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Iniziativa filastrocche

Eccoci giunti alla premiazione della filastrocca di Marzo tramite la collaborazione del mio blog e il forum Graficamia.

Le vincitrici di questo mese sono AnnamariaLorette con il lavoro abbinato alla filastrocca:

Il bene di una nonna

Nonna mi vieni vicino
oggi ho male al pancino,
non so che cosa ho mangiato,
forse era avariato.

La nonna gli si siede vicino
e gli accarezza il pancino,
con questo tocco beato
il bimbo si è addormentato.

Lo osserva mentre riposa,
un sorriso sul volto si posa,
chissà se starà sognando
la mamma, il papà o cos’altro.

E pensa a quando era nato
e al mondo si è presentato,
due occhi blu come il mare,
ti ci potevi specchiare.

Si sveglia di soprassalto
e vede la nonna al suo fianco,
allora è tranquillo e sa
che lei sempre accanto sarà.

Le prende la mano rugosa,
è scarna e ha lo smalto rosa,
ella gli dà un bacino

e gli rivolta il cuscino.

Dormi caro tesoro,
perché non sei da solo,
mamma e papà son lontano
ma io ti tengo per mano.

Iniziativa filastrocche

Siamo giunti alla premiazione della filastrocca del mese di  Gennaio tramite la collaborazione tra il mio blog e il forum Graficamia.

La vincitrice di questo mese è Annamaria   con il lavoro abbinato alla filastrocca:

Gennaio

Sono Gennaio, non son tanto bello
e porto in testa un grande cappello,
a molti piaccio e son proprio buoni

invece molti mi voglion far fuori.

Sono un po’ strano, questo lo so,
porto la pioggia oppure no,
porto la neve che riscalda i cuori
ma solo ai bambini perché giocano fuori.

Molti vecchietti di me han paura,
io porto il freddo e non è cosa sicura,
ma che volete, non c’è nulla da fare,
io devo venire, non mi posso assentare.

Bella e l’alano George

Eccomi di nuovo a scrivere una storia vera di cui ho sentito parlare ultimamente. Questa volta i veri personaggi sono una bambina e un cane, precisamente un alano.

Questa bella bambina di Woburn (Massachusetts) Bella Burton, all’età di due anni ha iniziato ad avere problemi di crescita. Dopo varie visite effettuate da specialisti le è stata diagnosticata la “Sindrome di Morquio”. Questa le ha causato problemi cardiaci e paraplegia.

Ha subito 9 interventi ma non ha mai potuto abbandonare la sedia a rotelle e le stampelle.

Non riesco ad immaginare il dolore dei genitori, impossibilitati a fare qualsiasi cosa per il bene della bimba. Il fatto poi che Bella fosse consapevole di tutto accresce ancora di più il tormento.

Ma come tutte le favole a lieto fine ecco che arriva il nostro Principe azzurro a salvare la bambina.

Dopo la conoscenza, da parte dei genitori, di un progetto in cui alcuni cani  alani venivano addestrati per aiutare persone in difficoltà motoria, questi si sono recati con la bimba nel centro di addestramento  e qui Bella ha incontrato il suo amico più prezioso. Dicono che è stato amore a prima vista. George, il nome del cane, già da subito è stato ammaliato da questa bimba e non voleva allontanarsi da lei.

L’alano, addestrato dal Service Dog Project di Ipswich (Massachusetts), è entrato a far parte della vita di Bella e da allora l’accompagna ovunque lei vada: a scuola, in palestra, al centro commerciale e a fine giornata si addormenta accanto a lei.

La sua sedia a rotelle è stata parzialmente abbandonata e le stampelle sono state sostituite da George che funge da appoggio alla piccola.

George e Bella hanno un legame inscindibile e lui farebbe di tutto per lei. Sono inseparabili!

George l’ha aiutata a guadagnare autostima, indipendenza e felicità. Con questa motivazione la fondazione American Kennel Club ha incluso l’alano tra i vincitori del premio per l’eccellenza canina.

Ora Bella ha 11 anni e con George al suo fianco è una bambina felice.

(a cura di Marisa Labanca)

Film Wonder

Come ho scritto più volte i miei interessi verso il grande schermo e la lettura sono sempre stati orientati a casi di storie vere, soprattutto legate a bambini o a portatori di handicap. Mia figlia minore mi dice sempre che dovrei farmi valutare psicologicamente perché questo interesse ha sicuramente una sua motivazione, ma visto che lei è in questo ambito lavorativo non prendo assolutamente in considerazione il suo consiglio e vado avanti con i miei interessi.

Ritornando a noi, il mio ultimo film visto (anzi rivisto) è stato Wonder e avevo già scritto qualcosa su questo film che ripropongo perché lo avevo scritto molti mesi fa.  

Buona lettura

Quando mi hanno parlato che era uscito un film con Julia Roberts, che stimo tantissimo come attrice, ne sono andata alla ricerca e l’ho  visto. Inoltre con la visione del film avrei anche trovato stimoli per scrivere l’articolo per il mio blog, che da tempo avevo in serbo, in quanto questi affronta sia il tema del bullismo sia la diversità, due temi importanti attuali che volevo trattare.

Il libro è tratto da una vera esperienza della scrittrice statunitense, Raquel Jaramillo, nota con lo pseudonimo di R.J. Palacio. Un giorno, in gelateria, il figlio di tre anni scoppiò a piangere perché aveva visto una bambina affetta dalla disostosi mandibolo-facciale, la sindrome di Treacher Collins, una malattia rara congenita dello sviluppo craniofacciale, associata a diverse anomalie della testa e del collo che colpisce un neonato su 50mila.

Tornata a casa, R.J. Palacio provò molta vergogna e decise di raccontare la storia di quella bambina e di Auggie la notte subito dopo l’incontro in gelateria: “Ho iniziato a pensare a come deve essere vivere ogni giorno guardando in faccia un mondo che non sa come guardarti”.

Da questa esperienza nasce il libro Wonder che racconta la storia di uno sfortunato ragazzo affetto da questa malattia.

Ritornando al film, che si intitola ugualmente Wonder, che in italiano significa Meraviglia, con sincerità parla ai ragazzi e alle famiglie permettendo loro di affrontare temi importanti come la diversità, la malattia, le difficoltà quotidiane, il mondo della scuola e il bullismo con un sorriso bagnato di lacrime di commozione.

Nel film è drammatica la scena della sua nascita dove le infermiere lo nascondono alla vista della madre, subito dopo il parto, nello sguardo terrorizzato della donna che teme il peggio.

Dopo l’accettazione amorevole da parte dei genitori e della sorella, decidono di dedicargli tutto il maggior tempo possibile per evitargli ogni dolore.

Quindi la mamma funge da maestra insegnandogli tantissime cose e quando lui deve uscire lui indossa un casco da astronauta per evitare i commenti delle persone.

Quando Auggie cresce, dopo aver subito 27 interventi chirurgici correttivi, i genitori decidono di iscriverlo a una scuola media pubblica. Sanno che non possono proteggerlo dal mondo circostante per sempre con tutte le sue insidie. Entrambi vogliono che il bimbo si faccia delle amicizie ma già alla fine del giorno viene soprannominato “Barf Hideous” (che in italiano diventa Darth vomito).

Riuscirà a trovare un amico in Jack, un ragazzo dolce e sensibile che tuttavia esita ad avvicinarsi al nuovo ragazzo diverso per non uscire dal suo gruppo.

Nella scuola è vittima di bullismo, ma il protagonista di Wonder si piega, ma non si spezza. Agli insulti, alle angherie, Auggie risponde sempre con la gentilezza.

Con indicibile audacia Auggie mostra al mondo il suo vero viso, non quello segnato dalle cicatrici degli interventi chirurgici ma quello di un bambino intelligente e sensibile, capace di conquistare il cuore delle persone con gentilezza e umorismo.

Egli è un bambino forte, ma al contempo pieno di ansie e paure che si scopre artefice di un cambiamento positivo dei suoi coetanei nella classe.

Questo cambiamento è sottolineato dal preside della scuola nel suo encomio finale, dove cita alcuni passi di un autore, fondatore della scuola, che sottolineano come la forza di un cuore che trascina altri cuori è motivo di orgoglio e di importanza più di un’ opera di carità.

Il bimbo è pronto sempre a porgere l’altra guancia, e grazie al suo modo di essere conquisterà tutti e in poco tempo diventerà l’allievo più popolare della scuola media Beecher Prep.

Quando un amico gli chiede se ha mai pensato a un intervento chirurgico egli risponderà:”Questo è dopo la chirurgia plastica. Non è facile essere così belli”!

Ci sono almeno tre cose meravigliose in Wonder. Primo il fatto che dipinga i genitori del bambino come “porte”. La loro funzione principale all’interno della storia è infatti sia quella di proteggere il bambino e la sorella dalle brutture del mondo, sia quella di lasciarsi attraversare in modo che i figli vadano oltre, nel caos della vita. Poi che ribadisca come la scuola sia ancora il luogo più importante dell’educazione e della crescita personale, e che infine rivendichi una morale che non ci si stanca mai di sentire. L’ironia, l’intelligenza, l’amore, sono i mezzi con cui si reagisce alle durezze della vita, passando da una situazione di debolezza a una di forza.

Certo, questo è un film a lieto fine, se si può definire così. Il bimbo ha saputo reagire ma soprattutto ha saputo accettarsi con i suoi limiti e i suoi difetti. Ma purtroppo nella vita non sempre avviene così.

Il bullismo è una piaga sociale. Il diverso viene etichettato e preso di mira. La diversità, questa condizione universale che esce dai canoni e ti isola o addirittura ti annienta.  

Ma chi sono i diversi e perché non sono accettati? Eppure si dice che la diversità è una ricchezza. Ce lo insegna la natura. È attraverso la diversità che si arriva alla conoscenza. Ciascuno di noi contribuisce con la sua tessera al grande mosaico (in perenne estensione) del sapere umano.

Tu non sei come me, tu sei diverso,
ma non sentirti perso.
Anch’io sono diverso, siamo in due
se metto le mani con le tue.
Certe cose so fare io, e altre tu
e insieme sappiamo fare anche di più.
Tu non sei come me, son fortunato,
davvero ti son grato
perché non siamo uguali:
vuol dire che tutte e due siamo speciali.

