La storia dell’orsetto Teddy

Sono mesi che avrei voluto scrivere un articolo sull’orsetto di peluche maggiormente conosciuto e ho sempre rimandato ma, secondo me, adesso è il momento giusto. Vi chiederete il perché?

In questo periodo credo che i Teddy di tutto il mondo abbiano passato molto più tempo in braccio ai loro amati “amici”.

Non c’è stata solo più la compagnia notturna ma in più occasioni hanno avuto il contatto fisico anche durante queste giornate solitarie. Sono stati non solo i loro compagni di giochi, di tranquillità, di amicizia, ma gli unici amici che potevano incontrare e stringere in un caloroso abbraccio. 

Inoltre l’identica necessità, legata all’orsetto Teddy, è già accaduta durante il periodo della seconda guerra mondiale. 

Molti bambini soffrirono il trauma della evacuazione dalle loro case e furono confortati solo dalla compagnia dei loro orsacchiotti.

E quindi racconto la vera storia di Teddy Bear.

Il nome Teddy Bear deriva da un episodio accaduto al Presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt, soprannominato “Teddy”, che come passatempo andava a caccia grossa.

Nel 1902, durante una battuta di caccia all’orso lungo il fiume Mississippi. A un certo punto i suoi assistenti catturarono un cucciolo di orso bruno, lo legarono a un albero ed esortarono il Presidente a sparargli per poi portare a casa il suo trofeo.

Alla vista dell’animale ferito e immobilizzato, però, Roosvelt si indignò, dicendo che sparare a un orso in quelle condizioni non sarebbe stato sportivo e si rifiutò di ucciderlo.

La scelta di Roosevelt fu particolarmente apprezzata perché in quella battuta di caccia (come pare accadesse spesso al presidente) lui non riuscì poi ad abbattere nessun orso, tornandosene a casa senza alcun trofeo.

La notizia fece impazzire la stampa, che la diffuse ribattezzando l’orso Teddy Bear.

Il giorno successivo il disegnatore satirico Clifford K. Berryman pubblicò sulla prima pagina del Washington Post una vignetta che mostrava Roosevelt nell’atto di volgere le spalle all’orsetto legato con un gesto di rifiuto.

I lettori si innamorarono dell’orsetto della vignetta, e in seguito Berryman inserì immagini di orsetti in molti dei suoi disegni. Gradualmente, gli orsetti di Berryman divennero sempre più “piccoli, rotondi e carini”, contribuendo a creare lo stereotipo dell’orsacchiotto. Il record di vendite spronò i coniugi a fondare la società Ideal Novelty and Toy Company, un vero e proprio regno degli orsacchiotti.

Roosevelt scrisse a Berryman dicendo “abbiamo trovato tutti molto gradevoli i suoi disegni di orsetti”.

Sull’onda della popolarità di “Teddy Bear” e degli orsetti di Berryman, il 15 febbraio del 1903 Moris Michtom e sua moglie Rose misero in vetrina due orsetti di pezza nel loro negozio di Brooklyn, con il cartello “Teddy’s bears”, previo permesso scritto del presidente di usare quel nome. Il successo fu tale che in seguito i coniugi fondarono una società specializzata nella produzione di orsacchiotti, la Ideal Toy Company.

Nello stesso periodo, Margaret Steiff, proprietaria di una fabbrica di giocattoli in Germania iniziò a commercializzare orsacchiotti. Alla Fiera del Giocattolo di Lipsia, la Steiff vendette 3000 esemplari a un importatore americano. Ancora oggi, la Steiff produce “Teddy Bear” per l’esportazione in tutto il mondo.

Nel mondo dei giocattoli, nessun animale si è mai guadagnato una posizione così in vista come l’orsacchiotto.

E’ lui il pupazzo del cuore, quello che non si butta mai.

Ci sono persone che conservano il loro orso per tutta la vita. Il giocattolo diventa parte integrante della famiglia, fa la stessa vita del proprietario: mangia, dorme e va in vacanza con lui.

All’orsetto sono state dedicate favole in cui è rappresentato come simbolo di virtù.

Dal celeberrimo Winnie-the-Pooh a Paddington e l’orsetto è sempre il più onesto, coraggioso, leale e gentile.

Nel periodo della seconda guerra mondiale la costruzione di giocattoli fu razionata perchè i materiali con cui i teddy venivano costruiti servivano a scopi bellici.

Al giorno d’oggi orsacchiotti storici, vecchi di parecchi anni, sono venduti alle più importanti aste internazionali, da Christie’s a Sotheby’s, a prezzi esorbitanti, come se fossero quadri di importanti pittori.

La prima vignetta di Clifford K. Berryman

Tratto da:
https://www.hobbydonna.it/hobby/53-teddy-bear/536-la-storia-dei-teddy-bears

https://www.luukmagazine.com/teddy-bear-storia-dell-orsacchiotto-piu-famoso-del-mondo/

https://it.wikipedia.org/wiki/Orsacchiotto

Iniziativa filastrocche

Eccoci giunti al mese di Aprile delle filastrocche con la collaborazione del forum Graficamia.

La vincitrice è Annamaria con il lavoro abbinato alla filastrocca:

Maggio

Eccoci a Maggio, il mese del sole,
di verdi prati per far capriole.
I fiori sono di tanti colori,
per tutti i gusti e tutti i cuori.
Il vento intenso fa dondolare

le fronde degli alberi, lo senti arrivare…
I nidi sui rami stan quasi cadendo
mentre le uova si stanno schiudendo.
La primavera è proprio strana,
un po’ caldo e freddo nella stessa settimana.
Se c’è il sole si sta bene fuori
ma con le nuvole mettiamo i maglioni.
Se poi piove è tutto un pantano,
le rane nei fossi si danno la mano.
Si danno la mano per far un girotondo,
per loro la pioggia è la fine del mondo!
Ma adesso che vi ho parecchio annoiata
con una filastrocca non proprio azzeccata,
auguro a tutti una bella giornata.
Col sole o con il vento la primavera è arrivata!

Filastrocca: i semi delle virtù

Sono piccina ma tanto carina,
forse il visino ho da furbina,
ma sono brava con gli altri bambini,
so farmi amare per averli vicini.

Ogni mattino vado a vangare,
molte cose ho da seminare,
in un lungo solco metto la Speranza,
ma non credo che ce ne sia abbastanza.

Nel solco vicino vorrei l’Amore,
quella bella virtù che ti riempie il cuore,
di questi semi ne ho abbastanza
e ogni anno me ne avanza.

L’ultima cosa che vorrei seminare
si chiama Gioia, il lasciarsi andare:
un caldo abbraccio, un bacino fraterno,
con tutto questo il mondo è più bello.

Ora annaffio tutto per benino,
fra poco tempo spunterà un piantino,
e poi un altro e un altro ancora…
Che bella cosa, non vedo l’ora!

Séraphine Louis de Senlins

Ho finito di leggere da poco tempo un libro sulla vita della scultrice francese Camille Claudel che ho trovato angosciante, al punto tale da non riuscire nemmeno a leggerlo tutto. Non aggiungo particolari del perché ma le motivazioni sono tante.

Ebbene, ecco che senza volere mi imbatto di nuovo in un  caso simile. Questa volta si tratta della pittrice Séraphine Louis de Senlins che come storia si avvicina molto a quella di Camille. Sembrerebbe di leggere la favola di Cenerentola ma questa è una storia vera.

Di lei, come donna e come artista se n’è sempre parlato poco, fino al 2008, in seguito al film di Martin Provost, Seraphine. Il film ha trionfato ai Premi César 2009, con sette premi vinti, fra cui quello per il miglior film e miglior attrice a Yolande Moreau.

Séraphine Louis de Senlins (1864-1942) nasce in francia, ad Arsy, da una famiglia di pastori. Dopo la morte prematura della mamma inizia a lavorare come domestica in un convento, ma se all’inizio credeva che quel mondo fosse il suo ben presto capisce che la sua strada, il suo futuro è fuori, nel mondo.

Continua ad essere una credente devota e, uscita dal convento, la donna inizia a dipingere all’età di quarantadue anni, di sera, alla luce di una piccola lampada a olio, stendendo fogli, tele o pannelli per terra. Dipinge e prega. Recuperava tele e colori come meglio poteva, spesso rinunciando a qualche razione di cibo. Secondo quanto lei raccontava, ad indirizzarla verso la pittura sarebbe stato un angelo o la Madonna.  

I soggetti dei  suoi quadri sono tappeti di fiori, quei fiori che la mamma adorava, tanto che la figlia arrivò a divinizzarla, trasformandola in una Santa.  Per questo non sono semplici decorazioni, ma si distendono sul supporto con una notevole forza espressiva, come percorsi da una semplice, violenta bellezza. i suoi fiori scrutano lo spettatore, come fossero occhi e l’intensa carica onirica e mistica, sottesa a quella produzione. Un costante ritorno ai prati fioriti della madre.

Continuando a lavorare a ore come cameriera per diverse famiglie per mantenersi, ha occasione di lavorare anche per William Uhde, nel 1912, collezionista e critico d’arte. Ma dal carattere riservato Séraphine non parla mai della sua passione.

Ma un giorno William Uhde recandosi  nella casa del vicino nota, appesa tra gli altri quadri, una natura morta, raffigurante delle mele, che colpisce immediatamente la sua fantasia. Un volta appreso che il quadro è stato creato dalla cameriera di entrambi per il critico è una piacevole scoperta. Superato un primo momento di stupore e resosi conto delle potenzialità dell’autrice, decide di comprarle tele e colori, così da favorire l’emergere di un’arte a suo giudizio ricca di immaginazione.

Fu da allora, dalla veneranda età di 48 anni, che Séraphine Louis vide riconoscersi una sorta di talento di stampo naif; un talento che si esplicava però soltanto nell’incondizionata rappresentazione di fiori, piante e vegetazione e che esulava da qualunque altro stampo iconografico.

Ma la carriera della fragile pittrice crollò di lì a poco. La Grande Depressione  del 1929 trascinò  nel baratro gli investimenti di Uhde tanto da farlo quasi fallire come mercante d’arte e curatore di mostre. Non ebbe più la possibilità di acquistare  i quadri e anche gli altri scarsi clienti spariscono. Séraphine  dal canto suo ha sempre usato i proventi della vendita dei dipinti per spese ritenute dissennate, per acquistare oggetti completamente inutili.

Sempre più insicura ed instabile, nel 1931, viene rinchiusa in un manicomio, dove le viene diagnosticata una forma di psicosi cronica con manie di grandezza.

Ma la fortuna critica di Seraphine Louis de Senlis, continuò a coinvolgerla anche quando la sua psiche l’aveva già abbandonata.

Uhde nel frattempo non si lasciò vincere dall’ abbandono della sua artista di punta: il mercante espose le sue opere nel 1932, alla mostra “The Modern Primitives” di Parigi; ancora nel 1937-38 in una mostra dal titolo “The Popular Masters of Reality”, che si tenne in diverse fasi a Parigi, Zurigo ed al MoMA di New York; nel 1942  presso i “Primitivi del secolo ventesimo” in mostra a Parigi, e infine, nel 1945, in una mostra personale delle sue opere sempre nella capitale francese

Seraphine Louis de Senlis invece, abbandonata dal mondo e lasciata macerare a se stessa morirà di stenti e fame all’età di 68 anni, in una Casa di cura a Villers-sous-Erquery, che a ridosso della seconda guerra mondiale, non poteva più garantire una vita dignitosa ai malati che ospitava.

