Archivi categoria: Uncategorized

Giannina Gaslini

Questa settimana vorrei parlarvi di Giannina Gaslini, a 100 anni dalla sua prematura morte, avvenuta il 10 febbraio (Genova, 1906–1917).

Suo papà, Gerolamo Gaslini, nato a Monza nel 1877, si occupava dell’azienda paterna nella lavorazione dell’olio di semi nella città natale. Dopo un diverbio con il padre, ancora molto giovane, si trasferisce a Genova, disponendo di una piccola somma di denaro, ricevuta dallo zio, e lì intraprende, con varia fortuna, la via del commercio portuale.

Nel 1905 si sposa con Lorenza Celotto da cui ha due figlie, Germana e Giannina.

Egli si dedica al mecenatismo e proprio per questo suo interessamento riceve nel 1957 la laurea honoris causa in Medicina e Chirurgia dall’Università di Genova.

Nel 1917 decide di occuparsi, insieme alla moglie, della progettazione medica, istituzionale e architettonica di un nuovo grande centro pediatrico: “l’Istituto Giannina Gaslini”, uno dei primi ospedali per soli bambini, da dove sarebbero passati alcuni dei pionieri della pediatria italiana. Gaslini volle dedicare questo alla figlia scomparsa prematuramente nello stesso anno, a causa di una peritonite che non era stata individuata né curata in tempo .

La sua decisione non è mossa da motivi economici, ma è l’affetto incancellabile per la figlia Giannina, morta perché la scienza medica non era stata in grado di curarla, a spingere l’uomo a questo gesto altruistico, volto ad evitare che la stessa sorte capiti a qualche altro bambino.

L’Istituto viene fondato nel 1931 ed inaugurato nel 1938.

Gerolamo Gaslini ha vissuto una vita priva di lussi e agi all’insegna della parsimonia divenuta ormai proverbiale. Ma è parsimonia e non avarizia perché non bisogna dimenticare che Gaslini ha donato l’intero suo patrimonio all’Istituto pediatrico, in aggiunta ad altre opere di altruismo e solidarietà. Una personalità di assoluto rilievo, sia per la molteplice e spregiudicata attività di imprenditore, sia per l’impegno totale di filantropo innovatore.

La sua fondazione e il suo istituto saranno destinati a durare nel tempo, oltre la sua morte avvenuta il 9 aprile 1964 a Genova.

La storia dell’ospedale di Genova, il Gaslini, è scritto nel libro «Ai bambini e ai fiori, lo splendore del sole», edito da Rizzoli,  ed  è stata affidata a primari di ieri e oggi che raccontano la nascita delle specialità. La ricerca, raccolta nelle quattrocento pagine corredate da foto e testimoniare la  ricostruzione del passato e del presente è stata affidata a primari di ieri e di oggi che in pratica raccontano la nascita di tutte le specialità pediatriche: dall’oncoematologia alle malattie infettive, dalla neonatologia alle scienze infermieristiche alla chirurgia.

Sfilano i ricordi di Luisa Massimo, Vincenzo Jasonni, Clara Moretto, Raffaella Giacchino, Luca Ramenghi, Francesco Perfumo, Edvige Veneselli, Pasquale Di Pietro, Laura Minicucci, Carla Borrone e Roberto Cerone. Una delle intuizioni fu quella di ospitare all’interno degli scenografici padiglioni schierati a ventaglio sulla collina di San Gerolamo, con vista sul mare, il reparto di ostetricia. Le donne avrebbero così potuto partorire vicino al centro di neonatologia pediatrica ed evitare al loro bebè, se problematico, un trasporto in ambulanza attrezzata o elicottero, molto utilizzato in Liguria.

Accompagna queste pagine una rassegna fotografica storica, in copertina il dolcissimo primo piano di un neonato che sorride e dorme sereno mentre viene accarezzato dalla mano di un medico.

Ancora oggi il Gaslini resta l’unico ospedale pediatrico italiano, dei 7 esistenti, ad ospitare le mamme.

La prima bambina venne alla luce il 2 giugno del 1972e venne chiamata Giannina.

Sono passati cento anni da allora, oggi l’Istituto pediatrico scientifico genovese cura bambini da 70 Paesi nel mondo, forma migliaia di giovani medici e infermieri, applica le più avanzate terapie e, quando le cure non ci sono, studia per anni, insieme ai migliori scienziati del mondo, e le inventa.

