagnia e quando si ricordano di te il tuo corpo è deformato!

Ai miei tempi era d’obbligo la cuffia inamidata la cuffia o addirittura il velo con i capelli raccolti dentro lo stesso, sembravi una suora, ma almeno non te li trovavi nel pasto, nel letto, ecc.

Esistevano i paraventi, te li portavi sempre dietro come la coperta di Linus, isolavi il paziente da ogni sguardo, lo facevi sentire più libero, più umano. Ora credo che questi facciano parte solo di un arredamento giapponese, non più nostro.

E portavi la cuffia o addirittura il velo con i capelli raccolti dentro lo stesso, sembravi una suora, ma almeno non te li trovavi nel pasto, nel letto

Pudore? No, rispetto! 

Con questo mio scritto non voglio fare di ogni erba un fascio, questa è stata solo la mia esperienza. Sicuramente esistono delle ottime infermiere,  loro hanno il mio più grande rispetto, ma sfortunatamente non ho avuto l’onore di incontrarle in questa mia ospedalizzazione. 

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Filastrocca :l’orsetto lavatore

Un orsetto lavatore
si lavava a tutte le ore
e quando aveva quasi ultimato
ricominciava tutto daccapo.

Passò di lì un maialetto
e lo vide fare il bagnetto.
“Non si deve lavarsi mai,
se lo fai sei nei guai”.

Il procione non capiva
quel che questi gli suggeriva
con un tono un po’ acceso,
beh, lo aveva quasi offeso!

“Perché mai dovrei lasciare
di far quello che mi pare,
a me piace esser bello
e lavarmi nel ruscello”.

Il maialetto non capiva,
era d’indole impulsiva,
e sbeffeggiò così l’orsetto
che nuotava nel laghetto.

Non aveva grandi amici,
tutti gli altri eran felici,
di mangiare, di saltare
e fra di loro anche giocare.

Forse il suo era un difetto,
l’esser bello, esser perfetto!
Si doveva rassegnare
e con gli altri insieme stare.
Era bello avere amici,
sol così si è felici.

 

Filastrocca: il pupazzo rosa

Ho un pupazzo tutto rosa
che nel letto mio riposa,
se mi alzo al mattino

non dimentico il bacino.
È un peluche delicato
dal musetto assonnato.
Io gli voglio un gran bene,
esso è mio. Mi appartiene!
E di giorno poi giochiamo
e a volte conversiamo.
Me lo coccolo benino
e lo stringo al mio pancino.
All’asilo dovrò andare
e il pupazzo potrò portare,
ma starà con me vicino
solo per il riposino.
Ora però devo andare
con la nonna a passeggiare,
lascio a casa il mio amichetto,
lo rimetto dentro al letto.

Filastrocca: i sogni dei bambini

Quando un bambino
dorme nel lettino,
chissà cosa sogna,
è un mistero divino.
Nessuno di noi
se lo può ricordare
ma forse da mamma
ti piace pensare
che sogni pascoli,
miriade di fiori,
uccelli fatati
dai mille colori.
Orsetti giganti
che gli danno la mano,
una musica dolce
che suona lontano.
Una casa pepata
e fuori un giardino
con tanti dolcetti
su un tavolino.
Intorno alla tavola
tanti bambini,
di tutte le razze
per stare vicini.
Ognuno parla
ma non si capisce
nulla di quello
che insieme si dice.
Ma non importa,
si stringe la mano
al bambino vicino
e insieme fanno
un bel girotondo
dai mille colori,
dal bianco al marrone,
nessuno sta fuori.
La mamma continua
ancora a pensare
che è tanto bello
per il bimbo sognare.
Allora si siede
e lo guarda dormire.
E pensa che è bello
e lo ama da morire!

I primi passeggini della storia

Il primo passeggino venne costruito 1739 in Gran Bretagna dall’architetto William Kent che elaborò per il duca del Devonshire, dandogli una forma a conchiglia che abbracciasse il bambino consentendogli una posizione quasi seduta e confortevole grazie al rivestimento interno fatto di molle. Il suo decoro richiamava la pelle del serpente ed era fornito di briglie dove attaccare un animale non meglio specificato, forse una capra o un pony. Diciamo una carrozza in miniatura.

Fu subito un successo. E così la moda per il passeggino spopolò e divenne un mezzo estremamente lussuoso che solo i più abbienti potevano permettersi.

Gli anni seguenti importanti innovazioni furono messe in atto. Innanzitutto i passeggini furono dotati di maniglioni per poter essere spinti dai genitori.

Con l’avvento della regina Vittoria e il suo acquisto di ben tre passeggini, questi divennero un vero e proprio status symbol per la nobiltà, tant’è che la regina stessa invitò quanti volessero far parte dell’alta società a procurarsi un passeggino per la loro prole.

Molti modelli iniziarono ad essere associati alla “royalty” con dei nomi importanti come Duchessa o Principessa.

Tuttavia il vero e proprio cambiamento radicale si ebbe nel 1889 grazie a un tale Richardson che creò il primo passeggino reversibile della storia! Grazie al suo particolare meccanismo innovativo il bimbo poteva così godere del fronte mamma e una volta più cresciutello del fronte strada.

Richardson quindi è da considerarsi il vero padre del passeggino perché tante delle sue innovazioni sono in uso ancora oggi!.

Con la fine della prima guerra mondiale si assistette al primo baby boom che aprì il mercato del passeggino anche alle famiglie più povere e ciò portò altri accorgimenti per aumentarne la sicurezza: dal blocco ruote alle ceste più profonde per evitare rovinose cadute al pupo

E anche a livello di design furono introdotti materiali più pratici ed economici come plastica e gomma che vennero a sostituire i vecchi passeggini di legno e vimini e resero la spesa affrontabile da chiunque.

Nel 1965 l’ingegnere aereonautico Owen McLaren assecondò la richiesta della figlia di avere un passeggino stabile e leggero e al tempo stesso non ingombrante e maneggevole con cui poter tranquillamente spostarsi nei lunghi viaggi. Sfruttando le sue nozioni di aereonautica elaborò “Umbrella” il primo vero e proprio passeggino compatto, immortalando per sempre il suo genio!

Lo chiamò B01 buggy. Un nome che somigliava più a quello di un aereo o un jet da caccia. Il passeggino era realizzato completamente in alluminio, era leggerissimo (solo 3kg!) e aveva un meccanismo di chiusura 3D. A quei tempi era rivoluzionario.

Anno dopo anno i passeggini hanno subito delle mutazioni incredibili: oggi hanno i freni a disco, lo stereo incorporato e alcuni anche gli schermi lcd annidati nella tendina parasole… Questo è il progresso!

                                                 1830
                                      1848                                         fine 800                                                   1906                                                   1931

Tratto da:

https://www.cercapasseggini.it/notizie-passeggini/la-storia-del-passeggino-lunga-tre-secoli-262.asp

www.bravibimbi.it/curiosita/i-30-passeggini-che-hanno-fatto-la-storia

 

 

 

 

 

Filastrocca: la tortora invidiosa

Ho visto una tortora
in un giardino,
vicino al laghetto
del mio vicino.

Tra rane e pesci
essa volava
mentre una rana
vicino saltava.

Fece un sobbalzo,
lei sapeva volare
mentre la rana
sapeva saltare.

Voleva imparare
a far quella cosa,
tutti l’avrebbero
invidiata a iosa.

Che ci voleva,
lo poteva fare
si mise in posa
per osservare.

Allargò le zampe,
si fece anche male,
ma non importa,
doveva imparare.

Si mise d’impegno,
slanciò le zampine
e cadde in terra
in mezzo al cortile.

Tenta e ritenta,
non c’era nulla da fare.
La rana saltava,
lei doveva volare!

Filastrocca: la nonnina instancabile

Ahimè, la schiena della nonnina,
quando ti prende la mattina,
scende le scale con un fardello
che non è proprio leggerello.

Ma le nonnine questo san fare
e non si posson lamentare
e non si debbono nemmeno ammalare,
sennò i nipotini chi li può guardare?

Ogni mattina al levar del sole,
ben riposata o di malumore,
la calda casa deve lasciare
e con qualsiasi tempo se ne deve andare.

Varca la soglia di quella dimora,
non fa rumore perché dormono ancora.
No, non si debbono ancora svegliare
i due tesori che vuole abbracciare.

In quella casa, che non le appartiene,
ci sono ricordi e mille atmosfere,
tanti giocattoli con cui giocare
e tante foto da ammirare.

Ora le deve proprio svegliare,
i loro sogni devon lasciare.
È giunta l’ora di dare il buongiorno
e salutare il nuovo giorno. 

Filastrocca: la farfalla innamorata

Volteggia leggera,
si posa su un fiore
e hanno quasi

lo stesso colore.
Sbatte le ali,
vuol corteggiare
quell’esile fiore,
ha bisogno di amare!
Il fiore la osserva
e la sente pesare
sull’esile stelo
“Ma se ne vuole andare?
Ero felice,
mi godevo il sole
e questa farfalla
quasi marrone
mi sa che non mi vuole
proprio lasciare,
ma ha capito
che non c’è niente da fare?
Lei è una farfalla
io sono un fiore
e tra noi due
non può sbocciare l’amore.
Posso darle riparo,
farla riposare,
ma non c’è altro
che io possa fare!”
La farfallina
allora ha capito,
il piccolo fiore
può esser solo suo amico.
No, non si può accontentare,
lei cerca l’amore
che lui non può dare.
Con molta tristezza
e un velo nel cuore
riprende il suo viaggio
in cerca d’amore!