(Bruno Tognolini)

Notizie tratte da Wikipedia 

Filastrocca: caro Babbo Natale

Toc toc. Posso entrare?
Però nessuno mi deve disturbare,
sono venuto a portare dei doni,
mi hanno detto che i bimbi son stati buoni.

Ecco in un angolo una letterina,
non c’è nessuno in casa stamattina.
Con questo freddo chissà dove sono andati,
c’è anche la neve, si saran bagnati!

Ora mi siedo in questa bella poltrona,
è di raso rosso e sono sveglio di buon’ora.
Sprofondo così nel morbido tessuto
mi sento proprio molto benvoluto.

Però purtroppo nel caldo tepore
mi addormento e passano le ore
e mi ricordo d’un tratto della letterina,
non l’ho ancora aperta, che figura barbina!

“Caro Babbo Natale, sono dovuta partire,
oggi la mamma deve partorire,
ti ho lasciato sul tavolo i biscottini,
un poco di latte e alcuni grissini.

Dona i miei regali a un altro bambino,
a me basta avere un fratellino,
non c’è al mondo cosa più bella,
sul mio albero di Natale aggiungo una stella!”

Iniziativa filastrocche

Siamo giunti alla premiazione della filastrocca del mese di Novembre tramite la collaborazione del mio blog con il forum Graficamia. 

La vincitrice è Lorette con il lavoro abbinato alla filastrocca:

Non sono un pesce

Mi sono tolta il pannolino
e mi sono infilata il costumino,
ora nel mare mi devo buttare
ma ho paura, non c’è niente da fare.

Il babbo mi guarda con un sorrisetto,
il baffo trema, mi dà uno sberleffo.
Questo mi fa ancora più arrabbiare
e non mi aiuta di certo ad entrare.

Passa davanti a me un pesciolino,
mi dà uno sguardo, è proprio carino.
Chissà chi gli ha insegnato a nuotare,
eh, la natura, quante cose sa fare.

E noi bambini invece perché,
dobbiamo nuotare, senso non c’è.
Già dobbiamo imparar a camminare,
e la pipì addosso non possiamo più fare.

Se sbagliamo in qualcosa ci sanno sgridare,
siamo piccini, dobbiamo imparare.
Il pesce nuota, la rana salta,
l’uccello vola, la biscia avanza.

Invece io devo imparare a nuotare,
non sono un pesce ma lo devo fare.
Guardo la mamma e poi il papà,
mi butto nel mare, che contenti li fa!

Frida Kahlo: l’artista

Frida Kahlo nasce nel 1907 a Coyoacán (Città del Messico) da Carl Wilhelm Kahlo, fotografo tedesco e da Matilde Calderon y Gonzales, sposata in seconde nozze nel 1898.

Frida è la più vivace e ribelle di quattro fratelli. È indipendente e passionale, intollerante di ogni regola e convenzione; è anche la più cagionevole di salute perché affetta da spina bifida, cioè una malformazione del midollo spinale.

Con il padre ebbe un buonissimo rapporto che ringrazierà con queste parole:” Grazie a mio padre ebbi una infanzia meravigliosa, infatti, pur essendo molto malato fu per me modello di tenerezza, bravura e soprattutto di comprensione per tutti i miei problemi”. Non facile invece il rapporto con la madre per la freddezza pragmatica e il fanatismo religioso.

 

Non si fece però sopraffare dalla malattia e intraprese gli studi con l’obiettivo finale di diventare medico. Studiò inizialmente al Colegio Aleman, una scuola tedesca, e nel 1922 s’iscrisse alla Escuela Nacional preparatoria. Qui si innamorò di uno studente, Alejandro Gómez Arias.

In questo lasso di tempo cominciò a dipingere per divertimento i ritratti dei suoi compagni.

Ma nel 1925 un evento terribile cambiò drasticamente la sua vita. In seguito a un incidente, tra l’autobus su cui viaggiava e un tram. La colonna vertebrale le si spezzò in tre punti. Si fratturò anche il femore, costole, gamba sinistra e l’osso pelvico.

Subì 32 operazioni chirurgiche. Dimessa dall’ospedale, fu costretta ad anni di riposo nel letto di casa, col busto ingessato.

Tutto questo le provocò una profonda solitudine e ebbe solo l’arte come unica finestra sul mondo.

Nella situazione in cui era costretta iniziò a leggere testi sul movimento comunista e fece il suo primo lavoro, un autoritratto che donò ad Alejandro.

In seguito a questa predisposizione naturale i genitori predisposero un letto a baldacchino con uno specchio sul soffitto, in modo che potesse vedersi, e dei colori. Incominciò così la serie di autoritratti. “Dipingo me stessa perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio” affermò.

Dopo che le fu rimosso il gesso riuscì a camminare, con dolori che sopportò per tutta la vita.

A 21 anni, in seguito ad approvazione del suo talento e per poter contribuire finanziariamente al ménage familiare, sottopose i suoi quadri al famoso pittore del Messico, Diego Rivera. Questi rimase assai colpito dallo stile moderno di Frida, tanto che la prese sotto la propria ala e la inserì nella scena politica e culturale messicana.

Si sposano l’anno successivo, Diego ha 21 anni più di lei ed è al terzo matrimonio. Ma con lui la vita non è stata facile in seguito alla sua continua infedeltà. Di riflesso anche lei ebbe numerosi rapporti extraconiugali.  

In seguito molti altri eventi lasciarono Frida sempre più triste: un aborto spontaneo, il tradimento di Rivera con la sorella Cristina. In seguito a questo divorziarono ma si risposarono nel 1940.

Frida stessa dirà: «Ho subito due gravi incidenti nella mia vita: il primo è stato quando un tram mi ha travolto e il secondo è stato Diego Rivera».

Lo stile di questa grande artista è ricco di suggestioni surrealiste ed espressioniste a cui aggiunge un tocco naïf che rende le sue opere difficilmente assimilabili ad una qualsivoglia corrente pittorica.

All’inizio i suoi dipinti furono realistici, ritratti della sua famiglia e di amici. Con il passare degli anni i suoi tormenti fisici e psichici tramutarono il suo stile.

Nella sua prima mostra un critico messicano ha commentato:”È impossibile la vita di questa persona straordinaria. I suoi quadri sono la sua biografia”.

Il suo ultimo dipinto “Viva la vida”, eseguito 8 giorni prima di morire, è veramente un ultimo omaggio alla vita. Ritrae dei cocomeri dalla polpa succosa che spiccano, verdi e rossi, su un cielo azzurro.

Frida amava la natura e gli animali. Il meraviglioso patrimonio naturalistico messicano è spesso presente nelle sue opere. I suoi stessi giardini ispiravano i suoi quadri e la consolavano nella sua vita turbolenta.

Ad agosto 1953, per un’infezione con conseguente gangrena, le fu amputata la gamba destra. Morì di embolia polmonare a 47 anni nel 1954. Fu cremata e le sue ceneri sono conservate nella sua Casa Azul, oggi sede del Museo Frida Kahlo.

Le ultime parole che scrisse nel diario furono: “Spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più.”

Tratto da:
https://www.festivalculturatecnica.it/chi-e-davvero-frida-kahlo-5-curiosita-su-di-lei/

https://it.wikipedia.org/wiki/Frida_Kahlo

Iniziativa filastrocche

Dopo una breve pausa legata al periodo estivo nel mese di Settembre ho ripreso la collaborazione tra il mio blog e il forum Graficamia riguardo le filastrocche.

La vincitrice del mese di Settembre è Emanuela con il lavoro abbinato alla filastrocca:

La montagna dei bambini

La montagna è da adorare
ci son pochi che lo posson fare,
ai bambini può piacere
solo quel che si può vedere.

Puoi incontrare uno stambecco,
l’ermellino o il gipeto,
uno scoiattolo nel bosco
o un picchio su un ramo morto.

Passa un merlo con un verme in bocca,
cerca il nido e il suo cuore scoppia,
il movimento lo ha disorientato
e il suo piccolo è ancora affamato.

Queste cose piacciono a un bambino,
ma per questo deve fare un cammino,
sarà lungo o sarà breve
chissà quel che dalla strada riceve.

Ma tutto questo ti arricchisce
e la visione non svanisce,
quando a casa tornerai
dentro il tuo cuore troverai.

La pediofobia

Sembra quasi impossibile che oggi, dove si vedono solo scene di violenza, dove anche molti cartoni animati includono identiche scene, si parli di questa fobia.

Si tratta della pediofobia, cioè la paura incontrollata verso le bambole.

L’ho vissuta in prima persona in quanto mia figlia minore, da piccola, aveva paura delle bambole che parlavano o camminavano.

Ho scritto in questo blog alcuni articoli sulle bambole, per cui mi sembra appropriato citare questa patologia.  

Vi sono molte teorie che psicologi e pedagogisti hanno elaborato in merito. Questa patologia può essere vissuta fino all’età adulta. Pur capendo che è infondata nel tempo chi ne soffre non riesce a superarla e, come per quasi tutte le fobie, se si vuole liberarsene bisogna trattarla con mezzi di esposizione graduale, usando una serie di bambole fino ad arrivare a quelle che impauriscono maggiormente il paziente.

Coloro che soffrono di pediofobia, i pediofobici, hanno delle reazioni alla vista delle bambole, che possono comprendere:

– battito accelerato;

– respirazione accelerata;

– secchezza delle fauci;

– tremori e brividi;

– rimanere paralizzati dallo spavento;

– urla e pianti;

– cercare di fuggire.

Un addetto del Pollock’s Toy Museum di Londra, un piccolo museo che espone giocattoli d’epoca, ha confessato che alcuni visitatori preferiscono fare a ritroso tutto il percorso di visita e uscire dall’ingresso piuttosto che affrontare la sala in prossimità dell’uscita, quella che espone decine di bambole, da rarità con i volti di cera a dame di porcellana in abiti vittoriani.
Tratto da:

https://www.focus.it/comportamento/psicologia/perche-le-bambole-possono-fare-paura

Racconti di un apprendista sciamano

Alcuni anni fa ho letto con molto interesse questo libro dal titolo “Racconti di un apprendista sciamano” di Mark Plotkin.

In quel periodo ero la titolare di un Vivaio di piante tropicali ed ero alla continua ricerca di notizie che potessero ampliare le mie conoscenze verso questo mondo meraviglioso.