Medici, infermieri, tecnici, impiegati insieme ai volontari, insieme ai genitori.

Il loro motto: noi ci crediamo e andiamo avanti.

http://www.corriere.it/salute/pediatria/15_giugno_03/storia-gerolamo-gaslini-fondatore-dell-ospedale-pediatrico-7209b3f6-09c6-11e5-b7a5-703d42ecd92c.shtml

https://it.wikipedia.org/wiki/Gerolamo_Gaslini

 

 

Email this to someonePrint this pageShare on FacebookShare on Google+

L’orgoglio di indossare una divisa

Chissà perché quando si parla di orgoglio nell’indossare una divisa il primo pensiero verte verso il carabiniere o altro corpo militare. Ma non è sempre così. Vi sono tanti motivi e mestieri che ti inducono ad indossarla.

Io amo la divisa! La amo perché mi fa sentire parte di un gruppo, di una minima parte di società. Mi fa capire che non sei solo nel percorso di vita che ti sei scelto. Fortunatamente ho avuto modo di indossarne di tanti tipi in tutti questi anni.

Ho iniziato con la divisa all’asilo, bianca e poi nella scuola, al contrario, nera!

In contemporanea, in estate, ho indossato la divisa per le colonie estive. Maglietta a righe, una pool pesante, un cappellino bianco con visiera e la sacca con il tuo nome in cui avevi il cambio, il necessario per lavarti. Io che abitavo a Genova partivo con il pullman verso la montagna, precisamente a La Thuile, in Val d’Aosta. Decine e decine di pullman tutti allineati e dopo aver sentito pronunciare il tuo nome salivo in quello predisposto per te, in mezzo  a tanti sconosciuti.

Dopo questa divisa transitoria, arriviamo a quella dei boy scout. Ero una scolta, il corrispettivo femminile di rover e favevo parte del Fuoco, essendo entrata nel movimento  all’età di 15 anni. Indossare la divisa, meglio detta uniforme, nello scoutismo è un orgoglio. Tutti vestiti uguali nella stessa nazione tranne il foulard che ti contraddistingue dagli altri gruppi. Quando la indossavi sentivi di appartenere a una gruppo mondiale, composto da milioni di bambini e ragazzini e una minima parte di uomini adulti. Tu eri uno di loro, una goccia nell’oceano.

La divisa successiva è stata quella da infermiera. Candida, immacolata, dava un senso di fiducia al paziente. La divisa quando ero giovane era molto diversa da ora. La classica giacca bianca con la striscia di riconoscimento di colore diverso secondo la mansione. In testa il velo, come le suore, che portavi con orgoglio ma era fastisiosissimo. Non ti ci potevi abituare. E’ seguito una specie di cappellino inamidato che dovevi “agganciare” ai capelli  con tante mollette…

L’ho indossata per tantissimi anni, cambiando modello e arrivando dalla gonna al pantalone, molto più pratico. Il colore bianco però era sempre di moda!

Dopo la divisa da infermiere ho indossato quella del MASCI (movimento adulti scout cattolici italiani), con colori diversi nella camicia dal gruppo dei giovani. Grigia invece che azzurra!

Come ultima divisa, almeno credo, sto indossando quella della Croce rossa Italiana. Non ho potuto indossare quella delle crocerossine, che era il mio sogno giovanile, perché non potevo permettermelo. Questa è completamente rossa, visibile  a distanza…

Ho iniziato con il bianco e finisco con il rosso!

Concluderei dicendo che le divise o uniformi hanno fatto parte del mio bagaglio di vita. In tutti i casi è stato un onore indossarle.

Non potrò mia dimenticarle. 

Email this to someonePrint this pageShare on FacebookShare on Google+

Alice Barber Stephen pittrice

Mi hanno colpito alcune immagini di questa pittrice americana, per cui ho raccolte notizie che trascrivo.

Alice Barber Stephens (1 luglio 1858 – 13 luglio 1932) nasce a Newark, nel New Jersey. Era l’ottava di nove figli nati da Samuel Clayton Barber e Mary Owen, che erano quaccheri.

Suo fratello minore, George, divenne anche lui illustratore.

Frequentò le scuole locali fino a quando, lei e la sua famiglia, si trasferirono a Filadelfia, in Pennsylvania. All’età di 15 anni divenne studentessa della Philadelphia School of Design for Women (ora Moore College of Art), dove studiò incisione su legno.

