Filastrocca: il bene di una nonna

Nonna mi vieni vicino,
oggi ho male al pancino.
Non so che cosa ho mangiato,
forse era avariato.

La nonna gli viene vicino
e gli accarezza il pancino,
con questo tocco beato
il bimbo si è addormentato.

Lo osserva mentre riposa,
un sorriso sul volto si posa,
chissà che starà sognando,
la mamma, il papà o cos’altro.

E pensa a quando era nato
e al mondo si era presentato;
due occhi blu come il mare,
ti ci potevi specchiare.

Si sveglia di soprassalto
e vede la nonna al suo fianco,
allora è tranquillo e sa
che lei sempre accanto sarà.

Le prende la mano rugosa,
è scarna e ha lo smalto rosa,
ella gli dà un bacino
e gli rivolta il cuscino.

Dormi caro tesoro
perché non sei da solo,
mamma e papà son lontano
ma io ti tengo per mano.

Il blog Tiraccontoaunastoria ha recentemente iniziato una nuova collaborazione con il blog

Marcoscrive, nella sezione dedicata al nuovo progetto Baby Books TuBe, con l’intento di sensibilizzare i bambini sia alla lettura che alla scrittura.

Filastrocca: le stagioni del mare

Un bambino guarda il mare
e ritorna a giocare,
prende sabbia e secchiello
e comincia a fare un castello.
È talmente impegnato
con le torri e il tracciato,
non si accorge di nient’altro
gioca con il papà a fianco.

Un ragazzo guarda il mare
e comincia a scrutare,
cerca chi tra le onde nuota
e il suo sguardo intanto nota
una giovane ragazza
che gli piace abbastanza,
deve solo avvicinarsi
e in breve presentarsi.

Una mamma guarda il mare
e comincia a sognare,
era bello poter nuotare
e tuffarsi in alto mare.
E poi a riva ritornare
e abbronzarsi fino a scottare
ma ora non lo può più fare,
ha il bambino da guardare.

Una nonna guarda il mare
e il ricordo in mente appare,
lei, al sole a crogiolare
e il suo corpo da osservare.
Pensa al tempo che è volato
e le torna in mente il passato.
Quanti ricordi dentro al mare,
quanti pianti da dimenticare.

Lei da sola sulla spiaggia,
e il mare l’asciugamano bagna,
una lacrima cade giù,
non importa, è solo una in più.
La sua vita è stata bella,
alza lo sguardo e vede una stella.
Guarda l’onda avanzare
e ricomincia di nuovo a sognare.

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Filastrocca: non sono un pesce

Mi sono tolta il pannolino
e mi sono infilata il costumino,
ora nel mare mi devo buttare
ma ho paura, non c’è niente da fare.

Il babbo mi guarda con un sorrisetto,
il baffo trema, mi dà uno sberleffo.
Questo mi fa ancora più arrabbiare,
e non mi aiuta di certo ad entrare.

Passa davanti a me un pesciolino,
mi dà uno sguardo, è proprio carino.
Chissà chi gli ha insegnato a nuotare,

eh, la natura, quante cose sa fare.

E noi bambini invece perché,
dobbiamo nuotare, senso non c’è.
Già dobbiamo imparar a camminare,
e la pipì addosso non possiamo più fare.

Se sbagliamo in qualcosa ci sanno sgridare,
siamo piccini, dobbiamo imparare.
Il pesce nuota, la rana salta,

l’uccello vola, la biscia avanza.

Invece io devo imparare a nuotare,
non sono un pesce ma lo devo fare.
Guardo la mamma e poi il papà,
mi butto nel mare, che contenti li fa!

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Filastrocca. il giovane ballerino

Al piccolo Tommy piaceva ballare
e in tante occasioni lo poteva fare,
che fosse in casa o nel giardino
o nel negozio del suo vicino.

Per lui non c’era cosa più grande,
per lui ballare era troppo importante,
i suoi piedini si muovevano tanto
e i suoi salti erano un incanto.

Sì, i suoi modi eran forse aggraziati
e i suoi vestiti spesso attillati,
ma non ci poteva proprio far niente
e non importa se non piaceva alla gente.

Veniva però spesso umiliato
dai suoi amici che giocavan nel prato,
correvano sempre dietro a un pallone,
per loro non c’era gioco migliore.

Lui non amava mai giudicare,
per loro era bello poter giocare
tutti assieme, oppure rivali
e ricever applausi a piene mani.

Invece ai suoi amici non era gradito
il suo modo di fare, non concepito,
ma la natura a volte è un po’ strana
oggi c’è il sole o piove per una settimana.

Egli sapeva quel che voleva
e il ballo nel suo cuore ardeva,
no, non riusciva a vedere il domani.
l’importante era l’oggi e non i giorni lontani.

Sapeva solo che la vita è grandiosa
e lo appassionava molto ogni cosa,
che fosse un fiore oppure un bambino
o un uccellino nel suo giardino.

Sapeva che amare è molto importante
e di risorse ne aveva tante,
ma non intuiva a chi avrebbe dato il suo cuore
che era pieno, zeppo d’amore.

Amo ballare, non è una faticaccia
e se poi qualcuno mi chiuderà la porta in faccia,
io sono così, che ti piaccia o no,
ma se mi ami il mio cuore ti do.

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Nuove collaborazioni

Stavo leggendo alcuni commenti nel blog di una amica e mi ha colpito l’articolo che aveva inserito riguardo un giovane scrittore, Marco Conti.

Ho così navigato nel fantastico sito di Marco che vedete QUI e mi sono persa nelle sue parole, nel suo modo di esprimersi attraverso le sue pagine, dal suo modo semplice di scrivere, dalla voglia instancabile di fare, di trovare ogni occasione per dare sfogo a questa necessità.

Solo chi è scrittore può capire il bisogno impellente che si ha di farlo, non importa dove o come, non importa cosa si scrive o cosa ma lo si fa. Ogni giorno, ogni attimo, ogni qualvolta che nasce un’idea o un verso.

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Il suo nuovo progetto è quello di dare spazio alla fantasia dei bambini che hanno desiderio di scrivere una poesia o una storia. A rompere il ghiaccio ma soprattutto ad ideare questa iniziativa è stato suo figlio Luca che frequenta la scuola elementare.

Conoscete il detto”Tale padre tale figlio”, in questo caso è successo proprio così, il ragazzo ha sentito la necessità di voler mettere su carta delle sensazioni fornitegli dalla natura, con i suoi suoni e suoi colori. E a quale miglior maestro poteva chiedere consiglio se non al padre? Come si può non sentirsi coinvolti nelle richieste dei figli? 

È quindi nata così la poesia La primavera che potete seguire QUI vista dagli occhi di un bambino. Ne è seguito un video con sottofondo musicale, di Beppe Bornaghi, che ti apre il cuore: solo semplicità scaturisce da queste parole, quella che solo nel cuore di un bambino puoi ancora riscoprire.