Filastrocca: la primavera e l’inverno

La primavera è una bella signora
con tante collane e una corona
fatta di semi e tanti fiori

una miriade di svariati colori.

Arriva correndo in compagnia
del sole e del vento, in armonia.
Vuole portare tanta allegria
mentre l’inverno deve andar via.

Le passa davanti un bel ragazzino
che sta correndo col suo motorino
Ha anche il casco, è molto eccitato
e sta correndo lungo un fossato.

Vede passare una coppietta
lui che va piano ma lei che va in fretta.
Un picnic vogliono fare
poi mettersi al sole a crogiolare.

Incontra una donna con un cagnolino
che gioca a palla nel suo giardino.
Tutti vorrebbero poter uscire
e il calore sul corpo sentire.

Ma qualcuno non è fortunato
ed è in casa molto ammalato.
Il signor inverno se ne deve andare
per molto tempo a riposare.

Lei è molto amica del caro inverno,
lui è un vecchio ed ha il cappello,
la barba bianca come la neve
e il suo passo è proprio greve.

Egli ama la bella signora
dai lunghi capelli e una bella chioma,
dalla risata accattivante
che lo fa “sciogliere” sempre all’istante.

Fece di tutto per non andar via,
voleva stare in sua compagnia.
Ecco, diciamo che è innamorato
della fanciulla che gli toglie il fiato.

Ma egli ben sa che non deve sperare,
è troppo vecchio, si deve rassegnare.
Per la primavera egli è un caro fratello,
anche se in fondo una volta era bello.

Ma non ci vuole proprio pensare
È giunta l’ora, la deve salutare!

 

Filastrocca: la natura incontrollata

C’era il sole lassù nel cielo

anche se questi non era sereno,

dall’altra parte c’era la luna

la sua presenza era inopportuna.

Ecco di corsa arrivare le stelle

erano tante ed erano belle.

Facevano però una confusione

in un contesto senza ragione.

Ma cosa stava succedendo nel cielo,

era sereno o pioveva davvero?

E come mai la neve imbiancava

quel terreno che la gente lavorava?

Passarono insieme moltissimi uccelli,

alcuni brutti alcuni belli.

Non si capiva proprio più niente,

c’era qualcosa di imminente.

Era sbagliata la confusione

che c’era in cielo, senza ragione.

Ognuno lassù era fuori posto,

se c’era la luna il sole è nascosto

e se pioveva non c’eran le stelle,

sembrava che ognuno fosse ribelle.

Ecco era marzo, il pazzerello,

quello del sole e dell’ombrello,

quello che a volte fa nevicare

e il raccolto danneggiare.

Era arrivata la primavera

e sulla terra ognuno spera,

in belle giornate di sole o di pioggia

solo così la natura s’invoglia

di dare frutti, un buon raccolto,

le camminate quando il sole è già sorto.

Allora il Signore lassù nel cielo

si diede da fare e in un baleno

tutto fu bene sistemato

e il Signore tirò di fiato!

 

Filastrocca: il trattore verde pisello

La mia nipotina ama molto i trattori. Quando passano rimane incantata per la loro maestosità. Ecco allora una filastrocca su di loro.

Ho visto un trattore
sfrecciare lontano.
andava veloce
però contromano.

Il suo colore
era verde pisello
disegnato sul cofano
un bel pipistrello.

Correva per strada
e infine nei prati
e i miei occhi
eran incantati.

Volevo salire
sul grande trattore,
volevo guidare
a tutte le ore.

Di giorno, di notte
non era importante
bastava guidare
per sentirmi grande.

Mi avvicinai
allora pianino,
guardai su in alto,
ero proprio piccino!

Chi lo guidava
era un gran omaccione,
mi diede uno sguardo
mi fece terrore.

Tornai allora a casa,
presi i miei giochi
e ve lo assicuro,
non erano pochi.

Presi il trenino,
le mie macchinine
e il mio trattorino
con le ruote piccine.

Avevo anch’io
la mia fattoria
con tanti animali
e chiesi alla zia:

“Ti prego, giochiamo
io prendo il trattore,
le mucche, le pecore
il vecchio furgone.”

Giocammo insieme
per tantissime ore.
Da grande, sicuro
avrei fatto il fattore!

 

Filastrocca: il passerotto occhialuto

Un passerotto mentre volava
contro ogni cosa si schiantava
e non riusciva a capire il perché,
sapeva volare, altro non c’è!

Il passerotto era carino,
aveva un musino birichino,

un piccolo becco molto appuntito
ma alcune volte era ferito.
Andando a sbattere continuamente
a volte si faceva male e a volte niente,
ma molto spesso era ammaccato

e qualche volta anche tagliato!
Mamma passero lo portò dal dottore,
un gufo saggio e molto sornione:
guardò il musino e poi gli occhietti
che non trovò proprio perfetti.
Doveva trovare una soluzione
per il passerotto e aveva ragione.
Tutta la notte restò alzato
ma un rimedio aveva trovato.

Quel povero passero tanto carino
non ci vedeva da vicino!
Prese due lenti, un fil di ferro,
li mise insieme e fece un modello,
forse un po’ strano ed inusuale
di occhialino, per poter volare.
Ora se guardi lassù nel cielo
e vedi brillare a ciel sereno,
è il passerotto, ma non lo fissare
perché si potrebbe… vergognare!

Alison Hargreaves e Tom Ballard

In questi giorni non si parla d’altro che della morte dei due giovani alpinisti, Daniele Nardi e Tom Ballard.

Come scrivono in più parti: la montagna dà, la montagne toglie. Lo sanno tutti coloro che affrontano i percorsi in alta via. Le avversità sono nascoste in ogni angolo,  sono imprevedibili e a volte letali. Ma quando hai nel DNA questo bisogno inarrestabile di cimentarti con te stesso, quella voglia di montagna, di solitudine, di estese immense, di silenzio non pensi ad altro. Il bisogno di salire, farlo verso l’impossibile, dove solo pochi hanno la fortuna e la capacità di riuscirci. E noi dal basso guardiamo queste imprese, forse le giudichiamo, ma lo scalatore sa il rischio che corre e non ne può fare a meno. È troppo forte l’impulso, la necessità di farlo. Lo scalatore ha bisogno di questo per vivere, la montagna per lui è la vita, quella che rischia ad ogni passo che fa, ben cosciente di questo. Ma non ne può fare a meno.

Mi ha colpito particolarmente la storia di Tom Ballard, figlio della sfortunata alpinista britannica Alison Hargreaves (1962-1995).

Lo scopo di vita di questa giovane mamma era la montagna. Era salita in solitaria la pericolosa parete nord dell’Eiger, in Svizzera, incinta di Tom. Per questa eroica impresa è stata criticata ma quale mamma metterebbe a rischio l’incolumità del figlio se non ne avesse la necessità vitale di farlo?

Le sue imprese sono indescrivibili, hanno lasciato il segno, nessuna donna in quel periodo ha eguagliato le sue imprese. Nessuna era al suo livello.

La sua prima spedizione extraeuropea è stata in Nepal, a 24 anni. Fece squadra con tre americani, Jeff Lowe, Tom Frost e Marc Twight con i quali aprì una via nuova, molto tecnica, sulla montagna. Un’impresa che stupì il mondo alpinistico.

Nel 1993, accompagnata dalla famiglia, compie un memorabile viaggio sulle Alpi durante il quale completa le 6 classiche Nord in solitaria: Eiger, Cervino, Aiguille Dru, Pizzo Badile, Grandes Jorasses e Cima Grande di Lavaredo.

Nel 1994 tenta di conquistare l’Everest senza ossigeno, da sola, senza compagni e senza sherpa ma deve rinunciare per un inizio di congelamento agli alluci. Ma non demorde, pochi mesi dopo ci riprova trasportando da sola i suoi materiali e senza far uso di bombole ed è un successo nazionale.

Ma la montagna è una droga, non ne puoi fare a meno per cui poco tempo dopo riparte per salire sul K2, insieme ad altri alpinisti. Anche questa impresa riesce  ma da lì non fa mai ritorno. Una bufera di neve li sorprende e muoiono tutti.

Il suo proverbio preferito era: “Un giorno da leoni è meglio di cento giorni da pecora“, che è stata fonte di continua ispirazione anche per i suoi figli.

Un mondo per noi sconosciuto, dove non vi è confine tra cielo e terra, dove lo spazio è talmente immenso che ti toglie il fiato dallo stupore, dalla meraviglia. Tutto questo ha unito per sempre i due giovani alpinisti, mamma e figlio, uniti da uno stesso destino che hanno condiviso per anni, fino alla fine.

Le montagne saranno il vostro rifugio, le nuvole e il cielo il vostro tetto, il silenzio la vostra ninna nanna eterna.