Fu ammessa all’Accademia delle Belle Arti della Pennsylvania nel 1876 (furono ammesse le donne del primo anno). Qui conobbe Charles H. Stephens che poi sposò e da cui ebbe un figlio, D. Owen.

Durante questo periodo accademico iniziò a lavorare con una varietà di materiali, tra cui oli in bianco e nero, lavaggi di inchiostro, carbone di legna, oli a colori e acquerelli. Nel 1879 fu scelta per illustrare una scena in classe dell’Accademia per Scribner’s Monthly dove riscontrò un ottimo risultato. Women’s Life Class , e fu il suo primo credito di illustrazione.

Nel 1880 lasciò l’Accademia per lavorare a tempo pieno come incisore. Il suo lavoro era molto richiesto per riviste illustrate popolari come Harper’s, la più vecchia rivista mensile di interesse generale in America e su cui rappresentava spesso scene domestiche con donne e bambini.       

    

La connessione di Stephens con Harper’s iniziò nel 1882 circa, quando stampò il lavoro di artisti e scrittori americani, come Winslow Homer e Mark Twain. Gran parte del suo lavoro è stato pubblicato su Harper’s Young People, una rivista americana sui bambini.

Tuttavia, il ritmo di lavoro di cominciò a influire sulla sua salute e, nel tentativo di recuperare, durante il 1886-1887 viaggiò in Europa per disegnare, studiare e riposare. A Parigi, studiò all’Académie Julian e all’Académie Colarossi. In quella città espose due opere, uno studio a pastello e incisioni, al Salon di Parigi nel 1887.

Al suo ritorno dall’Europa, Stephens riprese la sua carriera di illustrazione con contributi al Ladies ‘Home Journal e diversi progetti di libri per gli editori di Houghton Mifflin e Crowell .Probabilmente influenzata dai suoi viaggi in Europa (e potenzialmente da suo marito), iniziò anche a dipingere a olio.

Dopo un altro soggiorno europeo durante il 1901-1902, completò anche le illustrazioni per l’edizione del 1903 delle Piccole donne di Louisa May Alcott. A Parigi nel 1902, Maria Cristina di Spagna richiese che fosse lei a disegnare il suo ritratto.

Smise di lavorare nel 1926 e nel 1929 il Plastic Club di Filadelfia, che aveva contribuito a fondare, montò una retrospettiva del suo lavoro.

Morì nel 1932 a Thunderbird Lodge all’età di 74 anni, dopo un ictus e ora giace sepolta nel cimitero di West Laurel Hill a Bala-Cynwyd .

Dopo la sua morte, suo figlio Owen donò una collezione di disegni di Stephens alla Biblioteca del Congresso, che tenne una mostra durante la primavera del 1936. Nel 1984, il Brandywine River Museum presentò il suo lavoro in una grande mostra.

Notizie tratte da Wikipedia

 

 

Email this to someonePrint this pageShare on FacebookShare on Google+

I gufi vanno a scuola

Nella foresta, i gufi avevano deciso, all’unanimità, di voler imparare a leggere e scrivere.

Quest’animale era considerato da tutti gli altri un saggio e, se avesse imparato bene, sarebbe stato considerato non solo saggio ma anche dotto!

Erano a conoscenza che in un paesino vicino, nel bosco, viveva un gufo che aveva questa dote.

Quindi tutti si riunirono per decidere chi sarebbe andato a chiedere di far loro da maestro…

Una volta riuniti scelsero, per questa incombenza, il più anziano tra loro. Questi accettò e, con il calare della notte, iniziò il suo viaggio.

Quando fu arrivato a destinazione non gli ci volle molto per trovare il gufo maestro.

Giona, questo era il suo nome, si rese subito disponibile a formare una classe fatta da quei rapaci desiderosi d’imparare.

Ogni mattina questi arrivavano da più parti per diventare alunni di quella insolita scuola: una vera classe di gufi!

Come per tutti quelli che volevano imparare c’è chi riusciva prima ad apprendere e chi aveva bisogno di più tempo ma ognuno era pronto ad aiutare chi rimaneva indietro. Dovevano, e volevano, raggiungere tutti assieme il traguardo!

Chi non apprendeva e faticava di più non veniva deriso, non importava se gli occorreva più tempo.

