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Rose Cecil O’Neill e le bambole Kewpie

Rose Cecil O’Neill, nativa della Pennsylvania, Stati Uniti, (1874-1944) è stata una scrittrice, fumettista, illustratrice. Era la seconda di 7 figli. Quando aveva tre anni, la sua famiglia si trasferì nelle campagne del Nebraska, dove passò il resto dell’infanzia.

Mostrò sin da piccola un profondo interesse per l’arte, dedicandosi totalmente al disegno, alla pittura e la scultura.  All’età di tredici anni partecipò al concorso di disegno organizzato dal principale giornale del Nebraska l’Omaha Herald e vinse il primo premio con il suo disegno intitolato “Temptation Leading to an Abyss

Deve però la sua fama internazionale alla creazione, nel 1909, del personaggio dei fumetti Kewpie e all’essere stata la prima autrice di fumetti pubblicata negli Stati Uniti.

Per aiutare il suo talento, suo padre la portò a New York nel 1893. Qui fu lasciata presso il convento delle sorelle di St. Regis. Queste l’accompagnarono presso gli studi di molti editori per presentare il suo portfolio di sessanta disegni, riuscendo a venderli tutti ed a ricevere ulteriori ordini. Le sue illustrazioni divennero protagoniste del numero del 19 settembre,1896, della rivista True rendendola la prima donna illustratrice statunitense ad essere pubblicata.

In amore non fu altrettanto fortunata. Frequentò e sposò, nel 1896,  un ragazzo della nobiltà della Virginia, Gray Latham. Rose trasferiva la maggior parte dei suoi guadagni alla sua famiglia. Negli anni successivi Rose O’Neill si scontrò con Latham, per il suo stile di vita dispendioso, il suo vizio del gioco e per essere un noto playboy. Avendo scoperto che le sottraeva regolarmente i suoi guadagni, al posto di spenderli per la famiglia, Rose O’Neill si trasferì nella Contea di Taney dove chiese il divorzio nel 1901. Latham morì lo stesso anno.

Verso la fine del 1901, Rose O’Neill iniziò a ricevere lettere d’amore anonime e regali.Scoprì che gliele inviava Harry Leon Wilson, un assistente redattore al Puck. Rose O’Neill e Wilson iniziarono una relazione amorosa, e si sposarono nel 1902. Dopo la luna di miele in Colorado, si trasferirono a Bonniebrook.

Harry e Rose divorziarono nel 1907.

Fu nel clima suscitato dal movimento delle New Woman e delle suffragette che, nel 1908, O’Neill iniziò a concentrarsi su produzioni originali, creando il personaggio ironico di Kewpie. Questo nome Il nome, deriva da Cupido, divinità romana dell’amore. Rose O’Neill, era ossessionata da un personaggio con le fattezze di un cherubino al punto di sognarlo la notte: « Pensavo ai Kewpies così tanto che li sognai fare scherzi acrobatici sulla coperta del mio letto. Uno si sedette sul mio palmo.»

Li descrisse come una specie di piccola e rotonda fata con la sola idea di insegnare alla gente ad essere gentile e allegra allo stesso tempo. ebbero il loro debutto in una tavola a fumetti in un numero del 1909 del Ladies’ Home Journal.

Nel 1912, la ditta tedesca di porcellane J. D. Kestner, iniziò a fabbricare bambole ispirate ai Kewpie, ed lo stesso anno, Rose O’Neill si recò alla fabbrica di Waltershausen per supervisionare lo stile dei prodotti. Versioni successive, prodotte anche in Francia e Belgio,[14] furono realizzate come bambole snodabili ed in celluloide e sono considerate il primo giocattolo che abbia raggiunto vendite di massa negli Stati Uniti.

Insieme alla sorella Callista aprì un negozio sulla Madison avenue per vendere le bambole Kwepie, ottenendo un immediato successo.

Le  bambole erano alte cinque centimetri, realizzate in biscuit, con le braccia snodabili in grado di muoversi su e giù, occhi dipinti e i tratti del viso stampati.

I primi Kewpies in plastica sono stati prodotti dalla Effanbee nel 1949. I Kewpies della Effanbee Doll Company sono preziosi e di alto valore collezionistico. Più preziose ancora sono le bambole Kewpie fatte di biscuit.

Sulla cresta dell’onda per tre decenni, Kewpie ha perso popolarità durante il periodo della Grande Depressione.

Il 6 aprile 1944, Rose O’Neill morì, dopo una serie di ictus, per una crisi cardiaca presso la casa di suo nipote a Springfield, Missouri. Fu sepolta nel cimitero di famiglia a Bonniebrook Homestead, nel Missouri, accanto a sua madre ed a molti membri della sua famiglia.

Il podere di Bonniebrook Homestead è stato inserito National Register of Historic Places nel 1997.Tratto da:

https://it.wikipedia.org/wiki/Rose_O%27Neill

artedellebambole.altervista.org/kewpie/

 

 

L’elettroshock ieri e oggi

Oggi vorrei scrivere di una pratica che ho visto fare da giovanissima, all’inizio della mia carriera infermieristica, su giovani pazienti schizofrenici: l’elettroshock!

A distanza di tanti anni ricordo ancora le urla di coloro che dovevano sottoporsi a questa manovra deleteria.

Devo dire, con rammarico, che non mi sono più interessata ad aggiornamenti su questa pratica perché ne sono rimasta scossa al punto che mi sono licenziata dal posto in cui la praticavano.

Adesso, nell’intento di  scrivere l’articolo, mi sono documentata e leggo che si usa ancora oggi.

Riporto questo stralcio di articolo:

La psichiatria sociale su modello basagliano lo considera un trattamento obsoleto se non peggio: simbolo di una visione della malattia mentale legata al passato che porta all’annullamento dell’individuo. Repressiva e inumana. Un punto di vista condiviso anche dall’opinione pubblica che ricorda immagini brutali di film come “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e “La fossa dei serpenti”.

Infatti, per me è stato così, non mi serve vedere i film citati per ricordare questo.

Si parla degli anni ‘70, io varcavo per la prima volta la soglia di un centro psichiatrico d’avanguardia, una villa composta da due padiglioni, uno con i degenti con patologie meno gravi, quali depressione, anoressia e simili, dove io ero fortunatamente collocata, e il secondo padiglione con patologie più gravi come schizofrenia, depressione grave, soggetti catatonici….

Era a questi ultimi che veniva praticato l’elettroshock! Chi lo aveva già sperimentato si opponeva sia in maniera verbale che fisica, ma non serviva a nulla il suo rifiuto: era in lista per quel giorno!

Allora tu, boia, lo accompagnavi alla ghigliottina. 

E poi il povero corpo martoriato veniva legato ai polsi e alle gambe con cinghie di cuoio.

Sinceramente non ricordo se venisse praticata una pre-anestesia, certamente non una anestesia generale, come leggo che viene effettuata attualmente.

Oggi l’intervento viene eseguito con macchine computerizzate e programmate a seconda del paziente, in anestesia generale e con l’obbligatoria presenza di uno psichiatra e di un anestesista. Ed è altrettanto obbligatorio, almeno in teoria, il consenso del paziente o di chi ne fa le veci, che a termini di legge deve essere pienamente informato sul funzionamento della terapia e sui suoi effetti collaterali.

Non sta a me giudicare i benefici attuali di questa pratica che nel corso degli anni, come descritto sopra, è stata modificata notevolmente, ma quante persone hanno dovuto soffrire e fare da cavia, contro la loro volontà?

Storia:

La terapia elettroconvulsivante (TEC–ECT), comunemente nota come elettroshock, è una tecnica terapeutica basata sull’induzione di convulsioni nel paziente successivamente al passaggio di una corrente elettrica attraverso il cervello.

L’elettroshock è nato all’Università di Roma nel 1938, per mano del dottor Ugo Cerletti. La prima persona a esservi sottoposta fu un uomo che, fermato dalle forze dell’ordine alla stazione Termini, si agitava troppo per una crisi psicotica acuta. Così, su di lui venne sperimentata la tecnica di impulsi elettrici in testa, fino ad allora si usava al mattatoio di Testaccio per addolcire i maiali furenti, quando sentivano imminente il massacro.