Addio Alison e Tom.

 

Suor Giuseppina Demuro

Suor Giuseppina Demuro nasce a Lanusei, in provincia di Nuoro il 2 Novembre 1902. È la secondogenita di nove figli.

Dopo esser emigrati a Cagliari, Giuseppina si avvicina la mondo delle Suore Vincenziane ed entra nella congregazione delle Figlie della Carità.

Nel 1923 arriva a Torino dove prende l’abito religioso.

Nel 1926 fa parte del gruppo chiamate a seguire le detenute del carcere giudiziario “Le Nuove”, di Torino. Si ingegna per trovare modi e metodi per relazionare con le detenute . Impara a suonare l’harmonium, a fare della musica uno strumento di gioia, di liberazione dal male e di crescita interiore per le sue carcerate. si istruisce maggiormente, cerca di ridurre le sofferenze dei detenuti.

Nel 1942 viene nominata  Superiora e comandante delle sezione femminile, dietro suggerimento del Direttore del carcere, dottor Marino Tamburrini.

Delle molteplici gesti edificanti di Suor Giuseppina ricordiamo:

  1. la revoca dell’esecuzione capitale di un padre di famiglia condannato a morte per ragioni politiche;
  2. la salvezza di una giovane ebrea trattenuta presso il carcere Le Nuove, anziché essere deportata in un lager tedesco, perché venne applicato alla lettera il Regolamento penitenziario del 1931 che prescriveva il trasferimento di un detenuto se si conosceva prima e con esattezza il luogo di destinazione;
  3. il ricovero infondato di due coniugi ebrei che si salvarono fuggendo dall’ospedale in cui si trovavano; tale gesto è ricordato ancora oggi dai loro due figli con immensa gratitudine;
  4. la sottrazione alle SS di un bambino di appena nove mesi che veniva nascosto in un fagotto di lenzuola sporche e portato via dal carcere;
  5. altri gesti di carità venivano compiuti da questa superiora: · le uova sode sbriciolate venivano messe nelle scatole di medicinali per portarle ai detenuti politici del 1. Braccio tedesco; · varie notizie familiari venivano trasmesse di nascosto ai prigionieri; · le madri venivano consolate allorquando, arrivate al carcere per effettuare colloquio, erano messe a conoscenza della tragica fine che era toccata ai loro figli fucilati al Martinetto; · il consigliare vari prigionieri sull’adattamento alla vita penitenziaria e al regime intramurario imposto dalle SS, il saper chiedere al maresciallo Siegl, comandante dei reclusi sotto le SS, di far celebrare la Messa del Natale 1944 a Ruggero, cappellano del carcere cui era negato l’accesso al 1. Braccio; · il saper ricorrere a sotterfugi come lo scambio di lastre e di altri esiti medici, grazie alla complicità del dottore in carica, per trasferire in infermeria detenuti politici al fine di offrire loro un trattamento meno disumano.
  6. la nascita dell’Asilo Nido per i bambini da 0 a 3 anni, allevati con le loro madri che espiavano una pena; · l’apertura della “Casa del Cuore” destinate alle detenute senza dimora, con difficoltà economiche, con figli minorenni; · i pranzi offerti alle detenute in occasione del Suo onomastico; la scuola per imparare a leggere, scrivere e fare i conti, i corsi di rattoppo, di stireria, di maglieria, il conforto di madre buona a chi non aveva mai avuto genitori oppure li aveva uccisi di persona per motivi aberranti ed inauditi. 
  7. Diventa fondatrice della Casa del cuore, aperta nel Maggio del 1949. Le liberate dalle varie carceri italiane che non hanno famiglia o rifiutate dalla stessa troveranno qui una accoglienza familiare. Sono incluse anche le recluse dei Manicomi giudiziari o delle Case di Pena.

    La Casa del Cuore aveva 12 posti letto.

    Suor Giuseppina Demuro muore tra le sue amate detenute il 18 Ottobre 1965, amata e venerata da tutti!

    Tratto da:

    http://www.museolenuove.it/index.php/news/item/21-suor-giuseppina-una-donna-attenta-ai-bisogni-degli-altri

Filastrocca: l’anziano

Passando per caso
davanti a un giardino
seduto nel prato
c’era un uomo cattivo.

Aveva sul capo
un vecchio cappello
e teneva per mano
un antico rastrello.

Mi chiesi allora
che cosa facesse
quell’uomo nel prato,
senza interesse…

Mi accorsi però
del suo sguardo spento,
gli tremava la mano,
non era contento.

Mi avvicinai
allora pianino,
guardai l’anziano
e mi sedetti vicino.

Mi prese la mano,
la strinse a sé,
sembrava chiedesse
“Perché proprio a me?

Perché quel rastrello?
Seduto in un prato?”

Mille domande
tutte d’un fiato.

Allora capii
che cosa facesse
quell’uomo nel prato,
senza interesse.

E poi sorrise,
aveva intuito,
egli si era
soltanto smarrito.

Si alzò senza fretta.
mi dette la mano
e insieme partimmo
ma non andammo lontano.

Aveva trovato
la sua dimora
e da quel giorno
non fui mai più sola!

John Sloane: illustratore

Oggi vorrei scrivere qualcosa su questo particolare illustratore americano, cresciuto a Chicago intorno agli anni 50-60.

John Sloane volle essere un artista dal momento in cui seppe tenere in mano una matita. All’età di quattro anni, iniziò a riempire ogni scarto disponibile di carta con disegni. Come iniziò la scuola, gli insegnanti riconobbero subito l’abilità del ragazzo ed lo incoraggiarono a sviluppare i suoi talenti. Mentre era ancora un adolescente, puntò sulla carriera di illustratore. 

Invece di intraprendere un addestramento formale, John entrò all’università per intraprendere un percorso di lettere. Studiò i lavori di grandi artisti americani ed illustratori, mentre sviluppava le sue abilità nel dipingere e nella composizione. Immediatamente dopo la sua laurea, cominciò ad ottenere commissioni indipendenti e creò da allora una clientela fedele di editori e raccoglitori.

Si sposò con Mary Anne e insieme acquistarono una vecchia casa colonica che chiamarono Hearts Haven.

I suoi spunti per il disegno, così come per altri artisti che ho menzionato nel mio blog, vennero cercati e trovati nella campagna circostante. Ogni stagione la natura ci viene incontro, soddisfa ogni nostra esigenza ed è da stimolo per mettere su carta ciò che osserviamo. Le ispirazioni ci sono ovunque.

L’ambiente è un’inspirazione meravigliosa al mio lavoro. Io sono stato affascinato dalla bellezza della campagna e dal cambiamento che fornisce, e la terra mi offre una fonte inesauribile di soggetti. Quando io dipingo un prato o una strada di paese, io sento come se fossi io nel dipinto. Io voglio ritrarre la gioia che sento per la campagna americana. Non c’è niente di più bello del colore di un granaio rosso nella luce del sole contro un cielo blu riempito con nubi bianche. Per me, l’immagine è puramente americana.”

Il suo stile è realistico-naif: spettacolari disegni rurali, natalizi, la natura in tutte le sue stagioni, scene di allegri bimbi e famiglie al completo.

Quello che mi ha colpito ed ho trovato molto particolare sono i disegni da colorare da scaricare online. Non è da tutti realizzare un disegno e sapere che poi verrà rifinito  in maniera non conforme al nostro gusto o alla realtà.

Questo fa di lui un artista particolare.

 

  

 

 
                        Hearts Haven

 
               John Sloane

                  

Andrè the Giant: il gigante buono

Andrè Roussimoff nasce a Grenoble il 19 Maggio del 1946. I genitori, Boris e la moglie Mariann  erano due contadini. Boris proveniva dalla Bulgaria e sua moglie Mariann dalla Polonia.

La loro vita scorreva placida seguendo il ritmo del lavoro nei campi, finché divenne chiaro che il loro figlio, Andrè,  aveva un problema: la sua crescita era abnorme ed evidentemente patologica, tanto che a 12 anni pesava 110 kg, ed era alto 190,5 cm. La sua stazza era dovuta a una secrezione eccessiva di ormone della crescita, che causa il gigantismo nei bambini e l’acromegalia negli adulti.

Ben presto per il ragazzo divenne impossibile salire sul piccolo autobus che faceva il giro delle fattorie, raccogliendo gli alunni e portandoli fino a scuola. L’unico modo per garantire che loro figlio ricevesse un’istruzione sarebbe stato acquistare un’automobile capace di reggere il suo peso per accompagnarlo alle lezioni; sfortunatamente i Roussimoff non avevano i soldi necessari.

Cinque anni prima, però, un irlandese aveva acquistato un terreno vicino alla loro fattoria. Boris Roussimoff gli aveva dato una mano nella costruzione del cottage e da allora erano rimasti in buoni rapporti. Venuto a sapere dei problemi del ragazzo ad arrivare a scuola, l’irlandese si offrì di accompagnarlo con il suo pickup. Così, ogni mattina il gigantesco ragazzo e il vicino di casa percorrevano assieme il tragitto verso l’edificio scolastico.