Le su ultime parole furono: “Ho fame!”.

Tratto da:
https://www.stilearte.it/la-favola-di-seraphine-louis-da-cameriera-ad-artista-naif/

http://svirgolettate.blogspot.com/2013/08/seraphine-louis-de-senlis-il-genio-e-la.html

Sono uscito dal tunnel: lettera di un nonno

Questa è una storia inventata e ogni riferimento è casuale. 

“Nonno, mi racconti una storia?” 

“Piccola mia, ti voglio raccontare cosa ho provato ai tempi del Coronavirus.

Vivevo felice con tua nonna, qualche acciacco aveva iniziato a farsi sentire ma sapevo che era dovuto all’età per cui ci convivevo bene. All’improvviso le notizie alla televisione e sui quotidiani sono diventate allarmanti, parlavano di un virus che aveva iniziato ad infettare alcune persone e che bisognava stare molto attenti a non farsi contagiare. 

La notizia non mi preoccupò più di tanto, ne avevo sopportate di cose nella mia lunga vita e di conseguenza non ebbi nessuna reazione in merito. Ero sfuggito alla guerra, alla fame, a varie epidemie per cui questa era solo una esperienza negativa che si aggiungeva alle altre.

Dopo qualche giorno iniziai ad accusa malessere, febbre, tosse e pensai che mi fossi preso l’influenza, anche se avevo fatto, come tutti gli anni, il vaccino. Ma in poco tempo le cose peggiorarono, non riuscivo a respirare, ansimavo come se avessi 5 hm di corsa.

E da lì il buio completo! Capivo perfettamente di non essere più a casa, il letto non era lo stesso, i rumori, gli odori, le voci facevano parte di un mondo che non mi apparteneva. 

Dormivo quasi tutto il giorno e quando ero sveglio il mio respiro era affannoso. Mi sembrava di essere un palombaro e di avere uno scafandro che mi permetteva di respirare sott’acqua. Ma non sentivo la presenza di quest’ultima. Oppure ero su un aereo da caccia e avevo il casco in testa.

Ma non aveva senso. Stavo delirando?

I miei momenti di lucidità erano pochi e fonte di molta immaginazione. Forse mi trovavo in un altro pianeta. Forse ero morto. 

Ero molto triste perché non riuscivo a dare una risposta alle innumerevoli domande che mi ponevo. 

Ogni tanto delle mani toccavano il mio corpo inerme, mi sentivo fluttuare da una parte all’altra, vedevo roteare tutto attorno senza che io avessi contribuito a farlo. 

E le mani accarezzavano il mio volto, giravano il mio corpo e non ne capivo il motivo. Sentivo molto frastuono e mi chiedevo il perché, più voci riempivano il silenzio, voci sommesse e sconosciute. E continuavo a farmi mille domande. 

Cercavo con molto sforzo di aprire gli occhi e quando ci riuscivo intravedevo delle immagini offuscate. Nessun volto conosciuto, né la nonna e nemmeno i miei adorati figli. Possibile che mi avessero abbandonato in mezzo a degli estranei?

Ma ricordo perfettamente quelle mani che con sicurezza e delicatezza toccavano il mio corpo. Ricordo i volti che intravedevo sotto a delle ridicole maschere e sorrisi che brillavano sotto di essere. Ricordo però anche gli sguardi stanchi, persi, tristi. Lo sguardo di chi non dorme da giorni. 

E dopo tutto questo sforzo per capire ripiombavo di nuovo in un sonno agitato. 

A volte pensavo che non vi avrei più rivisto e questo mi faceva stare male. Ma ero in buona compagnia, sapevo che questi Angeli che avevo attorno avrebbero detto una preghiera per me. Ne ero certo!

E invece, inaspettatamente, dopo vari giorni di sofferenza sono ritornato alla vita e ho scoperto la realtà. Poco per volta sono riuscito a respirare da solo. 

Sono giunto a casa, sono sfuggito alla morte anche se è stata una lunga sofferenza. Mi hanno tutti voluto bene e hanno combattuto insieme a me la mia battaglia. E ci sono riuscito, anzi, ci siamo riusciti!

La vita ora è diversa, soffro per coloro che non ce l’hanno fatta ma so che hanno lasciato questo mondo con dignità e rispetto. E che soprattutto non erano soli!


Iniziativa filastrocche

Continua il rapporto con il forum Graficamia per quanto concerne le filastrocche. 

Anche questo mese la vincitrice è Paola con il lavoro abbinato alla filastrocca:

L’uccellino sfortunato

C’era una volta un cagnolino
faceva la pappa nel suo giardino,
in una scodella tutta dorata,
anche se era un poco ammaccata.

Passa di lì un uccellino
e vede il cibo nel scodellino.
Ha fame e freddo quindi ci sta,
mangiare un poco di quella bontà.

Esso si posa pianin pianino
vicino al cibo, ma, poverino,
arriva il cane molto arrabbiato,
lo manda via, rassegnato.

E l’uccellino ci pensa un pochino
e adocchia ben bene quel bocconcino,
ma non ne vale proprio la pena,
morire per una scodella piena.

Ora non resta altro da fare
e piano piano rinizia a volare…

Filastrocca:la topina a tre zampe

C’era una topina molto piccina,
senza una zampa, poverina.
Un giorno sul fuoco si era scottata
e il Gufo dottore gliel’aveva tagliata!

Per la topina non era importante
sulle tre zampe andava alla grande,
saltava sempre di qua e di là
ed ogni cosa riusciva a far.

Ma un giorno incontrò un topolino,
era proprio macho, molto carino.
Alla topina piaceva assai
e pensò “Un bel giorno mi sposerai”.

Si fece avanti il bel topolino,
la guardò negli occhi, le venne vicino,
aveva notato che era impacciata
e così d’impulso l’aveva abbracciata.

Dopo tre mesi si unirono a nozze
e arrivarono su due carrozze,
lei era vestita a puntino,
un abito lungo le copriva il bustino.

Ebbero tanti bei topolini,
la loro gioia non ebbe confini,
non importava quel che a lei mancava,
per lui era bella, anche quando camminava.

Madame Alexandre e le bambole

Già altre volte ho citato alcune collezione di bambole e questi articoli sono stati visitati più volte per cui anche oggi vorrei scrivere qualcosa su questo argomento.

Vorrei con questo sottolineare che l’articolo di maggior interesse è stato l’articolo sulle bambole Gorjuss, questo dovuto anche alla storia personale della sua creatrice, Suzanne Walcott.

Anche la storia di Madame Alexandre è importante in quanto era ebrea. Ella ha rivoluzionato l’arte del design delle bambole.

Bertha Alexander, nota come Madame Alexander, è nata a New York il 9 Marzo 1895. I suoi genitori erano austriaci e la madre si risposò, alla morte del padre, con Maurice Alexander che lei, piccolissima, considerava il suo vero padre.

Maurice aprì quello che sarebbe diventato il primo ospedale per bambole degli Stati Uniti sotto la casa d’infanzia di Beatrice a Brooklyn, New York, l’Alexander Doll Hospital . L’officina di riparazione di bambole vendeva e riparava bambole importate dall’Europa e alla fine guadagnò abbastanza popolarità tra i residenti della città da avere un flusso costante di clienti dai suoi poveri vicini di classe inferiore alla ricca classe superiore dai quartieri limitrofi.

Fu questa educazione, essere in un negozio di bambole, vedere suo padre e quelli che lo circondavano lavorare per riportare la bellezza a qualcosa di rotto e vederlo essere qualcosa che attraversava le linee di classe, che gettò le basi per Beatrice per diventare uno dei primi successi d’America imprenditrici.

Bertha, “ribattezzata Beatrice” all’età di 20 anni, ha realizzato la sua prima bambola durante la prima guerra mondiale. A causa di questa le bambole di porcellana non erano più disponibili e l’ospedale delle bambole di Maurice era su basi precarie. Alexander ha suggerito di creare una bambola di stoffa da infermiera con croce rossa, fatte di stracci, che pubblicizzavano dalla parte americana . La bambola dell’infermiera della Croce Rossa è stata un successo tra i clienti. Questa idea ha salvato la famiglia dalla fame.

Lei e le sue sorelle hanno cucito una varietà di queste bambole da vendere all’ospedale delle bambole, salvando così il sostentamento della famiglia e continuarono a produrre bambole di stoffa anche dopo la fine della guerra.

Ciò che distingue maggiormente le sue bambole è stato quanto fossero elegantemente ben vestite e quanto fossero innovativi i loro capi. Secondo varie fonti, Madame Alexander ha trascorso lunghe ore della sua giornata a disegnare abiti, cappotti e accessori per le sue opere d’arte. Fu un tale successo che iniziò a vendere abbigliamento per bambini e vinse numerosi concorsi di moda e riconoscimenti internazionali come quattro medaglie d’oro della Fashion Academy.

Nel 1923 fondò, insieme alle sorelle e al marito  la Alexander Doll Company.

Beatrice Alexander è nota per aver creato collezioni di bambole basate su personaggi e personaggi famosi in libri, film, musica e arte. Ha ristampato la bambola di stoffa di Alice nel paese delle meraviglie, Mary Poppins, le bambole di piccole Donne, le Sorelle Dionne…Ha anche ottenuto i marchi per produrre bambole replicando personaggi famosi.

Nel 1936, la rivista Fortune elencò la Alexander Doll Company come una delle prime tre case produttrici di bambole negli Stati Uniti; la società diventerà il più grande produttore di bambole del paese.

Sebbene i successi di Alexander la portarono lontano dal mondo immigrato della sua infanzia, non perse mai di vista quei meno fortunati di lei. Ha donato ingenti somme a organizzazioni ebraiche e non ebree in Israele e negli Stati Uniti, ed è stata una sionista impegnata per tutta la vita. Beatrice Alexander ha dimostrato al mondo in generale ciò che una donna con unità, creatività, ambizione e cuore benevolo potrebbe realizzare.

Nel 1947 iniziò a produrre bambole in plastica dura, e negli anni ’60 si dedicò alla plastica in vinile, che rese l’aspetto più realistico. [8] Ha introdotto “occhi con ciglia chiuse e dita con nocche” e capelli radicati che potevano essere modellati. Ha studiato abiti storici e culturali per realizzare abiti per bambole accuratamente dettagliati e ha insistito su una lavorazione di qualità. I materiali usati per vestire le bambole erano fatti di “sete, velluti, raso e altri tessuti pregiati”.

Questa è la storia di “Madame Alexander”, la proprietaria della Alexander Doll Company , che è riuscita a innovare nel campo delle bambole come nessuno aveva mai fatto prima.

Ebbe due figli ma il secondo mori durante la pandemia di influenza nel 1918. La prima figlia, Mildred, insieme al marito e poi anche al figlio, erano attivi nella Alexander Doll Company.

Madame Alexander è morta nel sonno nella sua casa di Palm Beach, in Florida , il 3 ottobre 1990, all’età di 95 anni.