L’autore del libro,  scritto come un diario giornaliero, ha percorso decine di chilometri con gli Sciamani Yanomano, essendo un appassionato della foresta amazzonica. Si è interessato sia alle piante che agli animali che vi vivevano, ma il suo studio-ricerca era soprattutto rivolto verso la conoscenze, con conseguente approfondimento, dei poteri delle sostanze prodotte da alcune piante.  

Egli scrive: “Avevo seguito il vecchio sciamano per tre giorni nella giungla e nel corso della nostra lunga camminata s’era sviluppato fra noi un rapporto enigmatico. L’uomo medicina era ovviamente offeso del mio desiderio d’imparare i segreti delle piante della foresta che lui conosceva e usava per curare. Tuttavia pareva contento che io fossi venuto da una terra così lontana, mi chiamava l’alieno, per apprendere gli insegnamenti botanici che i giovani della sua tribù non erano più interessati ad imparare”.

Tra lui e il vecchio sciamano con il tempo si è poi instaurato un rapporto di amicizia.

Da questo libro ho imparato nomi nuovi, ho seguito passo per passo, con la fantasia, il percorso fatto da questa persona eccezionale, ho imparato che quello che il mondo moderno sa non è nulla in confronto a quello che viene custodito da questi popoli che dedicano la loro esistenza esclusivamente alla sopravvivenza in una terra piena di insidie ma ricca di elementi naturali e solo la loro grande capacità di saperli utilizzare li porta ad essere Medici, Botanici, Chimici, esclusivamente per il loro popolo.

“Quando un occidentale guarda la giungla, vede il verde: erbe, liane, cespugli, alberi. Quando un indio guarda la giungla, vede le cose fondamentali per l’esistenza: cibo, medicamenti e materie prime per costruire un riparo, intrecciare amache e intagliare archi da caccia”.

La storia dell’orsetto Teddy

Sono mesi che avrei voluto scrivere un articolo sull’orsetto di peluche maggiormente conosciuto e ho sempre rimandato ma, secondo me, adesso è il momento giusto. Vi chiederete il perché?

In questo periodo credo che i Teddy di tutto il mondo abbiano passato molto più tempo in braccio ai loro amati “amici”.

Non c’è stata solo più la compagnia notturna ma in più occasioni hanno avuto il contatto fisico anche durante queste giornate solitarie. Sono stati non solo i loro compagni di giochi, di tranquillità, di amicizia, ma gli unici amici che potevano incontrare e stringere in un caloroso abbraccio. 

Inoltre l’identica necessità, legata all’orsetto Teddy, è già accaduta durante il periodo della seconda guerra mondiale. 

Molti bambini soffrirono il trauma della evacuazione dalle loro case e furono confortati solo dalla compagnia dei loro orsacchiotti.

E quindi racconto la vera storia di Teddy Bear.

Il nome Teddy Bear deriva da un episodio accaduto al Presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt, soprannominato “Teddy”, che come passatempo andava a caccia grossa.

Nel 1902, durante una battuta di caccia all’orso lungo il fiume Mississippi. A un certo punto i suoi assistenti catturarono un cucciolo di orso bruno, lo legarono a un albero ed esortarono il Presidente a sparargli per poi portare a casa il suo trofeo.

Alla vista dell’animale ferito e immobilizzato, però, Roosvelt si indignò, dicendo che sparare a un orso in quelle condizioni non sarebbe stato sportivo e si rifiutò di ucciderlo.

La scelta di Roosevelt fu particolarmente apprezzata perché in quella battuta di caccia (come pare accadesse spesso al presidente) lui non riuscì poi ad abbattere nessun orso, tornandosene a casa senza alcun trofeo.

La notizia fece impazzire la stampa, che la diffuse ribattezzando l’orso Teddy Bear.

Il giorno successivo il disegnatore satirico Clifford K. Berryman pubblicò sulla prima pagina del Washington Post una vignetta che mostrava Roosevelt nell’atto di volgere le spalle all’orsetto legato con un gesto di rifiuto.

I lettori si innamorarono dell’orsetto della vignetta, e in seguito Berryman inserì immagini di orsetti in molti dei suoi disegni. Gradualmente, gli orsetti di Berryman divennero sempre più “piccoli, rotondi e carini”, contribuendo a creare lo stereotipo dell’orsacchiotto. Il record di vendite spronò i coniugi a fondare la società Ideal Novelty and Toy Company, un vero e proprio regno degli orsacchiotti.

Roosevelt scrisse a Berryman dicendo “abbiamo trovato tutti molto gradevoli i suoi disegni di orsetti”.

Sull’onda della popolarità di “Teddy Bear” e degli orsetti di Berryman, il 15 febbraio del 1903 Moris Michtom e sua moglie Rose misero in vetrina due orsetti di pezza nel loro negozio di Brooklyn, con il cartello “Teddy’s bears”, previo permesso scritto del presidente di usare quel nome. Il successo fu tale che in seguito i coniugi fondarono una società specializzata nella produzione di orsacchiotti, la Ideal Toy Company.

Nello stesso periodo, Margaret Steiff, proprietaria di una fabbrica di giocattoli in Germania iniziò a commercializzare orsacchiotti. Alla Fiera del Giocattolo di Lipsia, la Steiff vendette 3000 esemplari a un importatore americano. Ancora oggi, la Steiff produce “Teddy Bear” per l’esportazione in tutto il mondo.

Nel mondo dei giocattoli, nessun animale si è mai guadagnato una posizione così in vista come l’orsacchiotto.

E’ lui il pupazzo del cuore, quello che non si butta mai.

Ci sono persone che conservano il loro orso per tutta la vita. Il giocattolo diventa parte integrante della famiglia, fa la stessa vita del proprietario: mangia, dorme e va in vacanza con lui.

All’orsetto sono state dedicate favole in cui è rappresentato come simbolo di virtù.

Dal celeberrimo Winnie-the-Pooh a Paddington e l’orsetto è sempre il più onesto, coraggioso, leale e gentile.

Nel periodo della seconda guerra mondiale la costruzione di giocattoli fu razionata perchè i materiali con cui i teddy venivano costruiti servivano a scopi bellici.

Al giorno d’oggi orsacchiotti storici, vecchi di parecchi anni, sono venduti alle più importanti aste internazionali, da Christie’s a Sotheby’s, a prezzi esorbitanti, come se fossero quadri di importanti pittori.

La prima vignetta di Clifford K. Berryman

Tratto da:
https://www.hobbydonna.it/hobby/53-teddy-bear/536-la-storia-dei-teddy-bears

https://www.luukmagazine.com/teddy-bear-storia-dell-orsacchiotto-piu-famoso-del-mondo/

https://it.wikipedia.org/wiki/Orsacchiotto

Poesia per le donne: Sei bella

Vorrei  citare oggi, in occasione della Giornata sulla violenza delle donne, questa poesia così conosciuta ma erroneamente attribuita a Alda Merini.

Il suo autore è Angelo de Pascalis, poeta e scrittore salentino. 

Sei bella

Sei bella.

E non per quel filo di trucco.

Sei bella per quanta vita ti è passata addosso,

per i sogni che hai dentro

e che non conosco.

Bella per tutte le volte che toccava a te,

ma avanti il prossimo.

Per le parole spese invano

e per quelle cercate lontano.

Per ogni lacrima scesa

e per quelle nascoste di notte

al chiaro di luna complice.

Per il sorriso che provi,

le attenzioni che non trovi,

per le emozioni che senti

e la speranza che inventi.

Sei bella semplicemente,

come un fiore raccolto in fretta,

come un dono inaspettato,

come uno sguardo rubato

o un abbraccio sentito.

Sei bella

e non importa che il mondo sappia,

sei bella davvero,

ma solo per chi ti sa guardare.

Nuova iniziativa sulle filastrocche

Anche questo mese il Forum Graficamia si è messo a disposizione per inserire il contest Le Filastrocche di Lucia. 

Nel ringraziare per questa opportunità annuncio che ha vinto, per il mese di Ottobre,  il lavoro di  Paola abbinato alla filastrocca:

              Mi è caduto un dentino

Oggi mi è caduto un dentino
e l’ho trovato nel mio lettino,
mi sono addormentata con lui vicino
ma me lo ha rubato un topolino.

Alcuni dicono che è una fatina
che ruba i denti per la Regina,
ma invece per me è stato un topino,
ho visto la cacca sul comodino.

E al mattino ho trovato un soldino,
è stato tirchio, era bellino,
sì, piccolino ma era carino

ed era bianco, pulito a puntino.

La filastrocca è quasi finita,
non fatemi ridere, lo faccio a fatica,
adesso in bocca ho un buchetto,
non riesco nemmeno a dare un bacetto.

Metto il guadagno nel salvadanaio,
forse da grande farò il gelataio
e porterò gelati ai bambini,
che senza un dente sono sempre carini.

Nuove collaborazioni

Stavo leggendo alcuni commenti nel blog di una amica e mi ha colpito l’articolo che aveva inserito riguardo un giovane scrittore, Marco Conti.

Ho così navigato nel fantastico sito di Marco che vedete QUI e mi sono persa nelle sue parole, nel suo modo di esprimersi attraverso le sue pagine, dal suo modo semplice di scrivere, dalla voglia instancabile di fare, di trovare ogni occasione per dare sfogo a questa necessità.

Solo chi è scrittore può capire il bisogno impellente che si ha di farlo, non importa dove o come, non importa cosa si scrive o cosa ma lo si fa. Ogni giorno, ogni attimo, ogni qualvolta che nasce un’idea o un verso.

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Il suo nuovo progetto è quello di dare spazio alla fantasia dei bambini che hanno desiderio di scrivere una poesia o una storia. A rompere il ghiaccio ma soprattutto ad ideare questa iniziativa è stato suo figlio Luca che frequenta la scuola elementare.

Conoscete il detto”Tale padre tale figlio”, in questo caso è successo proprio così, il ragazzo ha sentito la necessità di voler mettere su carta delle sensazioni fornitegli dalla natura, con i suoi suoni e suoi colori. E a quale miglior maestro poteva chiedere consiglio se non al padre? Come si può non sentirsi coinvolti nelle richieste dei figli? 

È quindi nata così la poesia La primavera che potete seguire QUI vista dagli occhi di un bambino. Ne è seguito un video con sottofondo musicale, di Beppe Bornaghi, che ti apre il cuore: solo semplicità scaturisce da queste parole, quella che solo nel cuore di un bambino puoi ancora riscoprire.