Dalla testimonianza di Alda Marini:

“Ogni tanto ci assiepavano dentro una stanza e ci facevano quelle orribili fatture. Io le chiamavo fatture perché non servivano che ad abbruttire il nostro spirito e le nostre menti. La stanzetta degli elettroshock era una stanzetta quanto mai angusta e terribile; e più terribile ancora era l’anticamera, dove ci preparavano per il triste evento. Una volta arrivai a prendere la caposala per la gola, a nome di tutte le mie compagne. Il risultato fu che fui sottoposta all’elettroshock per prima, e senza anestesia preliminare, di modo che sentii ogni cosa. E ancora ne conservo l’atroce ricordo”.

http://www.news-forumsalutementale.it/a-proposito-di-elettroshock-%E2%80%A6/

Sembra insomma di poterne concludere che se gli abusi e gli errori del passato, e sperando che appartengano solo al passato, non possono essere utilizzati come argomenti a sfavore della terapia, quando si troverà un’alternativa efficace all’elettroshock tireremo tutti quanti un bel respiro di sollievo. Pazienti, psichiatri e pubblica opinione.

http://www.repubblica.it/www1/fatti/elettro/elettro/elettro.html

Ho trovato interessantissimo questo articolo che avrei dovuto trascrivere in maniera  più concisa ma trovo che sia interessante il contenuto, di conseguenza che venga letto per intero.

https://www.ccdu.org/comunicati/elettroshock-racconto

Oggi il mondo della psichiatria si divide tra i favorevoli e i contrari.

Inutile dire da che parte verte il mio voto!

Suzanne Wolcoot-Gorjuss

Gorjuss è un elaborato brand attuale nato dalla matita di Suzanne Walcott, illustratrice scozzese.
Le sue immagini raffigurano una dolce bambina, una bimba che in realtà è il suo autoritratto, dai lunghi capelli scuri e un abbigliamento un po’ vintage, dal calzino a strisce, dai tratti molto simili alla stessa Suzanne che, con le sue tenere espressioni, cerca di catturare le emozioni e le ambientazioni tipiche della fanciullezza.

Suzanne Woolcott nasce nel 1977 a Glasgow (Scozia), dove vive tutt’ora con il marito, Grant, tre figli e un gatto molto particolare…

Ha vissuto momenti difficili ed è una gran lottatrice. Ha sofferto una lunga malattia, costringendola a vivere molti mesi in ospedale con una conseguente disabilità  che non le permette di camminare e, come ella stessa dice “credo di star  passando la maggiore sfida della mia vita in questo momento”.

Non si arrende mai e le piace il suo lavoro, racconta che “mi piace imparare e sto in costante apprendistato di nuove tecniche per aiutare a che la mia arte sia più forte” 

Suzanne Woolcott riferisce che ama  fare ritratti e la portata di ciò che può essere catturato in un attimo, la quiete della figura, lo sguardo che ti guarda e il posizionamento degli oggetti intorno al soggetto, tutto è lì per un motivo, per accentuare il significato dietro un effige.

“Preferirei sempre un ritratto sulla mia parete piuttosto che un bel paesaggio!ammette spesso.

Le sue illustrazioni pretendono di plasmare il sentimento di perdita e nostalgia, della solitudine, la morte, il dolore, l’abbandono o l’innocenza.  

Nel giro di pochi anni, è diventata popolare grazie ai suoi personaggi e il loro mondo che rappresenta con una punta dark e delicata allo stesso tempo, approcciandosi in un modo semplice e incisivo al difficile passaggio dall’infanzia all’adolescenza.

La scelta dei colori, che spazia dal rosa pallido al rosso rubino, dal blu zaffiro al verde intenso degli abissi del mare, aiuta a trasmette i valori del brand quali amore, innocenza, serenità e capacità di sognare.

La sua immagine decora una  grande varietà di soggetti disegnati dall’artista scozzese, dalle borse ai portafogli, dai taccuini alle tazze, dagli zaini agli astucci, diari, agendine, portachiavi, penne, portagioie, con l’immagine dell’incantevole  Gorjuss in varie e diverse pose, accompagnata o meno dai simpatici suoi amici animali (cagnolini, gatti, volpi…). 

 

Lettera a una mamma

Cara mamma,

voglio scriverti questa lettera per chiederti  se tu avessi mai nutrito affetto per me. Non ho ricordi di gesti affettuosi nei miei ricordi.  Non abbiamo mai parlato insieme di nulla, non mi sei mai stata vicina nei momenti di buio. E Dio sa se ne ho avuto tanti.

Non c’eri nei momenti in cui avevo veramente bisogno di te, del tuo appoggio, del tuo sostegno, del tuo amore. Molte domande sono ancora nascoste dentro di me, domande che non ho mai fatto e di cui ormai non avrò più risposta. Chi sono io? Perché per te sono sempre stata un peso? Perché ti ho rovinato la vita ma soprattutto che colpa ne ho?

Quante cose avrei voluto chiederti e non l’’ho mai fatto, sono sempre stata succube di te, del tuo egocentrismo, della tua forte personalità, della tua severità.

Mi sono sempre chiesta se hai mai amato qualcuno nella tua vita, vita sofferta ma priva di amicizie, di legami. Con il tuo carattere schivo ti isolavi da tutti, nessuno era alla tua altezza, nessuno era “degno” di essere al tuo fianco, tutti erano inferiori.

Quante volte ti ho sentito dire che eri stata Miss gambe, Miss dattilografa, Miss ecc. ecc. Certo però non Miss simpatia!

Io non ero nulla, ero solo una bimba non amata, come tante altre, una bimba a cui è stata sottratta l’innocenza, il sorriso, la voglia di vivere. Eppure ho sempre trovato la forza di combattere, di far vedere a te, donna perfetta, che nel mondo possono starci anche persone”minori”, persone che non sono considerate perché non hanno nulla di particolare, non sono Miss! Sono le persone che faticano ad andare avanti, che sono escluse dalla società perché introverse, diverse. Ma sono persone molto più sensibili degli altri perché sanno cosa è la sofferenza. L’hanno provata.

Io ho voluto bene  a tante persone nella mia vita, persone che hanno fatto un pezzo di strada con me, ed è a queste persone che io rivolgo il mio “Grazie”. Senza di loro io oggi non sarei qui a scrivere di te. Certo, ho trovato anche persone che mi hanno fatto soffrire, che mi hanno fatto del male, che mi hanno deluso. Ma la sofferenza fa parte del mondo.

Adesso mi ritrovo qui con tante perché e pochi ricordi, con tante domande e poche risposte. Mi ritrovo qui con poche vere amicizie, ma continuo ad andare avanti, a prodigarmi per gli altri, per i più deboli e i più bisognosi. E piango, piango se due persone si abbracciano, piango per una stretta di mano, piango se avverto che qualcuno si è accorto di me o se mi ricorda. 

Spero che nel mondo la sofferenza vada diminuendo, che ci siano sempre meno mamme “egoiste”e che ci siano bimbi che non debbano misurare i gesti di affetto.

Tanti auguri mamma!

 

 

 

La tragica storia delle gemelle Dionne

Un caso che fece enormemente discutere fu quello delle gemelle Dionne che vennero sottratte ai genitori e sfruttate per un esperimento psicologico assai discutibile.

Il 28 maggio 1934 in una fattoria di Corbeil, in Canada, vennero alla luce prematuramente cinque bambine omozigote. Le gemelle Dionne.

Alla gioia di quell’evento più unico che raro i genitori si trovarono però di fronte ad un problema non da poco: in fondo erano una modesta famiglia di campagna, non avevano acqua corrente né elettricità e avevano già due figli; con altre cinque bambine da crescere il futuro di tutti era gravemente a rischio.

Alle bambine fu dato il nome di Yvonne, Annette, Cécile, Émilie e Marie. Presto uscirono sul mercato linee di prodotti per neonati con il loro nome, mentre l’ospedale in cui nacquero divenne una sorta di meta turistica. Un business nacque sulla vita di queste gemelle, e per alcuni mesi l’opinione pubblica sembrò avere un occhio di riguardo verso la famiglia Dionne; le bambine furono presentate dai giornali come le “miracle babies” e diventarono un simbolo di gioia e speranza durante il periodo della Grande Depressione.