Tratto da:

https://dollyconfessions.com/2019/09/08/madame-beatrice-alexander-a-brief-history/

https://en.wikipedia.org/wiki/Beatrice_Alexander

https://www.enlacejudio.com/2017/04/19/madame-alexander-la-mujer-judia-que-revoluciono-el-arte-de-disenar-munecas/

Filastrocca: mi chiamo Coronavirus

“Nonna mi devi spiegare
perché non posso incontrare
gli amici con cui giocare
e a scuola non posso più andare.
La mamma mi ha raccontato
che un parassita è arrivato,
forse è un insetto regale
il nome non so ricordare.”
La nonna le prende il visino
ma solo per un momentino,
sa che non le può abbracciare
e che lontan deve stare.
La bimba continua a parlare
“A scuola io voglio andare…”
“E invece all’asilo io no,
sto a casa se ancora si può!”
La nonna lor fa un sorrisino
vorrebbe tenerle vicino
ma ancora non lo si può fare
ma un bacio nell’aria può inviare.
E quando sarà finito
allora avremo capito
che i baci, gli abbracci, il calore
fan bene e ci allargano il cuore.

Iniziativa filastrocche

Anche questo mese sono continuate le collaborazioni con il forum Graficamia.

La vincitrice del mese di Febbraio è Paola  con il lavoro abbinato alla filastrocca:

Il topolino birichino

Un gattino riposava
nella cuccia e non si alzava,
mamma gatto lo chiamava

ma il micetto non l’ascoltava.

Mentre dormiva passò un topolino
e vide il gattino nel suo cestino,
si avvicinò pian pianino

e lo morsicò sul sederino.

“Ahi che dolore, povero me”
Disse il micio tra sé e sé,
il sederino intanto gonfiava
e il topolino sghignazzava.

“Perché mi hai fatto tanto male,
io sono buono, non lo scordare
e la mia pappa con te ho condiviso,
il riso e il formaggio abbiamo diviso.”

Il topolino aveva sbagliato,
come poteva aver scordato
che il gattino era suo amico,
perché mai lo aveva ferito?

Chiese perdono al povero gatto
del misfatto che aveva fatto,
era davvero molto pentito
e del micetto fu di nuovo suo amico.

Helen Adams Keller

Mi ha colpito molto in questi giorni leggere la storia di questa straordinaria donna.
Nel mio piccolo problema transitorio mi sono immedesimata in lei e, diciamo che… mi sono vergognata!

Ma chi è Helen Adams Keller? Nasce in Tuscumbia (Alabama) il 27 Giugno del 1880. A soli 19 mesi viene colpita da una malattia non meglio identificata, forse una meningite che le procura cecità e sordità.
L’unico mezzo di comunicare, per lei,  erano i gesti ma, purtroppo, i familiari non riuscivano a capirla. L’unica persona con cui lei non aveva difficoltà a interagire era Martha, la figlia del cuoco.

È dopo varie visite, presso medici specialistici contattati dalla madre,  che viene presa in cura da Anne Sullivan,una ragazza ventenne non vedente che diventa la sua precettrice, presso il domicilio di Helen.
Così questa giovane donna diventa il surrogato della mamma.

A soli 7 anni Helen viene isolata dalla famiglia in una dependance nel giardino. Anne le insegna a identificare al tatto tutti gli oggetti, con non poca fatica. È una nuova vita!

Grazie alla sua insegnante Helen impara a leggere, scrivere e successivamente anche a  parlare.
Dopo soli 6 anni la piccola, insieme ad Anne si trasferisce a New York e si iscrive a Wright-Humason School for the Deaf.

Durante gli spostamenti in altri Istituti scolastici ha modo di conoscere lo scrittore Mark Twain che a sua volta la fa conoscere al magnate della Standard Oil Henry Huttleston Rogers, che, con la moglie Abbie,  decide di finanziare la sua educazione.

Dopo vari cambiamenti scolastici all’età di 23 anni pubblicò la sua prima autobiografia. L’anno dopo si laureò diventando la prima persona cieca e sorda a ottenere un Bachelor of Arts degree.

Nell’arco della sua vita ha scritto 11 libri. Nel libro Il silenzio delle conchiglie, Helen descrive i primi anni della sua vita.

Da persona determinata a vivere la sua vita nel miglior modo possibile impara a comunicare con gli altri tramite il labiale, in seguito sperimenta il Braille e il linguaggio dei segni!

Helen Keller muore all’età di 87 anni il 1° giugno del 1968, in Connecticut, nella sua casa di Easton.

La storia della sua vita è stata raccontata nel film Anna dei miracoli, del 1962, film indimenticabile e interpretato magnificamente da Anne Bancroft la quale riceve l’oscar come miglior attrice protagonista.

Voglio concludere con una delle sue frasi più famose:
“Da soli possiamo fare poco, insieme molto!”

Helen Keller e la sua educatrice Anne Sullivan

 

Favola: il topolino ingenuo

C’era una volta un topolino che viveva, con la sua famiglia, in una grande casa. In questa abitazione abitava anche un bellissimo gatto nero con i suoi cinque piccoli gattini.

Un giorno il topolino andò dalla sua mamma e le disse: «Mamma, io voglio diventare grande, non voglio rimanere sempre così piccolo.»

«Figlio mio» gli disse la mamma, «ma noi topolini siamo piccini… perché tu vuoi essere diverso da tutti gli altri tuoi fratelli?»

«Io voglio diventare grande come il gatto, in modo da non avere più paura di lui. Tutte le volte che si avvicina mi spavento perché è enorme e io, piccolino, mi sento proprio inerme.»

Allora la mamma, con la dolcezza che hanno tutte le mamme, gli disse: «Piccolo mio, stasera andrai nel tuo lettino a fare la nanna e vedrai che domani mattina il tuo desiderio sarà esaudito.»

Il piccolo topino non se lo fece dire due volte e andò a dormire.

La mamma, però, doveva essere ben sveglia per poter escogitare un sistema per far sì che, al mattino, il desiderio del suo piccolo si esaudisse.

Pensa e ripensa le venne una bellissima idea. Andò da mamma gatta che ormai, dopo tanti anni era diventata una sua amica, e le chiese se poteva imprestarle uno dei suoi piccoli gattini per quella notte, dopo che si erano addormentati. Le spiegò il motivo di tale richiesta e, così, mamma gatta acconsentì.

Quando i gattini si furono addormentati, la gatta prese un piccolo per la collottola e dolcemente lo portò fino alla tana della famiglia dei topi. Non poteva però fare di più, perché non entrava nel buco.

Mamma topo faticò molto per spostare il piccolo micetto fino al lettino del suo adorato topolino, ma non si arrese e ci riuscì. Quando il suo piccolo, svegliandosi si ritrovò delle stesse dimensioni del gatto su felicissimo, e saltellò di qua e di là dalla gioia.

La mamma accorse accanto a lui e gli disse che tutte le cose belle non durano per sempre, per cui di godere questo momento che poi magari tutto sarebbe cambiato.

Ma al topolino questo non importava: a lui interessava solo essere più grande, fosse stato anche per un solo giorno. Dalla felicità corse fuori dalla sua tana, andò in giardino, radunò tutti i suoi amici topolini e raccontò quello che gli era successo: in una notte era diventato grande come un gatto. Tutti rimasero a bocca aperta, non capivano che cosa dicesse perché, effettivamente non trovavano nessun cambiamento in lui però non riuscivano a dirglielo talmente lo vedevano felice, così stettero al suo gioco.

Quando rientrò in casa era quasi sera, si avvicinò pian piano alla mamma gatto e vide che in realtà era di nuovo diventato piccolo, ma non importava: anche solo per poco tempo era riuscito a diventare come voleva, grande come un gatto.

Ora non aveva più paura perché sapeva che, se solo avesse voluto, sarebbe potuto di nuovo diventare grande come lui.

Iniziativa filastrocche

Siamo giunti al quinto mese di questa iniziativa-collaborazione  con il forum Graficamia iniziata a Settembre. 

A conclusione della votazione del lavoro di questo mese abbiamo due vincitori a pari merito, Emanuela e Lorette, abbinato alla filastrocca:

Scende la neve

Scende la neve
soffice e bianca
ed ogni cosa
al suolo s’imbianca.
Dalla finestra,
chiusa a metà,
un fanciullino
trepida già.
Vuole toccare
la coltre bianca,
ma la sua mano
è scarna e già stanca.
Vuole giocare
e fare un pupazzo,
ma i suoi piedi
non muovono un passo.
Corre la mamma
allora in suo aiuto
e gli disegna
un uomo paffuto.
Un uomo grande
e lunga ha la barba.
Sembra cotone
e il bimbo lo guarda.
Egli è l’inverno
e porta quaggiù
amore e pace anche se tu,
piccolo bimbo
non puoi giocare,
hai la tua mamma,
non lo scordare.
Il piccolo bimbo
guarda la neve,
poi guarda il vecchio
e il suo cuore freme.
Guarda la mamma
e non può mai scordare
che è il dono più bello.
E ritorna a sognare.

Favola: la fantasia

C’era una volta un bambino molto povero che viveva con la sua famiglia ai margini di un bosco. Il papà Jerry era un falegname, mentre la mamma Emily badava ai figli.

Tommy, il protagonista, era il terzo di cinque figli.

La mamma aveva il suo bel da fare per stare dietro a tutti loro, così aveva dato a ognuno dei figli un compito giornaliero da eseguire: chi andava alla fontana a prendere l’acqua, chi si interessava della legna per il camino, chi dava una mano a governare la casa, ecc. ecc.

La giornata passava velocemente tra una incombenza e l’altra, ma lo loro era una famiglia felice molto unita.

I bambini avevano anche molto tempo per giocare e la vita all’aria aperta gli concedeva molte possibilità.

I giocattoli invece erano pochi, solo quelli che il papà, tra un lavoro e l’altro, riusciva a costruire.

Con il legno che gli avanzava costruiva trenini, carriole, macchinine, bambole a cui poi la mamma metteva dei piccoli straccetti a mo’ di vestito.

La famiglia era unita e felice. Erano tutti in buona salute e con il lavoro del papà potevano acquistare il cibo necessario per tutti.

Ma il piccolo Tommy aveva un sogno: voleva vedere il mare.

Ne aveva sentito parlare spesso e aveva fantasticato su di esso. Sapeva che era immenso, che conteneva molte varietà di pesci, che potevi approdare su isole deserte. Ma questo per lui poteva essere solo un sogno perché non avrebbe mai potuto realizzarlo visto che i suoi genitori erano poveri.

La sua famiglia conosceva questo suo desiderio e una sera, mentre Tommy era fuori a guardare la luna, si riunirono per vedere cosa potevano fare, così nacque un’idea.

Il giorno del suo compleanno gli regalarono un piccolo veliero e tutta la famiglia aveva collaborato nella realizzazione. Il papà aveva costruito la barca, la mamma aveva cucito le vele da un lenzuolo, tutti i fratelli si erano adoperati per addobbarla.

Era magnifica.

Quando Tommy aprì il piccolo pacchetto avvolto in carta di giornale restò meravigliato.

Era bellissima. Ma sapeva che con quella non avrebbe mai raggiunto il mare, perché rimaneva pur sempre un giocattolo.

Il suo papà, vedendo la sua perplessità lo prese sulle ginocchia e gli disse:

«Caro Tommy, noi abbiamo lavorato per realizzare questo tuo sogno. Ora tocca portarlo avanti. Hai dentro di te la cosa più importante che possa esistere e che ognuno di noi ha: la fantasia.»