Da questa semplice e simpatica idea è nato quindi il progetto, il BabyBooksTuBe. L’obiettivo è quello di dar voce ai bambini che amano scrivere, che siano poesie, favole o racconti. Quante cose potrebbero insegnarci, potremmo così riuscire a vedere il mondo attraverso il loro pensiero e il loro sguardo.

Complimentandomi con Marco ma soprattutto con Luca, io che scrivo esclusivamente per i bambini, non potevo non cogliere questa occasione, cioè quella di collaborare con loro.

Ho tanto da imparare da questa esperienza e mi auguro che il connubio porti a far emergere tanti nuovi piccoli “artisti”.

luca

 

Serve solo un foglio di carta, una penna e la fantasia che ogni bambino ha dentro di sé per farci sognare.

 

Anche il blog marcoscrive ha parlato di questa nuova collaborazione. LEGGI QUI 

La nuova Mowgli

Quante volte abbiamo riscontrato che le favole diventano realtà? Basta ricordare alcune favole classiche per pensare che ciò può realmente esistere.

Esempio tipico Biancaneve, dei fratelli Grimm, del 1812, che tratta dalla vera storia di Margarete von Waldeck, una giovane nobildonna tedesca. I suoi genitori erano proprietari di una miniera e assumevano dei ragazzini per lavorarci, in condizioni di sfruttamento giovanile. Da qui l’idea dei 7 nani, riferendosi appunto alla loro altezza. Anche il rapporto con la matrigna trae spunto da vicende reali. La vera matrigna di Margarete odiava così tanto la ragazza che decise di mandarla alla corte di Bruxelles. Qui la giovane conosce il principe Filippo II di Spagna. Un amore destinato al lieto fine proprio come nelle favole. Peccato che il padre di lui si oppose a tale unione e decise di avvelenare la ragazza. Non è certo una favola a lieto fine ma se le circostanze fossero state diverse avrebbe potuto esserlo.

Altra famosa fiaba Hansel e Gretel, del 1812, sempre dei fratelli Grimm. Lo spunto è stato dato per il vagabondaggio dei bambini in seguito alla grande carestia che colpì l’Europa. In particolare la vicenda riguarda la Germania del Trecento. Le persone, per sopravvivere in questo contesto compirono atti di violenza,  compreso l’infanticidio e il cannibalismo. Probabilmente la favola si riferisce a due orfani abbandonati.

E Cenerentola, di Charles Perrault, che si rifà a una vera storia cinese .

Ma torniamo alla favola attuale di cui vorrei parlarvi: Il libro della giungla, di Rudyard Kipling, scritto nel 1894.

Un classico, conosciuto e utilizzato dal mondo scout per i principi educativi. Il libro descrive le avventure di Mowgli, un cucciolo d’uomo perdutasi nella giungla indiana, adottato e cresciuto da un branco di lupi.

E oggi, nell’era moderna, ritroviamo la nostra Mowgli, in India, come nel libro, ma allevata da scimmie e non lupi. È una bimba all’incirca di 8 anni.

Un ufficiale di polizia in pattugliamento nella Riserva naturale di Katarniaghat è rimasto incredulo nello scorgere una bimba nuda che correva nascosta tra le scimmie.

Questi, con cautela, ha tentato immediatamente un avvicinamento: la bimba e le scimmie hanno preso ad urlare nel tentativo di spaventarlo. L’ufficiale, con estrema pazienza e perseveranza, alla fine è riuscito a portarla via consegnandola ai medici dell’ospedale locale, dove è stata soprannominata Mowgli 2.0

Solo il tempo ci dirà quanto e quanto la bimba potrà tornare alla normalità ma i medici sono fiduciosi in questo, data la giovane età della fanciulla.

Le auguro con tutto il cuore che la sua sia una favola a lieto fine.

Filastrocca: il topino birichino

Un gattino riposava
nella cuccia e non si alzava,
mamma gatto lo chiamava

ma il micetto non l’ascoltava.

Mentre dormiva passò un topolino
e vide il gattino nel suo cestino,
si avvicinò pian pianino

e lo morsicò sul sederino.

“Ahi che dolore, povero me”
Disse il micio tra sé e sé,
il sederino intanto gonfiava
e il topolino sghignazzava.

“Perché mi hai fatto tanto male,
io sono buono, non lo scordare
e la mia pappa con te ho condiviso,
il riso e il formaggio abbiamo diviso.”

Il topolino aveva sbagliato,
come poteva aver scordato
che il gattino era suo amico,
perché mai lo aveva ferito?

Chiese perdono al povero gatto
del misfatto che aveva fatto,
era davvero molto pentito
e del micetto fu di nuovo suo amico.

Filastrocca: i sette uccellini

Dentro un’anfora nel mio giardino
un cinguettio udii vicino.

Mi avvicinai allora pianino
posi l’orecchio dentro al buchino.

Di colpo vidi uscir un uccellino
le piume eran gialle era un canarino?

No, non poteva essere quello
poteva forse esser un fringuello.

Ma cosa dico, è una cinciallegra,
che fregatura che mi son presa.
Aveva covato sette ovetti
e tutti quanti uscirono lesti.

Non sanno ancora bene volare,
ci tocca dunque allora aspettare

E quando son pronti se ne potranno andare
e il mio giardino potran visitare.

Dopo che avranno dato uno sguardo
voleran via senza nessun traguardo.
Ma tanta strada non deve fare
dovrà a Giugno ancor ritornare

Ritroverà la stessa casetta,
cioè l’anfora che l’aspetta!

Filastrocca:mi è caduto un dentino

Oggi mi è caduto un dentino
e l’ho trovato nel mio lettino,
mi sono addormentata con lui vicino
ma me lo ha rubato un topolino.

Alcuni dicono che è una fatina
che ruba i denti per la Regina,
ma invece per me è stato un topino,
ho visto la cacca sul comodino.

E al mattino ho trovato un soldino,
è stato tirchio, era bellino,
sì, piccolino ma era carino
ed era bianco, pulito a puntino.

La filastrocca è quasi finita,
non fatemi ridere, lo faccio a fatica,
adesso in bocca ho un buchetto,
non riesco nemmeno a dare un bacetto.

Metto il guadagno nel salvadanaio,
forse da grande farò il gelataio
e porterò gelati ai bambini,
che senza un dente sono sempre carini.

 

L’infermiera ieri e oggi

Ho avuto modo di passare due giorni, come degente, nell’ospedale dove ho vissuto parte della mia vita, come infermiera. Contemporaneamente  ho proseguito a leggere il libro Chiamate la levatrice, di Jennifer Worth, ambientato nell’East London negli anni 50.

In questo straordinario libro viene descritto il lavoro delle levatrici, oggi chiamate ostetriche, in un ambiente povero, con pochi medicinali a disposizione, in un degrado totale e con un elevato numero di nascite. In quel periodo esse avvenivano in casa, tra panni stesi, letti improvvisati, bimbi mezzi nudi che giravano per casa, pochi alimenti nutrizionali.