I genitori Elizire Legros ed Oliva Dionne erano dei poveri contadini e proprio sulla loro condizione sfortunata fece pressione il governo affinché le dessero in adozione per poterle trasformare in un simbolo di prosperità per il paese. Al rifiuto della coppia le autorità cercarono il modo più “legale” per appropriarsi delle bambine ed ebbero il pretesto quando Elizire e Oliva furono adescati da un uomo di affari che le espose alla fiera mondiale di Chicago pagando qualcosetta alla coppia.

Quel gesto diede la possibilità alle autorità di togliere ai Dionne la custodia delle figlie e un giudice addirittura negò loro il diritto di poterle vedere.

La famiglia Dione si vide sottrarre la custodia delle gemelle dopo solo quattro mesi dalla nascita, poiché ritenuta incapace di provvedere alla loro salute.

Le bambine furono affidate ad un’equipe di psicologi che le misero in esposizione in un museo chiamato Quintland. Le cinque bambine crebbero in un ospedale sotto la custodia di un medico e tre infermiere e vennero sottoposte a diversi studi sugli impatti psicologici della mancanza di amore materno, dell’assenza un genitore stabile, di un’educazione essenziale e puramente scientifica, ecc.: lo scopo era studiare il comportamento di una persona sottoposta a diversi stimoli psicologici quindi ogni bambina ebbe nozioni diverse e trattamenti diversi anche a livello affettivo.

Le gemelle furono trasferite in una nursery costruita appositamente per loro, che in realtà divenne nota come Quintland, una sorta di museo delle Dionne. Vivevano isolate e condotte all’esterno solo per necessità commerciali, quando dovevano essere esibite durante fiere ed eventi. A quanto pare, il business intorno alle sorelle fruttò oltre 500 milioni di dollari.

I genitori vivevano in una casa che si trovava nella stessa strada, nonostante ciò andavano a trovarle raramente e del resto non erano molto graditi dai gestori della nursery.

Le giornate delle cinque gemelle erano scandite da tempi ben precisi e da azioni quasi meccaniche, dettate dal Dottor Dafoe. A parte lo staff ospedaliero, le bimbe avevano raramente contatti con altre persone, fatta eccezione per i visitatori (tra il 1936 e il 1943 pare furono circa 3.000.000), i quali potevano osservarle giocare in una porzione delimitata di giardino esterno. Durante gli anni di permanenza al Dafoe Hospital and Nursery, le piccole vennero continuamente testate ed esaminate clinicamente, il relazione agli studi sulla fertilità. Inoltre, il Dottor Dafoe le scelse come testimonial per le pubblicità di alcuni suoi prodotti, che videro un notevole incremento delle vendite.

Malgrado il disinteresse nel visitarle, il padre Oliva continuò la sua battaglia legale per ottenere nuovamente l’affidamento delle figlie, e ci riuscì. L’intera famiglia (composta da genitori e altri cinque figli) andò a vivere in una casa di 20 stanze, pagata dalla comunità. La loro vita proseguì tra un’esibizione e l’altra e il controllo totale del padre.

A causa dello sfruttamento subito durante l’infanzia le sorelle soffrirono di disturbi psicologici, problemi di alcolismo e disturbi bipolari e solo tre di loro riuscirono quanto meno a vivere una vita quasi normale. Émilie morì a 20 anni in seguito a un attacco epilettico e Marie a 36 per un ictus.

Nella metà degli anni ’90, le tre gemelle superstiti Annette, Cecile e Yvonne decisero di scrivere un libro per raccontare la loro storia, quella vera. Fu così che si scoprì degli abusi sessuali da parte del padre ai danni di tutte e cinque le gemelle, durante l’infanzia e l’adolescenza.

Nonostante avessero parlato sia con la madre che con il cappellano della scuola, le sorelle Dionne non vennero aiutate.

Nel 1997 le tre sorelle sopravvissute citarono in giudizio il governo dell’Ontario, vincendo la causa e ricevendo un risarcimento di 3 milioni di dollari, ma i loro problemi a interagire con le persone sono rimasti e oggi Annet e Cécil, le ultime viventi, soffrono di disturbi a causa della loro tragica storia.

Al giorno d’oggi, almeno il 78% delle nascite plurigemellari si verifica negli Stati Uniti, ed è attestato che ciò è stato possibile anche grazie agli studi effettuati sulla fertilità, studi costati ben cari alle cinque gemelle Dionne, vittime dell’avidità di una società che le considerò solo come un numero sensazionalistico e non per quello che realmente erano.

Tratto da:

www.vanillamagazine.it/la-tragica-storia-delle-5-gemelle-dionne/

www.perdavvero.com/gemelle-dionne

www.ilparanormale.com/curiosita/gemelle-dionne

 

 

Wonder-film sulla diversità

Trovando interesse principalmente per i libri  narranti storie vere, anche per i film nutro lo stesso principio. Quando mi hanno parlato che era uscito un film con Julia Roberts, che stimo tantissimo come attrice, ne sono andata alla ricerca e l’ho  visto. Inoltre con la visione del film avrei anche trovato stimoli per scrivere l’articolo per il mio blog, che da tempo lo avevo in serbo, in quando questi affronta sia il tema del bullismo sia di diversità, due temi importanti attuali che volevo trattare.

Il libro è tratto da una vera esperienza della scrittrice statunitense, Raquel Jaramillo, nota con lo pseudonimo di R.J. Palacio. Un giorno, in gelateria, il figlio di tre anni scoppiò a piangere perché aveva visto una bambina affetta dalla disostosi mandibolo-facciale, la sindrome di Treacher Collins, una malattia rara congenita dello sviluppo craniofacciale, associata a diverse anomalie della testa e del collo che colpisce un neonato su 50mila.

Tornata a casa, R.J. Palacio provò molta vergogna e decise di raccontare la storia di quella bambina e di Auggie la notte subito dopo l’incontro in gelateria: “Ho iniziato a pensare a come deve essere vivere ogni giorno guardando in faccia un mondo che non sa come guardarti”.

Da questa esperienza nasce il libro Wonder che racconta la storia di uno sfortunato ragazzo affetto da questa malattia.

Ritornando al film, che si intitola ugualmente Wonder, che in italiano significa meraviglia, con sincerità parla ai ragazzi e alle famiglie permettendo loro di affrontare temi importanti come la diversità, la malattia, le difficoltà quotidiane, il mondo della scuola e il bullismo con un sorriso bagnato di lacrime di commozione.

Nel film è drammatica la scena della sua nascita dove le infermiere lo nascondono alla vista della madre, subito dopo il parto, nello sguardo terrorizzato della donna che teme il peggio.

Dopo l’accettazione amorevole da parte dei genitori e della sorella, decidono di dedicargli tutto il maggior tempo possibile per evitargli ogni dolore.

Quindi la mamma funge da maestra insegnandogli tantissime cose e quando lui deve uscire lui indossa un casco da astronauta per evitare i commenti delle persone.

Quando Auggie cresce, dopo aver subito 27 interventi chirurgici correttivi, i genitori, decidono di iscriverlo a una scuola media pubblica. Sanno che non possono proteggerlo dal mondo circostante per sempre con tutte le sue insidie. Entrambi vogliono che il bimbo si faccia delle amicizie ma già alla fine del giorno viene soprannominato “Barf Hideous” (che in italiano diventa Darth vomito).

Riuscirà a trovare un amico in Jack, un ragazzo dolce e sensibile che tuttavia esita ad avvicinarsi al nuovo ragazzo diverso per non uscire dal suo gruppo.

Nella scuola è vittima di bullismo, ma il protagonista di Wonder si piega, ma non si spezza. Agli insulti, alle angherie, Auggie risponde sempre con la gentilezza.

Con indicibile audacia Auggie mostra al mondo il suo vero viso, non quello segnato dalle cicatrici degli interventi chirurgici ma quello di un bambino intelligente e sensibile capace di conquistare il cuore delle persone con gentilezza e umorismo.

Egli è un bambino forte ma al contempo pieno di ansie e paure che si scopre artefice di un cambiamento positivo dei suoi coetanei nella classe.

Questo cambiamento è sottolineato dal preside della scuola nel suo encomio finale dove cita alcuni passi di un autore fondatore della scuola che sottolineano come la forza di un cuore che trascina altri cuori è motivo di orgoglio e di importanza più di un’ opera di carità.