Da questa semplice e simpatica idea è nato quindi il progetto, il BabyBooksTuBe. L’obiettivo è quello di dar voce ai bambini che amano scrivere, che siano poesie, favole o racconti. Quante cose potrebbero insegnarci, potremmo così riuscire a vedere il mondo attraverso il loro pensiero e il loro sguardo.

Complimentandomi con Marco ma soprattutto con Luca, io che scrivo esclusivamente per i bambini, non potevo non cogliere questa occasione, cioè quella di collaborare con loro.

Ho tanto da imparare da questa esperienza e mi auguro che il connubio porti a far emergere tanti nuovi piccoli “artisti”.

luca

 

Serve solo un foglio di carta, una penna e la fantasia che ogni bambino ha dentro di sé per farci sognare.

 

Anche il blog marcoscrive ha parlato di questa nuova collaborazione. LEGGI QUI 

Suor Giuseppina Demuro

Suor Giuseppina Demuro nasce a Lanusei, in provincia di Nuoro il 2 Novembre 1902. È la secondogenita di nove figli.

Dopo esser emigrati a Cagliari, Giuseppina si avvicina la mondo delle Suore Vincenziane ed entra nella congregazione delle Figlie della Carità.

Nel 1923 arriva a Torino dove prende l’abito religioso.

Nel 1926 fa parte del gruppo chiamate a seguire le detenute del carcere giudiziario “Le Nuove”, di Torino. Si ingegna per trovare modi e metodi per relazionare con le detenute . Impara a suonare l’harmonium, a fare della musica uno strumento di gioia, di liberazione dal male e di crescita interiore per le sue carcerate. si istruisce maggiormente, cerca di ridurre le sofferenze dei detenuti.

Nel 1942 viene nominata  Superiora e comandante delle sezione femminile, dietro suggerimento del Direttore del carcere, dottor Marino Tamburrini.

Delle molteplici gesti edificanti di Suor Giuseppina ricordiamo:

  1. la revoca dell’esecuzione capitale di un padre di famiglia condannato a morte per ragioni politiche;
  2. la salvezza di una giovane ebrea trattenuta presso il carcere Le Nuove, anziché essere deportata in un lager tedesco, perché venne applicato alla lettera il Regolamento penitenziario del 1931 che prescriveva il trasferimento di un detenuto se si conosceva prima e con esattezza il luogo di destinazione;
  3. il ricovero infondato di due coniugi ebrei che si salvarono fuggendo dall’ospedale in cui si trovavano; tale gesto è ricordato ancora oggi dai loro due figli con immensa gratitudine;
  4. la sottrazione alle SS di un bambino di appena nove mesi che veniva nascosto in un fagotto di lenzuola sporche e portato via dal carcere;
  5. altri gesti di carità venivano compiuti da questa superiora: · le uova sode sbriciolate venivano messe nelle scatole di medicinali per portarle ai detenuti politici del 1. Braccio tedesco; · varie notizie familiari venivano trasmesse di nascosto ai prigionieri; · le madri venivano consolate allorquando, arrivate al carcere per effettuare colloquio, erano messe a conoscenza della tragica fine che era toccata ai loro figli fucilati al Martinetto; · il consigliare vari prigionieri sull’adattamento alla vita penitenziaria e al regime intramurario imposto dalle SS, il saper chiedere al maresciallo Siegl, comandante dei reclusi sotto le SS, di far celebrare la Messa del Natale 1944 a Ruggero, cappellano del carcere cui era negato l’accesso al 1. Braccio; · il saper ricorrere a sotterfugi come lo scambio di lastre e di altri esiti medici, grazie alla complicità del dottore in carica, per trasferire in infermeria detenuti politici al fine di offrire loro un trattamento meno disumano.
  6. la nascita dell’Asilo Nido per i bambini da 0 a 3 anni, allevati con le loro madri che espiavano una pena; · l’apertura della “Casa del Cuore” destinate alle detenute senza dimora, con difficoltà economiche, con figli minorenni; · i pranzi offerti alle detenute in occasione del Suo onomastico; la scuola per imparare a leggere, scrivere e fare i conti, i corsi di rattoppo, di stireria, di maglieria, il conforto di madre buona a chi non aveva mai avuto genitori oppure li aveva uccisi di persona per motivi aberranti ed inauditi. 
  7. Diventa fondatrice della Casa del cuore, aperta nel Maggio del 1949. Le liberate dalle varie carceri italiane che non hanno famiglia o rifiutate dalla stessa troveranno qui una accoglienza familiare. Sono incluse anche le recluse dei Manicomi giudiziari o delle Case di Pena.

    La Casa del Cuore aveva 12 posti letto.

    Suor Giuseppina Demuro muore tra le sue amate detenute il 18 Ottobre 1965, amata e venerata da tutti!

    Tratto da:

    http://www.museolenuove.it/index.php/news/item/21-suor-giuseppina-una-donna-attenta-ai-bisogni-degli-altri

John Sloane: illustratore

Oggi vorrei scrivere qualcosa su questo particolare illustratore americano, cresciuto a Chicago intorno agli anni 50-60.

John Sloane volle essere un artista dal momento in cui seppe tenere in mano una matita. All’età di quattro anni, iniziò a riempire ogni scarto disponibile di carta con disegni. Come iniziò la scuola, gli insegnanti riconobbero subito l’abilità del ragazzo ed lo incoraggiarono a sviluppare i suoi talenti. Mentre era ancora un adolescente, puntò sulla carriera di illustratore. 

Invece di intraprendere un addestramento formale, John entrò all’università per intraprendere un percorso di lettere. Studiò i lavori di grandi artisti americani ed illustratori, mentre sviluppava le sue abilità nel dipingere e nella composizione. Immediatamente dopo la sua laurea, cominciò ad ottenere commissioni indipendenti e creò da allora una clientela fedele di editori e raccoglitori.

Si sposò con Mary Anne e insieme acquistarono una vecchia casa colonica che chiamarono Hearts Haven.

I suoi spunti per il disegno, così come per altri artisti che ho menzionato nel mio blog, vennero cercati e trovati nella campagna circostante. Ogni stagione la natura ci viene incontro, soddisfa ogni nostra esigenza ed è da stimolo per mettere su carta ciò che osserviamo. Le ispirazioni ci sono ovunque.

L’ambiente è un’inspirazione meravigliosa al mio lavoro. Io sono stato affascinato dalla bellezza della campagna e dal cambiamento che fornisce, e la terra mi offre una fonte inesauribile di soggetti. Quando io dipingo un prato o una strada di paese, io sento come se fossi io nel dipinto. Io voglio ritrarre la gioia che sento per la campagna americana. Non c’è niente di più bello del colore di un granaio rosso nella luce del sole contro un cielo blu riempito con nubi bianche. Per me, l’immagine è puramente americana.”

Il suo stile è realistico-naif: spettacolari disegni rurali, natalizi, la natura in tutte le sue stagioni, scene di allegri bimbi e famiglie al completo.

Quello che mi ha colpito ed ho trovato molto particolare sono i disegni da colorare da scaricare online. Non è da tutti realizzare un disegno e sapere che poi verrà rifinito  in maniera non conforme al nostro gusto o alla realtà.

Questo fa di lui un artista particolare.

 

  

 

 
                        Hearts Haven

 
               John Sloane

                  

Andrè the Giant: il gigante buono

Andrè Roussimoff nasce a Grenoble il 19 Maggio del 1946. I genitori, Boris e la moglie Mariann  erano due contadini. Boris proveniva dalla Bulgaria e sua moglie Mariann dalla Polonia.

La loro vita scorreva placida seguendo il ritmo del lavoro nei campi, finché divenne chiaro che il loro figlio, Andrè,  aveva un problema: la sua crescita era abnorme ed evidentemente patologica, tanto che a 12 anni pesava 110 kg, ed era alto 190,5 cm. La sua stazza era dovuta a una secrezione eccessiva di ormone della crescita, che causa il gigantismo nei bambini e l’acromegalia negli adulti.

Ben presto per il ragazzo divenne impossibile salire sul piccolo autobus che faceva il giro delle fattorie, raccogliendo gli alunni e portandoli fino a scuola. L’unico modo per garantire che loro figlio ricevesse un’istruzione sarebbe stato acquistare un’automobile capace di reggere il suo peso per accompagnarlo alle lezioni; sfortunatamente i Roussimoff non avevano i soldi necessari.

Cinque anni prima, però, un irlandese aveva acquistato un terreno vicino alla loro fattoria. Boris Roussimoff gli aveva dato una mano nella costruzione del cottage e da allora erano rimasti in buoni rapporti. Venuto a sapere dei problemi del ragazzo ad arrivare a scuola, l’irlandese si offrì di accompagnarlo con il suo pickup. Così, ogni mattina il gigantesco ragazzo e il vicino di casa percorrevano assieme il tragitto verso l’edificio scolastico.

Questa potrebbe non sembrare una storia tanto straordinaria, se non fosse per l’identità dei due protagonisti. L’irlandese alla guida del furgoncino non era altri che Samuel Beckett. Questi all’epoca aveva già scritto Aspettando Godot, Finale di partita e L’ultimo nastro di Krapp e dieci anni dopo sarebbe stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura.

Aveva deciso di ritirarsi in questa ridente e tranquilla cittadina per scrivere i suoi capolavori: una piccola casa spoglia, circondata da un prato di erba finissima, lontana dalle distrazioni della quotidianità con un telefono destinato solo a chiamare, senza possibilità di ricezione.

Il ragazzo dodicenne che viaggiava con lui, invece, avrebbe raggiunto una fama di tutt’altro tenore, diventando un idolo per milioni di bambini con il nome di scena di André The Giant.

Icona del wrestling dagli anni ’70 fino alla sua scomparsa nel 1993, André The Giant resta tuttora uno dei lottatori più riconoscibili e amati. Oltre al wrestling, ha partecipato ad alcuni film e la sua apparizione più famosa è quella nel ruolo di Fezzik, il gigante del film La storia fantastica.

Gigante gentile e di buon cuore con i bambini, ma terribile avversario sul ring, è ricordato da tutti i colleghi con affetto e simpatia.