E questo consiglio servì al piccolo Tommy.

Da allora, alla sera prima di andare a dormire, guardava la sua barca e fantasticava. E nel sonno si vedeva viaggiare nel mare al timone della sua barca, al suo fianco i delfini si alzavano in volo, i gabbiani lo accompagnavano nella sua rotta, piccole isole piene di alberi e di frutti lo affiancavano e lui, solo in mezzo all’oceano, si sentiva felice.

 

Iniziativa filastrocche

Si è conclusa la votazione della filastrocca del mese di Dicembre sul forum Graficamia.

Questo mese ha vinto il lavoro di Angela abbinato alla filastrocca:

                                        Arriva il Natale

Arriva il Natale
è tutto imbiancato, 
guardo la neve
e resto abbagliato.

Tutti i bambini
comincian a sognare
e invece le mamme
ad incartare…

Brilla la luce
sull’alberello, 
ha tante palline, 
è proprio bello.

Dona allegria
in tutti i cuori
e i bambini
sono più buoni. 

Dentro al presepe
l’asino raglia,
il bue lo osserva
e mangia la paglia. 

Gesù Bambino 
deve arrivare
e dentro al presepe
poi riposare.

E tu che dici,
sei stato buono?
Allora ecco, 
questo è il mio dono. 

 

Lo scoiattolo Coda mozza

Sono rimasta basita quando ieri la mia nipotina, mentre la preparavo per andare all’asilo, mi ha chiesto se le raccontavo una storia! È stata la prima volta che mi ha fatto questa richiesta, a differenza della nipotina più grande. Logicamente questo mi ha reso felice e alla domanda quale dovesse essere il personaggio mi ha risposto velocemente: uno scoiattolo.

È nata così la favola che segue. 
C’era una volta uno scoiattolo molto triste perché, a differenza di tutti gli altri, compresi i suoi fratelli, aveva una coda cortissima, come se fosse stata mozzata a metà. Per questo era sempre deriso dagli altri animali del bosco e aveva pochi amici in quanto si isolava spesso, in seguito al suo problema.

Un giorno andò dalla sua mamma e gli chiese:

«Mamma, io voglio essere come tutti. Perché la mia coda non cresce più? Non mi piace e tutti mi prendono in giro per questo.»

«Figlio mio…» disse la mamma «lo sai che la tua bellissima coda alcuni mesi fa è rimasta incastrata tra i rami dell’albero da cui saltavi ogni giorno. Devi rassegnarti, hai un bellissimo pelo morbido e lucente, due stupendi occhi, delle forti zampette, sei molto agile e simpatico. Devi vedere quello che possiedi non quello che non hai.»

Il piccolo scoiattolo si rassegnò: la sua mamma proprio non lo capiva. Nessuno riusciva a comprendere il malessere che aveva dentro. I suoi numerosi fratelli erano orgogliosi della loro coda mentre lui si vergognava di farla vedere.

Si stava avvicinando il Natale e tutti gli animali del bosco avevano parlato con i loro amici gnomi perché comunicassero a Babbo Natale il regalo desiderato ma coda mozza, come lo soprannominavano tutti, non aveva richieste da fare. Nulla gli interessava.

Lo gnomo incaricato di portare tutte le richieste di doni si accorse che quest’anno, per la prima volta, il suo amico scoiattolo non era andato da lui come sempre aveva fatto.

Ma le voci nel bosco girano veloci e la storia di coda mozza la conoscevano tutti. Come poteva fare? La cosa più ovvia era parlarne con Babbo Natale che sicuramente avrebbe trovato una soluzione.

Era giunta la notte del Santo Natale e tutti gli animali andarono nelle loro tane appena si fece buio, in attesa di vedere il regalo richiesto alle prime luci dell’alba.

Il mattino dopo, il giorno di Natale, il bosco si animò velocemente. Tutti gli animali, grandi e piccoli, trovarono i loro doni: castagne, noci, bucce di banane, funghi, semi ma anche cappelli, bastoni, scope, ecc. Le richieste inviate erano varie.

Tutti si radunarono per fare festa ma coda mozza non uscì dal suo nido nell’albero. Era troppo triste per festeggiare. Fino a quando un pacchettino dal fiocco rosso attirò il suo sguardo. Cosa poteva contenere? Lui non aveva chiesto nulla. La curiosità prevalse per cui scartò il pacco e… sorpresa.

Conteneva una coda! Ogni animale aveva donato alcuni dei suoi peli perché Babbo Natale potesse costruirgliene una.

Era troppo bello ed eccitante. Inserì l’elastico della nuova coda nel suo moncone e voilà, finalmente si sentiva di nuovo uno scoiattolo, e addirittura super dotato.

Saltò da un albero all’altro, saltellando in mezzo a tutti i suoi amici. Cosa poteva desiderare di più? Sentiva il calore della loro amicizia.

Era di nuovo, finalmente, felice! 

Iniziativa sulle filastrocche

Siamo giunti alla terza filastrocca, precisamente quella del mese di Novembre, in collaborazione con il forum Graficamia. 

Questo mese ha vinto il lavoro di Emanuela, abbinato alla  filastrocca:

Il passerotto occhialuto

Un passerotto mentre volava
contro ogni cosa si schiantava
e non riusciva a capire il perché,
sapeva volare, altro non c’è!
Il passerotto era carino,
aveva un musino birichino,
un piccolo becco molto appuntito
ma alcune volte era ferito.
Andando a sbattere continuamente,
a volte si faceva male e a volte niente,
ma molto spesso era ammaccato
e qualche volta anche tagliato!
Mamma passero lo portò dal dottore,
un gufo saggio e molto sornione:
guardò il musino e poi gli occhietti
che non trovò proprio perfetti.
Doveva trovare una soluzione
per il passerotto e aveva ragione.
Tutta la notte restò alzato
ma un rimedio aveva trovato.
Quel povero passero tanto carino
non ci vedeva da vicino!
Prese due lenti, un fil di ferro,
li mise insieme e fece un modello,
forse un po’ strano ed inusuale
di occhialino, per poter volare.
Ora se guardi lassù nel cielo
e vedi brillare a ciel sereno,
è il passerotto, ma non lo fissare
perché si potrebbe… vergognare!

Donna

Donna, con il tuo sguardo spento,

attiri i cuori in un breve momento.

Dalla vita familiare non hai tratto niente

per questo forse il tuo sguardo era assente.

Tenebrosa vai per la città,

in cerca di amore da chi amore non dà.

Dalla vita hai avuto tutto

o forse niente, che importa,

forse questo ti ha reso così potente.

Nannarella ti avevano chiamata,

non eri bella ma la tua aria sofisticata

dava una luce al tuo sguardo,

alla persona, e la gente ti ammirava

forse perché eri “bona”!

Come dicevi tu sei nata attrice,

ma la gente questo ruolo come lo definisce?

Bellezza? Savoir fair? Temperamento

o solamente mettersi in gioco,

e in un momento dire a te stessa

e agli altri “Che ci sto a fare

in questo mondo, sto su un palco

ma non mi appartiene, la mia vita

messa in gioco. Ma mi conviene?

Devo dare tutta me stessa a un ruolo,

un me sbagliato, non sono io

quella che ho interpretato.

Io sono Anna, donna che ha sofferto

nella sua vita, senza amore, senza abbracci

ma la storia non è finita.

Sono una donna che ha amato tanto,

sono una donna, e per me questo è un vanto”!

 

 

Poesia per le donne: Sei bella

Vorrei  citare oggi, in occasione della Giornata sulla violenza delle donne, questa poesia così conosciuta ma erroneamente attribuita a Alda Merini.

Il suo autore è Angelo de Pascalis, poeta e scrittore salentino. 

Sei bella

Sei bella.

E non per quel filo di trucco.

Sei bella per quanta vita ti è passata addosso,

per i sogni che hai dentro

e che non conosco.

Bella per tutte le volte che toccava a te,

ma avanti il prossimo.

Per le parole spese invano

e per quelle cercate lontano.

Per ogni lacrima scesa

e per quelle nascoste di notte

al chiaro di luna complice.

Per il sorriso che provi,

le attenzioni che non trovi,

per le emozioni che senti

e la speranza che inventi.

Sei bella semplicemente,

come un fiore raccolto in fretta,

come un dono inaspettato,

come uno sguardo rubato

o un abbraccio sentito.

Sei bella

e non importa che il mondo sappia,

sei bella davvero,

ma solo per chi ti sa guardare.

Doll teraphy o terapia della bambola

Ho avuto modo di vedere nella struttura per anziani in cui vado una insolita scena, nuova per me. Ho avuto modo di accostarmi agli anziani in molte occasioni e seguirli giorno per giorno in un’altra struttura dove sono stata consulente per tantissimi anni.  Ma questa novità mi ha molto incuriosito e ho chiesto spiegazioni che mi sono state date in maniera molto superficiale. E allora, io che vado sempre a fondo delle cose, mi sono documentata ed eccomi qui a scrivere oggi l’articolo proprio su questo argomento.

Ero perplessa, io mi interesso principalmente dei bambini in questo mio blog ma direi che l’aggancio è quello giusto. Lo noterete anche voi nel mio scritto.

Quello che ho intravisto si chiama “Doll therapy” o terapia della bambola. Eh già, la bambola in braccio all’anziano.

Sarete d’accordo con me che è una scenetta inusuale. Ma non si è sempre detto che l’anziano entra in una seconda infanzia, diventa più egocentrico, vuole ricevere piuttosto che dare, diventa capriccioso se gli si nega qualcosa?

Quindi si comporta esattamente come un bambino!

La Doll therapy è un approccio non farmacologico a beneficio delle persone anziane affette da demenza senile.

Avere una bambola da accudire e di cui occuparsi ha un effetto calmante, soprattutto in situazioni di grande stress e agitazione.

Vi sono altri metodi rivolti agli anziani, tipo la musicoterapia, la pet therapy (con gli animali, soprattutto cani nelle strutture).

Ma a noi interessa sapere qualcosa di più sulla terapia della bambola.

Storia:

Questa terapia ha origine in Svezia con il contributo della terapeuta Britt-Marie Egedius-Jakobsson. La dottoressa ha preso in considerazione che la sua città era specializzata nella produzione di questi oggetti da gioco o da abbellimento domestico:le bambole!

La Doll Therapy riesce a dirigere l’attenzione dell’anziano verso un compito semplice, come quello di accudimento di una bambola, evitando la congestione del pensiero dovuta alla concentrazione su idee e stati affettivi che generano stati di confusione e di disagio che vengono manifestati spesso con disordini del comportamento.

Questo approccio di cura consente di creare un contesto per rispondere ad alcuni bisogni universali privi di limiti di età, quali quello di sentirsi utili e capaci di svolgere ancora delle attività quotidiane, di dare affetto e di prendersi cura di qualcuno. Da semplice oggetto inanimato la bambola prende così le sembianze di un bambino da accudire e da amare, dando uno scopo alle giornate della persona malata. Oltre a questo scopo, la terapia della bambola si affianca all’utilizzo dei farmaci per migliorare il benessere fisico e psicologico dell’anziano, per gestire alcuni sintomi comportamentali derivati dalla demenza senile, per allentare lo stress e stimolare le funzioni cognitive.