Questa potrebbe non sembrare una storia tanto straordinaria, se non fosse per l’identità dei due protagonisti. L’irlandese alla guida del furgoncino non era altri che Samuel Beckett. Questi all’epoca aveva già scritto Aspettando Godot, Finale di partita e L’ultimo nastro di Krapp e dieci anni dopo sarebbe stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura.

Aveva deciso di ritirarsi in questa ridente e tranquilla cittadina per scrivere i suoi capolavori: una piccola casa spoglia, circondata da un prato di erba finissima, lontana dalle distrazioni della quotidianità con un telefono destinato solo a chiamare, senza possibilità di ricezione.

Il ragazzo dodicenne che viaggiava con lui, invece, avrebbe raggiunto una fama di tutt’altro tenore, diventando un idolo per milioni di bambini con il nome di scena di André The Giant.

Icona del wrestling dagli anni ’70 fino alla sua scomparsa nel 1993, André The Giant resta tuttora uno dei lottatori più riconoscibili e amati. Oltre al wrestling, ha partecipato ad alcuni film e la sua apparizione più famosa è quella nel ruolo di Fezzik, il gigante del film La storia fantastica.

Gigante gentile e di buon cuore con i bambini, ma terribile avversario sul ring, è ricordato da tutti i colleghi con affetto e simpatia.

Nella  vita di André niente era comodo o scontato; non c’erano forchette o coltelli della sua misura, e i viaggi in aereo erano un incubo di ore e ore: durante il volo, il gigante doveva rimanere con la testa piegata per non toccare il soffitto, e il bagno era per lui inaccessibile a causa della sua stazza. Nonostante i problemi che l’acromegalia comportava, André era famoso per la sua generosità e la conviviale allegria. Poteva mangiare 12 bistecche e 15 aragoste, bevendo fino a 150 birre in una sola sera, soltanto per divertire i suoi ospiti.

Il 27 di Gennaio del 1993 André si trovava in Francia, rientrato per assistere ai funerali del padre, quando venne colto nel sonno da un infarto fulminate, per il quale il suo cuore malmesso non riprese a battere.

Fu così che uscì di scena un ragazzone generoso destinato ad esser imprigionato nella parte di un mostruoso gigante, seppur di fama planetaria.

Tratto da:

http://bizzarrobazar.com/tag/andre-the-giant/

Filastrocca: scende la neve

Scende la neve
soffice e bianca
ed ogni cosa
al suolo s’imbianca.
Dalla finestra,
chiusa a metà,
un fanciullino
trepida già.

Vuole toccare
la coltre bianca
ma la sua mano
è scarna e già stanca.
Vuole giocare
e fare un pupazzo,
ma i suoi piedi 
non muovono un passo.

Corre la mamma
allora la mamma
e gli disegna 
un uomo paffuto.
Un uomo grande
e lunga ha la barba.
Sembra cotone
e il bimbo lo guarda.

Egli è l’inverno
e porta quaggiù
amore e pace
anche se tu, 
piccolo bimbo
non puoi giocare,
hai la tua mamma,
non lo scordare.

Il piccolo bimbo
guarda la neve,
poi guarda il vecchio
e il suo cuore freme.
Guarda la mamma
e non può mai scordare
che è il dono più bello.
E ritorna a sognare.

 

Filastrocche perché…

A differenza della mia nipotina più grande, la piccola Greta non ama le favole. Anche cercare di leggerle dei libri figurati è un problema, dopo pochi minuti si alza e se ne va. 

Allora ho iniziato a raccontarle delle filastrocche in base a quello che stiamo facendo o vedendo. 

Se le lavo i piedini ecco la filastrocca delle dita, se vediamo dalla finestra un uccellino ecco quella del cagnolino, se scende la neve un’altra. Così riesco ad attirare un pochino la sua attenzione. Cose brevi e ritmate.

E quindi ho aggiunto questa pagina: FILASTROCCHE

Premetto che non le amo particolarmente le filastrocche ma sono quelle che le ho raccontato e quindi ho iniziato a trascriverle. 

 

 

 

Ninna nanna: per non dimenticare

Oggi, 27 Gennaio, la Repubblica italiana riconosce il giorno della memoria, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz,

In questo periodo vengono proposti moltissimi film, documentari, dibattiti sullo shoah.

Personalmente ho visto molti film e letto molti libri su questo tragico argomento e ogni volta mi si stringe il cuore pensando a tutti quei bambini, vittime innocenti, che non hanno avuto la possibilità di diventare donne o uomini, mamme o papà. 

Ho sentito in Tv una ninna nanna, Luli. Luli La, scritta da una deportata,  cantata da un soprano e ho voluto documentarmi su questi canti.

Ho ascoltato tante canzoni in lingua Yiddish, ma pur non comprendendo le parole la commozione era tanta.   

La più nota tra le autrici di queste canzoni è Ilse Weber, ceca, morta a 41 anni ad Auschwitz dopo aver passato quasi due anni a Theresienstadt, la fortezza vicino Praga trasformata dai nazisti in qualcosa a metà fra un ghetto e un campo di transito, in cui furono lasciati sopravvivere per un po’ perfino i bambini e dove furono concentrati i musicisti ebrei dell’Europa centro-orientale, che vi composero e allestirono opere importanti.

Quasi tutti quelli che passarono per Theresienstadt continuarono il viaggio verso il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.

Ilse Weber era scrittrice di racconti per bambini, poetessa e musicista. Quando il marito fu selezionato per Auschwitz, decise volontariamente di seguirlo, con il suo bimbo. Lei e il piccolo furono subito gassati, mentre il marito sopravvisse.

A Theresienstadt, Ilse compose una sessantina di poemi, musicandone alcuni. Fra quelli scelti per il concerto, quasi tutti in tedesco (Rita Baldoni sta curando una traduzione italiana), c’era una tenera ninna nanna in cui si immaginava vagare per Theresienstadt desiderando invano la casa e la libertà.

Di lei, che era già una scrittrice nota, sono rimaste molte immagini, tra cui una bellissima mentre suona un mandolino.

E poi Erika Taube, che nel 1942 a Theresienstadt compose un solo canto, Sei un bimbo come tanti altri , musicato dal marito Carlo. Era dedicato al loro bimbo, con loro a Theresienstadt e che con loro morì ad Auschwitz. E ancora, due canti in ceco di Ludmilla Peskarova, deportata a Ravensbruck e sopravvissuta.

Lulinka (“Ninna-nanna”) fu scritta nel ghetto di Łódź poco dopo la morte del piccolo figlio del poeta, Chava. Fu eseguita per prima dalla cantante Ella Diamant all’apertura del centro culturale del Ghetto, e cantata dagli Ebrei di Łódź, sebbene proibita dallo “Judenrat” (il “Consiglio Ebraico” di osservanza tedesca).

Versione italiana letterale (dall’inglese) di Riccardo Venturi

NON PIU’ UVETTA, NON PIU’ MANDORLE (LULINKA)

Non più uvetta, non più mandorle,

tuo padre non è andato via per lavoro

ninna nanna, figlio mio.

E’ andato via e ci ha lasciati qui,

è andato ai confini del mondo,

ninna nanna, figlio mio.

I gufi gracchiano, i lupi ululano,

Dio, abbi pietà e ascolta le nostre preghiere

ninna nanna, figlio mio.

È da qualche parte a vegliar su di noi

uvetta, mandorle, ne ha così tante,

ninna nanna, figlio mio.

Non più uvetta, non più mandorle,

tuo padre non è andato via per lavoro,

ninna nanna, figlio mio.

Sicuramente tornerà presto

da te, figlio mio, mio gioiello, mia corona,

ninna nanna, figlio mio.

 

Il tamburino Johnny Clem

Molti ricorderanno la storia del Tamburino sardo inserita nel libro Cuore di Edmondo De Amicis (1846-1908), pubblicato nel 1886.

Mi sono chiesta chi fosse stato il primo tamburino ed è emerso il nome di Johnny Clem (Newark, 13 agosto 1851 – San Antonio, 13 maggio 1937)

Egli nacque a Newark nell’Ohio(U.S.A). A soli 9 anni scappò di casa per arruolarsi nell’esercito ma venne rifiutato per la sua giovane età. Pienamente convinto della sua scelta inoltrò la domanda come ragazzo tamburino e così poté entrare a far parte del 22 Reggimento del Michigan.

Anche se non ufficialmente arruolato ricevette ugualmente una paga da soldato di 13 dollari al mese, svolgendo alcuni compiti all’interno del campo.

Nell’Aprile seguente a Shiloh, il tamburo di Clem venne fracassato da una scheggia di artiglieria. Questa notizia di secondo ordine fu ricordata con il titolo di “Johnny Shiloh il ragazzo tamburino”.

Più di un anno dopo, durante la battaglia di Chickamauga, egli portò un cassone di munizioni di artiglieria al fronte impugnando un moschetto con la canna segata per meglio adattarlo alle sue dimensioni.

Durante la ritirata dell’Unione, un ufficiale Confederato inseguì il cannone al cui traino stava seduto Clem, gridando “Arrenditi piccolo dannato Yankee!” ma il ragazzino, anziché ubbidire, lo colpì uccidendolo.