Il bimbo è pronto sempre a porgere l’altra guancia, e grazie al suo modo di essere conquisterà tutti e in poco tempo diventerà l’allievo più popolare della scuola media Beecher Prep.

Quando un amico gli chiede se ha mai pensato a un intervento chirurgico egli risponderà:”Questo è dopo la chirurgia plastica. Non è facile essere così belli”!

Ci sono almeno tre cose meravigliose in Wonder. Primo il fatto che dipinga i genitori del bambino come ‘porte’. La loro funzione principale all’interno della storia è infatti sia quella di proteggere il bambino e la sorella dalle brutture del mondo, sia quella di lasciarsi attraversare in modo che i figli vadano oltre, nel caos della vita. Poi che ribadisca come la scuola sia ancora il luogo più importante dell’educazione e della crescita personale, e che infine rivendichi una morale che non ci si stanca mai di sentire. L’ironia, l’intelligenza, l’amore, sono i mezzi con cui si reagisce alle durezze della vita, passando da una situazione di debolezza a una di forza.

Certo, questo è un film a lieto fine, se si può definire così. Il bimbo ha saputo reagire ma soprattutto ha saputo accettarsi con i suoi limiti e i suoi difetti. Ma purtroppo nella vita non sempre avviene così.

Il bullismo è una piaga sociale. Il diverso viene etichettato e preso di mira. La diversità, questa condizione universale che esce dai canoni e ti isola o addirittura ti annienta.  

Ma chi sono i diversi e perché non sono accettati? Eppure si dice che la diversità è una ricchezza. Ce lo insegna la natura. È attraverso la diversità che si arriva alla conoscenza. Ciascuno di noi contribuisce con la sua tessera al grande mosaico (in perenne estensione) del sapere umano.

Tu non sei come me, tu sei diverso

Ma non sentirti perso

Anch’io sono diverso, siamo in due

Se metto le mani con le tue

Certe cose so fare io, e altre tu

E insieme sappiamo fare anche di più

Tu non sei come me, son fortunato

Davvero ti son grato

Perché non siamo uguali

Vuol dire che tutt’e due siamo speciali.

(Bruno Tognolini)

Notizie tratte da Wikipedia 

 

 

 

 

Ci sarò sempre!

Mi ha molto commosso la storia di questa mamma che, nonostante la sofferenza e la certezza di non farcela a superare tutto, ha pensato esclusivamente alla figlia di appena un anno.

Questa non è una favola ma una triste realtà. Voglio lo stesso raccontarvela perché dietro a tutto questo c’è l’Amore, quell’Amore esclusivo che unisce la madre al figlio. Quel figlio a cui hai donato la vita ma che sai che dovrai lasciare presto.

Questa donna meravigliosa si chiama Elisa. Ha toccato con mano la piaga del secolo, il cancro! Quella bestia che si insinua dentro di te, quel parassita che si avvinghia e non si stacca. Elisa ha tentato in tutti i modi di sconfiggerlo, non solo per lei ma anche per la sua amata piccola Anna. Ma sapeva, giorno per giorno, che non ce l’avrebbe fatta, che il male avrebbe avuto il sopravvento su di lei e allora non poteva far altro che inventarsi un metodo di unione, di contatto, di presenza continua. Come? Anticipando i regali per i compleanni e i Natali, fino all’età di 18 anni. Libri, mappamondo, viaggi, lettere, bigliettini, piccoli messaggi con gli auguri e piccole lezioni di vita da mamma a figlia: sul ciclo, sui ragazzi, sulle cose da donne…

Chissà tutto questo che cosa lascerà nel cuore di Anna, che emozione avrà nel ricevere un regalo o uno scritto da quella mamma che esiste, che ha pensato a lei fino alla fine.

Dormi cara piccola, sogna verdi pascoli, casette di panpepato, gnomi, folletti ma soprattutto sogna angeli, lì tra loro scorgerai il sorriso della tua mamma.

 

 

Mr Mowgli e i lupi

Ho avuto modo di sentire in televisione la storia di questo straordinario uomo, denominato Mr Mowgli, riferendosi alla storia di Mowgli, il personaggio letterario principale protagonista della raccolta dei racconti del Il libro della Giungla di Rudyard Kipling. Questi racconti descrivono le avventure di Mowgli, il cucciolo d’uomo perdutosi nella giungla indiana, che viene adottato e cresciuto da un branco di lupi. Essendo stata nello scautismo ho sentito molto parlare di questo libro perché a Robert Baden-Powell, il creatore del Movimento scout, rivolto agli adolescenti, gli fu chiesto di inventare qualcosa destinato ai più giovani. B.P. allora chiese a Kipling, che era suo amico, chiese il permesso di utilizzare le sue storie e gli commissionò un adattamento apposito per lo scautismo, che lo scrittore realizzò. Le storie di Mowgli, così viene chiamata la pubblicazione usata nel lupettismo, sono quindi il fondamento dell’ambiente fantastico della giungla, proprio del branco.

Ritornando al nostro Mr Mowgli notiamo la somiglianza della  sua storia con il piccolo leggendario cucciolo d’uomo del libro.

La mamma di Marcos, il nome di battesimo di questo uomo, morì di parto quando lui aveva solo 3 anni, e a 7 anni fu abbandonato dal padre nella catena montuosa della Sierra Morena. In questo contesto venne aiutato a sopravvivere da un anziano signore che gli insegnò i vari metodi di sopravvivenza in una zona così ostile. Alla morte del vecchio però Marcos, ancora molto giovane, si ritrovò di nuovo solo e una lupa lo adottò, nutrendolo come fosse uno dei suoi cuccioli. Adottò è la parola esatta in quanto gli procurò la carne, così come per i cuccioli che aveva. La prima volta Marcos la mangiò, credendo che poi lo avrebbe morso per aver osato tanto, ma invece la lupa lo leccò. Era un nuovo membro della famiglia!

Nel 1965 Marcos fu ritrovato dalla Guardia Civile. Racconta lui stesso: «Un giorno mi circondó la Guardia Civile a cavallo. Avevo i capelli lunghi fino alla cintura, scurissimo di pelle per il sole e la sporcizia, vestito di pelli e con i piedi ricoperti di pelle ruvida e calli, non avevo mai portato scarpe. Cercai di scappare ma mi catturarono,

All’età di 19 anni quindi tento di integrarsi nella società, dalla quale non aveva avuto nulla, finendo in un orfanotrofio. Qui gli insegnarono a vivere civilmente, a camminare e a mangiare a tavola. E si adattò a vivere in un contesto non suo, in un mondo che non lo aveva né amato né protetto da piccolo. Quindi, dopo aver smesso di lavorare Marcos Rodríguez Pantoja volle ritornare dalle sue montagne, che tanto aveva amato da piccolo. Ma tutto non era più come lo aveva lasciato, l’urbanizzazione era subentrata, i lupi subito non lo accettarono ma la sua esperienza fra di essi ebbe la meglio.

Da 12 anni vive con essi, la sua vera grande famiglia. Ha una casa senza riscaldamento fra le verdi montagne di Rante, in Galizia, con una solo pensione per sopravvivere.

Ma come tutte le storie straordinarie anche questa ha un lieto fine: alcuni ambientalisti, sostenitori della sua causa, stanno raccogliendo fondi per fornirgli una caldaia.

E i vicini? Alcuni condividono il suo modo di vivere altri lo deridono. Ma questo succede a tutti!

Buona strada cucciolo d’uomo!

Tratto da:

http://www.ilsecoloxix.it/p/magazine/2018/04/08/ACN4oNnC-infanzia_spagnolo_vecchiaia.shtml

 

 

Nicolò Barabino-Pittore

Nicolò Barabino

Vorrei scrivere oggi di questo mio antenato poco conosciuto. Voglio scrivere  qualcosa di lui perché in questo modo ho anche possibilità di conoscere maggiormente la sua storia.

Nicolò Barabino (1832-1891) nacque a Genova San Pier d’Arena, oggi chiamata Sampierdarena, da una modesta famiglia di artigiani. Iniziò i suoi studi all’Accademia ligustica di Belle Arti di Genova dove vinse una borsa di studio per studiare all’Accademia di Belle arti e Firenze, dove studiò pittura per circa 12 anni.