In una residenza assistita la somministrazione di una bambola ad un ospite deve essere seguita, nelle fasi iniziali, da un esperto che ne guida il percorso in alcuni specifici momenti del giorno, monitorando la costruzione del rapporto simbolico.

Il coinvolgimento della famiglia e dello staff è fondamentale per l’esito positivo dell’interazione.

La bambola molto probabilmente avrà un nome impostogli dall’anziano e non bisogna cambiarlo. Dovrà avere un suo giaciglio, al sicuro e al caldo.

Non sottovalutiamo questa innovazione terapeutica.

Fonte:
https://www.villagecare.it/2016/10/doll-therapy-nella-demenza-senile-quando-una-bambola-e-terapeutica/

Nuova iniziativa sulle filastrocche

Anche questo mese il Forum Graficamia si è messo a disposizione per inserire il contest Le Filastrocche di Lucia. 

Nel ringraziare per questa opportunità annuncio che ha vinto, per il mese di Ottobre,  il lavoro di  Paola abbinato alla filastrocca:

              Mi è caduto un dentino

Oggi mi è caduto un dentino
e l’ho trovato nel mio lettino,
mi sono addormentata con lui vicino
ma me lo ha rubato un topolino.

Alcuni dicono che è una fatina
che ruba i denti per la Regina,
ma invece per me è stato un topino,
ho visto la cacca sul comodino.

E al mattino ho trovato un soldino,
è stato tirchio, era bellino,
sì, piccolino ma era carino

ed era bianco, pulito a puntino.

La filastrocca è quasi finita,
non fatemi ridere, lo faccio a fatica,
adesso in bocca ho un buchetto,
non riesco nemmeno a dare un bacetto.

Metto il guadagno nel salvadanaio,
forse da grande farò il gelataio
e porterò gelati ai bambini,
che senza un dente sono sempre carini.

Silvia Plath anniversario nascita

Oggi, 27 Ottobre, ricorre  l’anniversario della nascita di Sylvia Plath.

Nata nel 1932 (oggi avrebbe compiuto 87 anni) a Boston, perse il padre quando aveva solo 8 anni. Questo fatto la colpì così duramente che non riuscì più a sottrarsi a lunghi periodi di depressione.

La separazione dal marito, in modo traumatico,  ha ulteriormente influito sulla sua psiche, anche se aveva due bambini a cui accudire.

Riuscì a porre fine alla sua breve vita tramite esalazione di gas, infatti mise la testa nel forno dopo averlo ben sigillato.

Fini così in tragedia la vita di questa scrittrice.

Fatto ancora più sconvolgente e surreale è che un suo capolavoro “Le muse inquietanti” fu tradotto da un’altra scrittrice, Amelia Rosselli che emulò il gesto della sua collega suicidandosi lo stesso giorno, buttandosi dal 5° piano di un palazzo.

Due vite parallele, due artiste, due giovani donne che non sono riuscite a superare alcuni tristi episodi legati alla loro infanzia.

Sylvia Plath era una fonte inesauribile di poesie, era arrivata a scriverne una al giorno ma le sue opere migliori le scrisse l’ultimo anno di vita ma solo due libri sono stati pubblicati prima della sua morte: The Colossus e La campana di vetro. Le altre opere sono tutte postume.

Nel libro La campana di vetro, che è in parte autobiografico, cita questo passaggio:  “Se mi avesse anche dato un biglietto per l’Europa o per una crociera intorno al mondo, non avrebbe fatto nessunissima differenza per me, perché dovunque sedessi o sul ponte di una nave oppure ad un caffè all’aperto di Parigi o Bangkok, sarei sempre rimasta là seduta sotto la medesima campana di vetro soffocando nella mia stessa aria viziata”.

Con questo si riferisce al personaggio del suo libro ma riflette pienamente il suo stato d’animo.

E così due artiste che avevano tanto da dire e da trasmettere hanno posto fine alla loro vita. E ci lasciano con una domanda dentro il cuore: Perché!

Pennamania

Si sente parlare spesso dello scrittore come di quella persona che ha molte idee in testa e le trasmette su carta o direttamente su macchina da scrivere oppure, oggi, sul pc. Si scrive anche degli aneddoti curiosi legati alla stranezze di alcuni di essi. 

Ne cito qualcuna:  Honoré de Balzac, per esempio, vestiva un casacca particolare e accendeva quattro candele, prima di gettarsi a forte velocità a scrivere una delle opere più lunghe mai scritta da una singolo scrittore (La Commedia umana, composta da 137 opere).

Joseph Conrad continuò a scrivere con la penna a immersione dal pennino metallico anche dopo l’invenzione della penna stilografica, con in più la tendenza a conservare, dopo l’uso, penne rotte e pennini spuntati per ragioni affettive.

John Cheever scrisse una larga parte della sua opera in mutande, dopo aver raggiunto vestito di tutto punto in ascensore la cantina ed essersi nuovamente spogliato. Pare che avesse paura di interrompere il rituale perché non svanisse l’ispirazione.

Georges Simenon, fino a quando assai tardi cedette alla macchina da scrivere, si preparava al lavoro appuntando 50 matite che allineava sulla scrivania, e se si spezzava la punta ad una cambiava direttamente matita senza perdere tempo.

Inoltre c’era chi oscurava la stanza con le tende anche quando scriveva di giorno, chi si levava le scarpe o le pantofole, chi prima di mettersi a scrivere cercava almeno una pulce da levare da uno dei suoi gatti.. Se ne possono riportare a centinaia di questi casi, ogni scrittore ricerca un metodo, a volte molto bizzarro, per riuscire a concentrarsi e trovare le idee.

Tutto questo scritto per dire che anche io, che mi limito a scrivere favole e filastrocche, ho la mia mania. Non è l’ambiente o un modo di vestire ma qualcosa che ho avuto sin da quando ero ragazzina: la penna. L’ elemento fondamentale è che deve essere rigorosamente di colore blu. La punta deve essere molto fine ma, avendo la mano leggera deve avere un certo tipo di inchiostro. Non deve essere blu scuro ma medio. Ma la mia più grande mania è che ne devo averne a decine in borsa. Se vado a fare spese e ne vedo una di cui mi piace sia il colore dell’inchiostro sia il timbro devo acquistarla. Se mi sottopongono un documento da firmare, da qualsiasi parte mi trovi, la richiedo come regalo a chi mi sottopone il documento o mi faccio dire la marca.

Da qualsiasi parte vada devo avere almeno una penna, non posso farne a meno. È la mia coperta di Linus!

Quando ho compiuto di 18 anni le mie amiche sapevano di questa mia mania ossessiva e mi avevano  fatto come regalo una bellissima penna argentata, dalla silhouette slanciata, categoricamente a inchiostro blu e punta fine. Non ho mai voluto usarla, era un dono troppo prezioso e l’ho custodita per tantissimi anni nella sua scatola originale. Alcuni giorni fa volevo farla vedere alla nipotina ma non ricordo più dove l’ho messa! L’ho talmente custodita bene che l’ho nascosta: ma dove? Sicuramente l’inchiostro si sarà asciugato e non scriverà più. Ma il suo ricordo rimane impresso nella mia mente e nel mio cuore. 

E voi avete anche alcune manie riguardo la scrittura?

Tratto da:
http://ioeditore.gwmax.it

Il lottatore di Sumo

Mi è stato chiesto, alcuni mesi fa, se potevo scrivere una storia su un lottatore di Sumo. La persona che me lo ha richiesto e che ritengo fosse un ragazzo, mi ha anche fornito delle tracce a cui avrei dovuto attenermi. 

Ho fatto presente che non era uno dei miei argomenti preferiti per cui non  avrei saputo che cosa ne sarebbe uscito, ma ho voluto lo stesso mettermi alla prova. Non so se ci sono riuscita, è nata una storia un po’ particolare ma con gli elementi forniti e obbligatori non potevo far di meglio. 

È nata cosi la storia di:

 Un lottatore di Sumo

 In una piccolissima cittadina non si parla d’altro che della gara di Sumo che si dovrà disputare il giorno dopo.

Uno dei lottatori, di nome Bruno, è un ragazzone del posto, conosciuto da tutti e deriso da sempre dai suoi compagni per la sua enorme stazza.
Quando era piccolo era molto ingenuo e bonaccione e non cercava mai di difendersi, convinto di essere amato e stimato da tutti i suoi compagni. In realtà tutti lo prendevano in giro e gli combinavano sempre scherzi, che lui non coglieva, ingenuo com’era. Ma quando si rese finalmente conto che i suoi amici lo umiliavano e lo deridevano, da bravo ragazzo diventò un bullo, facendo della sua forza la sua arma migliore…

A scuola quindi cominciarono a temerlo e cercarono di star lontano da lui.

La sua più grande passione, con il tempo, diventò la lotta, come aveva  visto fare molte volte in televisione. Voleva diventare campione di Sumo e aveva tutte le doti per riuscirci:il peso, la forza, la volontà, la costanza.

Cominciò così ad allenarsi ogni giorno, all’inizio per gioco, poi invece diventando talmente bravo da essere ingaggiato in alcuni tornei, sfidando avversari più grandi e grossi di lui.

La maggior parte delle volte riusciva a sconfiggerli e questo era, per lui, un monito per continuare.

Bruno aveva una sorella, Bianca, che amava molto, anche lei lottatrice amatoriale di Sumo, grazie anche alla sua crescita abnorme.

Tutte e due erano cresciuti senza la presenza della mamma, pensando inoltre di non averne bisogno, per cui il loro legame era indissolubile.

Anche Bianca non aveva amicizie. Ella, al contrario del fratello, snobbava tutte le ragazze. Criticava il loro modo di vestirsi e di atteggiarsi con i ragazzi, di essere frivole e immature.

Un giorno, nel piccolo paesino, cominciò a circolare una voce, che poi si dichiarò veritiera: ci sarebbe stata una gara di Sumo fra Bianca e una mamma. Quest’ultima, se avesse vinto, avrebbe poi combattuto anche contro Bruno.

La concorrente era una giovane mamma di due splendidi bambini, di nome Chiara. A differenza dei due fratelli, era magrolina e piccola, caratteristiche insolite per una lottatrice. Ma era pienamente convinta di poter sconfiggere tutte e due gli avversari: Bianca e Bruno.

Gli organizzatori pensavano che fosse talmente improbabile che lei vincesse, che arrivarono ad alzare la quota della vincita a un milione di dollari, anche perché la mamma sosteneva che non avrebbe usato nessun metodo violento nei confronti dei due ragazzi. Come era possibile?

Arrivò il giorno tanto atteso. La sala dove si sarebbe svolta la gara era gremita, tutte le mamme del paese erano venute a fare il tifo per Chiara, portandosi dietro i figli di tutte le età. I compagni di scuola di Bruno e Bianca non potevano perdersi l’occasione di vedere come si sarebbe svolta la lotta, tifando anch’essi la mamma per farli maggiormente arrabbiare.

Salì sul ring Bianca, in pantaloncini corti e t-shirt, con la ciccia che fuoriusciva da tutte le parti; i ragazzi in sala cominciarono a fischiare, innervosendola.

Poco dopo giunse la mamma: indossava una vestaglia floreale color panna e i capelli erano raccolti in uno chignon che le conferiva un tocco di personalità.