Ma le levatrici, in mezzo a tutto questo squallore chiudevano gli occhi e portavano avanti il loro lavoro non giudicando mai l’ambiente che a loro si presentava. Il loro unico scopo era aiutare la gestante a portare alla luce il bimbo. Ore e ore di attesa, andata e ritorno più volte tra la sede religiosa in cui vivevano, anche se erano laiche e la casa dell’assistito. Non c’era orario, stagione, malessere che poteva trattenerle. Il loro unico scopo era quello!

Citerei anche la figura di Florence Nightingale, di cui ho già parlato in uno mio precedente articolo, soprannominata la Signora della lanterna per la consuetudine che aveva di aggirarsi di notte tra i soldati con la famosa lanterna, per confortare, assistere dare speranza.

Ritornando alla mia degenza ho notato dei notevoli cambiamenti che mi hanno fatto riflettere molto. Avevo già sentito parlare del fatto che il paziente oggi è un numero, che non esiste più il rapporto infermiera-paziente, che manca la spontaneità, il sorriso, lo scambio di sguardi ma credevo che si esagerasse, come ormai si è soliti fare.

Ma mi sbagliavo, ho constatato infatti che è così, sembra che ognuno viaggi su due binari diversi, su due vagoni diversi e che l’obiettivo finale non sia lo stesso: la guarigione.

Eppure non è passato moltissimo tempo, come nel caso del libro citato, ma ho notato lo stesso il cambiamento negativo.

Nei classici corridoi dell’ospedale tutto è più calmo, più lento, sembra di girare un film alla moviola, chi deve giacere a letto per ore o giorni non ha più una parola di conforto, un sorriso dato anche velocemente, un saluto giornaliero.

Altra cosa che non riesco ad accettare è il contatto obbligatorio dato con i guanti di lattice. Ai miei tempi questi venivano usati esclusivamente  in caso di possibilità di contagio mentre oggi sono di routine. Il contatto è freddo, crea barriera.

Se ritorno ai miei tempi tutto era diverso, non dico migliore perché il lavoro era tanto. Le siringhe erano di vetro e non erano monouso, dovevi sterilizzarle tutti i giorni tramite bollitura. Non parliamo degli aghi, li potevi sostituire solo se avevano la punta scheggiata. Le garze per la medicazione erano contate e i guanti lesinati. Ma una cosa che non mancava mai era il giro del reparto al mattino e il saluto. Te lo inculcavano nel corso, te lo ricordava ogni giorno la Capo sala e quindi era una cosa che facevi sempre, prima di iniziare la tua giornata. Ti informavi della notte passata, se aveva delle necessità. Come va? Come ha passato la notte? Ha problemi? Ha bisogno di qualcosa?  Queste erano le domande quotidiane.

Ho trovato che è soprattutto quello che manca, il dialogo.

Ho notato invece più aggregazione tra il personale. Anche questo non esisteva. Avevi lo scambio con gli altri infermieri solo per il passaggio di consegne tra un turno e l’altro, se avevi del tempo libero cercavi come sfruttarlo al meglio. Poteva essere un mettere a posto gli strumenti, leggerti una cartella clinica per aggiornarti, stare vicino a chi stava soffrendo o ai famigliari, stare accanto a chi era solo. Una parola di conforto fa sempre piacere, ti risolleva il morale.

E poi, per ultimo, la privacy. Ti fanno firmare un foglio per la privacy ma dovrebbe comprendere anche quella del corpo, non solo dei dati anagrafici.

Il tuo corpo è alla mercé di tutti, in primis i tuoi compagni di camera, perfetti sconosciuti fino a qualche giorno o qualche ora prima. Se poi ci metti anche il parente che non può lasciare la stanza perché deve stare vicino al congiunto…

E poi gli infermieri, gli addetti alla pulizia, magari anche l’imbianchino. Tu sei lì, che cerchi di arrangiarti alla meglio per i bisogni giornalieri e senti parlare di moda, di calcio, ecc. Oppure al contrario, i tuoi bisogni stanno con te ore e ore, per farti compagnia e quando si ricordano di te il tuo corpo è deformato!

Ai miei tempi era d’obbligo la cuffia inamidata la cuffia o addirittura il velo con i capelli raccolti dentro lo stesso, sembravi una suora, ma almeno non te li trovavi nel pasto, nel letto, ecc.

Esistevano i paraventi, te li portavi sempre dietro come la coperta di Linus, isolavi il paziente da ogni sguardo, lo facevi sentire più libero, più umano. Ora credo che questi facciano parte solo di un arredamento giapponese, non più nostro.

E portavi la cuffia o addirittura il velo con i capelli raccolti dentro lo stesso, sembravi una suora, ma almeno non te li trovavi nel pasto, nel letto

Pudore? No, rispetto! 

Con questo mio scritto non voglio fare di ogni erba un fascio, questa è stata solo la mia esperienza. Sicuramente esistono delle ottime infermiere,  loro hanno il mio più grande rispetto, ma sfortunatamente non ho avuto l’onore di incontrarle in questa mia ospedalizzazione. 

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Filastrocca :l’orsetto lavatore

Un orsetto lavatore
si lavava a tutte le ore
e quando aveva quasi ultimato
ricominciava tutto daccapo.

Passò di lì un maialetto
e lo vide fare il bagnetto.
“Non si deve lavarsi mai,
se lo fai sei nei guai”.

Il procione non capiva
quel che questi gli suggeriva
con un tono un po’ acceso,
beh, lo aveva quasi offeso!

“Perché mai dovrei lasciare
di far quello che mi pare,
a me piace esser bello
e lavarmi nel ruscello”.

Il maialetto non capiva,
era d’indole impulsiva,
e sbeffeggiò così l’orsetto
che nuotava nel laghetto.

Non aveva grandi amici,
tutti gli altri eran felici,
di mangiare, di saltare
e fra di loro anche giocare.

Forse il suo era un difetto,
l’esser bello, esser perfetto!
Si doveva rassegnare
e con gli altri insieme stare.
Era bello avere amici,
sol così si è felici.

 

Filastrocca: il pupazzo rosa

Ho un pupazzo tutto rosa
che nel letto mio riposa,
se mi alzo al mattino

non dimentico il bacino.
È un peluche delicato
dal musetto assonnato.
Io gli voglio un gran bene,
esso è mio. Mi appartiene!
E di giorno poi giochiamo
e a volte conversiamo.
Me lo coccolo benino
e lo stringo al mio pancino.
All’asilo dovrò andare
e il pupazzo potrò portare,
ma starà con me vicino
solo per il riposino.
Ora però devo andare
con la nonna a passeggiare,
lascio a casa il mio amichetto,
lo rimetto dentro al letto.

Filastrocca: i sogni dei bambini

Quando un bambino
dorme nel lettino,
chissà cosa sogna,
è un mistero divino.
Nessuno di noi
se lo può ricordare
ma forse da mamma
ti piace pensare
che sogni pascoli,
miriade di fiori,
uccelli fatati
dai mille colori.
Orsetti giganti
che gli danno la mano,
una musica dolce
che suona lontano.
Una casa pepata
e fuori un giardino
con tanti dolcetti
su un tavolino.
Intorno alla tavola
tanti bambini,
di tutte le razze
per stare vicini.
Ognuno parla
ma non si capisce
nulla di quello
che insieme si dice.
Ma non importa,
si stringe la mano
al bambino vicino
e insieme fanno
un bel girotondo
dai mille colori,
dal bianco al marrone,
nessuno sta fuori.
La mamma continua
ancora a pensare
che è tanto bello
per il bimbo sognare.
Allora si siede
e lo guarda dormire.
E pensa che è bello
e lo ama da morire!