Nella  vita di André niente era comodo o scontato; non c’erano forchette o coltelli della sua misura, e i viaggi in aereo erano un incubo di ore e ore: durante il volo, il gigante doveva rimanere con la testa piegata per non toccare il soffitto, e il bagno era per lui inaccessibile a causa della sua stazza. Nonostante i problemi che l’acromegalia comportava, André era famoso per la sua generosità e la conviviale allegria. Poteva mangiare 12 bistecche e 15 aragoste, bevendo fino a 150 birre in una sola sera, soltanto per divertire i suoi ospiti.

Il 27 di Gennaio del 1993 André si trovava in Francia, rientrato per assistere ai funerali del padre, quando venne colto nel sonno da un infarto fulminate, per il quale il suo cuore malmesso non riprese a battere.

Fu così che uscì di scena un ragazzone generoso destinato ad esser imprigionato nella parte di un mostruoso gigante, seppur di fama planetaria.

Tratto da:

http://bizzarrobazar.com/tag/andre-the-giant/

Filastrocca: scende la neve

Scende la neve
soffice e bianca
ed ogni cosa
al suolo s’imbianca.
Dalla finestra,
chiusa a metà,
un fanciullino
trepida già.

Vuole toccare
la coltre bianca
ma la sua mano
è scarna e già stanca.
Vuole giocare
e fare un pupazzo,
ma i suoi piedi 
non muovono un passo.

Corre la mamma
allora la mamma
e gli disegna 
un uomo paffuto.
Un uomo grande
e lunga ha la barba.
Sembra cotone
e il bimbo lo guarda.

Egli è l’inverno
e porta quaggiù
amore e pace
anche se tu, 
piccolo bimbo
non puoi giocare,
hai la tua mamma,
non lo scordare.

Il piccolo bimbo
guarda la neve,
poi guarda il vecchio
e il suo cuore freme.
Guarda la mamma
e non può mai scordare
che è il dono più bello.
E ritorna a sognare.

 

Filastrocche perché…

A differenza della mia nipotina più grande, la piccola Greta non ama le favole. Anche cercare di leggerle dei libri figurati è un problema, dopo pochi minuti si alza e se ne va. 

Allora ho iniziato a raccontarle delle filastrocche in base a quello che stiamo facendo o vedendo. 

Se le lavo i piedini ecco la filastrocca delle dita, se vediamo dalla finestra un uccellino ecco quella del cagnolino, se scende la neve un’altra. Così riesco ad attirare un pochino la sua attenzione. Cose brevi e ritmate.

E quindi ho aggiunto questa pagina: FILASTROCCHE

Premetto che non amo particolarmente le filastrocche ma sono quelle che le ho raccontato e quindi ho iniziato a trascriverle. 

 

 

 

Ninna nanna: per non dimenticare

Oggi, 27 Gennaio, la Repubblica italiana riconosce il giorno della memoria, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz,

In questo periodo vengono proposti moltissimi film, documentari, dibattiti sullo shoah.

Personalmente ho visto molti film e letto molti libri su questo tragico argomento e ogni volta mi si stringe il cuore pensando a tutti quei bambini, vittime innocenti, che non hanno avuto la possibilità di diventare donne o uomini, mamme o papà. 

Ho sentito in Tv una ninna nanna, Luli. Luli La, scritta da una deportata,  cantata da un soprano e ho voluto documentarmi su questi canti.

Ho ascoltato tante canzoni in lingua Yiddish, ma pur non comprendendo le parole la commozione era tanta.   

La più nota tra le autrici di queste canzoni è Ilse Weber, ceca, morta a 41 anni ad Auschwitz dopo aver passato quasi due anni a Theresienstadt, la fortezza vicino Praga trasformata dai nazisti in qualcosa a metà fra un ghetto e un campo di transito, in cui furono lasciati sopravvivere per un po’ perfino i bambini e dove furono concentrati i musicisti ebrei dell’Europa centro-orientale, che vi composero e allestirono opere importanti.

Quasi tutti quelli che passarono per Theresienstadt continuarono il viaggio verso il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.

Ilse Weber era scrittrice di racconti per bambini, poetessa e musicista. Quando il marito fu selezionato per Auschwitz, decise volontariamente di seguirlo, con il suo bimbo. Lei e il piccolo furono subito gassati, mentre il marito sopravvisse.

A Theresienstadt, Ilse compose una sessantina di poemi, musicandone alcuni. Fra quelli scelti per il concerto, quasi tutti in tedesco (Rita Baldoni sta curando una traduzione italiana), c’era una tenera ninna nanna in cui si immaginava vagare per Theresienstadt desiderando invano la casa e la libertà.

Di lei, che era già una scrittrice nota, sono rimaste molte immagini, tra cui una bellissima mentre suona un mandolino.

E poi Erika Taube, che nel 1942 a Theresienstadt compose un solo canto, Sei un bimbo come tanti altri , musicato dal marito Carlo. Era dedicato al loro bimbo, con loro a Theresienstadt e che con loro morì ad Auschwitz. E ancora, due canti in ceco di Ludmilla Peskarova, deportata a Ravensbruck e sopravvissuta.

Lulinka (“Ninna-nanna”) fu scritta nel ghetto di Łódź poco dopo la morte del piccolo figlio del poeta, Chava. Fu eseguita per prima dalla cantante Ella Diamant all’apertura del centro culturale del Ghetto, e cantata dagli Ebrei di Łódź, sebbene proibita dallo “Judenrat” (il “Consiglio Ebraico” di osservanza tedesca).

Versione italiana letterale (dall’inglese) di Riccardo Venturi

NON PIU’ UVETTA, NON PIU’ MANDORLE (LULINKA)

Non più uvetta, non più mandorle,

tuo padre non è andato via per lavoro

ninna nanna, figlio mio.

E’ andato via e ci ha lasciati qui,

è andato ai confini del mondo,

ninna nanna, figlio mio.

I gufi gracchiano, i lupi ululano,

Dio, abbi pietà e ascolta le nostre preghiere

ninna nanna, figlio mio.

È da qualche parte a vegliar su di noi

uvetta, mandorle, ne ha così tante,

ninna nanna, figlio mio.

Non più uvetta, non più mandorle,

tuo padre non è andato via per lavoro,

ninna nanna, figlio mio.

Sicuramente tornerà presto

da te, figlio mio, mio gioiello, mia corona,

ninna nanna, figlio mio.

 

Il tamburino Johnny Clem

Molti ricorderanno la storia del Tamburino sardo inserita nel libro Cuore di Edmondo De Amicis (1846-1908), pubblicato nel 1886.

Mi sono chiesta chi fosse stato il primo tamburino ed è emerso il nome di Johnny Clem (Newark, 13 agosto 1851 – San Antonio, 13 maggio 1937)

Egli nacque a Newark nell’Ohio(U.S.A). A soli 9 anni scappò di casa per arruolarsi nell’esercito ma venne rifiutato per la sua giovane età. Pienamente convinto della sua scelta inoltrò la domanda come ragazzo tamburino e così poté entrare a far parte del 22 Reggimento del Michigan.

Anche se non ufficialmente arruolato ricevette ugualmente una paga da soldato di 13 dollari al mese, svolgendo alcuni compiti all’interno del campo.

Nell’Aprile seguente a Shiloh, il tamburo di Clem venne fracassato da una scheggia di artiglieria. Questa notizia di secondo ordine fu ricordata con il titolo di “Johnny Shiloh il ragazzo tamburino”.

Più di un anno dopo, durante la battaglia di Chickamauga, egli portò un cassone di munizioni di artiglieria al fronte impugnando un moschetto con la canna segata per meglio adattarlo alle sue dimensioni.

Durante la ritirata dell’Unione, un ufficiale Confederato inseguì il cannone al cui traino stava seduto Clem, gridando “Arrenditi piccolo dannato Yankee!” ma il ragazzino, anziché ubbidire, lo colpì uccidendolo.

Il fegato dimostrato da Johnny in quell’occasione gli regalò la fama nazionale ed il soprannome di “Ragazzo tamburino di Chickamauga”.

Clem rimase nell’esercito, in servizio come corriere, per tutta la durata della guerra. Venne ferito due volte. A cavallo tra la battaglia di Shiloh e Chickamauga egli venne regolarmente arruolato, ricevendo finalmente la sua retribuzione personale direttamente dai ruoli paga dell’esercito.

Terminata la Guerra Civile Clem presentò la richiesta di poter accedere all’Accademia di West Point, ma la domanda venne respinta a causa della sua scarna istruzione.

Grazie ad un appello fatto direttamente al presidente degli Stati Uniti, Ulysses Grant suo generale durante la battaglia di Shiloh, il 18 Dicembre del 1871 si guadagnò un posto come sottotenente nell’esercito regolare.

Nel 1903 divenne colonnello e assistente generale del Commissariato di guerra.

Si guadagnò una notevole fama per il suo coraggio dimostrato sui campi di battaglia, diventando il più giovane sottufficiale dell’United States Army dell’intera storia militare degli Stati Uniti d’America.

Si ritirò dalle forze armate nel 1915, dopo aver raggiunto il grado di Brigadier generale nel Corpo dei Quartiermastri generali; era allora l’ultimo veterano della Guerra civile ancora in servizio nelle United States Armed Forces. Con un atto speciale del Congresso datato 29 agosto del 1916, venne promosso al grado militare di maggior generale un anno dopo il suo definitivo ritiro.

Morì a San Antonio, Texas, il 13 maggio 1937 e riposa al cimitero nazionale di Arlington.

 

 

La storia di fiocco di neve

Questa che leggerete non è una favola di Natale ma una storia vera con un titolo che fa predire una lettura rilassante e fiabesca. Ma non è così.

Questa è la vera storia di Wang Manfu, denominato appunto “fiocco di neve”.

Manfu, in cinese significa pieno di felicità.

È una storia recentissima, di questi giorni, sicuramente la avrete ascoltata ma la vorrei riproporre su carta.

Per non dimenticare!

Una mattina fa più freddo del solito, il termometro segna meno nove gradi, e Wang si presenta in classe semi assiderato. Wang ama la scuola perché, dice, “possiamo avere pane con il latte a pranzo e si imparano un sacco di cose belle”. Era l’8 gennaio. La sua professoressa lo ha immortalato con una foto, quella foto è diventata virale. È diventata un simbolo, il simbolo di una generazione, quella dei “liushou”, “bambini lasciati indietro”.