Il fegato dimostrato da Johnny in quell’occasione gli regalò la fama nazionale ed il soprannome di “Ragazzo tamburino di Chickamauga”.

Clem rimase nell’esercito, in servizio come corriere, per tutta la durata della guerra. Venne ferito due volte. A cavallo tra la battaglia di Shiloh e Chickamauga egli venne regolarmente arruolato, ricevendo finalmente la sua retribuzione personale direttamente dai ruoli paga dell’esercito.

Terminata la Guerra Civile Clem presentò la richiesta di poter accedere all’Accademia di West Point, ma la domanda venne respinta a causa della sua scarna istruzione.

Grazie ad un appello fatto direttamente al presidente degli Stati Uniti, Ulysses Grant suo generale durante la battaglia di Shiloh, il 18 Dicembre del 1871 si guadagnò un posto come sottotenente nell’esercito regolare.

Nel 1903 divenne colonnello e assistente generale del Commissariato di guerra.

Si guadagnò una notevole fama per il suo coraggio dimostrato sui campi di battaglia, diventando il più giovane sottufficiale dell’United States Army dell’intera storia militare degli Stati Uniti d’America.

Si ritirò dalle forze armate nel 1915, dopo aver raggiunto il grado di Brigadier generale nel Corpo dei Quartiermastri generali; era allora l’ultimo veterano della Guerra civile ancora in servizio nelle United States Armed Forces. Con un atto speciale del Congresso datato 29 agosto del 1916, venne promosso al grado militare di maggior generale un anno dopo il suo definitivo ritiro.

Morì a San Antonio, Texas, il 13 maggio 1937 e riposa al cimitero nazionale di Arlington.

 

 

La storia di fiocco di neve

Questa che leggerete non è una favola di Natale ma una storia vera con un titolo che fa predire una lettura rilassante e fiabesca. Ma non è così.

Questa è la vera storia di Wang Manfu, denominato appunto “fiocco di neve”.

Manfu, in cinese significa pieno di felicità.

È una storia recentissima, di questi giorni, sicuramente la avrete ascoltata ma la vorrei riproporre su carta.

Per non dimenticare!

Una mattina fa più freddo del solito, il termometro segna meno nove gradi, e Wang si presenta in classe semi assiderato. Wang ama la scuola perché, dice, “possiamo avere pane con il latte a pranzo e si imparano un sacco di cose belle”. Era l’8 gennaio. La sua professoressa lo ha immortalato con una foto, quella foto è diventata virale. È diventata un simbolo, il simbolo di una generazione, quella dei “liushou”, “bambini lasciati indietro”.

Egli ha camminato per 4 km per arrivare a scuola. 

Alla maestra ha raccontato di essersi dimenticato i guanti e il cappello a casa. Ma le sue mani e le sue guance segnate dal gelo raccontano la vita di tutti i giorni, insieme ad altri 60 milioni di bambini che in Cina rimangono a vivere con i nonni in ambienti rurali molto degradanti in quanto i genitori si trasferiscono in grandi città in cerca di lavoro.

Manfu vive, assieme alla nonna e alla sua sorellina, in una capanna di fango. Non vede suo padre da mesi.

Sono circa 300 milioni i genitori che si sono trasferiti.

In regioni come Anhui, Henan e Sichuan, il 44 per cento dei bambini vive senza la madre o il padre.

Tra questi genitori c’è anche il papa di Manfu.

Il bimbo ha un sogno: quello di diventare un poliziotto e per poter fare questo deve studiare molto.

La Fondazione per lo sviluppo dei giovani nello Yunnan ha così raccolto 2,159,100.58 yen (poco più di 254 mila dollari), abbastanza per provvedere a riscaldare l’edificio scolastico. Quello che rimane verrà distribuito tra gli alunni, ad ognuno di loro spetteranno circa 77 dollari da spendere per guanti, cappotti e cappellini per proteggersi dal freddo. E non solo. Il papà di Wang Fuman torna a casa, una ditta della zona gli ha offerto un posto di lavoro.

Una storia a lieto fine, per il piccolo “fiocco di neve”.

Restano ancora milioni di bambini come lui, che non vedremo mai in foto.
http://www.lonesto.it/?p=46017

 

 

La “vera” storia della Befana

In un villaggio, non molto distante da Betlemme, viveva una giovane donna che si chiamava Befana. Non era brutta, anzi, era molto bella e aveva parecchi pretendenti, però aveva un pessimo caratteraccio. Era sempre pronta a criticare e a parlare male del prossimo. Cosicché non si era mai sposata, o perché non le andava bene l’uomo che di volta in volta le chiedeva di diventare sua moglie, o perché l’innamorato – dopo averla conosciuta meglio – si ritirava immediatamente.

Era, infatti, molto egoista e fin da piccola non aveva mai aiutato nessuno. Era, inoltre, come ossessionata dalla pulizia. Aveva sempre in mano la scopa, e la usava così rapidamente che sembrava ci volasse sopra. La sua solitudine, man mano che passavano gli anni, la rendeva sempre più acida e cattiva, tanto che in paese avevano cominciato a soprannominarla “la strega”.

Lei si arrabbiava moltissimo e diceva un sacco di parolacce. Nessuno in paese ricordava di averla mai vista sorridere. Quando non puliva la casa con la sua scopa di paglia, si sedeva e faceva la calza. Ne faceva a centinaia. Non per qualcuno, naturalmente! Le faceva per se stessa, per calmare i nervi e passare un po’ di tempo visto che nessuno del villaggio veniva mai a trovarla, né lei sarebbe mai andata a trovare nessuno.

Era troppo orgogliosa per ammettere di avere bisogno di un po’ di amore ed era troppo egoista per donare un po’ del suo amore a qualcuno. E poi non si fidava di nessuno. Così passarono gli anni e la nostra Befana, a forza di essere cattiva, divenne anche brutta e sempre più odiata da tutti. Più lei si sentiva odiata da tutti, più diventava cattiva e brutta.

Aveva da poco compiuto settant’anni, quando una carovana giunse nel paese dove abitava. C’erano tanti cammelli e tante persone, più persone di quante ce ne fossero nell’intero villaggio. Curiosa com’era vide subito che c’erano tre uomini vestiti sontuosamente e, origliando, seppe che erano dei re. Re Magi, li chiamavano.

Venivano dal lontano oriente, e si erano accampati nel villaggio per far riposare i cammelli e passare la notte prima di riprendere il viaggio verso Betlemme. Era la sera prima del 6 gennaio.

Borbottando e brontolando come al solito sulla stupidità della gente che viaggia in mezzo al deserto e disturba invece di starsene a casa sua, si era messa a fare la calza quando sentì bussare alla porta. Lo stomaco si strinse e un brivido le corse lungo la schiena.

Chi poteva essere? Nessuno aveva mai bussato alla sua porta. Più per curiosità che per altro andò ad aprire. Si trovò davanti uno di quei re. Era molto bello e le fece un gran sorriso, mentre diceva: “Buonasera signora, posso entrare?”. Befana rimase come paralizzata, sorpresa da questa imprevedibile situazione e, non sapendo cosa fare, le scapparono alcune parole dalla bocca prima ancora che potesse ragionare: “Prego, si accomodi”. Il re le chiese gentilmente di poter dormire in casa sua per quella notte e Befana non ebbe né la forza né il coraggio di dirgli di no.

Quell’uomo era così educato e gentile con lei che si dimenticò per un attimo del suo caratteraccio, e perfino si offrì di fargli qualcosa da mangiare. Il re le parlò del motivo per cui si erano messi in viaggio. Andavano a trovare il bambino che avrebbe salvato il mondo dall’egoismo e dalla morte. Gli portavano in dono oro, incenso e mirra. “Vuol venire anche lei con noi?”. “Io?!” rispose Befana.. “No, no, non posso”. In realtà poteva ma non voleva. Non si era mai allontanata da casa.


Tuttavia era contenta che il re glielo avesse chiesto. “Vuole che portiamo al Salvatore un dono anche da parte sua?”. Questa poi… Lei regalare qualcosa a qualcuno, per di più sconosciuto. Però le sembrò di fare troppo brutta figura a dire ancora di no. E durante la notte mise una delle sue calze, una sola, dove dormiva il re magio, con un biglietto: “per Gesù”. La mattina, all’alba, finse di essere ancora addormentata e aspettò che il re magio uscisse per riprendere il suo viaggio.

Era già troppo in imbarazzo per sostenere un’altra, seppur breve, conversazione.


Passarono trent’anni. Befana ne aveva appena compiuti cento. Era sempre sola, ma non più cattiva. Quella visita inaspettata, la sera prima del sei gennaio, l’aveva profondamente cambiata. Anche la gente del villaggio nel frattempo aveva cominciato a bussare alla sua porta. Dapprima per sapere cosa le avesse detto il re, poi pian piano per aiutarla a fare da mangiare e a pulire casa, visto che lei aveva un tale mal di schiena che quasi non si muoveva più. E a ciascuno che veniva, Befana cominciò a regalare una calza.

Erano belle le sue calze, erano fatte bene, erano calde. Befana aveva cominciato anche a sorridere quando ne regalava una, e perciò non era più così brutta, era diventata perfino simpatica.