I primi passeggini della storia

Il primo passeggino venne costruito 1739 in Gran Bretagna dall’architetto William Kent che elaborò per il duca del Devonshire, dandogli una forma a conchiglia che abbracciasse il bambino consentendogli una posizione quasi seduta e confortevole grazie al rivestimento interno fatto di molle. Il suo decoro richiamava la pelle del serpente ed era fornito di briglie dove attaccare un animale non meglio specificato, forse una capra o un pony. Diciamo una carrozza in miniatura.

Fu subito un successo. E così la moda per il passeggino spopolò e divenne un mezzo estremamente lussuoso che solo i più abbienti potevano permettersi.

Gli anni seguenti importanti innovazioni furono messe in atto. Innanzitutto i passeggini furono dotati di maniglioni per poter essere spinti dai genitori.

Con l’avvento della regina Vittoria e il suo acquisto di ben tre passeggini, questi divennero un vero e proprio status symbol per la nobiltà, tant’è che la regina stessa invitò quanti volessero far parte dell’alta società a procurarsi un passeggino per la loro prole.

Molti modelli iniziarono ad essere associati alla “royalty” con dei nomi importanti come Duchessa o Principessa.

Tuttavia il vero e proprio cambiamento radicale si ebbe nel 1889 grazie a un tale Richardson che creò il primo passeggino reversibile della storia! Grazie al suo particolare meccanismo innovativo il bimbo poteva così godere del fronte mamma e una volta più cresciutello del fronte strada.

Richardson quindi è da considerarsi il vero padre del passeggino perché tante delle sue innovazioni sono in uso ancora oggi!.

Con la fine della prima guerra mondiale si assistette al primo baby boom che aprì il mercato del passeggino anche alle famiglie più povere e ciò portò altri accorgimenti per aumentarne la sicurezza: dal blocco ruote alle ceste più profonde per evitare rovinose cadute al pupo

E anche a livello di design furono introdotti materiali più pratici ed economici come plastica e gomma che vennero a sostituire i vecchi passeggini di legno e vimini e resero la spesa affrontabile da chiunque.

Nel 1965 l’ingegnere aereonautico Owen McLaren assecondò la richiesta della figlia di avere un passeggino stabile e leggero e al tempo stesso non ingombrante e maneggevole con cui poter tranquillamente spostarsi nei lunghi viaggi. Sfruttando le sue nozioni di aereonautica elaborò “Umbrella” il primo vero e proprio passeggino compatto, immortalando per sempre il suo genio!

Lo chiamò B01 buggy. Un nome che somigliava più a quello di un aereo o un jet da caccia. Il passeggino era realizzato completamente in alluminio, era leggerissimo (solo 3kg!) e aveva un meccanismo di chiusura 3D. A quei tempi era rivoluzionario.

Anno dopo anno i passeggini hanno subito delle mutazioni incredibili: oggi hanno i freni a disco, lo stereo incorporato e alcuni anche gli schermi lcd annidati nella tendina parasole… Questo è il progresso!

                                                 1830
                                      1848                                         fine 800                                                   1906                                                   1931

Tratto da:

https://www.cercapasseggini.it/notizie-passeggini/la-storia-del-passeggino-lunga-tre-secoli-262.asp

www.bravibimbi.it/curiosita/i-30-passeggini-che-hanno-fatto-la-storia

Filastrocca: la tortora invidiosa

Ho visto una tortora
in un giardino,
vicino al laghetto
del mio vicino.

Tra rane e pesci
essa volava
mentre una rana
vicino saltava.

Fece un sobbalzo,
lei sapeva volare
mentre la rana
sapeva saltare.

Voleva imparare
a far quella cosa,
tutti l’avrebbero
invidiata a iosa.

Che ci voleva,
lo poteva fare
si mise in posa
per osservare.

Allargò le zampe,
si fece anche male,
ma non importa,
doveva imparare.

Si mise d’impegno,
slanciò le zampine
e cadde in terra
in mezzo al cortile.

Tenta e ritenta,
non c’era nulla da fare.
La rana saltava,
lei doveva volare!

Filastrocca: la nonnina instancabile

Ahimè, la schiena della nonnina,
quando ti prende la mattina,
scende le scale con un fardello
che non è proprio leggerello.

Ma le nonnine questo san fare
e non si posson lamentare
e non si debbono nemmeno ammalare,
sennò i nipotini chi li può guardare?

Ogni mattina al levar del sole,
ben riposata o di malumore,
la calda casa deve lasciare
e con qualsiasi tempo se ne deve andare.

Varca la soglia di quella dimora,
non fa rumore perché dormono ancora.
No, non si debbono ancora svegliare
i due tesori che vuole abbracciare.

In quella casa, che non le appartiene,
ci sono ricordi e mille atmosfere,
tanti giocattoli con cui giocare
e tante foto da ammirare.

Ora le deve proprio svegliare,
i loro sogni devon lasciare.
È giunta l’ora di dare il buongiorno
e salutare il nuovo giorno. 

Filastrocca: la farfalla innamorata

Volteggia leggera,
si posa su un fiore
e hanno quasi

lo stesso colore.
Sbatte le ali,
vuol corteggiare
quell’esile fiore,
ha bisogno di amare!
Il fiore la osserva
e la sente pesare
sull’esile stelo
“Ma se ne vuole andare?
Ero felice,
mi godevo il sole
e questa farfalla
quasi marrone
mi sa che non mi vuole
proprio lasciare,
ma ha capito
che non c’è niente da fare?
Lei è una farfalla
io sono un fiore
e tra noi due
non può sbocciare l’amore.
Posso darle riparo,
farla riposare,
ma non c’è altro
che io possa fare!”
La farfallina
allora ha capito,
il piccolo fiore
può esser solo suo amico.
No, non si può accontentare,
lei cerca l’amore
che lui non può dare.
Con molta tristezza
e un velo nel cuore
riprende il suo viaggio
in cerca d’amore!

Filastrocca: la primavera e l’inverno

La primavera è una bella signora
con tante collane e una corona
fatta di semi e tanti fiori

una miriade di svariati colori.

Arriva correndo in compagnia
del sole e del vento, in armonia.
Vuole portare tanta allegria
mentre l’inverno deve andar via.

Le passa davanti un bel ragazzino
che sta correndo col suo motorino
Ha anche il casco, è molto eccitato
e sta correndo lungo un fossato.

Vede passare una coppietta
lui che va piano ma lei che va in fretta.
Un picnic vogliono fare
poi mettersi al sole a crogiolare.