Dopo parecchi mesi di lezione tutti, dal più giovane al più anziano, avevano imparato a leggere e scrivere, ma soprattutto avevano capito che bisognava arrivare tutti assieme a raggiungere questo obiettivo!

 

Email this to someonePrint this pageShare on FacebookShare on Google+

Raymond Peynet. I suoi fidanzatini

Nato a Parigi nel 1908 da una famiglia di commercianti, a 15 anni Raymond Peynet iniziò a frequentare l’Istituto delle Belle Arti, al termine del quale iniziò la sua carriera, disegnando etichette di prodotti vari, in genere profumi e scatole di cioccolatini. In seguito realizzò i suoi disegni per alcuni giornali parigini.

Nel 1930 si sposò con un’amica d’infanzia, Denise,  con cui rimase tutta la vita e da cui ebbe una figlia, Annie.

Solo nel 1942, all’età di 34 anni, la sua vita prese una svolta. Mentre era seduto su una panchina, con la moglie e la figlia, in attesa di prendere un treno, di fronte al chiosco della musica di Valance, immaginò un violinista che suonava e una ragazza che lo ascoltava: nacque così la grande famosa storia dei due fidanzatini.

“Ho cominciato a scarabocchiare ed ho disegnato prima il violinista solitario (io), poi la ragazza con la coda di cavallo (la moglie Denise) nonché mia unica spettatrice“.

                                                     1° Dipinto del chioschetto

C’è chi scrive che i due personaggi erano realmente di fronte a lui, che la musica attirò la sua attenzione e si diresse verso essa, attratto dalla bellissima melodia e che una ragazza dai lunghi capelli raccolti in una coda,  stava ascoltando incantata. Ma nelle favole è meglio pensare che il tutto sia fantasioso.

Ritornando a Peynet, le sue immagini che ritraevano i due fidanzatini,  iniziarono a fare il giro del mondo e questo cambiò radicalmente la sua vita. In un periodo triste, dove la gente era afflitta dell’orrore della Seconda Guerra Mondiale, tutti avevano bisogno di sognare.  

Grande stimatore dell’amore, malato d’amore e amante dell’amore ha dato luce ai nostri cuori grazie alle sue vignette.

Un suo grande amico, Georges Brassens scrisse in suo onore la canzone “Les amoureux des bancs publics”, in riferimento alle famose vignette della serie ‘’Gli innamorati’’, che spesso ritraggono due fidanzatini seduti su una panchina!

Nacquero così Valentino e Valentina, la coppia celebre di perenni fidanzatini innamorati. Raffigurati lui con capelli lunghi e il cappello, lei con la coda di cavallo. Le riproduzioni di questa coppia cominciarono a comparire su scatole di cioccolatini, su profumi e porcellane.

    

Le silhouettes dei suoi due famosissimi personaggi ebbero quindi  un enorme successo durante gli anni Cinquanta e Sessanta, diventando il simbolo della festa di San Valentino, il 14 Febbraio.

Il famoso Chiosco, dove questa bella favola iniziò, in seguito alla richiesta del Comune di Valence di farlo demolire, vi fu una vera e propria  rivolta popolare.

Quel vecchio chioschetto, che il Comune voleva demolire, per le proteste dei cittadini è diventato invece dal 1982 monumento nazionale. Così la favola continua…

C’è una targa con i due fidanzatini che si tengono per mano e sono tanti gli innamorati che si fanno fotografare vicino al famoso chiosco.  

Attualmente quattro musei sono dedicati agli innamorati di Peynet: ad Antibes, a Brassac-les-Mines (città natale della madre di Peynet), a Karuizawa (NaganoGiappone) e a Sakuto-cho (Okayama – Giappone),[1] mentre a Lucca Comics & Games 2000 è stata allestita la mostra I Fidanzatini maliziosi di Peynet. Les Amoureux di Peynet sono raffigurati anche nel famoso muretto di Alassio.

Il 14 Gennaio 1999, a novanta anni, tre anni dopo la morte della sua adorata moglie Denise, il disegnatore Raymond Peynet si è spento nell’ ospedale di Mougins, vicino ad Antibes, sulla Costa Azzurra, dove viveva da molto tempo.

“Amore è prendersi per mano e andare a spasso”.