Nel frattempo dalla Galilea giungevano notizie di un certo Gesù di Nazareth, nato a Betlemme trent’anni prima, che compiva ogni genere di miracoli. Dicevano che era lui il Messia, il Salvatore. Befana capì che si trattava di quel bambino che lei non ebbe il coraggio di andare a trovare.

Ogni notte, al ricordo di quella notte, il suo cuore piangeva di vergogna per il misero dono che aveva fatto portare a Gesù dal re magio: una calza vuota… una calza sola, neanche un paio! Piangeva di rimorso e di pentimento, ma questo pianto la rendeva sempre più amabile e buona.

Poi giunse la notizia che Gesù era stato ucciso e che era risorto dopo tre giorni. Befana aveva allora 103 anni. Pregava e piangeva tutte le notti, chiedendo perdono a Gesù. Desiderava più di ogni altra cosa rimediare in qualche modo al suo egoismo e alla sua cattiveria di un tempo. Desiderava tanto un’altra possibilità ma si rendeva conto che ormai era troppo tardi.

Una notte Gesù risorto le apparve in sogno e le disse: “Coraggio Befana! Io ti perdono. Ti darò vita e salute ancora per molti anni. Il regalo che tu non sei venuta a portarmi quando ero bambino ora lo porterai a tutti i bambini da parte mia. Volerai da ogni capo all’altro della terra sulla tua scopa di paglia e porterai una calza piena di caramelle e di regali ad ogni bambino che a Natale avrà fatto il presepio e che, il sei gennaio, avrà messo i re magi nel presepio. Ma mi raccomando! Che il bambino sia stato anche buono, non egoista… altrimenti gli metterai del carbone dentro la calza sperando che l’anno dopo si comporti da bambino generoso”.

E la Befana fece così e così ancora sta facendo per obbedire a Gesù.

Durante tutto l’anno, piena di indicibile gioia, fa le calze per i bambini… ed il sei gennaio gliele porta piene di caramelle e di doni.


È talmente felice che, anche il carbone, quando lo mette, è diventato dolce e buono da mangiare.

Una fiaba di Don Giacomo Perugini, della Parrocchia di Santa Gemma Galgani

Jaule Dorje: il nuovo Dalai Lama

Mi ha molto colpita la storia di un bambino, narrata in televisione da Morgan Freeman, il famoso attore statunitense. Non un bambino con un futuro normale ma di un prescelto.

Nonostante le diverse figure e le diverse pratiche, l’essere umano è da sempre abituato all’idea che in qualche modo ci siano degli eletti che guidano la nostra fede. 

Ma gli eletti sono sempre consapevoli di esserlo? O hanno un destino preconfigurato dal quale non possono sottrarsi?

Jalue Dorje è un ragazzino di 9 anni che a prima vista può sembrare un tipico bambino americano, nativo dei sobborghi del Minnesota. Ama, come molti suoi coetanei, il calcio il nuoto e i Pokemon. Tuttavia il suo destino è particolare e molto diverso dagli altri, egli ha un destino pianificato: è considerato la reincarnazione di un lama buddista.

La reincarnazione è una credenza centrale della religione buddista. Quando i leader spirituali noti come Lamas muoiono, c’è un processo elaborato per identificare il bambino che rappresenta il nuovo eletto.

Ma andiamo a ripercorrere la sua incredibile storia.

I genitori di Jalue sono una coppia tibetana trasferitasi in America nel 1999.

Essi, tramite sogni e aneddoti particolari,  avevano notato fin da subito che il loro bambino era speciale. 

L’intrigo sulla vera identità di Jalue si approfondì quando un Lama venerato visitò la comunità e i suoi genitori ebbero l’opportunità di condividere i loro sogni e sospetti con il leader spirituale.

Nella tradizione tibetana il processo di riconoscimento di una reincarnazione varia a seconda delle circostanze. Maestri spirituali attingono da una varietà di segnali.

Nel caso di Jalue Dorjee, era il sogno di un anziano monaco che aveva visitato la sua casa nel Minnesota.

Usando frecce e preghiera , il Lama è stato in grado di dedurre che Jalue era una reincarnazione di un leader spirituale buddista. Tuttavia, non poteva specificamente indicare quale Leader fosse. Quella conferma avrebbe dovuto pervenire dallo stesso Dalai Lama.

La conferma arrivò nel gennaio 2009, quando il Dalai Lama inviò alla famiglia una lettera che riconosceva formalmente Jalue come la reincarnazione di Taksham Karma Yongdu Choekyi Nima, un eminente lama anziano, morto 9 anni prima.

La vita di Jalue Dorjee avrebbe dovuto subire numerosi cambiamenti per conformarsi alla situazione e all’ufficio che il Dalai Lama gli aveva accordato. Per esempio, i suoi capelli non dovrebbero essere più lunghi più di due pollici, secondo le abitudini dei monaci buddisti.

Da quel momento, la sua vita è radicalmente cambiata. Non ha avuto un attimo di esitazione nel ritenersi pronto a affrontare il suo nuovo cammino, a diventare quello che non avrebbe mai pensato di essere.

“Sono un monaco ma anche un bambino.” dice Jalue a proposito del suo destino. “Imparo come aiutare, come funziona il mio corpo, imparo ad essere gentile, ad avere pace”.

Dopo aver completato gli studi negli Stati Uniti, Jalue vivrà in India per 10 anni. Tornerà quindi in Minnesota dove parteciperà alle cerimonie religiose.

In passato, la tradizione voleva che gli altri Lamas si trasferissero in un monastero in Tibet o, più recentemente, in India, dove il Dalai Lama e migliaia di seguaci hanno vissuto in esilio dal 1959. Tuttavia, in questo caso il Dalai Lama ha suggerito che l’educazione monastica di Jalue fosse rimandata di qualche altro anno, in modo tale da mantenere un buon equilibrio tra il tradizionale sistema di credenze buddiste e quello del mondo moderno.Tratto da:

www.worldreligionnews.com/religion-news/a-minnesota-fourth-grader-is-recognized-as-reincarnated-buddhist-lama

 

Libro e film de Il Grinch

Il Grinch è nato dalla fantasia di Theodore S. Geisel, scrittore americano di molti libri per bambini, conosciuto come Dr. Seuss, con illustrazioni dell’autore, pubblicato nel 1957.

Il libro critica la commercializzazione del Natale e in seguito la National Education Association nominò il libro come uno dei suoi “Teachers’ Top 100 Books for Children.

Il libricino scorre velocissimo, non soltanto perché la storia è molto breve, ma anche perché ci sono tantissime illustrazioni ad accompagnare le vicende del paese di Chi-non-so. 

Il Grinch, mostriciattolo perfido che vive nella città di Chi-non-so, abita sulla cima di una montagna, che si trova nel Paese di Santa Claus, ossia Babbo Natale. Odia Santa Claus ma, soprattutto, detesta lo spirito del Natale e non sopporta l’atmosfera di gioia che si crea in questo periodo dell’anno.

Decide così di sabotare la festa, rubando regali e decorazioni, facendo dispetti e seminando zizzania.  Ma ecco che succede qualcosa che non aveva previsto: lo spirito del Natale non si perde, al contrario regna sovrano nel paese e gli abitanti del villaggio da lui saccheggiato gli dimostrano che il Natale è una festa che non è legata solo ai regali e alle cose materiali.

Il Grinch impara così la lezione e restituisce i regali agli abitanti del villaggio, che lo invitano a condividere con loro la gioia del Natale.

Il libro è stato adattato nel 1966 nel film d’animazione televisivo Il Grinch e la favola di Natale!,

Negli USA questi è popolarissimo, non solo come personaggio letterario, ma anche come protagonista di film, spettacoli teatrali, giocattoli, albi da colorare e giocare. Nel corso del tempo si è conquistato la simpatia di generazioni di bambini, quasi al pari del suo antagonista, Santa Claus.

In Italia, al contrario, è poco conosciuto, e ciò non stupisce se si pensa che la prima edizione italiana del libro è giunta a noi solo nel novembre del 2000 con Mondadori.

La storia inizia quando all’interno di un fiocco di neve viene scoperto fra alcune montagne chiamati Picchi di Punta Boh il paese di Chinonsò, che è abitato da esseri di differente altezza, sesso ed età, i Nonsochì.

Nel film Il Grinch, che è un folletto dispettoso,  vive in una grotta in cima ed è un personaggio burbero con un cuore “di due taglie più piccolo”, che ha particolarmente odiato il Natale per 53 anni. Alla vigilia di Natale si stufa infine di vedere le decorazioni e sentire tutta la musica e i canti nel villaggio, e desidera di poter impedire al giorno di Natale di arrivare a Chistaqua.

Quando vede il suo cane, Max, con la neve su tutto il muso a forma di una barba, decide di travestirsi da Babbo Natale e rubare il Natale.

Il Grinch si fa un cappotto e un cappello da Babbo Natale e traveste l’innocente Max da renna. Caricatisi dei sacchi vuoti su una slitta, viaggia verso Chistaqua con qualche difficoltà. Nella prima casa viene quasi scoperto da Cindy Chi Lou, una piccola e dolce Chi che si sveglia e lo vede rubare l’albero di Natale. Ma  Fingendo di essere Babbo Natale, il Grinch dice a Cindy Lou che sta solo portando l’albero nella sua officina per ripararlo, quindi le dà da bere e la rimanda a letto.