Incontra una donna con un cagnolino
che gioca a palla nel suo giardino.
Tutti vorrebbero poter uscire
e il calore sul corpo sentire.

Ma qualcuno non è fortunato
ed è in casa molto ammalato.
Il signor inverno se ne deve andare
per molto tempo a riposare.

Lei è molto amica del caro inverno,
lui è un vecchio ed ha il cappello,
la barba bianca come la neve
e il suo passo è proprio greve.

Egli ama la bella signora
dai lunghi capelli e una bella chioma,
dalla risata accattivante
che lo fa “sciogliere” sempre all’istante.

Fece di tutto per non andar via,
voleva stare in sua compagnia.
Ecco, diciamo che è innamorato
della fanciulla che gli toglie il fiato.

Ma egli ben sa che non deve sperare,
è troppo vecchio, si deve rassegnare.
Per la primavera egli è un caro fratello,
anche se in fondo una volta era bello.

Ma non ci vuole proprio pensare
È giunta l’ora, la deve salutare!

 

Filastrocca: la natura incontrollata

C’era il sole lassù nel cielo

anche se questi non era sereno,

dall’altra parte c’era la luna

la sua presenza era inopportuna.

Ecco di corsa arrivare le stelle

erano tante ed erano belle.

Facevano però una confusione

in un contesto senza ragione.

Ma cosa stava succedendo nel cielo,

era sereno o pioveva davvero?

E come mai la neve imbiancava

quel terreno che la gente lavorava?

Passarono insieme moltissimi uccelli,

alcuni brutti alcuni belli.

Non si capiva proprio più niente,

c’era qualcosa di imminente.

Era sbagliata la confusione

che c’era in cielo, senza ragione.

Ognuno lassù era fuori posto,

se c’era la luna il sole è nascosto

e se pioveva non c’eran le stelle,

sembrava che ognuno fosse ribelle.

Ecco era marzo, il pazzerello,

quello del sole e dell’ombrello,

quello che a volte fa nevicare

e il raccolto danneggiare.

Era arrivata la primavera

e sulla terra ognuno spera,

in belle giornate di sole o di pioggia

solo così la natura s’invoglia

di dare frutti, un buon raccolto,

le camminate quando il sole è già sorto.

Allora il Signore lassù nel cielo

si diede da fare e in un baleno

tutto fu bene sistemato

e il Signore tirò di fiato!

 

Filastrocca: il trattore verde pisello

La mia nipotina ama molto i trattori. Quando passano rimane incantata per la loro maestosità. Ecco allora una filastrocca su di loro.

Ho visto un trattore
sfrecciare lontano.
andava veloce
però contromano.

Il suo colore
era verde pisello
disegnato sul cofano
un bel pipistrello.

Correva per strada
e infine nei prati
e i miei occhi
eran incantati.

Volevo salire
sul grande trattore,
volevo guidare
a tutte le ore.

Di giorno, di notte
non era importante
bastava guidare
per sentirmi grande.

Mi avvicinai
allora pianino,
guardai su in alto,
ero proprio piccino!

Chi lo guidava
era un gran omaccione,
mi diede uno sguardo
mi fece terrore.

Tornai allora a casa,
presi i miei giochi
e ve lo assicuro,
non erano pochi.

Presi il trenino,
le mie macchinine
e il mio trattorino
con le ruote piccine.

Avevo anch’io
la mia fattoria
con tanti animali
e chiesi alla zia:

“Ti prego, giochiamo
io prendo il trattore,
le mucche, le pecore
il vecchio furgone.”

Giocammo insieme
per tantissime ore.
Da grande, sicuro
avrei fatto il fattore!

 

Filastrocca: il passerotto occhialuto

Un passerotto mentre volava
contro ogni cosa si schiantava
e non riusciva a capire il perché,
sapeva volare, altro non c’è!

Il passerotto era carino,
aveva un musino birichino,

un piccolo becco molto appuntito
ma alcune volte era ferito.
Andando a sbattere continuamente
a volte si faceva male e a volte niente,
ma molto spesso era ammaccato

e qualche volta anche tagliato!
Mamma passero lo portò dal dottore,
un gufo saggio e molto sornione:
guardò il musino e poi gli occhietti
che non trovò proprio perfetti.
Doveva trovare una soluzione
per il passerotto e aveva ragione.
Tutta la notte restò alzato
ma un rimedio aveva trovato.

Quel povero passero tanto carino
non ci vedeva da vicino!
Prese due lenti, un fil di ferro,
li mise insieme e fece un modello,
forse un po’ strano ed inusuale
di occhialino, per poter volare.
Ora se guardi lassù nel cielo
e vedi brillare a ciel sereno,
è il passerotto, ma non lo fissare
perché si potrebbe… vergognare!

Alison Hargreaves e Tom Ballard

In questi giorni non si parla d’altro che della morte dei due giovani alpinisti, Daniele Nardi e Tom Ballard.

Come scrivono in più parti: la montagna dà, la montagne toglie. Lo sanno tutti coloro che affrontano i percorsi in alta via. Le avversità sono nascoste in ogni angolo,  sono imprevedibili e a volte letali. Ma quando hai nel DNA questo bisogno inarrestabile di cimentarti con te stesso, quella voglia di montagna, di solitudine, di estese immense, di silenzio non pensi ad altro. Il bisogno di salire, farlo verso l’impossibile, dove solo pochi hanno la fortuna e la capacità di riuscirci. E noi dal basso guardiamo queste imprese, forse le giudichiamo, ma lo scalatore sa il rischio che corre e non ne può fare a meno. È troppo forte l’impulso, la necessità di farlo. Lo scalatore ha bisogno di questo per vivere, la montagna per lui è la vita, quella che rischia ad ogni passo che fa, ben cosciente di questo. Ma non ne può fare a meno.

Mi ha colpito particolarmente la storia di Tom Ballard, figlio della sfortunata alpinista britannica Alison Hargreaves (1962-1995).

Lo scopo di vita di questa giovane mamma era la montagna. Era salita in solitaria la pericolosa parete nord dell’Eiger, in Svizzera, incinta di Tom. Per questa eroica impresa è stata criticata ma quale mamma metterebbe a rischio l’incolumità del figlio se non ne avesse la necessità vitale di farlo?

Le sue imprese sono indescrivibili, hanno lasciato il segno, nessuna donna in quel periodo ha eguagliato le sue imprese. Nessuna era al suo livello.

La sua prima spedizione extraeuropea è stata in Nepal, a 24 anni. Fece squadra con tre americani, Jeff Lowe, Tom Frost e Marc Twight con i quali aprì una via nuova, molto tecnica, sulla montagna. Un’impresa che stupì il mondo alpinistico.

Nel 1993, accompagnata dalla famiglia, compie un memorabile viaggio sulle Alpi durante il quale completa le 6 classiche Nord in solitaria: Eiger, Cervino, Aiguille Dru, Pizzo Badile, Grandes Jorasses e Cima Grande di Lavaredo.