Egli ha camminato per 4 km per arrivare a scuola. 

Alla maestra ha raccontato di essersi dimenticato i guanti e il cappello a casa. Ma le sue mani e le sue guance segnate dal gelo raccontano la vita di tutti i giorni, insieme ad altri 60 milioni di bambini che in Cina rimangono a vivere con i nonni in ambienti rurali molto degradanti in quanto i genitori si trasferiscono in grandi città in cerca di lavoro.

Manfu vive, assieme alla nonna e alla sua sorellina, in una capanna di fango. Non vede suo padre da mesi.

Sono circa 300 milioni i genitori che si sono trasferiti.

In regioni come Anhui, Henan e Sichuan, il 44 per cento dei bambini vive senza la madre o il padre.

Tra questi genitori c’è anche il papa di Manfu.

Il bimbo ha un sogno: quello di diventare un poliziotto e per poter fare questo deve studiare molto.

La Fondazione per lo sviluppo dei giovani nello Yunnan ha così raccolto 2,159,100.58 yen (poco più di 254 mila dollari), abbastanza per provvedere a riscaldare l’edificio scolastico. Quello che rimane verrà distribuito tra gli alunni, ad ognuno di loro spetteranno circa 77 dollari da spendere per guanti, cappotti e cappellini per proteggersi dal freddo. E non solo. Il papà di Wang Fuman torna a casa, una ditta della zona gli ha offerto un posto di lavoro.

Una storia a lieto fine, per il piccolo “fiocco di neve”.

Restano ancora milioni di bambini come lui, che non vedremo mai in foto.
http://www.lonesto.it/?p=46017

 

 

La “vera” storia della Befana

In un villaggio, non molto distante da Betlemme, viveva una giovane donna che si chiamava Befana. Non era brutta, anzi, era molto bella e aveva parecchi pretendenti, però aveva un pessimo caratteraccio. Era sempre pronta a criticare e a parlare male del prossimo. Cosicché non si era mai sposata, o perché non le andava bene l’uomo che di volta in volta le chiedeva di diventare sua moglie, o perché l’innamorato – dopo averla conosciuta meglio – si ritirava immediatamente.

Era, infatti, molto egoista e fin da piccola non aveva mai aiutato nessuno. Era, inoltre, come ossessionata dalla pulizia. Aveva sempre in mano la scopa, e la usava così rapidamente che sembrava ci volasse sopra. La sua solitudine, man mano che passavano gli anni, la rendeva sempre più acida e cattiva, tanto che in paese avevano cominciato a soprannominarla “la strega”.

Lei si arrabbiava moltissimo e diceva un sacco di parolacce. Nessuno in paese ricordava di averla mai vista sorridere. Quando non puliva la casa con la sua scopa di paglia, si sedeva e faceva la calza. Ne faceva a centinaia. Non per qualcuno, naturalmente! Le faceva per se stessa, per calmare i nervi e passare un po’ di tempo visto che nessuno del villaggio veniva mai a trovarla, né lei sarebbe mai andata a trovare nessuno.

Era troppo orgogliosa per ammettere di avere bisogno di un po’ di amore ed era troppo egoista per donare un po’ del suo amore a qualcuno. E poi non si fidava di nessuno. Così passarono gli anni e la nostra Befana, a forza di essere cattiva, divenne anche brutta e sempre più odiata da tutti. Più lei si sentiva odiata da tutti, più diventava cattiva e brutta.

Aveva da poco compiuto settant’anni, quando una carovana giunse nel paese dove abitava. C’erano tanti cammelli e tante persone, più persone di quante ce ne fossero nell’intero villaggio. Curiosa com’era vide subito che c’erano tre uomini vestiti sontuosamente e, origliando, seppe che erano dei re. Re Magi, li chiamavano.

Venivano dal lontano oriente, e si erano accampati nel villaggio per far riposare i cammelli e passare la notte prima di riprendere il viaggio verso Betlemme. Era la sera prima del 6 gennaio.

Borbottando e brontolando come al solito sulla stupidità della gente che viaggia in mezzo al deserto e disturba invece di starsene a casa sua, si era messa a fare la calza quando sentì bussare alla porta. Lo stomaco si strinse e un brivido le corse lungo la schiena.

Chi poteva essere? Nessuno aveva mai bussato alla sua porta. Più per curiosità che per altro andò ad aprire. Si trovò davanti uno di quei re. Era molto bello e le fece un gran sorriso, mentre diceva: “Buonasera signora, posso entrare?”. Befana rimase come paralizzata, sorpresa da questa imprevedibile situazione e, non sapendo cosa fare, le scapparono alcune parole dalla bocca prima ancora che potesse ragionare: “Prego, si accomodi”. Il re le chiese gentilmente di poter dormire in casa sua per quella notte e Befana non ebbe né la forza né il coraggio di dirgli di no.

Quell’uomo era così educato e gentile con lei che si dimenticò per un attimo del suo caratteraccio, e perfino si offrì di fargli qualcosa da mangiare. Il re le parlò del motivo per cui si erano messi in viaggio. Andavano a trovare il bambino che avrebbe salvato il mondo dall’egoismo e dalla morte. Gli portavano in dono oro, incenso e mirra. “Vuol venire anche lei con noi?”. “Io?!” rispose Befana.. “No, no, non posso”. In realtà poteva ma non voleva. Non si era mai allontanata da casa.


Tuttavia era contenta che il re glielo avesse chiesto. “Vuole che portiamo al Salvatore un dono anche da parte sua?”. Questa poi… Lei regalare qualcosa a qualcuno, per di più sconosciuto. Però le sembrò di fare troppo brutta figura a dire ancora di no. E durante la notte mise una delle sue calze, una sola, dove dormiva il re magio, con un biglietto: “per Gesù”. La mattina, all’alba, finse di essere ancora addormentata e aspettò che il re magio uscisse per riprendere il suo viaggio.

Era già troppo in imbarazzo per sostenere un’altra, seppur breve, conversazione.


Passarono trent’anni. Befana ne aveva appena compiuti cento. Era sempre sola, ma non più cattiva. Quella visita inaspettata, la sera prima del sei gennaio, l’aveva profondamente cambiata. Anche la gente del villaggio nel frattempo aveva cominciato a bussare alla sua porta. Dapprima per sapere cosa le avesse detto il re, poi pian piano per aiutarla a fare da mangiare e a pulire casa, visto che lei aveva un tale mal di schiena che quasi non si muoveva più. E a ciascuno che veniva, Befana cominciò a regalare una calza.

Erano belle le sue calze, erano fatte bene, erano calde. Befana aveva cominciato anche a sorridere quando ne regalava una, e perciò non era più così brutta, era diventata perfino simpatica.

Nel frattempo dalla Galilea giungevano notizie di un certo Gesù di Nazareth, nato a Betlemme trent’anni prima, che compiva ogni genere di miracoli. Dicevano che era lui il Messia, il Salvatore. Befana capì che si trattava di quel bambino che lei non ebbe il coraggio di andare a trovare.

Ogni notte, al ricordo di quella notte, il suo cuore piangeva di vergogna per il misero dono che aveva fatto portare a Gesù dal re magio: una calza vuota… una calza sola, neanche un paio! Piangeva di rimorso e di pentimento, ma questo pianto la rendeva sempre più amabile e buona.

Poi giunse la notizia che Gesù era stato ucciso e che era risorto dopo tre giorni. Befana aveva allora 103 anni. Pregava e piangeva tutte le notti, chiedendo perdono a Gesù. Desiderava più di ogni altra cosa rimediare in qualche modo al suo egoismo e alla sua cattiveria di un tempo. Desiderava tanto un’altra possibilità ma si rendeva conto che ormai era troppo tardi.

Una notte Gesù risorto le apparve in sogno e le disse: “Coraggio Befana! Io ti perdono. Ti darò vita e salute ancora per molti anni. Il regalo che tu non sei venuta a portarmi quando ero bambino ora lo porterai a tutti i bambini da parte mia. Volerai da ogni capo all’altro della terra sulla tua scopa di paglia e porterai una calza piena di caramelle e di regali ad ogni bambino che a Natale avrà fatto il presepio e che, il sei gennaio, avrà messo i re magi nel presepio. Ma mi raccomando! Che il bambino sia stato anche buono, non egoista… altrimenti gli metterai del carbone dentro la calza sperando che l’anno dopo si comporti da bambino generoso”.

E la Befana fece così e così ancora sta facendo per obbedire a Gesù.

Durante tutto l’anno, piena di indicibile gioia, fa le calze per i bambini… ed il sei gennaio gliele porta piene di caramelle e di doni.


È talmente felice che, anche il carbone, quando lo mette, è diventato dolce e buono da mangiare.

Una fiaba di Don Giacomo Perugini, della Parrocchia di Santa Gemma Galgani

Jaule Dorje: il nuovo Dalai Lama

Mi ha molto colpita la storia di un bambino, narrata in televisione da Morgan Freeman, il famoso attore statunitense. Non un bambino con un futuro normale ma di un prescelto.

Nonostante le diverse figure e le diverse pratiche, l’essere umano è da sempre abituato all’idea che in qualche modo ci siano degli eletti che guidano la nostra fede. 

Ma gli eletti sono sempre consapevoli di esserlo? O hanno un destino preconfigurato dal quale non possono sottrarsi?

Jalue Dorje è un ragazzino di 9 anni che a prima vista può sembrare un tipico bambino americano, nativo dei sobborghi del Minnesota. Ama, come molti suoi coetanei, il calcio il nuoto e i Pokemon. Tuttavia il suo destino è particolare e molto diverso dagli altri, egli ha un destino pianificato: è considerato la reincarnazione di un lama buddista.

La reincarnazione è una credenza centrale della religione buddista. Quando i leader spirituali noti come Lamas muoiono, c’è un processo elaborato per identificare il bambino che rappresenta il nuovo eletto.

Ma andiamo a ripercorrere la sua incredibile storia.

I genitori di Jalue sono una coppia tibetana trasferitasi in America nel 1999.

Essi, tramite sogni e aneddoti particolari,  avevano notato fin da subito che il loro bambino era speciale. 

L’intrigo sulla vera identità di Jalue si approfondì quando un Lama venerato visitò la comunità e i suoi genitori ebbero l’opportunità di condividere i loro sogni e sospetti con il leader spirituale.