Procede poi a svuotare tutte le case di cibo, regali, alberi, vischio e calze sul camino, portando via anche le decorazioni del villaggio.

Portandosi dietro la refurtiva, il Grinch e Max tornano sul monte Crumpit. Prima di far cadere la slitta carica dalla montagna, il Grinch aspetta di sentire un triste grido dai Chi.

Tuttavia, nel villaggio, i Chi cominciano gioiosamente a cantare canzoni di Natale, a dimostrazione che lo spirito del Natale non dipende da cose materiali. Il Grinch comincia a capire il vero significato del Natale, anche se lo fa appena in tempo per impedire alla refurtiva di finire oltre il dirupo, e mentre cerca di impedire alla slitta di cadere il suo cuore si ingrandisce a dismisura concedendogli la forza necessaria per sollevare la slitta.

Così riporta tutto ai Chi e partecipa alla festa, avendo l’onore di affettare l’arrosto, mentre Max ottiene la prima fetta per tutti i suoi problemi.

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I miei non Natale

Altre volte ho scritto qualche cosa sul Natale nella mia infanzia. Anche questa volta ne vorrei ricordare uno.

Ero molto giovane, quindi tanti anni fa ed ero entrata da pochi mesi nello scautismo. Avevo 15 anni. Avevo dovuto licenziarmi dal mio lavoro di maglierista perché i miei fratelli avevano preso un bar in gestione e quindi il mio aiuto era necessario. Ero arrabbiata e delusa, amavo il mio lavoro e mi trovavo molto bene ma, vivendo in famiglia non potevo ribellarmi a questa decisione.

Mancavano pochi giorni a Natale, il giorno dopo avrei dovuto partire con le “Scolte” le ragazze nello scoutismo, quando era ancora diviso, per una uscita di 4 giorni.  

Avevo fatto più turni nel bar proprio per potermi “permettere” questa gita ed ero fuori di me dalla gioia.

Non avevo mai fatto questa esperienza con altre coetanee e la divisa era pronta, così come lo zaino in cui avevo riposto l’essenziale.

Ma mio fratello maggiore aveva deciso di “punirmi” così, per niente, negandomi il permesso di parteciparvi. Eppure non avevo fatto niente, avevo svolto il mio lavoro e le mie ore, mi ero guadagnata quella uscita. Non era possibile! Mi chiedevo perché tanta cattiveria nei miei confronti.

Volevo parteciparvi e quindi mi ribellai a quella decisione immotivata. Non sto a inoltrarmi nei particolari successi dopo, perché ancora adesso mi fanno star male, ma a niente sono serviti i miei pianti, il dialogo con la Capo Scout che è venuta nel bar a portare avanti la mia causa.

Aveva deciso così e così doveva essere fatto!

E il Natale di quell’anno è ancora dentro il mio cuore come uno dei peggiori.

 

Raymond James Stuart: illustratore

Questo illustratore statunitense, di cui si sa poco, è nato intorno al 1982, non si trovano indicazioni precise di questa data.

Mi hanno colpito i suoi innumerevoli lavori, soprattutto di bambini, la maggior parte paffutelli e solari.

Ha illustrato decine di calendari dell’epoca.

Le ambientazioni sono all’aria aperta, in giardini, rive di fiumi e molto spesso aggiunge animali domestici accanto ai bimbi.

Non avendo trovato molti dati su di lui aggiungo alcuni suoi lavori che lasciano intravedere la sua bravura.

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L’albero brontolone

Aveva un tronco rugoso, dei rami un po’ rachitici che producevano delle meline aspre che nessuno voleva. Ma la cosa peggiore era il carattere. Albero non faceva che lamentarsi: il campo si sarebbe riempito di fango, le mucche e i conigli gli avrebbero rovinato la corteccia, l’erba alta gli avrebbe fatto il solletico e così via…

Siepe, che era cresciuta proprio accanto ad Albero, decise perciò di fare qualcosa per impedire il continuo “mugugno” di quel brontolone d’Albero.

Spiegò il problema al vecchio Corvo che disse:”Albero, non ha una vera ragione di vita, ecco perché si lamenta sempre. “Ma dove si trova questa ragione?.” Di solito proprio sotto il naso. In estate, Siepe si riempì di verde e, come sempre, Caprifoglio le si attorcigliò alle foglie, adornandola con i suoi fiori profumati. “Albero”, chiese Siepe un bel giorno, “Qual è la cosa più brutta della tua vita?”. Albero ci pensò un po’ e poi sussurrò con voce triste:”La cosa peggiore è che non piaccio a nessuno.

La mia fioritura dura solo pochi giorni, le mie foglie non sono belle e le mie mele selvatiche hanno un sapore orribile”.” Ma a questo si può rimediare facilmente!”, esclamo Siepe. “Potrei chiedere a Caprifoglio di crescere lungo il tuo tronco e sui tuoi rami, e così saresti ricoperto di fiori profumati e di foglie verdi per la maggior parte dell’anno. L’unica difficoltà è che…Caprifoglio non vuole, dice che ti lamenti troppo”.

Albero rimase in silenzio. Poi disse:”Se io prometto di lamentarmi di meno, potresti convincerlo a crescere sopra di me?”. ”Certo”, rispose Siepe.

Così, per un anno intero, Albero non si lamentò neppure una volta. E un bel giorno della primavera seguente, Caprifoglio mise fuori un timido germoglio. Si attorcigliò al tronco di Albero e si intrecciò ai suoi rami, dischiuse i suoi fiori profumati, gialli e rosa, e Albero divenne il più bello tra tutti gli alberi del campo.

Da quel giorno non si lamentò più. Nemmeno una volta. Mai più!

Un pomeriggio d’inverno, Corvo andò da Siepe. “Non ho più sentito Albero lamentarsi. Deve aver trovato una ragione di vita. Qual è?”.

“Chiedilo a lui”, rispose Siepe. Corvo volò da Albero e gli chiese che ragione di vita avesse trovato. “Non posso parlare ora, Corvo, devo proteggere Caprifoglio dal vento”. “Ma è tutto marrone e avvizzito, ora che è inverno”. “Ora è così”, rispose Albero. “Ma si appoggia a me perché io lo protegga fino a primavera. E allora sboccerà di nuovo più folto e più bello dell’anno passato”.

Il vecchio Corvo e Siepe furono molto contenti nel sentirlo parlare così.

Albero aveva trovato la sua ragione di vita e non si sarebbe lamentato mai più.

                                                                             (Don Bruno Ferrero)

Vado a scuola: film-documentario

Con molta curiosità ho visto questo film-documentario e mi ha colpito molto, sia per le vicissitudine dei personaggi sia per le scelte finali.

Narra la storia di 4 bambini, provenienti da varie parti, uniti però dalla stessa sete di conoscenza.

Dalle savane sterminate del Kenya, ai sentieri tortuosi delle montagne dell’Atlante in Marocco, dal caldo soffocante del sud dell’India, ai vertiginosi altopiani della Patagonia, i quattro protagonisti, Jackson, Zahira, Samuel e Carlito sanno che la loro sopravvivenza, dipenderà dalla conoscenza e dall’istruzione scolastica.

Per soddisfare questo desiderio (e come milioni di loro coetanei nel mondo) affrontano, nella maggioranza dei casi quotidianamente, percorsi lunghissimi e spesso pericolosi. Ognuno di loro ha un sogno di emancipazione che nessun ostacolo può frenare

Pascal Plisson, documentarista francese con il rispetto, l’immediatezza e il meravigliato stupore di chi filma gli animali della savana, ha osservato e narrato il lungo e pericoloso cammino verso l’istruzione di questi  quattro bambini.I piccoli protagonisti di questo fantastico documentario sono:

Laikipia – Kenya

Jackson 10 anni, che percorre, mattina e sera con la sorellina, Laila. due chilometri in mezzo alla savana e agli animali selvaggi.

Come un suo insegnante ci racconta, egli è uno studente che ama le sfide, straordinariamente intelligente, capo della sua classe e capitano della squadra di football.

La sua ambizione è vincere una borsa di studio, così che un giorno potrà andare al college.

Jackson sogna di essere così istruito da poter ottenere un buon lavoro e riscattare la sua famiglia dalla povertà. Nel suo sguardo possiamo vedere quello stesso barlume che notiamo negli occhi degli altri bambini che provengono dagli angoli più remoti del mondo, pronti a scavalcare le montagne pur di assicurarsi una istruzione.

Jackson Saikong grazie a una borsa di studio, alloggia un in collegio e non deve più temere gli elefanti E un giorno forse potrà volare in aereo su tutta l’Africa, come sogna da sempre.

Il suo sogno è di diventare un pilota.

Patagonia – Argentina

Carlito, 11 anni, attraversa le pianure della Patagonia su un cavallo, portando con se la sua sorellina.