Nel 1994 tenta di conquistare l’Everest senza ossigeno, da sola, senza compagni e senza sherpa ma deve rinunciare per un inizio di congelamento agli alluci. Ma non demorde, pochi mesi dopo ci riprova trasportando da sola i suoi materiali e senza far uso di bombole ed è un successo nazionale.

Ma la montagna è una droga, non ne puoi fare a meno per cui poco tempo dopo riparte per salire sul K2, insieme ad altri alpinisti. Anche questa impresa riesce  ma da lì non fa mai ritorno. Una bufera di neve li sorprende e muoiono tutti.

Il suo proverbio preferito era: “Un giorno da leoni è meglio di cento giorni da pecora“, che è stata fonte di continua ispirazione anche per i suoi figli.

Un mondo per noi sconosciuto, dove non vi è confine tra cielo e terra, dove lo spazio è talmente immenso che ti toglie il fiato dallo stupore, dalla meraviglia. Tutto questo ha unito per sempre i due giovani alpinisti, mamma e figlio, uniti da uno stesso destino che hanno condiviso per anni, fino alla fine.

Le montagne saranno il vostro rifugio, le nuvole e il cielo il vostro tetto, il silenzio la vostra ninna nanna eterna.

Addio Alison e Tom.

 

Suor Giuseppina Demuro

Suor Giuseppina Demuro nasce a Lanusei, in provincia di Nuoro il 2 Novembre 1902. È la secondogenita di nove figli.

Dopo esser emigrati a Cagliari, Giuseppina si avvicina la mondo delle Suore Vincenziane ed entra nella congregazione delle Figlie della Carità.

Nel 1923 arriva a Torino dove prende l’abito religioso.

Nel 1926 fa parte del gruppo chiamate a seguire le detenute del carcere giudiziario “Le Nuove”, di Torino. Si ingegna per trovare modi e metodi per relazionare con le detenute . Impara a suonare l’harmonium, a fare della musica uno strumento di gioia, di liberazione dal male e di crescita interiore per le sue carcerate. si istruisce maggiormente, cerca di ridurre le sofferenze dei detenuti.

Nel 1942 viene nominata  Superiora e comandante delle sezione femminile, dietro suggerimento del Direttore del carcere, dottor Marino Tamburrini.

Delle molteplici gesti edificanti di Suor Giuseppina ricordiamo:

  1. la revoca dell’esecuzione capitale di un padre di famiglia condannato a morte per ragioni politiche;
  2. la salvezza di una giovane ebrea trattenuta presso il carcere Le Nuove, anziché essere deportata in un lager tedesco, perché venne applicato alla lettera il Regolamento penitenziario del 1931 che prescriveva il trasferimento di un detenuto se si conosceva prima e con esattezza il luogo di destinazione;
  3. il ricovero infondato di due coniugi ebrei che si salvarono fuggendo dall’ospedale in cui si trovavano; tale gesto è ricordato ancora oggi dai loro due figli con immensa gratitudine;
  4. la sottrazione alle SS di un bambino di appena nove mesi che veniva nascosto in un fagotto di lenzuola sporche e portato via dal carcere;
  5. altri gesti di carità venivano compiuti da questa superiora: · le uova sode sbriciolate venivano messe nelle scatole di medicinali per portarle ai detenuti politici del 1. Braccio tedesco; · varie notizie familiari venivano trasmesse di nascosto ai prigionieri; · le madri venivano consolate allorquando, arrivate al carcere per effettuare colloquio, erano messe a conoscenza della tragica fine che era toccata ai loro figli fucilati al Martinetto; · il consigliare vari prigionieri sull’adattamento alla vita penitenziaria e al regime intramurario imposto dalle SS, il saper chiedere al maresciallo Siegl, comandante dei reclusi sotto le SS, di far celebrare la Messa del Natale 1944 a Ruggero, cappellano del carcere cui era negato l’accesso al 1. Braccio; · il saper ricorrere a sotterfugi come lo scambio di lastre e di altri esiti medici, grazie alla complicità del dottore in carica, per trasferire in infermeria detenuti politici al fine di offrire loro un trattamento meno disumano.
  6. la nascita dell’Asilo Nido per i bambini da 0 a 3 anni, allevati con le loro madri che espiavano una pena; · l’apertura della “Casa del Cuore” destinate alle detenute senza dimora, con difficoltà economiche, con figli minorenni; · i pranzi offerti alle detenute in occasione del Suo onomastico; la scuola per imparare a leggere, scrivere e fare i conti, i corsi di rattoppo, di stireria, di maglieria, il conforto di madre buona a chi non aveva mai avuto genitori oppure li aveva uccisi di persona per motivi aberranti ed inauditi. 
  7. Diventa fondatrice della Casa del cuore, aperta nel Maggio del 1949. Le liberate dalle varie carceri italiane che non hanno famiglia o rifiutate dalla stessa troveranno qui una accoglienza familiare. Sono incluse anche le recluse dei Manicomi giudiziari o delle Case di Pena.

    La Casa del Cuore aveva 12 posti letto.

    Suor Giuseppina Demuro muore tra le sue amate detenute il 18 Ottobre 1965, amata e venerata da tutti!

    Tratto da:

    http://www.museolenuove.it/index.php/news/item/21-suor-giuseppina-una-donna-attenta-ai-bisogni-degli-altri

Filastrocca: l’anziano

Passando per caso
davanti a un giardino
seduto nel prato
c’era un uomo cattivo.

Aveva sul capo
un vecchio cappello
e teneva per mano
un antico rastrello.

Mi chiesi allora
che cosa facesse
quell’uomo nel prato,
senza interesse…

Mi accorsi però
del suo sguardo spento,
gli tremava la mano,
non era contento.

Mi avvicinai
allora pianino,
guardai l’anziano
e mi sedetti vicino.

Mi prese la mano,
la strinse a sé,
sembrava chiedesse
“Perché proprio a me?

Perché quel rastrello?
Seduto in un prato?”

Mille domande
tutte d’un fiato.

Allora capii
che cosa facesse
quell’uomo nel prato,
senza interesse.

E poi sorrise,
aveva intuito,
egli si era
soltanto smarrito.

Si alzò senza fretta.
mi dette la mano
e insieme partimmo
ma non andammo lontano.

Aveva trovato
la sua dimora
e da quel giorno
non fui mai più sola!

John Sloane: illustratore

Oggi vorrei scrivere qualcosa su questo particolare illustratore americano, cresciuto a Chicago intorno agli anni 50-60.

John Sloane volle essere un artista dal momento in cui seppe tenere in mano una matita. All’età di quattro anni, iniziò a riempire ogni scarto disponibile di carta con disegni. Come iniziò la scuola, gli insegnanti riconobbero subito l’abilità del ragazzo ed lo incoraggiarono a sviluppare i suoi talenti. Mentre era ancora un adolescente, puntò sulla carriera di illustratore. 

Invece di intraprendere un addestramento formale, John entrò all’università per intraprendere un percorso di lettere. Studiò i lavori di grandi artisti americani ed illustratori, mentre sviluppava le sue abilità nel dipingere e nella composizione. Immediatamente dopo la sua laurea, cominciò ad ottenere commissioni indipendenti e creò da allora una clientela fedele di editori e raccoglitori.