Nella tradizione tibetana il processo di riconoscimento di una reincarnazione varia a seconda delle circostanze. Maestri spirituali attingono da una varietà di segnali.

Nel caso di Jalue Dorjee, era il sogno di un anziano monaco che aveva visitato la sua casa nel Minnesota.

Usando frecce e preghiera , il Lama è stato in grado di dedurre che Jalue era una reincarnazione di un leader spirituale buddista. Tuttavia, non poteva specificamente indicare quale Leader fosse. Quella conferma avrebbe dovuto pervenire dallo stesso Dalai Lama.

La conferma arrivò nel gennaio 2009, quando il Dalai Lama inviò alla famiglia una lettera che riconosceva formalmente Jalue come la reincarnazione di Taksham Karma Yongdu Choekyi Nima, un eminente lama anziano, morto 9 anni prima.

La vita di Jalue Dorjee avrebbe dovuto subire numerosi cambiamenti per conformarsi alla situazione e all’ufficio che il Dalai Lama gli aveva accordato. Per esempio, i suoi capelli non dovrebbero essere più lunghi più di due pollici, secondo le abitudini dei monaci buddisti.

Da quel momento, la sua vita è radicalmente cambiata. Non ha avuto un attimo di esitazione nel ritenersi pronto a affrontare il suo nuovo cammino, a diventare quello che non avrebbe mai pensato di essere.

“Sono un monaco ma anche un bambino.” dice Jalue a proposito del suo destino. “Imparo come aiutare, come funziona il mio corpo, imparo ad essere gentile, ad avere pace”.

Dopo aver completato gli studi negli Stati Uniti, Jalue vivrà in India per 10 anni. Tornerà quindi in Minnesota dove parteciperà alle cerimonie religiose.

In passato, la tradizione voleva che gli altri Lamas si trasferissero in un monastero in Tibet o, più recentemente, in India, dove il Dalai Lama e migliaia di seguaci hanno vissuto in esilio dal 1959. Tuttavia, in questo caso il Dalai Lama ha suggerito che l’educazione monastica di Jalue fosse rimandata di qualche altro anno, in modo tale da mantenere un buon equilibrio tra il tradizionale sistema di credenze buddiste e quello del mondo moderno.Tratto da:

www.worldreligionnews.com/religion-news/a-minnesota-fourth-grader-is-recognized-as-reincarnated-buddhist-lama

 

Libro e film de Il Grinch

Il Grinch è nato dalla fantasia di Theodore S. Geisel, scrittore americano di molti libri per bambini, conosciuto come Dr. Seuss, con illustrazioni dell’autore, pubblicato nel 1957.

Il libro critica la commercializzazione del Natale e in seguito la National Education Association nominò il libro come uno dei suoi “Teachers’ Top 100 Books for Children.

Il libricino scorre velocissimo, non soltanto perché la storia è molto breve, ma anche perché ci sono tantissime illustrazioni ad accompagnare le vicende del paese di Chi-non-so. 

Il Grinch, mostriciattolo perfido che vive nella città di Chi-non-so, abita sulla cima di una montagna, che si trova nel Paese di Santa Claus, ossia Babbo Natale. Odia Santa Claus ma, soprattutto, detesta lo spirito del Natale e non sopporta l’atmosfera di gioia che si crea in questo periodo dell’anno.

Decide così di sabotare la festa, rubando regali e decorazioni, facendo dispetti e seminando zizzania.  Ma ecco che succede qualcosa che non aveva previsto: lo spirito del Natale non si perde, al contrario regna sovrano nel paese e gli abitanti del villaggio da lui saccheggiato gli dimostrano che il Natale è una festa che non è legata solo ai regali e alle cose materiali.

Il Grinch impara così la lezione e restituisce i regali agli abitanti del villaggio, che lo invitano a condividere con loro la gioia del Natale.

Il libro è stato adattato nel 1966 nel film d’animazione televisivo Il Grinch e la favola di Natale!,

Negli USA questi è popolarissimo, non solo come personaggio letterario, ma anche come protagonista di film, spettacoli teatrali, giocattoli, albi da colorare e giocare. Nel corso del tempo si è conquistato la simpatia di generazioni di bambini, quasi al pari del suo antagonista, Santa Claus.

In Italia, al contrario, è poco conosciuto, e ciò non stupisce se si pensa che la prima edizione italiana del libro è giunta a noi solo nel novembre del 2000 con Mondadori.

La storia inizia quando all’interno di un fiocco di neve viene scoperto fra alcune montagne chiamati Picchi di Punta Boh il paese di Chinonsò, che è abitato da esseri di differente altezza, sesso ed età, i Nonsochì.

Nel film Il Grinch, che è un folletto dispettoso,  vive in una grotta in cima ed è un personaggio burbero con un cuore “di due taglie più piccolo”, che ha particolarmente odiato il Natale per 53 anni. Alla vigilia di Natale si stufa infine di vedere le decorazioni e sentire tutta la musica e i canti nel villaggio, e desidera di poter impedire al giorno di Natale di arrivare a Chistaqua.

Quando vede il suo cane, Max, con la neve su tutto il muso a forma di una barba, decide di travestirsi da Babbo Natale e rubare il Natale.

Il Grinch si fa un cappotto e un cappello da Babbo Natale e traveste l’innocente Max da renna. Caricatisi dei sacchi vuoti su una slitta, viaggia verso Chistaqua con qualche difficoltà. Nella prima casa viene quasi scoperto da Cindy Chi Lou, una piccola e dolce Chi che si sveglia e lo vede rubare l’albero di Natale. Ma  Fingendo di essere Babbo Natale, il Grinch dice a Cindy Lou che sta solo portando l’albero nella sua officina per ripararlo, quindi le dà da bere e la rimanda a letto.

Procede poi a svuotare tutte le case di cibo, regali, alberi, vischio e calze sul camino, portando via anche le decorazioni del villaggio.

Portandosi dietro la refurtiva, il Grinch e Max tornano sul monte Crumpit. Prima di far cadere la slitta carica dalla montagna, il Grinch aspetta di sentire un triste grido dai Chi.

Tuttavia, nel villaggio, i Chi cominciano gioiosamente a cantare canzoni di Natale, a dimostrazione che lo spirito del Natale non dipende da cose materiali. Il Grinch comincia a capire il vero significato del Natale, anche se lo fa appena in tempo per impedire alla refurtiva di finire oltre il dirupo, e mentre cerca di impedire alla slitta di cadere il suo cuore si ingrandisce a dismisura concedendogli la forza necessaria per sollevare la slitta.

Così riporta tutto ai Chi e partecipa alla festa, avendo l’onore di affettare l’arrosto, mentre Max ottiene la prima fetta per tutti i suoi problemi.

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I miei non Natale

Altre volte ho scritto qualche cosa sul Natale nella mia infanzia. Anche questa volta ne vorrei ricordare uno.

Ero molto giovane, quindi tanti anni fa ed ero entrata da pochi mesi nello scautismo. Avevo 15 anni. Avevo dovuto licenziarmi dal mio lavoro di maglierista perché i miei fratelli avevano preso un bar in gestione e quindi il mio aiuto era necessario. Ero arrabbiata e delusa, amavo il mio lavoro e mi trovavo molto bene ma, vivendo in famiglia non potevo ribellarmi a questa decisione.

Mancavano pochi giorni a Natale, il giorno dopo avrei dovuto partire con le “Scolte” le ragazze nello scoutismo, quando era ancora diviso, per una uscita di 4 giorni.  

Avevo fatto più turni nel bar proprio per potermi “permettere” questa gita ed ero fuori di me dalla gioia.

Non avevo mai fatto questa esperienza con altre coetanee e la divisa era pronta, così come lo zaino in cui avevo riposto l’essenziale.

Ma mio fratello maggiore aveva deciso di “punirmi” così, per niente, negandomi il permesso di parteciparvi. Eppure non avevo fatto niente, avevo svolto il mio lavoro e le mie ore, mi ero guadagnata quella uscita. Non era possibile! Mi chiedevo perché tanta cattiveria nei miei confronti.

Volevo parteciparvi e quindi mi ribellai a quella decisione immotivata. Non sto a inoltrarmi nei particolari successi dopo, perché ancora adesso mi fanno star male, ma a niente sono serviti i miei pianti, il dialogo con la Capo Scout che è venuta nel bar a portare avanti la mia causa.

Aveva deciso così e così doveva essere fatto!

E il Natale di quell’anno è ancora dentro il mio cuore come uno dei peggiori.

 

Raymond James Stuart: illustratore

Questo illustratore statunitense, di cui si sa poco, è nato intorno al 1982, non si trovano indicazioni precise di questa data.

Mi hanno colpito i suoi innumerevoli lavori, soprattutto di bambini, la maggior parte paffutelli e solari.

Ha illustrato decine di calendari dell’epoca.

Le ambientazioni sono all’aria aperta, in giardini, rive di fiumi e molto spesso aggiunge animali domestici accanto ai bimbi.

Non avendo trovato molti dati su di lui aggiungo alcuni suoi lavori che lasciano intravedere la sua bravura.

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L’albero brontolone

Aveva un tronco rugoso, dei rami un po’ rachitici che producevano delle meline aspre che nessuno voleva. Ma la cosa peggiore era il carattere. Albero non faceva che lamentarsi: il campo si sarebbe riempito di fango, le mucche e i conigli gli avrebbero rovinato la corteccia, l’erba alta gli avrebbe fatto il solletico e così via…

Siepe, che era cresciuta proprio accanto ad Albero, decise perciò di fare qualcosa per impedire il continuo “mugugno” di quel brontolone d’Albero.

Spiegò il problema al vecchio Corvo che disse:”Albero, non ha una vera ragione di vita, ecco perché si lamenta sempre. “Ma dove si trova questa ragione?.” Di solito proprio sotto il naso. In estate, Siepe si riempì di verde e, come sempre, Caprifoglio le si attorcigliò alle foglie, adornandola con i suoi fiori profumati. “Albero”, chiese Siepe un bel giorno, “Qual è la cosa più brutta della tua vita?”. Albero ci pensò un po’ e poi sussurrò con voce triste:”La cosa peggiore è che non piaccio a nessuno.