Nonostante il trasferimento rimase molto legato alla sua città natale per la quale eseguì numerose opere.

Una delle sue prime opere fu il gonfalone del S. Rosario nel 1854 per la chiesa di S. Maria della Cella in Sampierdarena. Cominciò a dare prove delle sue capacità nel 1857, anno in cui decorò il sipario per il teatro G. Modena di Sampierdarena con l’Apoteosi dell’Ariosto, in una rappresentazione di ottanta figure.

Facendo sempre spola fra Firenze e Genova, si dedicò all’affresco, tecnica preferita,  in varie Chiese liguri. Tra i primi affreschi ricorderemo quelli nella chiesa di S. Giacomo di Corte a Santa Margherita Ligure e quelli di S. Maria della Cella a Sampierdarena, ai quali seguirono quelli del catino e del presbiterio della chiesa di Montallegro, della cappella del Rosario nella chiesa di S. Giacomo di Corte a Santa Margherita Ligure, della chiesa di S. Maria Assunta a Camogli.

Innumerevoli furono le sue opere, anche di soggetto storico, che lo resero famoso in vita, ma le sue migliori qualità artistiche sono reperibili nei bozzetti dove si rivelano le sue grandi qualità di pittore.

Un gruppo di sue opere, requisite allo scoppio della prima guerra mondiale alla pittrice Carlotta Popert, sua grande amica, requisite perché tedesca, si trova oggi nella sede dell’Opera Nazionale Combattenti in Roma.

Morì a Firenze il 19 Ottobre, lasciando incompiuta La morte di Carlo Emanuele I (commissionata da Umberto I ed ora a Genova, presso la Galleria d’Arte Moderna). 

Morte di Carlo Emanuele I di Savoia, datata 1891

San Francesco da Camporosso presenta al Vescovo una Madre col Bambino 

Consolatrix afflictorum, datata 1859 nella Cappella dell’ospedale san Paolo di Savona

Tratto da https://it.wikipedia.org/wiki/Nicolò_Barabino http://www.treccani.it/enciclopedia/niccolo-barabino_(Dizionario-Biografico)/

 

Il topo e il gatto

C’era una volta un grossissimo topo che viveva in una bella casa di campagna. Lì, si era costruito da solo la sua tana scavando, giorno dopo giorno, nel muro della cantina.

Gin, questo il nome del topone, ogni notte usciva dalla sua abitazione, per andare in cucina a mangiare, divorando fino alla sazietà tutto quello che trovava, e portando con sé sempre qualcosa: pane, frutta, biscotti, tutto quello che poteva.

La padrona di casa vedeva sempre che, parte del cibo lasciato per il figlio, al mattino, non c’era più ma credeva che lo avesse mangiato di notte. E quindi, ogni sera si ripeteva la stessa cosa.

In questa casa viveva anche Tommy, un giovane gatto molto dormiglione che non si accorgeva mai di nulla. A lui bastava mangiare e dormire!

Ma una notte accadde un fatto increscioso: Gin, dopo aver divorato una gran quantità di quella pappa, pronto a rientrare nella sua tana, rimase incastrato nel buco, non andava né avanti né indietro.

Spingeva, si dimenava ma non c’era nulla da fare.

Povero di me, pensò, Se la padrona di casa mi vede mi farà mangiare dal gatto! Aiuto!. Cominciò a sbattere la coda di qua e di là con l’intento di riuscire a passare ma niente da fare.

D’un tratto tutto questo rumore svegliò Tommy che, mezzo addormentato, vide questa scena ridicola: il grosso sedere di un topo che sporgeva da un buco!

Voleva aiutarlo ma non poteva tirarlo per la coda perché gli avrebbe fatto male, quindi cominciò a spingere una, due, tre volte finché il topo riuscì a uscire dal buco facendo un bel capitombolo.

Finalmente sono libero!

Però adesso come poteva mangiare? Non riusciva più a passare da quell’apertura…

Dopo una settimana di digiuno la pancia diminuì, quindi riuscì a passare dal buco e andare a ringraziare il suo amico gatto.

Quella lezione gli era servita anche se continuò sempre a rubare qualcosa ma in maniera limitata, solo il necessario.

Divenne così un bel topo elegante e l’amicizia fra lui e il gatto durò per tantissimi anni.

E la padrona di casa? Sta ancora domandosi come mai il figlio, di notte, non ha più fame!

La neve

Ieri ero alla finestra con in braccio la mia nipotina e guardavamo scendere i fiocchi di neve. Si adagiavano delicatamente al suolo, uno sull’altro e non ve ne era uno uguale.

La piccola era estasiata da questo spettacolo candido che si presentava ai suoi occhi. Questi erano spalancati e dentro di essi si poteva rispecchiare lo splendore e lo stupore.

Mi è allora venuta in mente una poesia che avevo scritto da adolescente, quando ancora si scriveva in rima.  

Mi aveva colpito la neve perché a Genova la si vedeva raramente.

Riporto la poesia così come l’avevo scritta. A leggerla adesso mi vergogno ma allora non mi rendevo conto, intanto nessuno l’ avrebbe letta.

“Il mio sguardo è posato su un cielo velato

da dove poi parte un disegno incantato.

A mille a mille discendono giù

dei fiocchi biancastri orlati di blu.

Si posan leggeri sui folti capelli,

picchiettano piano si aperti ombrelli.

Le fronde degli alberi cambian visione,

che pace alla vista di quel biancore!

Tutto è diverso, non vi è più colore,

ma è un tutt’uno fra noi e il Signore.

Niente divide il cielo e la terra,

forse per questo la natura è più bella.

Ti senti diverso, ti senti più gaio 

e questo silenzio ti prende la mano,

ti guarda, ti dice:è festa quaggiù,

scende la neve, vieni anche tu!”

Giannina Gaslini

Questa settimana vorrei parlarvi di Giannina Gaslini, a 100 anni dalla sua prematura morte, avvenuta il 10 febbraio (Genova, 1906–1917).

Suo papà, Gerolamo Gaslini, nato a Monza nel 1877, si occupava dell’azienda paterna nella lavorazione dell’olio di semi nella città natale. Dopo un diverbio con il padre, ancora molto giovane, si trasferisce a Genova, disponendo di una piccola somma di denaro, ricevuta dallo zio, e lì intraprende, con varia fortuna, la via del commercio portuale.

Nel 1905 si sposa con Lorenza Celotto da cui ha due figlie, Germana e Giannina.

Egli si dedica al mecenatismo e proprio per questo suo interessamento riceve nel 1957 la laurea honoris causa in Medicina e Chirurgia dall’Università di Genova.

Nel 1917 decide di occuparsi, insieme alla moglie, della progettazione medica, istituzionale e architettonica di un nuovo grande centro pediatrico: “l’Istituto Giannina Gaslini”, uno dei primi ospedali per soli bambini, da dove sarebbero passati alcuni dei pionieri della pediatria italiana. Gaslini volle dedicare questo alla figlia scomparsa prematuramente nello stesso anno, a causa di una peritonite che non era stata individuata né curata in tempo .

La sua decisione non è mossa da motivi economici, ma è l’affetto incancellabile per la figlia Giannina, morta perché la scienza medica non era stata in grado di curarla, a spingere l’uomo a questo gesto altruistico, volto ad evitare che la stessa sorte capiti a qualche altro bambino.

L’Istituto viene fondato nel 1931 ed inaugurato nel 1938.

Gerolamo Gaslini ha vissuto una vita priva di lussi e agi all’insegna della parsimonia divenuta ormai proverbiale. Ma è parsimonia e non avarizia perché non bisogna dimenticare che Gaslini ha donato l’intero suo patrimonio all’Istituto pediatrico, in aggiunta ad altre opere di altruismo e solidarietà. Una personalità di assoluto rilievo, sia per la molteplice e spregiudicata attività di imprenditore, sia per l’impegno totale di filantropo innovatore.

La sua fondazione e il suo istituto saranno destinati a durare nel tempo, oltre la sua morte avvenuta il 9 aprile 1964 a Genova.