Si sposò con Mary Anne e insieme acquistarono una vecchia casa colonica che chiamarono Hearts Haven.

I suoi spunti per il disegno, così come per altri artisti che ho menzionato nel mio blog, vennero cercati e trovati nella campagna circostante. Ogni stagione la natura ci viene incontro, soddisfa ogni nostra esigenza ed è da stimolo per mettere su carta ciò che osserviamo. Le ispirazioni ci sono ovunque.

L’ambiente è un’inspirazione meravigliosa al mio lavoro. Io sono stato affascinato dalla bellezza della campagna e dal cambiamento che fornisce, e la terra mi offre una fonte inesauribile di soggetti. Quando io dipingo un prato o una strada di paese, io sento come se fossi io nel dipinto. Io voglio ritrarre la gioia che sento per la campagna americana. Non c’è niente di più bello del colore di un granaio rosso nella luce del sole contro un cielo blu riempito con nubi bianche. Per me, l’immagine è puramente americana.”

Il suo stile è realistico-naif: spettacolari disegni rurali, natalizi, la natura in tutte le sue stagioni, scene di allegri bimbi e famiglie al completo.

Quello che mi ha colpito ed ho trovato molto particolare sono i disegni da colorare da scaricare online. Non è da tutti realizzare un disegno e sapere che poi verrà rifinito  in maniera non conforme al nostro gusto o alla realtà.

Questo fa di lui un artista particolare.

 

  

 

 
                        Hearts Haven

 
               John Sloane

                  

Andrè the Giant: il gigante buono

Andrè Roussimoff nasce a Grenoble il 19 Maggio del 1946. I genitori, Boris e la moglie Mariann  erano due contadini. Boris proveniva dalla Bulgaria e sua moglie Mariann dalla Polonia.

La loro vita scorreva placida seguendo il ritmo del lavoro nei campi, finché divenne chiaro che il loro figlio, Andrè,  aveva un problema: la sua crescita era abnorme ed evidentemente patologica, tanto che a 12 anni pesava 110 kg, ed era alto 190,5 cm. La sua stazza era dovuta a una secrezione eccessiva di ormone della crescita, che causa il gigantismo nei bambini e l’acromegalia negli adulti.

Ben presto per il ragazzo divenne impossibile salire sul piccolo autobus che faceva il giro delle fattorie, raccogliendo gli alunni e portandoli fino a scuola. L’unico modo per garantire che loro figlio ricevesse un’istruzione sarebbe stato acquistare un’automobile capace di reggere il suo peso per accompagnarlo alle lezioni; sfortunatamente i Roussimoff non avevano i soldi necessari.

Cinque anni prima, però, un irlandese aveva acquistato un terreno vicino alla loro fattoria. Boris Roussimoff gli aveva dato una mano nella costruzione del cottage e da allora erano rimasti in buoni rapporti. Venuto a sapere dei problemi del ragazzo ad arrivare a scuola, l’irlandese si offrì di accompagnarlo con il suo pickup. Così, ogni mattina il gigantesco ragazzo e il vicino di casa percorrevano assieme il tragitto verso l’edificio scolastico.

Questa potrebbe non sembrare una storia tanto straordinaria, se non fosse per l’identità dei due protagonisti. L’irlandese alla guida del furgoncino non era altri che Samuel Beckett. Questi all’epoca aveva già scritto Aspettando Godot, Finale di partita e L’ultimo nastro di Krapp e dieci anni dopo sarebbe stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura.

Aveva deciso di ritirarsi in questa ridente e tranquilla cittadina per scrivere i suoi capolavori: una piccola casa spoglia, circondata da un prato di erba finissima, lontana dalle distrazioni della quotidianità con un telefono destinato solo a chiamare, senza possibilità di ricezione.

Il ragazzo dodicenne che viaggiava con lui, invece, avrebbe raggiunto una fama di tutt’altro tenore, diventando un idolo per milioni di bambini con il nome di scena di André The Giant.

Icona del wrestling dagli anni ’70 fino alla sua scomparsa nel 1993, André The Giant resta tuttora uno dei lottatori più riconoscibili e amati. Oltre al wrestling, ha partecipato ad alcuni film e la sua apparizione più famosa è quella nel ruolo di Fezzik, il gigante del film La storia fantastica.

Gigante gentile e di buon cuore con i bambini, ma terribile avversario sul ring, è ricordato da tutti i colleghi con affetto e simpatia.

Nella  vita di André niente era comodo o scontato; non c’erano forchette o coltelli della sua misura, e i viaggi in aereo erano un incubo di ore e ore: durante il volo, il gigante doveva rimanere con la testa piegata per non toccare il soffitto, e il bagno era per lui inaccessibile a causa della sua stazza. Nonostante i problemi che l’acromegalia comportava, André era famoso per la sua generosità e la conviviale allegria. Poteva mangiare 12 bistecche e 15 aragoste, bevendo fino a 150 birre in una sola sera, soltanto per divertire i suoi ospiti.

Il 27 di Gennaio del 1993 André si trovava in Francia, rientrato per assistere ai funerali del padre, quando venne colto nel sonno da un infarto fulminate, per il quale il suo cuore malmesso non riprese a battere.

Fu così che uscì di scena un ragazzone generoso destinato ad esser imprigionato nella parte di un mostruoso gigante, seppur di fama planetaria.

Tratto da:

http://bizzarrobazar.com/tag/andre-the-giant/

Filastrocca: scende la neve

Scende la neve
soffice e bianca
ed ogni cosa
al suolo s’imbianca.
Dalla finestra,
chiusa a metà,
un fanciullino
trepida già.

Vuole toccare
la coltre bianca
ma la sua mano
è scarna e già stanca.
Vuole giocare
e fare un pupazzo,
ma i suoi piedi 
non muovono un passo.

Corre la mamma
allora la mamma
e gli disegna 
un uomo paffuto.
Un uomo grande
e lunga ha la barba.
Sembra cotone
e il bimbo lo guarda.

Egli è l’inverno
e porta quaggiù
amore e pace
anche se tu, 
piccolo bimbo
non puoi giocare,
hai la tua mamma,
non lo scordare.

Il piccolo bimbo
guarda la neve,
poi guarda il vecchio
e il suo cuore freme.
Guarda la mamma
e non può mai scordare
che è il dono più bello.
E ritorna a sognare.

 

Filastrocche perché…

A differenza della mia nipotina più grande, la piccola Greta non ama le favole. Anche cercare di leggerle dei libri figurati è un problema, dopo pochi minuti si alza e se ne va. 

Allora ho iniziato a raccontarle delle filastrocche in base a quello che stiamo facendo o vedendo. 

Se le lavo i piedini ecco la filastrocca delle dita, se vediamo dalla finestra un uccellino ecco quella del cagnolino, se scende la neve un’altra. Così riesco ad attirare un pochino la sua attenzione. Cose brevi e ritmate.