Salì sul ring, squadrando la sua avversaria da capo a piedi. Notò la sua mole, il suo modo di fare poco aggraziato. Ma osservò anche i lineamenti fini, anche se marcati. I suoi occhi, color azzurro cielo facevano intravedere paura, tristezza, ansia.

Era una bellissima ragazza, se solo si fosse curata nel suo aspetto esteriore.

Chiara si tolse la vestaglia e fece intravedere il suo corpo esile e perfetto. Indossava una calzamaglia nera attillata e una maglietta a maniche corte rosa.

Tutte le ragazze in sala l’invidiarono.

La campanella di inizio suonò e la mamma, con una velocità straordinaria, tirò fuori dalla tasca della vestaglia un libretto di favole e un pettine. Si avvicinò a Bianca, che la guardava incredula. Nessuno capì che cosa volesse fare. Chiara prese per mano Bianca e la invitò a sedersi per terra; dopo qualche reticenza della ragazza, che non sapeva più che cosa dirsi, cominciò a pettinarla amorevolmente, buttando ogni tanto lo sguardo sul libro che sapeva a memoria. Questa non si oppose e lasciò che la mamma continuasse.

Con quel soave tocco continuo, che non aveva mai ricevuto da nessuno, la ragazza si accasciò al suolo… addormentandosi. Era KO sotto tutti i punti di vista.

Tutti si alzarono in piedi, applaudendo e gridando: “Evviva, evviva!”

Dopo aver svegliato la ragazza che, intontita, lasciò il ring ringraziando la giovane mamma per quella dolcezza mai ricevuta in vita sua, salì Bruno! Era ancora più arrabbiato perché sua sorella aveva fatto una figuraccia davanti a tutti! Doveva vincere anche per lei.

Era in perizoma, come da regolamento, ma aveva mangiato così tanto negli ultimi giorni, in previsione della sfida, che i suoi movimenti erano lenti, per paura che questo si rompesse davanti a tutti!

La mamma notò questo particolare e capì di aver colto nel segno. Tirò fuori dall’altra tasca della vestaglia una fetta di torta alla frutta, avvolta in carta stagnola, un biberon di latte con il miele e un grande ciuccio.

Bruno, che quel giorno aveva saltato il pasto, per paura che il perizoma si stracciasse, non riuscì a resistere. Il suo stomaco brontolava, aveva fame! Si buttò così a capofitto sulla torta e ingurgitò tutto il latte in pochi secondi. Aveva ancora fame ma stava molto meglio adesso.

Ma, ahimè, il perizoma stava per rompersi, alcune cuciture erano già scucite, così Chiara, notando la sua vergogna davanti agli amici, avvolse quel ragazzone nella sua morbida vestaglia e lo prese vicino a sé. Bruno non si rese neanche conto di quello che stava accadendo, tanto era piacevole questa amorevole attenzione, e in men che non si dica era sdraiato per terra, la bocca sporca di latte, con qualcuno che gli massaggiava i capelli. Aveva anche il ciuccio in bocca.

Si rilassò così, in pochi secondi, come non aveva mai fatto in vita sua. Non gli importava della vittoria.

Era giusto che vincesse la mamma. Gli doveva tanto perché per la prima volta era felice!

Solo allora il pubblico capì che avevano sbagliato a non individuare la sofferenza dei ragazzi che non si erano sentiti accolti e la loro carenza affettiva si era quindi  tramutata in una scelta di cose “forti” e di bullismo.

E da allora tutto cambiò per i due giovani fratelli!

 

Nuova iniziativa sulle filastrocche

Dal mese di Settembre è nata una collaborazione tra il mio blog e il forum di Graficamia per quanto concerne le filastrocche.

Ogni mese infatti una di queste sarà pubblicata in un contest del suddetto forum e verrà di conseguenza eseguito un lavoro di grafica.

Come è consuetudine nei forum anche questo contest a fine mese avrà una votazione da parte degli iscritti e il lavoro-tag vincente verrà inserito nel blog a conclusione della filastrocca.

La vincitrice di questa nuova iniziativa è Mirella che ha vinto con il suo lavoro grafico abbinato alla mia filastrocca:

La farfalla innamorata

Volteggia leggera,
si posa su un fiore
e hanno quasi
lo stesso colore.
Sbatte le ali,

vuol corteggiare
quell’esile fiore,
ha bisogno di amare!
Il fiore la osserva
e la sente pesare
sull’esile stelo
“Ma se ne vuole andare?
Ero felice,
mi godevo il sole
e questa farfalla
quasi marrone
mi sa che non mi vuole
proprio lasciare,
ma ha capito
che non c’è niente da fare?
Lei è una farfalla
io sono un fiore
e tra noi due
non può sbocciare l’amore.
Posso darle riparo,
farla riposare,
ma non c’è altro
che io possa fare!”
La farfallina
allora ha capito,
il piccolo fiore
può esser solo suo amico.
No, non si può accontentare,
lei cerca l’amore
che lui non può dare.
Con molta tristezza
e un velo nel cuore
riprende il suo viaggio
in cerca d’amore.

Nuova iniziativa per bambini

Eccomi pronta a lanciare la proposta di Marco, del blog: https://marcoscrive.wordpress.com

Marco ha preannunciato alcuni mesi fa una bellissima iniziativa per i bambini e io  avevo già scritto qualcosa in merito nel mio blog. Ora che inizia la nuova stagione e iniziano tutti gli impegni, è giunto il momento di ricordarla e buttarci tutti assieme in questa impresa. Siete pronti? Il canale è Baby Book’s TuBe

Vi chiederete “Assieme chi?”. Insieme ad alcuni amici blogger, appassionati di scrittura,  che hanno appoggiato la sua idea, ben 17 e voi, cari bambini, ne sarete i principali protagonisti.

“Per cosa?” Per scrivere! Tutto quello che volete: racconti, poesie, filastrocche. La fantasia non vi mancherà.

Avete mai sentito parlare di progetto? Il progetto è una idea, un programma, un sogno da portare avanti. Noi blogger non siamo altro che coloro che vi aiuteranno in questo, ma i veri artefici siete voi. Voi sarete gli scrittori!

“In che modo potreste aiutarci?” Ogni bambino che manderà un racconto, una poesia o una filastrocca, vedrà il suo lavoro trasformato in video e pubblicato sul CANALE YouTube marcoscrive.

Potete anche inviare voi stessi un video, se preferite, facendovi aiutare da mamma e papà, da un fratello maggiore o da un’insegnante.

“Ma tutti i lavori inviati verranno inseriti?” Sì, tutti, non ci saranno preferenze o lavori scartati perché saranno vostre creazioni. Questi verranno inseriti in ordine di ricezione.

“Ma come faccio a sapere quando il video verrà messo in rete?” Sarete contattati per e.mail e vi verrà inviato il video per la vostra approvazione e quella dei vostri genitori. Solo dopo  che avremo la vostra approvazione lo pubblicheremo sul CANALE YouTube marcoscrive.

Inoltre chi vorrà potrà mandare anche la recensione (scritta, audio o video) di un libro che ha letto, in modo da invogliare altri a leggerlo o farselo leggere. Questa recensione verrà pubblicata nello spazio RUBRICA BABY BOOK RECENSIONI.

Ciao e spero di leggere presto il tuo nome su Baby Book’s TuBe

Le bambole in miniatura

Oggi vorrei scrivere qualcosa su queste bambole inusuali, che si discostano molto dall’idea di bambola classica.

Non è mia intenzione citare la Storia della bambola perché vi sono molti articoli in rete su questo splendido argomento, ma semplicemente fare un passaggio veloce sulla differenza di dimensioni da bambola a bambola in miniatura.

Intorno agli anni 50 in ogni casa, ma soprattutto in ogni letto, in bella mostra, era uso posizionare la bambola di celluloide o porcellana al centro, con il vistoso vestito che veniva aperto coprendo le gambe. I vestiti erano molto larghi, di buona stoffa. Non erano però utilizzate per i giochi delle bambine ma solo per fare bella mostra sul letto. L’altezza variava dai 50 ai 70 cm.

Oggi invece abbiamo le bambole in miniatura!

Alcune di queste bambole sono alte solo 3 cm, il lavoro su di esse quindi non è semplice non essendo maneggevoli. Pensate la difficoltà di confezionare i vestiti e altri accessori. La gestualità è molto importante, il minimo errore comporta il rifare tutto il lavoro.

Anche queste bambole non sono adatte per il gioco ma esclusivamente per il collezionismo. Sono dei veri capolavori e, viste le ridotte dimensioni, il loro risultato è arte. Sono dipinte a mano e i vestiti confezionati con stoffa.

Vorrei citare in questo articolo la belga Diane De Becker, che da semplice hobby iniziato negli anni 80 lo ha trasformato in lavoro.

Ha iniziato con vecchietti e bambole per per passare poi al suo obiettivo principale: gli elfi!

Ora i suoi lavori sono orientati esclusivamente su questo mondo fiabesco. E questo mi ha appassionato.

Riporto la sua storia così come gentilmente me l’ha inviata dopo la mia richiesta.

“Non ho molto da dire. Sono una donna normale e il mio lavoro è la modellazione.

Sono nata in Belgio nel 1953 come figlia unico in un piccolo villaggio agricolo.

Disegnare, realizzare mini case da scatole di cartone e animali (natura) era il mio hobby da bambina.

Non mi piaceva molto la scuola e gli insegnanti concordavano sul fatto che avrei iniziato a studiare arte, purtroppo ciò non è stato permesso dai miei genitori.

Così ho finito la mia scuola e poi mi sono sposata. Dopo aver cresciuto i figli ho scoperto la scultura.

Non ho mai preso lezioni da nessuna parte, questo era troppo costoso per me, ma con molta pratica e molti più errori, ho imparato a modellare.

In poco tempo mi sono avvicinata al mondo fiabesco e adesso faccio solo quello.

Dal 1997 ho iniziato a partecipare a spettacoli e ho vinto diversi primi premi con le mie fate (premi per le bambole)

Ora che è tutto più semplice lavoro solo tramite internet.”

Vado a scuola, il grande giorno: film-documentario

Ho scritto già un articolo su questo grande regista, Pascal Plisson, autore del documentario Vado a scuola che narrava le storie di quattro giovani protagonisti.

Oggi vorrei scrivere invece qualcosa sul secondo documentario, Vado a Scuola: il grande giorno. Anche questa volta i protagonisti sono quattro giovani eroi, seguiti passo per passo da Pascal Plisson. Per mesi, addirittura per anni, i quattro protagonisti del film attendono questo giorno speciale che cambierà le loro vite per sempre. Essi affronteranno la prova che determinerà non solo il loro destino ma anche quello delle loro famiglie. Dopo tanto impegno e perseveranza il loro sogno sta per avverarsi.

I piccoli protagonisti di questo fantastico documentario sono:
India
Nidhi Jha 15 anni, vive a Benares, la capitale del Bihar, uno stato povero del nord est dell’India.

La storia della famiglia di Nidhi è particolarmente interessante in un paese in cui l’accesso all’educazione delle ragazze rimane una grande sfida. Con i suoi genitori, le sue tre sorelle e suo fratello, si sono sistemati in un vecchio tempio dove coabitano con altre famiglie modeste, come la sua. Quel tempio è la versione indiana dell’alloggio sociale.