Carlito non è come gli altri studenti. Ogni mattina l’undicenne si alza all’alba e cavalca, per più di venticinque chilometri, sulle montagne e per i vasti ripiani della Patagonia. Non ha scelta, la sua scuola è in una altra valle, dall’altra parte della montagna. Suo padre Gilberto gli ha comprato un mulo quando lui aveva 6 anni, ed è con questo mulo che il giovane Carlito faceva il suo lungo viaggio quotidiano verso la scuola. 

Poi, quando Carlito ha compiuto 10 anni, Gilberto gli ha regalato un cavallo, Chiverito, uno straordinario compagno di viaggio. Quest’anno, Carlito ha un altro compagno di viaggio, la sorellina Micaela. Avendo solo 6 anni, Micaela è troppo giovane per andare a scuola da sola, ma il prossimo anno, Carlito non frequenterà più la scuola di Chaos Mala e Micaela dovrà fare il suo percorso a cavallo da sola.

Il suo sogno è imparare una professione e riuscire a praticarla a casa sua, nella sua terra. Egli vuole rimanere a vivere e lavorare con la sua famiglia. Egli ama sentirsi al sicuro, ma anche imparare cose nuove e aiutare a migliorare la qualità di vita dei pastori…

Carlito Janez vorrebbe diventare un veterinario, ma non vorrebbe lasciare la sua casa per nessuna ragione al mondo.

Bay of Bengal – India

Samuel, 11 anni, ogni giorno viaggia in India per otto chilometri, anche se non ha l’uso delle gambe, spinto nella sua carrozzina dai due fratelli minori, Emmanuel e Gabriel.

Dopo aver contratto la poliomelite, il dodicenne Samuel non è più riuscito a camminare, ma la sua sete di sapere è così forte, che niente può impedirgli di andare a scuola. Proveniente da una famiglia poverissima di pescatori, lui e suoi due fratelli posseggono uno straordinario coraggio.

Prima di partire, per arrivare puliti e ordinati, i tre ragazzi mettono le loro uniformi in un sacco di plastica, la scuola fornisce una uniforme per studente ogni anno, e prima di arrivare, di nascosto, si cambiano e si accertano che i loro capelli siano a posto.

I due fratelli minori sono stati i primi ad andare a scuola. Ma il desiderio di Samuel di imparare era così grande, che suo padre ha costruito per lui rudimentale sedia a rotelle, così che anche lui possa andare con loro.

La sua sete di sapere era così forte, che niente poteva impedirgli di andare a scuola.

Samuel J. Esther continua il suo percorso scolastico.

Egli vuole diventare un dottore e aiutare gli altri bambini che hanno sofferto per la poliomielite come lui.

Hight Atlas – Marocco

Zahira 11 anni, ogni lunedì con due amiche si fa 4 ore a piedi, lungo sentieri impervi, per arrivare nella città dove c’è il collegio che le ospita fino al venerdì.

Tra i suoi due fratelli e le sue quattro sorelle Zahira spicca, è l’orgoglio e la gioia della sua famiglia.

Dietro a questo si denota una povertà che potremmo definire anche con il termine di miseria, nella quale però non intendono restare passivamente a pietire. Gli spazi che debbono attraversare possono anche apparire affascinanti a chi vive comodamente e trova che dover andare a scuola senza un mezzo motorizzato sia una inutile fatica.

Attraverso l’istruzione, vuole cambiare il suo destino. Aiutare soprattutto le persone bisognose e diseredate- Ella sa esattamente cosa vuole, ed è determinata ad ottenerlo. La scuola è la sola strada per raggiungere i suoi obiettivi.

Zahira Badi è piena di speranze e si entusiasma all’idea di raggiungere il suo sogno di diventare dottore.

Personalmente mi ha commosso notevolmente la lotta del piccolo Samuel che riusciva a frequentare la scuola, dopo ore di cammino, solo perché i fratelli  lo spingevano su una carrozzina sgangherata. Sicuramente avrà sofferto molto durante il cammino ma la voglia di imparare, di conoscere, di affrontare era superiore a tutto! Non voglio nemmeno scordare i due piccoli fratellini minori, che, uniti da un bene indissolubile, hanno aiutato il fratello maggiore in questo desiderio.

E mi ha toccato il cuore la maturità sia di Jakson che di Carlito che si sono addossati responsabilità della sorellina che avevano appresso, sfidando vari ostacoli, con un maturità ineccepibile.

Zahira invece, spinta da una voglia inarrestabile di conoscenza per divulgarla poi ai più bisognosi si è prodigata .

Ha conseguito uno dei suoi primi obiettivi, quello di andare di paese in paese per promulgare la cultura tra i poverissimi villaggi.

Questi 4 bambini sono veri e propri eroi, impavidi condottieri che perseguono la conoscenza animati dalla consapevolezza che l’unico modo per migliorarsi e sopravvivere alla povertà è saper leggere e scrivere.

Ma forse è giusto lasciare che i sogni prendano voce, così come è importante sottolineare che esistono posti in cui le vecchie generazioni si privano di affetti e forza lavoro spingendo le nuove ad andare lontano per investire su un futuro più dignitoso.

La determinazione, la maturità e la solidità di questi bambini sono già tutte presenti.

Sono sorridenti e fiduciosi perché pensano, e a ragione, di avere in mano le redini del proprio futuro.

Tratto da:

https://agiscuola.it/schede-film/item/350-vado-a-scuola.html

http://blog.iodonna.it/scuola/2013/09/23/vado-a-scuola-un-film-da-vedere-soprattutto-per-le-scuole/

 

 

 

Marjolein Bastin: illustratrice e scrittrice

Marjolein Bastin è una nota artista naturalista olandese, scrittrice e illustratrice di libri per bambini. Nasce nel 1943 da John Henri uit den Bogaard, insegnante e fotografo e Pia uit den Bogaard. La madre sapeva che quando sollevò la piccola Marjolein dalla sua carrozzina e la mise nelle mani della natura, stava mettendo la natura nelle mani di Marjolein.

Amante della natura sotto tutti gli aspetti, sin da piccola amava sdraiarsi nell’erba e osservare il la natura. Il panorama, gli odori e i suoni del mondo che la circondava.

Da bambina il suo gioco preferito era raccogliere oggetti semplici della natura: pigne, semi e fiori.

Non appena fu in grado di usare pennello e matita iniziò a immortalare la bellezza della natura con schizzi e dipinti, trovando ispirazione nell’illuminazione di un uccello su un ramo o di una foglia che si asciuga nel sole autunnale.

Frequentò l’Accademia delle Belle Arti di Arnhem, in Olanda.

Marjolein è anche molto legata alla sua famiglia. Risiede con suo marito Gaston e trascorrono le loro vite insieme tra case di campagna in Olanda, in Svizzera e nel Missouri, vicino al quartier generale di Hallmark. Ha anche un ritiro tropicale nelle Isole Cayman che è stata l’ispirazione per il suo lavoro “Caribbean Blue”.

Ogni luogo in cui soggiorna o visita fornisce ispirazione per le opere d’arte che condivide con il mondo.

Marjolein fa passeggiate quotidiane per trarre ulteriormente ispirazione. Continua persino a collezionare oggetti lungo il percorso, spesso riportandoli alla sua scrivania, dove lavora ogni giorno dalle prime ore del mattino a sera disegnando e dipingendo a memoria, con una fotografia o le sue collezioni sulla sua scrivania. Le sue opere sono molto dettagliate e spesso includono i suoi pensieri ispiratori intrecciati attraverso l’arte.

  

I suoi più grandi lavori includono suo figlio e figlia Mischa e Sanna, che le hanno regalato due splendidi nipoti.

Sebbene i suoi genitori siano passati, rimangono un’altra parte cruciale della sua ispirazione. Può sentirli vicino negli odori della vita che la riportano indietro a quei primi giorni in cui ha sperimentato le morbide erbe verdi che si affacciano sulle rive del fiume Vecht.  “Quando sono nei boschi intorno a casa nostra a raccogliere rami di agrifoglio e pigne per il nostro tavolo delle vacanze, sento mia madre lì con me. E anche mio padre. Da qualche parte in me. Tutti quelli che amiamo vivranno per sempre nei nostri cuori “.

Mentre rimangono nel suo cuore, crea arte per il mondo.

Uno dei suoi personaggi più noti è Vera the mouse, il topo che ha disegnato più di trenta anni fa. La prima pubblicazione fu nel 1985.  

   

   

Per sentirsi veramente felici, amati e completi, Vera aveva bisogno di amici intorno a lei; amici per condividere felicità, tristezza, problemi, opportunità e tutto il resto. La vita è fondamentale per i suoi amici; si affidano a lei per essere lì per loro quando è necessario, per intrattenerli quando sono annoiati, per dar loro da mangiare quando sono affamati e per tenerli al sicuro quando incombe il pericolo. Gli amici di Vera hanno tutti una personalità unica, abbastanza simile in alcuni casi alle persone nella vita di Marjolein.

“Sono incredibilmente grata”, Bastin guarda alla sua vita. “Posso sempre aprire la porta ed uscire. Poi ho le margherite, gli alberi, gli uccelli, le farfalle. Rimarrà sempre con me. Quando non ci sarò più, la meravigliosa vita continua”.