La storia dell’ospedale di Genova, il Gaslini, è scritto nel libro «Ai bambini e ai fiori, lo splendore del sole», edito da Rizzoli,  ed  è stata affidata a primari di ieri e oggi che raccontano la nascita delle specialità. La ricerca, raccolta nelle quattrocento pagine corredate da foto e testimoniare la  ricostruzione del passato e del presente è stata affidata a primari di ieri e di oggi che in pratica raccontano la nascita di tutte le specialità pediatriche: dall’oncoematologia alle malattie infettive, dalla neonatologia alle scienze infermieristiche alla chirurgia.

Sfilano i ricordi di Luisa Massimo, Vincenzo Jasonni, Clara Moretto, Raffaella Giacchino, Luca Ramenghi, Francesco Perfumo, Edvige Veneselli, Pasquale Di Pietro, Laura Minicucci, Carla Borrone e Roberto Cerone. Una delle intuizioni fu quella di ospitare all’interno degli scenografici padiglioni schierati a ventaglio sulla collina di San Gerolamo, con vista sul mare, il reparto di ostetricia. Le donne avrebbero così potuto partorire vicino al centro di neonatologia pediatrica ed evitare al loro bebè, se problematico, un trasporto in ambulanza attrezzata o elicottero, molto utilizzato in Liguria.

Accompagna queste pagine una rassegna fotografica storica, in copertina il dolcissimo primo piano di un neonato che sorride e dorme sereno mentre viene accarezzato dalla mano di un medico.

Ancora oggi il Gaslini resta l’unico ospedale pediatrico italiano, dei 7 esistenti, ad ospitare le mamme.

La prima bambina venne alla luce il 2 giugno del 1972e venne chiamata Giannina.

Sono passati cento anni da allora, oggi l’Istituto pediatrico scientifico genovese cura bambini da 70 Paesi nel mondo, forma migliaia di giovani medici e infermieri, applica le più avanzate terapie e, quando le cure non ci sono, studia per anni, insieme ai migliori scienziati del mondo, e le inventa.

Medici, infermieri, tecnici, impiegati insieme ai volontari, insieme ai genitori.

Il loro motto: noi ci crediamo e andiamo avanti.

http://www.corriere.it/salute/pediatria/15_giugno_03/storia-gerolamo-gaslini-fondatore-dell-ospedale-pediatrico-7209b3f6-09c6-11e5-b7a5-703d42ecd92c.shtml

https://it.wikipedia.org/wiki/Gerolamo_Gaslini

 

 

L’orgoglio di indossare una divisa

Chissà perché quando si parla di orgoglio nell’indossare una divisa il primo pensiero verte verso il carabiniere o altro corpo militare. Ma non è sempre così. Vi sono tanti motivi e mestieri che ti inducono ad indossarla.

Io amo la divisa! La amo perché mi fa sentire parte di un gruppo, di una minima parte di società. Mi fa capire che non sei solo nel percorso di vita che ti sei scelto. Fortunatamente ho avuto modo di indossarne di tanti tipi in tutti questi anni.

Ho iniziato con la divisa all’asilo, bianca e poi nella scuola, al contrario, nera!

In contemporanea, in estate, ho indossato la divisa per le colonie estive. Maglietta a righe, una pool pesante, un cappellino bianco con visiera e la sacca con il tuo nome in cui avevi il cambio, il necessario per lavarti. Io che abitavo a Genova partivo con il pullman verso la montagna, precisamente a La Thuile, in Val d’Aosta. Decine e decine di pullman tutti allineati e dopo aver sentito pronunciare il tuo nome salivo in quello predisposto per te, in mezzo  a tanti sconosciuti.

Dopo questa divisa transitoria, arriviamo a quella dei boy scout. Ero una scolta, il corrispettivo femminile di rover e favevo parte del Fuoco, essendo entrata nel movimento  all’età di 15 anni. Indossare la divisa, meglio detta uniforme, nello scoutismo è un orgoglio. Tutti vestiti uguali nella stessa nazione tranne il foulard che ti contraddistingue dagli altri gruppi. Quando la indossavi sentivi di appartenere a una gruppo mondiale, composto da milioni di bambini e ragazzini e una minima parte di uomini adulti. Tu eri uno di loro, una goccia nell’oceano.

La divisa successiva è stata quella da infermiera. Candida, immacolata, dava un senso di fiducia al paziente. La divisa quando ero giovane era molto diversa da ora. La classica giacca bianca con la striscia di riconoscimento di colore diverso secondo la mansione. In testa il velo, come le suore, che portavi con orgoglio ma era fastisiosissimo. Non ti ci potevi abituare. E’ seguito una specie di cappellino inamidato che dovevi “agganciare” ai capelli  con tante mollette…

L’ho indossata per tantissimi anni, cambiando modello e arrivando dalla gonna al pantalone, molto più pratico. Il colore bianco però era sempre di moda!

Dopo la divisa da infermiere ho indossato quella del MASCI (movimento adulti scout cattolici italiani), con colori diversi nella camicia dal gruppo dei giovani. Grigia invece che azzurra!

Come ultima divisa, almeno credo, sto indossando quella della Croce rossa Italiana. Non ho potuto indossare quella delle crocerossine, che era il mio sogno giovanile, perché non potevo permettermelo. Questa è completamente rossa, visibile  a distanza…

Ho iniziato con il bianco e finisco con il rosso!

Concluderei dicendo che le divise o uniformi hanno fatto parte del mio bagaglio di vita. In tutti i casi è stato un onore indossarle.

Non potrò mia dimenticarle. 

Alice Barber Stephen pittrice

Mi hanno colpito alcune immagini di questa pittrice americana, per cui ho raccolte notizie che trascrivo.

Alice Barber Stephens (1 luglio 1858 – 13 luglio 1932) nasce a Newark, nel New Jersey. Era l’ottava di nove figli nati da Samuel Clayton Barber e Mary Owen, che erano quaccheri.

Suo fratello minore, George, divenne anche lui illustratore.

Frequentò le scuole locali fino a quando, lei e la sua famiglia, si trasferirono a Filadelfia, in Pennsylvania. All’età di 15 anni divenne studentessa della Philadelphia School of Design for Women (ora Moore College of Art), dove studiò incisione su legno.

Fu ammessa all’Accademia delle Belle Arti della Pennsylvania nel 1876 (furono ammesse le donne del primo anno). Qui conobbe Charles H. Stephens che poi sposò e da cui ebbe un figlio, D. Owen.

Durante questo periodo accademico iniziò a lavorare con una varietà di materiali, tra cui oli in bianco e nero, lavaggi di inchiostro, carbone di legna, oli a colori e acquerelli. Nel 1879 fu scelta per illustrare una scena in classe dell’Accademia per Scribner’s Monthly dove riscontrò un ottimo risultato. Women’s Life Class , e fu il suo primo credito di illustrazione.

Nel 1880 lasciò l’Accademia per lavorare a tempo pieno come incisore. Il suo lavoro era molto richiesto per riviste illustrate popolari come Harper’s, la più vecchia rivista mensile di interesse generale in America e su cui rappresentava spesso scene domestiche con donne e bambini.       

    

La connessione di Stephens con Harper’s iniziò nel 1882 circa, quando stampò il lavoro di artisti e scrittori americani, come Winslow Homer e Mark Twain. Gran parte del suo lavoro è stato pubblicato su Harper’s Young People, una rivista americana sui bambini.

Tuttavia, il ritmo di lavoro di cominciò a influire sulla sua salute e, nel tentativo di recuperare, durante il 1886-1887 viaggiò in Europa per disegnare, studiare e riposare. A Parigi, studiò all’Académie Julian e all’Académie Colarossi. In quella città espose due opere, uno studio a pastello e incisioni, al Salon di Parigi nel 1887.

Al suo ritorno dall’Europa, Stephens riprese la sua carriera di illustrazione con contributi al Ladies ‘Home Journal e diversi progetti di libri per gli editori di Houghton Mifflin e Crowell .Probabilmente influenzata dai suoi viaggi in Europa (e potenzialmente da suo marito), iniziò anche a dipingere a olio.

Dopo un altro soggiorno europeo durante il 1901-1902, completò anche le illustrazioni per l’edizione del 1903 delle Piccole donne di Louisa May Alcott. A Parigi nel 1902, Maria Cristina di Spagna richiese che fosse lei a disegnare il suo ritratto.

Smise di lavorare nel 1926 e nel 1929 il Plastic Club di Filadelfia, che aveva contribuito a fondare, montò una retrospettiva del suo lavoro.