I suoi genitori, pur provenendo da famiglie disagiate (Il papà guida un tuk-tuk, simile al nostro Apecar, la madre invece deve occuparsi dei bambini) insistevano che la bambina doveva studiare per potere avere un giorno una vita migliore.

Tutti i figli sono  bravi e appassionati di matematica, ma più di suo fratello e delle sue sorelle, Nidhi ha un vero dono per i numeri. Si immagina già al politecnico, che diventa ingegnere ed aiuta la sua famiglia.

Senza denaro, l’unica soluzione possibile per lei sarebbe il Super30, un corso di preparazione gratuita dove si entra con un concorso. Fondata da due fratelli, Anand e Pranav Kumar, questa scuola si fa carico della formazione intensiva di 30 studenti.

La preselezione si avvale di due principi fondamentali: essere portati per la matematica e venire da una famiglia povera di uno dei tre stati del nordest dell’India, il Bihar, l’UttarPradesh e il Jharkhand.

Credendo fortemente a questo valore, lavora duro per far parte dei 30 studenti del prossimo corso, come se tutto il suo futuro dipendesse da questo. Una grande sfida da accettare con oltre 10.000 candidati che si presenteranno al concorso d’ingresso.

Ulan-Bator (Mongolia)
Deegii Batjargai è una bambina ostinata e coraggiosa che non si lamenta mai. Proviene da una famiglia molto unita, composta dai genitori e da un fratello maggiore. Il suo sogno è di diventare una contorsionista professionista. L’imput è stato quando aveva solo 6 anni e ha visto in televisione uno spettacolo.

In Mongolia gli alunni frequentano la scuola solo nel pomeriggio, condizionati dal clima, ma Deegii si alza ogni mattina alle 5 per recarsi in una palestra. Ogni giorno e con qualsiasi tempo , anche se la temperatura d’inverno tocca anche i -30°C. I genitori, vista la caparbietà della figlia assecondano questo suo desiderio ma le spese sono alte rappresentando un sacrificio familiare. Ma l’unica cosa che le chiedono è quella di non trascurare assolutamente la scuola. I contorsionisti iniziano la loro attività molto presto ma dura al massimo 20 anni.

Il suo obiettivo è quello di entrare nella prestigiosa scuola di circo di Singapore. La sua allenatrice è riuscita a farle avere un’audizione che potrebbe far partire la sua carriera. Deegii avrà 4 minuti per convincere una giuria molto esigente.

Uganda
Tom Ssekabira ha 19 anni e vive lontano da casa da due anni. È un tirocinante alla scuola Wildlife Authority in Uganda, dove studia per diventare ranger.

Tom è sempre stato un amante dei documentari sugli animali, specialmente sui scimpanzé. Sognava gli animali e i grandi spazi.

Tom è studioso, i suoi, lo sostengono al massimo nei suoi studi. Grazie ad ottimi risultati scolastici, Tom vince una borsa di studio dallo stato dell’Uganda per pagarsi un corso a sua scelta. Sceglierà “management del turismo”. La solidarietà familiare, anche dal punto di vista economico,  si estende a tutti i suoi fratelli e le sue sorelle. Per Tom, il sostegno incondizionato della sua famiglia lo spinge ad essere il più bravo.
Affronterà il periodo dell’esame come una finale olimpica.

Cuba
Albert Ensasi Gonzales Monteagudo è un atleta. A Cuba, i grandi atleti sono l’orgoglio del paese e la scuola gli assicura un futuro, qualunque cosa accade alla loro carriera sportiva.

Egli è un appassionato di boxe. Il suo sogno è di diventare il miglior pugile della sua generazione e rappresentare il suo paese ai giochi Olimpici.

La madre di Albert, ha trovato la soluzione perché il suo pugile in erba dimostri altrettanto fervore in classe che sul ring. Se la pagella non è buona, Albert non può allenarsi.

Quando i suoi risultati a scuola sono insufficienti e sua madre glielo impedisce, vede il suo amico Roberto per un allenamento clandestino sul tetto del suo palazzo.

La prima tappa per realizzare i suoi sogni olimpici, è entrare a far parte dell’Accademia di sport e studio dell’Avana dove Albert potrà seguire un corso di studi regolare e corsi di boxe di livello professionale. A Cuba, la scuola rimane una priorità ed è impossibile lanciarsi al 100% nello sport a scapito della scuola.

Ma per entrarci serve una disciplina di ferro, un’eccellente forma fisica, serve padroneggiare la tecnica e vincere gli incontri. Se le cose non andassero come previsto con la boxe, ha già scelto il mestiere che vorrebbe esercitare: il veterinario.  Per ora, Albert deve rinunciare a suoi passatempi e concentrarsi per avere tutte le possibilità di superare la prova che gli permetterà di essere ammesso in quella scuola.  È la sfida della sua vita. 

Tratto da:
https://www.agiscuola.it/schede-film/item/583-vado-a-scuola-il-grande-giorno.html

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Riccioli d’oro: Shirley Temple

Vorrei citare questa straordinaria attrice che ho seguito in molti suoi film. L’ho sempre trovata incantevole, bravissima sia come attrice che come ballerina. Anche come cantante era eccezionale e molte delle sue canzoni ebbero successo. On the Good Ship Lollipop, Animal Crackers in My Soup, per citarne alcune.

Shirley Temple, soprannominata Riccioli d’oro, fu una famosissima  attrice, cantante, ballerina, protagonista di molti film intorno agli anni 30. Fu una bambina prodigio del cinema bianco e nero.
Nacque a Santa Monica, oggi sobborgo di Los Angeles,  nel 1928. La mamma, Gertrude Amelia Krieger, era una casalinga ma anche ex ballerina. Aveva due fratelli e quindi, essendo l’unica femmina, la madre riversò si u di lei tutte le ambizioni di ballerina mancata, iniziando così a farla partecipare a tutte le audizioni nella vicina Hollywood. All’età di 3 anni inizio a prendere lezioni di ballo e venne scritturata per due serie cinematografiche, dal 1931 al 1934. E il suo look cambio, i suoi capelli scuri e lisci vennero modificati in biondissimi e riccioli. I produttori, nel cambiamento, si ispirarono a Mary Pickford, attrice canadese in voga in quel periodo.
Mamma Gertrude ogni mattina sistemava i capelli della bimba in 56 boccoli perfetti. 
Innumerevoli i suoi film, da Piccola stella, La mascotte dell’aeroporto dove vinse l’Honorary Juvenile Award, costituito da una statuetta in miniatura. Premio inventato appositamente per lei, come contributo dato, attraverso lo schermo, all’intrattenimento. Seguono Riccioli d’oro, Il piccolo colonnello, Zoccoletti olandesi, Rondine senza nido
In 16 dei 20 film che Temple fece per la Fox, interpretò personaggi con almeno un genitore morto. Ciò faceva parte della formula dei suoi film, che incoraggiavano il pubblico adulto ad identificarsi con il suo genitore.

Ma anche le belle favole finiscono e Shirley, al’età di 12 anni, cominciò a non avere più fan e di conseguenza i suoi ultimi film non ottennero i successi desiderati.

Il colpo maggiore lo ebbe con il film Alla ricerca della felicità,  del 1940, con la suddivisione in una parte in bianco e nero e l’altra in technicolor. Il successo che si pensava dovesse avere si tramutò invece dal ritiro dello stesso dalle sale.Risultati immagini per shirley temple nel film alla ricerca della felicitàGirò ancora un ultimo film, sempre nel 1940, Non siamo più bambini e con questo Shirley salutò il suo amato pubblico, ringraziandolo “dei tanti momenti felici trascorsi insieme”.

Seguirono altri film ma nessuno ebbe successo e la sua fama fu solo quella di bambina prodigio.

All’età di 17 anni sposò l’attore John Agar, molto più grande di lei, coronato dalla nascita di una figlia, ma il matrimonio si rivelò un fallimento anche a causa dell’alcolismo di Agar e chiederà il divorzio nel 1950. 

Sempre nel 1950 si risposò con un uomo d’affari californiano, da cui avrà un figlio e una figlia e iniziò ad interessarsi di politica, raggiungendo diversi incarichi diplomatici.

Nel 1958 la Temple tornò alla ribalta in una serie televisiva per bambini intitolata Shirley Temple’s Storybook (in italiano Le grandi fiabe raccontate da Shirley Temple) che durò fino al 1961 ed ebbe un discreto successo, dopodiché abbandonò definitivamente l’attività di attrice, all’età di 33 anni.

Nel 2005 Melissa Gilbert (la ragazzina protagonista principale della serie televisiva La casa nella prateria) , in qualità di presidente della Screen Actors Guild annunciò la consegna a Shirley Temple del premio più prestigioso, lo Screen Actors Guild Life Achievement Award.

Melissa Gilbert dichiarò: “Penso che nessuno meriti il SAG Life Achievement Award più di Shirley Temple Black. Il suo contributo all’industria dell’intrattenimento è stato senza precedenti. Ha vissuto una vita davvero notevole, una brillante attrice che il mondo ha conosciuto quando lei era solo una bambina. In ogni cosa che lei ha fatto, Shirley Temple Black ha dimostrato una grazia non comune, talento e determinazione, per non parlar della sua compassione e del coraggio. Quando era bambina ero entusiasta di ballare e cantare i suoi film e già di recente come presidente Guild sono stata orgogliosa di poter lavorare al suo fianco, come sua amica e collega. Lei ha avuto un’indelebile influenza sulla mia vita. Lei era il mio idolo quando io ero una ragazza e rimane il mio idolo ancora oggi”.

Shirley Temple morì di broncopneumopatia cronica ostruttiva il 10 febbraio 2014, all’età di 85 anni, nella sua casa di Woodside, accudita dai suoi familiari.
È stata sepolta presso l’Alta Mesa Memorial Park, Palo Alto, California.

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Le storie dei ragazzi selvaggi

Più volte ho letto di ragazzi trovati nella foreste, se ne contano un centinaio negli ultimi secoli.

Leggendo un dettagliato articolo su Focus riguardo questo problema mi è tornato alla  mente il film, tratto da una storia vera, Nell, interpretato magnificamente da Jodie Foster. Tratta di una ragazza che ha vissuto sempre nel nord Caroline, con la madre colpita da ictus. La ragazza ha scelto di continuare la sua vita nel bosco, ambiente in cui lei apparteneva.  

Con questo siamo portati a pensare che già da piccolissimi abbiamo la percezione di sopravvivenza. Il nutrimento, indispensabile per tutti, umani e animali, è già un elemento acquisito dai primi anni. In un ambiente selvatico come la foresta o la giungla si ci nutre di ciò che la natura offre in quel determinato ambiente: foglie, radici, bacche, uova di uccelli, piccoli animali. Oppure si può presumere che siano stati “allevati” nel far questo da altri mammiferi.

“Stando in contatto solo visivo con loro, un bambino può individuare fonti d’acqua e di cibo e ripararsi in luoghi caldi e sicuri”, dice Angelo Tartabini, docente di Psicologia evoluzionistica all’Università di Parma.

La teoria dell’imprinting, che procurò il premio Nobel a Konrad Lorenz, sostiene infatti che un giovane essere vivente impara a riconoscersi in una specie piuttosto che in un’altra a partire dal legame con una figura di riferimento (la chioccia per i pulcini, la lupa per il lupacchiotti, eccetera). Dopotutto i bambini, cioè i cuccioli di uomo, non sono troppo diversi da quelli delle scimmie e come gli altri animali possono anche subire un imprinting da parte della specie che li ha adottati, finendo per assomigliare ai nuovi “genitori”. Per questo nella letteratura si parla di bambini lupo, bambini orso, bambini gazzella o bambini scimmia.