E quindi ho aggiunto questa pagina: FILASTROCCHE

Premetto che non amo particolarmente le filastrocche ma sono quelle che le ho raccontato e quindi ho iniziato a trascriverle. 

 

 

 

Ninna nanna: per non dimenticare

Oggi, 27 Gennaio, la Repubblica italiana riconosce il giorno della memoria, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz,

In questo periodo vengono proposti moltissimi film, documentari, dibattiti sullo shoah.

Personalmente ho visto molti film e letto molti libri su questo tragico argomento e ogni volta mi si stringe il cuore pensando a tutti quei bambini, vittime innocenti, che non hanno avuto la possibilità di diventare donne o uomini, mamme o papà. 

Ho sentito in Tv una ninna nanna, Luli. Luli La, scritta da una deportata,  cantata da un soprano e ho voluto documentarmi su questi canti.

Ho ascoltato tante canzoni in lingua Yiddish, ma pur non comprendendo le parole la commozione era tanta.   

La più nota tra le autrici di queste canzoni è Ilse Weber, ceca, morta a 41 anni ad Auschwitz dopo aver passato quasi due anni a Theresienstadt, la fortezza vicino Praga trasformata dai nazisti in qualcosa a metà fra un ghetto e un campo di transito, in cui furono lasciati sopravvivere per un po’ perfino i bambini e dove furono concentrati i musicisti ebrei dell’Europa centro-orientale, che vi composero e allestirono opere importanti.

Quasi tutti quelli che passarono per Theresienstadt continuarono il viaggio verso il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.

Ilse Weber era scrittrice di racconti per bambini, poetessa e musicista. Quando il marito fu selezionato per Auschwitz, decise volontariamente di seguirlo, con il suo bimbo. Lei e il piccolo furono subito gassati, mentre il marito sopravvisse.

A Theresienstadt, Ilse compose una sessantina di poemi, musicandone alcuni. Fra quelli scelti per il concerto, quasi tutti in tedesco (Rita Baldoni sta curando una traduzione italiana), c’era una tenera ninna nanna in cui si immaginava vagare per Theresienstadt desiderando invano la casa e la libertà.

Di lei, che era già una scrittrice nota, sono rimaste molte immagini, tra cui una bellissima mentre suona un mandolino.

E poi Erika Taube, che nel 1942 a Theresienstadt compose un solo canto, Sei un bimbo come tanti altri , musicato dal marito Carlo. Era dedicato al loro bimbo, con loro a Theresienstadt e che con loro morì ad Auschwitz. E ancora, due canti in ceco di Ludmilla Peskarova, deportata a Ravensbruck e sopravvissuta.

Lulinka (“Ninna-nanna”) fu scritta nel ghetto di Łódź poco dopo la morte del piccolo figlio del poeta, Chava. Fu eseguita per prima dalla cantante Ella Diamant all’apertura del centro culturale del Ghetto, e cantata dagli Ebrei di Łódź, sebbene proibita dallo “Judenrat” (il “Consiglio Ebraico” di osservanza tedesca).

Versione italiana letterale (dall’inglese) di Riccardo Venturi

NON PIU’ UVETTA, NON PIU’ MANDORLE (LULINKA)

Non più uvetta, non più mandorle,

tuo padre non è andato via per lavoro

ninna nanna, figlio mio.

E’ andato via e ci ha lasciati qui,

è andato ai confini del mondo,

ninna nanna, figlio mio.

I gufi gracchiano, i lupi ululano,

Dio, abbi pietà e ascolta le nostre preghiere

ninna nanna, figlio mio.

È da qualche parte a vegliar su di noi

uvetta, mandorle, ne ha così tante,

ninna nanna, figlio mio.

Non più uvetta, non più mandorle,

tuo padre non è andato via per lavoro,

ninna nanna, figlio mio.

Sicuramente tornerà presto

da te, figlio mio, mio gioiello, mia corona,

ninna nanna, figlio mio.

 

Il tamburino Johnny Clem

Molti ricorderanno la storia del Tamburino sardo inserita nel libro Cuore di Edmondo De Amicis (1846-1908), pubblicato nel 1886.

Mi sono chiesta chi fosse stato il primo tamburino ed è emerso il nome di Johnny Clem (Newark, 13 agosto 1851 – San Antonio, 13 maggio 1937)

Egli nacque a Newark nell’Ohio(U.S.A). A soli 9 anni scappò di casa per arruolarsi nell’esercito ma venne rifiutato per la sua giovane età. Pienamente convinto della sua scelta inoltrò la domanda come ragazzo tamburino e così poté entrare a far parte del 22 Reggimento del Michigan.

Anche se non ufficialmente arruolato ricevette ugualmente una paga da soldato di 13 dollari al mese, svolgendo alcuni compiti all’interno del campo.

Nell’Aprile seguente a Shiloh, il tamburo di Clem venne fracassato da una scheggia di artiglieria. Questa notizia di secondo ordine fu ricordata con il titolo di “Johnny Shiloh il ragazzo tamburino”.

Più di un anno dopo, durante la battaglia di Chickamauga, egli portò un cassone di munizioni di artiglieria al fronte impugnando un moschetto con la canna segata per meglio adattarlo alle sue dimensioni.

Durante la ritirata dell’Unione, un ufficiale Confederato inseguì il cannone al cui traino stava seduto Clem, gridando “Arrenditi piccolo dannato Yankee!” ma il ragazzino, anziché ubbidire, lo colpì uccidendolo.

Il fegato dimostrato da Johnny in quell’occasione gli regalò la fama nazionale ed il soprannome di “Ragazzo tamburino di Chickamauga”.

Clem rimase nell’esercito, in servizio come corriere, per tutta la durata della guerra. Venne ferito due volte. A cavallo tra la battaglia di Shiloh e Chickamauga egli venne regolarmente arruolato, ricevendo finalmente la sua retribuzione personale direttamente dai ruoli paga dell’esercito.

Terminata la Guerra Civile Clem presentò la richiesta di poter accedere all’Accademia di West Point, ma la domanda venne respinta a causa della sua scarna istruzione.

Grazie ad un appello fatto direttamente al presidente degli Stati Uniti, Ulysses Grant suo generale durante la battaglia di Shiloh, il 18 Dicembre del 1871 si guadagnò un posto come sottotenente nell’esercito regolare.

Nel 1903 divenne colonnello e assistente generale del Commissariato di guerra.

Si guadagnò una notevole fama per il suo coraggio dimostrato sui campi di battaglia, diventando il più giovane sottufficiale dell’United States Army dell’intera storia militare degli Stati Uniti d’America.

Si ritirò dalle forze armate nel 1915, dopo aver raggiunto il grado di Brigadier generale nel Corpo dei Quartiermastri generali; era allora l’ultimo veterano della Guerra civile ancora in servizio nelle United States Armed Forces. Con un atto speciale del Congresso datato 29 agosto del 1916, venne promosso al grado militare di maggior generale un anno dopo il suo definitivo ritiro.

Morì a San Antonio, Texas, il 13 maggio 1937 e riposa al cimitero nazionale di Arlington.