Morì nel 1932 a Thunderbird Lodge all’età di 74 anni, dopo un ictus e ora giace sepolta nel cimitero di West Laurel Hill a Bala-Cynwyd .

Dopo la sua morte, suo figlio Owen donò una collezione di disegni di Stephens alla Biblioteca del Congresso, che tenne una mostra durante la primavera del 1936. Nel 1984, il Brandywine River Museum presentò il suo lavoro in una grande mostra.

Notizie tratte da Wikipedia

 

 

I gufi vanno a scuola

Nella foresta, i gufi avevano deciso, all’unanimità, di voler imparare a leggere e scrivere.

Quest’animale era considerato da tutti gli altri un saggio e, se avesse imparato bene, sarebbe stato considerato non solo saggio ma anche dotto!

Erano a conoscenza che in un paesino vicino, nel bosco, viveva un gufo che aveva questa dote.

Quindi tutti si riunirono per decidere chi sarebbe andato a chiedere di far loro da maestro…

Una volta riuniti scelsero, per questa incombenza, il più anziano tra loro. Questi accettò e, con il calare della notte, iniziò il suo viaggio.

Quando fu arrivato a destinazione non gli ci volle molto per trovare il gufo maestro.

Giona, questo era il suo nome, si rese subito disponibile a formare una classe fatta da quei rapaci desiderosi d’imparare.

Ogni mattina questi arrivavano da più parti per diventare alunni di quella insolita scuola: una vera classe di gufi!

Come per tutti quelli che volevano imparare c’è chi riusciva prima ad apprendere e chi aveva bisogno di più tempo ma ognuno era pronto ad aiutare chi rimaneva indietro. Dovevano, e volevano, raggiungere tutti assieme il traguardo!

Chi non apprendeva e faticava di più non veniva deriso, non importava se gli occorreva più tempo.

Dopo parecchi mesi di lezione tutti, dal più giovane al più anziano, avevano imparato a leggere e scrivere, ma soprattutto avevano capito che bisognava arrivare tutti assieme a raggiungere questo obiettivo!

 

Raymond Peynet. I suoi fidanzatini

Nato a Parigi nel 1908 da una famiglia di commercianti, a 15 anni Raymond Peynet iniziò a frequentare l’Istituto delle Belle Arti, al termine del quale iniziò la sua carriera, disegnando etichette di prodotti vari, in genere profumi e scatole di cioccolatini. In seguito realizzò i suoi disegni per alcuni giornali parigini.

Nel 1930 si sposò con un’amica d’infanzia, Denise,  con cui rimase tutta la vita e da cui ebbe una figlia, Annie.

Solo nel 1942, all’età di 34 anni, la sua vita prese una svolta. Mentre era seduto su una panchina, con la moglie e la figlia, in attesa di prendere un treno, di fronte al chiosco della musica di Valance, immaginò un violinista che suonava e una ragazza che lo ascoltava: nacque così la grande famosa storia dei due fidanzatini.

“Ho cominciato a scarabocchiare ed ho disegnato prima il violinista solitario (io), poi la ragazza con la coda di cavallo (la moglie Denise) nonché mia unica spettatrice“.

                                                     1° Dipinto del chioschetto

C’è chi scrive che i due personaggi erano realmente di fronte a lui, che la musica attirò la sua attenzione e si diresse verso essa, attratto dalla bellissima melodia e che una ragazza dai lunghi capelli raccolti in una coda,  stava ascoltando incantata. Ma nelle favole è meglio pensare che il tutto sia fantasioso.

Ritornando a Peynet, le sue immagini che ritraevano i due fidanzatini,  iniziarono a fare il giro del mondo e questo cambiò radicalmente la sua vita. In un periodo triste, dove la gente era afflitta dell’orrore della Seconda Guerra Mondiale, tutti avevano bisogno di sognare.  

Grande stimatore dell’amore, malato d’amore e amante dell’amore ha dato luce ai nostri cuori grazie alle sue vignette.

Un suo grande amico, Georges Brassens scrisse in suo onore la canzone “Les amoureux des bancs publics”, in riferimento alle famose vignette della serie ‘’Gli innamorati’’, che spesso ritraggono due fidanzatini seduti su una panchina!

Nacquero così Valentino e Valentina, la coppia celebre di perenni fidanzatini innamorati. Raffigurati lui con capelli lunghi e il cappello, lei con la coda di cavallo. Le riproduzioni di questa coppia cominciarono a comparire su scatole di cioccolatini, su profumi e porcellane.

    

Le silhouettes dei suoi due famosissimi personaggi ebbero quindi  un enorme successo durante gli anni Cinquanta e Sessanta, diventando il simbolo della festa di San Valentino, il 14 Febbraio.

Il famoso Chiosco, dove questa bella favola iniziò, in seguito alla richiesta del Comune di Valence di farlo demolire, vi fu una vera e propria  rivolta popolare.

Quel vecchio chioschetto, che il Comune voleva demolire, per le proteste dei cittadini è diventato invece dal 1982 monumento nazionale. Così la favola continua…

C’è una targa con i due fidanzatini che si tengono per mano e sono tanti gli innamorati che si fanno fotografare vicino al famoso chiosco.  

Attualmente quattro musei sono dedicati agli innamorati di Peynet: ad Antibes, a Brassac-les-Mines (città natale della madre di Peynet), a Karuizawa (NaganoGiappone) e a Sakuto-cho (Okayama – Giappone),[1] mentre a Lucca Comics & Games 2000 è stata allestita la mostra I Fidanzatini maliziosi di Peynet. Les Amoureux di Peynet sono raffigurati anche nel famoso muretto di Alassio.

Il 14 Gennaio 1999, a novanta anni, tre anni dopo la morte della sua adorata moglie Denise, il disegnatore Raymond Peynet si è spento nell’ ospedale di Mougins, vicino ad Antibes, sulla Costa Azzurra, dove viveva da molto tempo.

“Amore è prendersi per mano e andare a spasso”.

 

Nuova favola Un Natale meraviglioso

Era quasi Natale, tutti i bambini erano contenti perché presto sarebbe arrivato Babbo Natale a portare i doni richiesti tramite le letterine inviate. Inoltre quest’anno la gioia era maggiore perché stava nevicando. La neve scendeva leggiadra e aveva già ricoperto i prati.

Se continuava così i bambini avrebbero potuto giocare a palle di neve e a costruire il classico pupazzo.

Ma una bimba era triste, dalla finestra ammirava i candidi fiocchi di neve, diversi uno dall’altro. Lisa, questo era il suo nome, erano giorni che non andava più  a scuola, doveva accudire la mamma malata, mentre il papà era al lavoro. Era contenta di essere utile e voleva tantissimo bene alla sua mamma, ma gli sarebbe piaciuto tanto poter andare a scuola e vedere i suoi compagni e la sua adorata maestra.

Quest’anno non aveva nemmeno scritto la letterina a Babbo Natale. Non pensava ai regali, l’unica cosa che avrebbe voluto era la guarigione della mamma. E non poteva scrivere questo desiderio nella letterina.  

Una sera, come tante altre, si addormentò esausta e sognò un angioletto che le annunciava che il suo desiderio si sarebbe realizzato. Era il suo unico pensiero e Natale è un giorno speciale, in cui i sogni vengono esauditi.

Al mattino presto si alzò, convinta di aver fatto solo un sogno, ma quando entrò nella camera della mamma vide accanto al letto il papà e il dottore. Come mai papà era  a casa,sicuramente mamma era peggiorata. Si avvicinò cautamente e vide la sua mamma seduta sulla sponda del letto mentre il medico la visitava.

La mamma le mandò un bacio e Lisa notò il più splendido sorriso che avesse mai visto. Era rivolto a lei. Incurante di tutti corse ad abbracciarla e due braccia esili ma forti la avvolsero tutta.

Mamma era guarita! Non si sa come ma stava bene.

Quindi capì che il suo non era stato un sogno ma un annuncio.

Non avrebbe mai dimenticato questo splendido e magico Natale.

La leggenda del pettirosso

Più di 2000 anni fa i pettirossi c’erano già, ma erano tutti grigi, dal capino alla coda.