Il primo caso di ragazzo selvaggio risale al 1344, divulgato dal grande naturalista Carlo Linneo e successivamente dal filosofo francese Jean Jaques Rousseau. Alcuni cacciatori ritrovarono tra i lupi un bambino di circa 10 anni e lo portarono dal Principe d’Assia. Ma il caso che fece più clamore risale al 1798, quando fu catturato nei boschi francesi dell’Aveyron un ragazzino selvaggio di 12 anni: completamente nudo, mordeva e graffiava e, chiuso in una stanza, andava avanti e indietro come un animale in gabbia. Affidato a una vedova e poi a un naturalista, per ordine del ministero dell’Interno fu portato a Parigi e rinchiuso nell’Istituto per sordomuti, dove venne prelevato dal medico Jean Itard che ne tentò il recupero comportamentale e linguistico. Egli segnò su un diario tutti i progressi fatti dal ragazzo nel corso di 5 anni.

Progressi limitati, però, nonostante il costante aiuto e presenza. Victor imparò a comunicare ma con una sorta di pantomime (per esempio, se voleva uscire portava il cappotto e il cappello al suo tutore), ma non riuscì mai a parlare. Cominciò a scrivere diverse parole, verbi e aggettivi (gli fu insegnato prima ad accoppiare oggetti ai disegni che li mostravano, poi parole scritte ai disegni), ma mai imparò a usare i termini in modo astratto, cioè applicando le parole in un discorso in assenza degli oggetti o delle emozioni a cui si riferivano.
Morì a Parigi a 40 anni di età.Immagine correlata
Un bambino aveva due anni quando fu adottato da una leopardessa. Tre anni più tardi, un cacciatore uccise la leopardessa e trovò tre cuccioli, uno dei quali era il bambino, che ormai aveva 5 anni. Fu soprannominato Il bambino leopardo. Era il 1912. Fu restituito alla sua famiglia in un piccolo villaggio in India. La prima volta che fu catturato riusciva a correre a quattro zampe veloce come un uomo adulto in posizione eretta. Le sue ginocchia erano coperte da duri calli, le dita dei piedi erano piegate quasi ad angolo retto, e le mani, unghie e polpastrelli erano coperti da una pelle molto dura. Mordeva e aggrediva tutti quelli che gli si avvicinavano, e catturava e mangiava gli uccelli del villaggio, crudi. Non riusciva a parlare, pronunciava solo grugniti e ringhi.

Più tardi imparò a parlare e a camminare in posizione più eretta. Purtroppo divenne gradualmente cieco a causa della cataratta. Tuttavia, questo non fu causato dalle sue esperienze nella giungla, ma era una malattia comune nella sua famiglia.
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Un altro caso fu documentato dal reverendo Joseph Singh, missionario di un orfanotrofio di Midnapore, in India. Nel 1920 il reverendo volle verificare alcune segnalazioni di contadini che riferivano di aver visto due bimbe fra i lupi. Si appostò su un albero fuori da una piccola grotta, dove si sospettava si rifugiassero questi animali. Vide uscire i lupi e subito dopo entrò nella tana, dove trovò due bambine che camminavano a quattro zampe. Una aveva circa 8 anni, l’altra solo un anno e mezzo. Non si sa se fossero sorelle o meno ma si presume siano state abbandonate in periodi diversi.
Queste bimbe, Amala e Kamala,  hanno attirato l’attenzione dei lupi che vivevano in questa zona che ebbero un gesto di protezione continua nei loro confronti. Esse mangiavano solo latte e carne cruda non utilizzando le mani che invece usavano, insieme ai piedi,  per spostarsi.
Amala, la più piccola, morì di nefrite mente Kamala visse ancora otto anni. Imparò a pronunciare 50 parole, a comunicare con i gesti, a ridere e a giocare con altri bambini.

Nel 1933, in una foresta del Salvador, venne trovato un bambino di 5 anni, Jorge Ramirez.  Nudo, capelli lunghi, postura ricurva, vocalizzazioni da scimmia. Battezzato con il nome di Tarzancito, imparò a ripetere alcune parole senza però capirne il significato. Poi, vivendo nella comunità umana, cominciò a lavarsi, a vestirsi a scrivere e a leggere alcune parole, a fare anche semplici conti.

Nel 1992 un ragazzino di circa 15 anni venne avvistato nei pressi di una mandria di bufali nel Parco nazionale Marahouè, in Costa d’Avorio. Non parlava e aveva ginocchia callose, segno di andatura a carponi. «Faceva alcuni versi, emettendo i vocalizzi degli scimpanzé» raccontò il capo dei ranger del Parco. «Non è un demente» assicurò l’assistente sociale dell’ospedale di Boufalé, dove fu ricoverato. Di lui però si persero presto le tracce: secondo un giornalista della televisione nazionale ivoriana, che seguì il caso, fu nascosto da presunti parenti al preciso scopo di preservare i suoi poteri magici, che gli derivavano dalla vicinanza alla natura selvaggia e agli spiriti.

Tra gli ultimi casi segnalati (di attendibilità non chiara) ci sono quelli di John Sebunya in Uganda e di Bello in Nigeria. Il primo scappò di casa quando vide il padre uccidere sua madre a circa 4 anni di età, sopravvisse nella foresta e fu catturato nel 1991 mentre era con un gruppo di cercopitechi verdi che tentarono di difenderlo. Bello fu invece trovato piccolissimo (circa 3 anni) nella foresta di Alore, in Nigeria, nel 1996. Mostrava i comportamenti degli scimpanzé della zona, facendo pensare di essere stato adottato da loro. Nonostante gli sforzi degli educatori, non ha mai imparato a parlare ed è morto nel 2005.
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Tra i ragazzi selvaggi di oggi c’è Ivan Mishukov, soldato dell’esercito russo di 27 anni. Un’infanzia difficile: tra i 4 e i 6 anni ha vissuto con un branco di cani randagi. Si è conquistato la loro fiducia con del cibo e, in cambio, ha ottenuto protezione e calore di notte. Ivan è scappato di casa per sfuggire agli abusi del compagno alcolizzato della madre. Così come l’ucraina Oxana Malaya, oggi trentacinquenne. Entrambi hanno vissuto la tenera età tra i cani randagi e quando sono stati ritrovati camminavano carponi, non parlavano e ringhiavano. Sono riusciti però a superare il passato e a imparare la lingua del loro paese, dimostrandosi individui perfettamente sani, che sono riusciti a integrarsi nella società. 
Anche Madina ha vissuto con i cani dalla nascita fino all’età di 3 anni, condividendo il cibo e dormendo con loro durante il freddo inverno. Quando gli assistenti sociali la trovarono nel 2013, era nuda, camminava a quattro zampe. Il padre di Madina se ne era andato poco dopo la sua nascita. Sua madre, di 23 anni, si era data all’alcol. Era spesso troppo ubriaca per prendersi cura di sua figlia e spesso spariva. Sua madre alcolizzata si sedeva a tavola per mangiare mentre la figlia rosicchiava le ossa sul pavimento con i cani. Così i cani sono diventati i suoi unici amici.

I medici hanno riferito che Madina è mentalmente e fisicamente sana nonostante il suo calvario. C’è una buona probabilità che avrà una vita normale, dopo che avrà imparato a parlare in maniera simile ad un bambino della sua età.
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A questi casi si sono poi aggiunti anche quelli di Rochom P’ngieng, una ragazza cambogiana ritrovata nel 2007 dopo aver vissuto alcuni anni nella giungla (si era persa all’età di 8 anni) e il cosiddetto bird-boy, un bambino di sette anni scoperto nel 2008 nella campagna russa e cresciuto un una casa di due stanze in cui viveva insieme a decine di uccellini in gabbia. Era incapace di parlare: emetteva solo cinguettii.
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Sujit Kumar, denominato l’uomo-pollo delle Fiji. Il nonno non sapendo cosa fare di lui dopo la morte dei genitori, lo ha tenuto rinchiuso in un pollaio dai tre agli otto anni, o che una volta “salvato” ne ha passati ventiquattro legato al letto di un ospizio.Marcos Rodríguez Pantoja, oggi settantaduenne, lamenta l’eccessivo rumore e gli odori nauseabondi da quando vive tra gli uomini. Per 12 anni ha vissuto con i lupi tra le montagne. Orfano di madre, è stato venduto dal padre a un montanaro e alla morte di quest’ultimo è rimasto solo tra le montagne della Sierra Morena. I pochi segreti che aveva appreso dal montanaro però gli hanno salvato la vita: ha imparato a riconoscere erbe, bacche e funghi commestibili e a costruire trappole per catturare la selvaggina. Inoltre, a quanto dice, in poco tempo è riuscito a farsi accettare da un branco di lupi. Il suo racconto sulla vicenda è quantomeno fantasioso, ma in effetti ci sono foto e video che testimoniano il rapporto speciale di quest’uomo con dei lupi, richiamati attraverso una perfetta tecnica di wolf-howling.

Marina Chapman, oggi è una signora di circa 60 anni e anche la sua storia è incredibile. Marina fu rapita, attorno ai cinque anni, forse in Colombia. Abbandonata nella giungla, visse con una famiglia di scimmie cappuccino per circa cinque anni. Si nutriva di bacche, radici e banane, dormiva sugli alberi e camminava a quattro zampe, e quando fu ritrovata, da un gruppo di cacciatori, non riusciva più ad esprimersi con un linguaggio umano.

Quelli che potevano essere i suoi salvatori, in realtà la trattarono come una delle loro prede: la vendettero in un bordello di una città colombiana, in cambio di un pappagallo raro. Lei però riuscì a fuggire e a vivere di espedienti per diversi anni, finché una famiglia la raccolse dalla strada, e la fece diventare la serva di casa. Nel 1977 si trasferirono tutti in Gran Bretagna, dove la donna ebbe la possibilità di formare una famiglia propria. Insieme con la figlia più giovane ha scritto un libro sulla sua esperienza con le scimmie: “The Girl with No Name”, che in Italia è uscito con il titolo La Figlia della Giungla.Storie di 'ragazzi selvaggi' 4

Tutto questo ci fa capire che la voglia di sopravvivere è insita in ognuno di noi, non importa come e per quanto tempo ma dobbiamo aggrapparci a ciò che abbiamo e sfruttarlo al meglio. Non importa chi ci protegge, chi ci nutre, il nostro destino è nelle loro mani (o zampe come in questi casi). Questi esseri che noi denominiamo animali, in modo quasi dispregiativo, si sono presi cura di piccoli bambini allevandoli e nutrendoli come se li avessero concepiti loro.
A loro modo li hanno amati e forse sono stati ricambiati. Chissà!

Tratto da:
https://www.focus.it/ambiente/animali/le-vere-storie-dei-ragazzi-selvaggi

https://www.vanillamagazine.it/5-drammatiche-storie-vere-di-bambini-cresciuti con gli animali

https://www.keblog.it/bambini-ferini-animali-selvatici-fotojuliafullertonebatten

Le foto sono della fotografa londinese Julia Fullerton Batten

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