 

Email this to someonePrint this pageShare on FacebookShare on Google+

Nuova favola Un Natale meraviglioso

Era quasi Natale, tutti i bambini erano contenti perché presto sarebbe arrivato Babbo Natale a portare i doni richiesti tramite le letterine inviate. Inoltre quest’anno la gioia era maggiore perché stava nevicando. La neve scendeva leggiadra e aveva già ricoperto i prati.

Se continuava così i bambini avrebbero potuto giocare a palle di neve e a costruire il classico pupazzo.

Ma una bimba era triste, dalla finestra ammirava i candidi fiocchi di neve, diversi uno dall’altro. Lisa, questo era il suo nome, erano giorni che non andava più  a scuola, doveva accudire la mamma malata, mentre il papà era al lavoro. Era contenta di essere utile e voleva tantissimo bene alla sua mamma, ma gli sarebbe piaciuto tanto poter andare a scuola e vedere i suoi compagni e la sua adorata maestra.

Quest’anno non aveva nemmeno scritto la letterina a Babbo Natale. Non pensava ai regali, l’unica cosa che avrebbe voluto era la guarigione della mamma. E non poteva scrivere questo desiderio nella letterina.  

Una sera, come tante altre, si addormentò esausta e sognò un angioletto che le annunciava che il suo desiderio si sarebbe realizzato. Era il suo unico pensiero e Natale è un giorno speciale, in cui i sogni vengono esauditi.

Al mattino presto si alzò, convinta di aver fatto solo un sogno, ma quando entrò nella camera della mamma vide accanto al letto il papà e il dottore. Come mai papà era  a casa,sicuramente mamma era peggiorata. Si avvicinò cautamente e vide la sua mamma seduta sulla sponda del letto mentre il medico la visitava.

La mamma le mandò un bacio e Lisa notò il più splendido sorriso che avesse mai visto. Era rivolto a lei. Incurante di tutti corse ad abbracciarla e due braccia esili ma forti la avvolsero tutta.

Mamma era guarita! Non si sa come ma stava bene.

Quindi capì che il suo non era stato un sogno ma un annuncio.

Non avrebbe mai dimenticato questo splendido e magico Natale.

Email this to someonePrint this pageShare on FacebookShare on Google+

La leggenda del pettirosso

Più di 2000 anni fa i pettirossi c’erano già, ma erano tutti grigi, dal capino alla coda.

Una famigliola abitava su un albero lungo la salita che portava in cima ad un monte dove gli antichi Romani (che all’epoca avevano conquistato un vastissimo impero) erano abituati a crocifiggere, supplizio molto usato a quei tempi, i condannati. E poi li lasciavano lì a morire.

Proprio lungo quella salita la nostra famigliola di pettirossi vide una scorta di soldati che seguiva uno dei tanti condannati. E dietro di loro un lunga coda di persone. La cosa strana era che, il condannato, aveva sulla testa una corona di spine che erano penetrate nella fronte e che dovevano fargli un gran male, poverino, perché era pieno di sangue.

Papà pettirosso era arrabbiatissimo: “Insomma, possibile che nessuno si accorga quanto male gli fa quella corona di spine! Con tutta la folla che c’è, a nessuno viene in mente di dargli una mano in qualche modo?”

Così prese su due piedi (anzi su due zampine) una decisione: “Mamma pettirosso, tieni i piccoli ben nascosti nel nido mentre io vado a dare un piccolo aiuto a quel poveretto. Non sopporto di vederlo soffrire così. Tranquilla, vado e torno e sono così piccolo che nessuno si accorgerà di me.”  

Con molte precauzioni , saltando di ramo in ramo e con piccoli voli da un punto all’altro, il nostro pettirosso si avvicinò al povero condannato senza che nessuno si accorgesse di lui.

Adocchiò una spina in bilico fra corona e fronte di dimensioni abbastanza piccole per poterla togliere, dopotutto era un piccolo uccellino e di più non avrebbe potuto fare. Spiccò il volo dal ramo su cui si trovava, si avvicinò al condannato e strappò via la spina. 