Una famigliola abitava su un albero lungo la salita che portava in cima ad un monte dove gli antichi Romani (che all’epoca avevano conquistato un vastissimo impero) erano abituati a crocifiggere, supplizio molto usato a quei tempi, i condannati. E poi li lasciavano lì a morire.

Proprio lungo quella salita la nostra famigliola di pettirossi vide una scorta di soldati che seguiva uno dei tanti condannati. E dietro di loro un lunga coda di persone. La cosa strana era che, il condannato, aveva sulla testa una corona di spine che erano penetrate nella fronte e che dovevano fargli un gran male, poverino, perché era pieno di sangue.

Papà pettirosso era arrabbiatissimo: “Insomma, possibile che nessuno si accorga quanto male gli fa quella corona di spine! Con tutta la folla che c’è, a nessuno viene in mente di dargli una mano in qualche modo?”

Così prese su due piedi (anzi su due zampine) una decisione: “Mamma pettirosso, tieni i piccoli ben nascosti nel nido mentre io vado a dare un piccolo aiuto a quel poveretto. Non sopporto di vederlo soffrire così. Tranquilla, vado e torno e sono così piccolo che nessuno si accorgerà di me.”  

Con molte precauzioni , saltando di ramo in ramo e con piccoli voli da un punto all’altro, il nostro pettirosso si avvicinò al povero condannato senza che nessuno si accorgesse di lui.

Adocchiò una spina in bilico fra corona e fronte di dimensioni abbastanza piccole per poterla togliere, dopotutto era un piccolo uccellino e di più non avrebbe potuto fare. Spiccò il volo dal ramo su cui si trovava, si avvicinò al condannato e strappò via la spina. 

Il condannato gli mandò uno sguardo di ringraziamento e col poco fiato che gli rimaneva gli disse: “Grazie, da ora in poi nessuno potrà dimenticare il tuo gesto”. Il pettirosso capì che il suo amico uomo stava un po’ meglio. Fece un cenno col capino e nell’abbassare la testolina si accorse che una goccia di sangue del condannato gli aveva macchiato le penne del petto. Si disse che sarebbe andato a lavarsi nel ruscello, ma prima doveva rassicurare la sua famiglia e dir loro che aveva fatto quello che aveva potuto. Ma quando raggiunse il nido si accorse che anche mamma pettirosso e tutti i suoi figlioletti avevano la stessa macchia rossa sul petto. Allora capì che quella macchia era indelebile e che avrebbe per sempre contraddistinto la sua razza, in ricordo di quel gesto di amore.

Da allora quegli uccellini si chiamano pettirossi e sono tutti grigi con il petto rosso. 

Tratto da:

http://www.raccontidellairone.net/main/it/node/60

 

 

La neve condivisa

C’era una volta un piccolo paesino di montagna, molto rinomato per la quantità di neve che ogni inverno cadeva imbiancando tutto il villaggio.

Era la gioia dei bimbi che vi abitavano, perché potevano giocare tutto il giorno: a lanciarsi palle di neve, gare sullo slittino, pattinaggio sul grande lago ghiacciato che si trovava ai margini del grande bosco.

Era un momento felice  per tutti il periodo invernale, anche per gli adulti che erano abituati a vedere questo spettacolo naturale, ma ogni anno era diverso dal precedente.

Al contrario, nel paese vicino, erano ormai molti anni che la neve non arrivava. L’aria era più mite e correnti diverse non agevolavano questo evento. I bimbi erano tristi e passavano le lunghe giornate invernali in casa, non trovando valide motivazioni per stare all’aperto.

Un giorno di Dicembre, un ragazzino di questo paese, si recò dal vecchio saggio che abitava in una piccola casetta nel bosco. Questi era solo, non aveva famiglia e passava tutte le giornate a leggere o ad aggiustare i vari giocattoli rotti che la gente gli portava per ripararli. Viveva di quello! Come ringraziamento del lavoro svolto aveva sempre da mangiare abbondantemente.

Il ragazzino gli trasmise il pensiero di tutti i bimbi del paese: almeno per un giorno avrebbero voluto giocare con la neve.

Egli non poteva esaudire questo desiderio questo desiderio ma avrebbe pensato a una soluzione.

Pensa e ripensa, gli venne un’idea brillante! Ne parlò con il suo più grande amico che viveva proprio nel paese vicino, quello dove nevicava sempre.

Un mattina il vecchio radunò tutti i bimbi chiedendo loro di seguirli. I bimbi acconsentirono. Tutti in marcia non conoscendo la meta.

Si trovarono così al confine con il paese vicino. Videro decine di bimbi, del paese innevato, con indosso e in mano guanti, anche per i loro nuovi amici. Erano stati accompagnati lì dai genitori e amici con la motoslitta.

Cominciò così una grande battaglia, la più esilarante, divertente e indimenticabile battaglia di palle di neve.

 

Curiosità:

Durante la Guerra di secessione americana, il 29 gennaio 1863 ebbe luogo la più grande battaglia di neve tra soldati, lungo il fiume Rappahannock, nel nord della Virginia. Quello che iniziò come un semplice gioco tra poche centinaia di uomini texani che buttavano palle di neve verso i loro compagni di campo dell’Arkansas si evolse presto in una rissa che coinvolse circa 9000 soldati dellarmata della Virginia.

Il 9 dicembre 2009, una folla stimata di circa 4000 studenti dell’Università del Wisconsin-Madison parteciparono ad una battaglia organizzata su Bascom Hill.

Il 22 gennaio 2010 a Taebaek, in Corea del sud, 5387 persone parteciparono a una battaglia.

 Il 6 febbraio 2010 circa 2000 persone si incontrarono a Washington per una battaglia organizzata tramite internet, dopo i circa 61 centimetri caduti tra il 5 e il 6 febbraio.

 L’8 febbraio 2013 quasi 2500 studenti dell’università di Boston, presero parte ad una battaglia sul lungomare di Boston, facilitati anche dalla storica tormenta di neve Nemo.

Il 12 gennaio 2013, a Seattle, durante il Seattle’s snow day, 5834 persone presero parte alla più grande battaglia di neve, entrando nel Guinness dei primati.

Secondo alcuni studi di alcuni studenti dell’università della Pennsylvania, la capitale mondiale delle battaglie con le palle di neve è Leuven, in Belgio.

Tratto da:

https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_palle_di_neve

 

 

Natale 2017. La festa dei bambini

Ci stiamo avvicinando al periodo che prediligo di più, quello natalizio. Non amo il freddo ma Natale senza neve che Natale è?  Gli ultimi anni questo elemento, nella regione in cui vivo, non è arrivato ma con la fantasia è nei miei pensieri, nei miei lavori o nelle favole.

I tempi sono cambiati e la neve che prima imbiancava tutto è un lontano ricordo. 

Quest’anno ho aderito a un’iniziativa, Girotondo di Natale, dove gli appassionati di questo evento posteranno argomenti, grafica, aneddoti, favole, ecc. sul Santo Natale.

Personalmente posterò i miei contenuti, man mano che li scriverò o li eseguirò, se si tratterà di grafica o disegni, sulla pagina del blog denominata Natale. 

I ricordi affiorano, alcuni belli, altri tristi. Quanti anni passati legati a questa festa cristiana.

Quando ero bambina non si usava spedire la letterina con la richiesta di regali, non sapevi che in un posto molto lontano esistesse addirittura un villaggio costruito proprio per la ricezione delle letterine dei bambini di tutto il mondo.

Infatti il Villaggio di Babbo Natale è nato nel 1950.  

La notte del 24 dicembre, l’attesa di un rumore di passi, di qualsiasi movimento strano e poi al mattino, sotto l’albero, la gioia del pacchetto colorato. Un regalo, qualcosa che avevi chiesto durante le tue preghiere serali, o qualcosa che avevi visto e desideravi. Era una gioia.

Non si chiedevano grandi cose, non si era abituati ad avere doni preziosi, ma, quando aprivi il pacchetto, l’adrenalina saliva. La carta con cui era avvolto il regalo veniva manipolata poco, usavi tutte le accortezze possibili perché non si sgualcisse in modo che potesse essere utilizzata per altre occasioni. E così anche per il nastro.

Molte volte il contenuto non corrispondeva a ciò che avevi chiesto, ma andava bene lo stesso.

Era Natale!

Auguri a tutti!