Il condannato gli mandò uno sguardo di ringraziamento e col poco fiato che gli rimaneva gli disse: “Grazie, da ora in poi nessuno potrà dimenticare il tuo gesto”. Il pettirosso capì che il suo amico uomo stava un po’ meglio. Fece un cenno col capino e nell’abbassare la testolina si accorse che una goccia di sangue del condannato gli aveva macchiato le penne del petto. Si disse che sarebbe andato a lavarsi nel ruscello, ma prima doveva rassicurare la sua famiglia e dir loro che aveva fatto quello che aveva potuto. Ma quando raggiunse il nido si accorse che anche mamma pettirosso e tutti i suoi figlioletti avevano la stessa macchia rossa sul petto. Allora capì che quella macchia era indelebile e che avrebbe per sempre contraddistinto la sua razza, in ricordo di quel gesto di amore.

Da allora quegli uccellini si chiamano pettirossi e sono tutti grigi con il petto rosso. 

Tratto da:

http://www.raccontidellairone.net/main/it/node/60

 

 

Email this to someonePrint this pageShare on FacebookShare on Google+

La neve condivisa

C’era una volta un piccolo paesino di montagna, molto rinomato per la quantità di neve che ogni inverno cadeva imbiancando tutto il villaggio.

Era la gioia dei bimbi che vi abitavano, perché potevano giocare tutto il giorno: a lanciarsi palle di neve, gare sullo slittino, pattinaggio sul grande lago ghiacciato che si trovava ai margini del grande bosco.

Era un momento felice  per tutti il periodo invernale, anche per gli adulti che erano abituati a vedere questo spettacolo naturale, ma ogni anno era diverso dal precedente.

Al contrario, nel paese vicino, erano ormai molti anni che la neve non arrivava. L’aria era più mite e correnti diverse non agevolavano questo evento. I bimbi erano tristi e passavano le lunghe giornate invernali in casa, non trovando valide motivazioni per stare all’aperto.

Un giorno di Dicembre, un ragazzino di questo paese, si recò dal vecchio saggio che abitava in una piccola casetta nel bosco. Questi era solo, non aveva famiglia e passava tutte le giornate a leggere o ad aggiustare i vari giocattoli rotti che la gente gli portava per ripararli. Viveva di quello! Come ringraziamento del lavoro svolto aveva sempre da mangiare abbondantemente.

Il ragazzino gli trasmise il pensiero di tutti i bimbi del paese: almeno per un giorno avrebbero voluto giocare con la neve.

Egli non poteva esaudire questo desiderio questo desiderio ma avrebbe pensato a una soluzione.

Pensa e ripensa, gli venne un’idea brillante! Ne parlò con il suo più grande amico che viveva proprio nel paese vicino, quello dove nevicava sempre.

Un mattina il vecchio radunò tutti i bimbi chiedendo loro di seguirli. I bimbi acconsentirono. Tutti in marcia non conoscendo la meta.

Si trovarono così al confine con il paese vicino. Videro decine di bimbi, del paese innevato, con indosso e in mano guanti, anche per i loro nuovi amici. Erano stati accompagnati lì dai genitori e amici con la motoslitta.

Cominciò così una grande battaglia, la più esilarante, divertente e indimenticabile battaglia di palle di neve.

 

Curiosità:

Durante la Guerra di secessione americana, il 29 gennaio 1863 ebbe luogo la più grande battaglia di neve tra soldati, lungo il fiume Rappahannock, nel nord della Virginia. Quello che iniziò come un semplice gioco tra poche centinaia di uomini texani che buttavano palle di neve verso i loro compagni di campo dell’Arkansas si evolse presto in una rissa che coinvolse circa 9000 soldati dellarmata della Virginia.

Il 9 dicembre 2009, una folla stimata di circa 4000 studenti dell’Università del Wisconsin-Madison parteciparono ad una battaglia organizzata su Bascom Hill.

Il 22 gennaio 2010 a Taebaek, in Corea del sud, 5387 persone parteciparono a una battaglia.

 Il 6 febbraio 2010 circa 2000 persone si incontrarono a Washington per una battaglia organizzata tramite internet, dopo i circa 61 centimetri caduti tra il 5 e il 6 febbraio.

 L’8 febbraio 2013 quasi 2500 studenti dell’università di Boston, presero parte ad una battaglia sul lungomare di Boston, facilitati anche dalla storica tormenta di neve Nemo.

Il 12 gennaio 2013, a Seattle, durante il Seattle’s snow day, 5834 persone presero parte alla più grande battaglia di neve, entrando nel Guinness dei primati.

Secondo alcuni studi di alcuni studenti dell’università della Pennsylvania, la capitale mondiale delle battaglie con le palle di neve è Leuven, in Belgio.

Tratto da:

https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_palle_di_neve

 

 

Email this to someonePrint this pageShare on FacebookShare on Google+

Natale 2017. La festa dei bambini

Ci stiamo avvicinando al periodo che prediligo di più, quello natalizio. Non amo il freddo ma Natale senza neve che Natale è?  Gli ultimi anni questo elemento, nella regione in cui vivo, non è arrivato ma con la fantasia è nei miei pensieri, nei miei lavori o nelle favole.

I tempi sono cambiati e la neve che prima imbiancava tutto è un lontano ricordo. 

Quest’anno ho aderito a un’iniziativa, Girotondo di Natale, dove gli appassionati di questo evento posteranno argomenti, grafica, aneddoti, favole, ecc. sul Santo Natale.

Personalmente posterò i miei contenuti, man mano che li scriverò o li eseguirò, se si tratterà di grafica o disegni, sulla pagina del blog denominata Natale. 

I ricordi affiorano, alcuni belli, altri tristi. Quanti anni passati legati a questa festa cristiana.

Quando ero bambina non si usava spedire la letterina con la richiesta di regali, non sapevi che in un posto molto lontano esistesse addirittura un villaggio costruito proprio per la ricezione delle letterine dei bambini di tutto il mondo.

Infatti il Villaggio di Babbo Natale è nato nel 1950.  

La notte del 24 dicembre, l’attesa di un rumore di passi, di qualsiasi movimento strano e poi al mattino, sotto l’albero, la gioia del pacchetto colorato. Un regalo, qualcosa che avevi chiesto durante le tue preghiere serali, o qualcosa che avevi visto e desideravi. Era una gioia.

Non si chiedevano grandi cose, non si era abituati ad avere doni preziosi, ma, quando aprivi il pacchetto, l’adrenalina saliva. La carta con cui era avvolto il regalo veniva manipolata poco, usavi tutte le accortezze possibili perché non si sgualcisse in modo che potesse essere utilizzata per altre occasioni. E così anche per il nastro.

Molte volte il contenuto non corrispondeva a ciò che avevi chiesto, ma andava bene lo stesso.

Era Natale!

Auguri a tutti!

 

 

Email this to someonePrint this pageShare on FacebookShare on Google+

Amore ricambiato dei bimbi

Al mattino, quando devo uscire di casa per andare a fare da baby sitter alla mia nipotina di nove mesi, mi sento già stanca, insonnolita per la notte non più tranquilla come una volta.

Mi alzo tutta rotta e mi accorgo così che gli anni cominciano a farsi sentire…

Lentamente, pensando alle cose da fare nella giornata che deve trascorrere, arrivo a casa di mia figlia e appena vedo il sorriso di stupore della piccola Greta tutto passa. La stanchezza sparisce di colpo. Si accende una fiamma dentro di me e quel sorriso è l’imput per farmi iniziare bene la giornata.

Che potere magico hanno i bimbi! Basta un loro sorriso o uno sguardo colmo di dolcezza per inebriarti e farti sentire su una nuvola. Ricevono amore e danno amore.

Anche con la nipotina più grande è sempre stato così, ma adesso che ha 4 anni è tutta una corsa per prepararla per andare all’asilo: vestiti, mangia, lavati i denti, ecc. ecc. Solo al pomeriggio, all’uscita dello stesso, tutto è più calmo e rilassante.

Amo immensamente le nipotine. La loro innocenza, la loro purezza e semplicità mi arrivano dritte al cuore. Con loro ritorno indietro nel tempo: canto, ballo, gioco, faccio mille facce divertenti. Con loro sono me stessa e questo è bellissimo.

La loro dinamicità ti contagia.

Alcuni anni fa un pediatra ha eseguito  un esperimento. Ha passato una intera giornata con un bimbo di due anni imitandolo in  tutto ciò che faceva. Alla fine della giornata il medico era esausto.

E’ cos’ che siamo noi nonne alla fine della giornata passata con i nipotini. Esauste!

Ma quello che i bimbi ci hanno donato quel giorno sarà per sempre custodito nel nostro cuore.

E i giorno dopo si ricomincia e, come diceva Rossella 0’Hara nel film Via col vento: dopotutto, domani è un altro giorno!

Email this to someonePrint this pageShare on FacebookShare on Google+