La mia fioritura dura solo pochi giorni, le mie foglie non sono belle e le mie mele selvatiche hanno un sapore orribile”.” Ma a questo si può rimediare facilmente!”, esclamo Siepe. “Potrei chiedere a Caprifoglio di crescere lungo il tuo tronco e sui tuoi rami, e così saresti ricoperto di fiori profumati e di foglie verdi per la maggior parte dell’anno. L’unica difficoltà è che…Caprifoglio non vuole, dice che ti lamenti troppo”.

Albero rimase in silenzio. Poi disse:”Se io prometto di lamentarmi di meno, potresti convincerlo a crescere sopra di me?”. ”Certo”, rispose Siepe.

Così, per un anno intero, Albero non si lamentò neppure una volta. E un bel giorno della primavera seguente, Caprifoglio mise fuori un timido germoglio. Si attorcigliò al tronco di Albero e si intrecciò ai suoi rami, dischiuse i suoi fiori profumati, gialli e rosa, e Albero divenne il più bello tra tutti gli alberi del campo.

Da quel giorno non si lamentò più. Nemmeno una volta. Mai più!

Un pomeriggio d’inverno, Corvo andò da Siepe. “Non ho più sentito Albero lamentarsi. Deve aver trovato una ragione di vita. Qual è?”.

“Chiedilo a lui”, rispose Siepe. Corvo volò da Albero e gli chiese che ragione di vita avesse trovato. “Non posso parlare ora, Corvo, devo proteggere Caprifoglio dal vento”. “Ma è tutto marrone e avvizzito, ora che è inverno”. “Ora è così”, rispose Albero. “Ma si appoggia a me perché io lo protegga fino a primavera. E allora sboccerà di nuovo più folto e più bello dell’anno passato”.

Il vecchio Corvo e Siepe furono molto contenti nel sentirlo parlare così.

Albero aveva trovato la sua ragione di vita e non si sarebbe lamentato mai più.

                                                                             (Don Bruno Ferrero)

Vado a scuola: film-documentario

Con molta curiosità ho visto questo film-documentario e mi ha colpito molto, sia per le vicissitudine dei personaggi sia per le scelte finali.

Narra la storia di 4 bambini, provenienti da varie parti, uniti però dalla stessa sete di conoscenza.

Dalle savane sterminate del Kenya, ai sentieri tortuosi delle montagne dell’Atlante in Marocco, dal caldo soffocante del sud dell’India, ai vertiginosi altopiani della Patagonia, i quattro protagonisti, Jackson, Zahira, Samuel e Carlito sanno che la loro sopravvivenza, dipenderà dalla conoscenza e dall’istruzione scolastica.

Per soddisfare questo desiderio (e come milioni di loro coetanei nel mondo) affrontano, nella maggioranza dei casi quotidianamente, percorsi lunghissimi e spesso pericolosi. Ognuno di loro ha un sogno di emancipazione che nessun ostacolo può frenare

Pascal Plisson, documentarista francese con il rispetto, l’immediatezza e il meravigliato stupore di chi filma gli animali della savana, ha osservato e narrato il lungo e pericoloso cammino verso l’istruzione di questi  quattro bambini.I piccoli protagonisti di questo fantastico documentario sono:

Laikipia – Kenya

Jackson 10 anni, che percorre, mattina e sera con la sorellina, Laila. due chilometri in mezzo alla savana e agli animali selvaggi.

Come un suo insegnante ci racconta, egli è uno studente che ama le sfide, straordinariamente intelligente, capo della sua classe e capitano della squadra di football.

La sua ambizione è vincere una borsa di studio, così che un giorno potrà andare al college.

Jackson sogna di essere così istruito da poter ottenere un buon lavoro e riscattare la sua famiglia dalla povertà. Nel suo sguardo possiamo vedere quello stesso barlume che notiamo negli occhi degli altri bambini che provengono dagli angoli più remoti del mondo, pronti a scavalcare le montagne pur di assicurarsi una istruzione.

Jackson Saikong grazie a una borsa di studio, alloggia un in collegio e non deve più temere gli elefanti E un giorno forse potrà volare in aereo su tutta l’Africa, come sogna da sempre.

Il suo sogno è di diventare un pilota.

Patagonia – Argentina

Carlito, 11 anni, attraversa le pianure della Patagonia su un cavallo, portando con se la sua sorellina.

Carlito non è come gli altri studenti. Ogni mattina l’undicenne si alza all’alba e cavalca, per più di venticinque chilometri, sulle montagne e per i vasti ripiani della Patagonia. Non ha scelta, la sua scuola è in una altra valle, dall’altra parte della montagna. Suo padre Gilberto gli ha comprato un mulo quando lui aveva 6 anni, ed è con questo mulo che il giovane Carlito faceva il suo lungo viaggio quotidiano verso la scuola. 

Poi, quando Carlito ha compiuto 10 anni, Gilberto gli ha regalato un cavallo, Chiverito, uno straordinario compagno di viaggio. Quest’anno, Carlito ha un altro compagno di viaggio, la sorellina Micaela. Avendo solo 6 anni, Micaela è troppo giovane per andare a scuola da sola, ma il prossimo anno, Carlito non frequenterà più la scuola di Chaos Mala e Micaela dovrà fare il suo percorso a cavallo da sola.

Il suo sogno è imparare una professione e riuscire a praticarla a casa sua, nella sua terra. Egli vuole rimanere a vivere e lavorare con la sua famiglia. Egli ama sentirsi al sicuro, ma anche imparare cose nuove e aiutare a migliorare la qualità di vita dei pastori…

Carlito Janez vorrebbe diventare un veterinario, ma non vorrebbe lasciare la sua casa per nessuna ragione al mondo.

Bay of Bengal – India

Samuel, 11 anni, ogni giorno viaggia in India per otto chilometri, anche se non ha l’uso delle gambe, spinto nella sua carrozzina dai due fratelli minori, Emmanuel e Gabriel.

Dopo aver contratto la poliomelite, il dodicenne Samuel non è più riuscito a camminare, ma la sua sete di sapere è così forte, che niente può impedirgli di andare a scuola. Proveniente da una famiglia poverissima di pescatori, lui e suoi due fratelli posseggono uno straordinario coraggio.

Prima di partire, per arrivare puliti e ordinati, i tre ragazzi mettono le loro uniformi in un sacco di plastica, la scuola fornisce una uniforme per studente ogni anno, e prima di arrivare, di nascosto, si cambiano e si accertano che i loro capelli siano a posto.

I due fratelli minori sono stati i primi ad andare a scuola. Ma il desiderio di Samuel di imparare era così grande, che suo padre ha costruito per lui rudimentale sedia a rotelle, così che anche lui possa andare con loro.

La sua sete di sapere era così forte, che niente poteva impedirgli di andare a scuola.

Samuel J. Esther continua il suo percorso scolastico.

Egli vuole diventare un dottore e aiutare gli altri bambini che hanno sofferto per la poliomielite come lui.

Hight Atlas – Marocco

Zahira 11 anni, ogni lunedì con due amiche si fa 4 ore a piedi, lungo sentieri impervi, per arrivare nella città dove c’è il collegio che le ospita fino al venerdì.

Tra i suoi due fratelli e le sue quattro sorelle Zahira spicca, è l’orgoglio e la gioia della sua famiglia.

Dietro a questo si denota una povertà che potremmo definire anche con il termine di miseria, nella quale però non intendono restare passivamente a pietire. Gli spazi che debbono attraversare possono anche apparire affascinanti a chi vive comodamente e trova che dover andare a scuola senza un mezzo motorizzato sia una inutile fatica.

Attraverso l’istruzione, vuole cambiare il suo destino. Aiutare soprattutto le persone bisognose e diseredate- Ella sa esattamente cosa vuole, ed è determinata ad ottenerlo. La scuola è la sola strada per raggiungere i suoi obiettivi.

Zahira Badi è piena di speranze e si entusiasma all’idea di raggiungere il suo sogno di diventare dottore.

Personalmente mi ha commosso notevolmente la lotta del piccolo Samuel che riusciva a frequentare la scuola, dopo ore di cammino, solo perché i fratelli  lo spingevano su una carrozzina sgangherata. Sicuramente avrà sofferto molto durante il cammino ma la voglia di imparare, di conoscere, di affrontare era superiore a tutto! Non voglio nemmeno scordare i due piccoli fratellini minori, che, uniti da un bene indissolubile, hanno aiutato il fratello maggiore in questo desiderio.

E mi ha toccato il cuore la maturità sia di Jakson che di Carlito che si sono addossati responsabilità della sorellina che avevano appresso, sfidando vari ostacoli, con un maturità ineccepibile.

Zahira invece, spinta da una voglia inarrestabile di conoscenza per divulgarla poi ai più bisognosi si è prodigata .

Ha conseguito uno dei suoi primi obiettivi, quello di andare di paese in paese per promulgare la cultura tra i poverissimi villaggi.

Questi 4 bambini sono veri e propri eroi, impavidi condottieri che perseguono la conoscenza animati dalla consapevolezza che l’unico modo per migliorarsi e sopravvivere alla povertà è saper leggere e scrivere.

Ma forse è giusto lasciare che i sogni prendano voce, così come è importante sottolineare che esistono posti in cui le vecchie generazioni si privano di affetti e forza lavoro spingendo le nuove ad andare lontano per investire su un futuro più dignitoso.

La determinazione, la maturità e la solidità di questi bambini sono già tutte presenti.

Sono sorridenti e fiduciosi perché pensano, e a ragione, di avere in mano le redini del proprio futuro.

Tratto da:

https://agiscuola.it/schede-film/item/350-vado-a-scuola.html

http://blog.iodonna.it/scuola/2013/09/23/vado-a-scuola-un-film-da-vedere-soprattutto-per-le-scuole/

 

 

 

Marjolein Bastin: illustratrice e scrittrice

Marjolein Bastin è una nota artista naturalista olandese, scrittrice e illustratrice di libri per bambini. Nasce nel 1943 da John Henri uit den Bogaard, insegnante e fotografo e Pia uit den Bogaard. La madre sapeva che quando sollevò la piccola Marjolein dalla sua carrozzina e la mise nelle mani della natura, stava mettendo la natura nelle mani di Marjolein.

Amante della natura sotto tutti gli aspetti, sin da piccola amava sdraiarsi nell’erba e osservare il la natura. Il panorama, gli odori e i suoni del mondo che la circondava.

Da bambina il suo gioco preferito era raccogliere oggetti semplici della natura: pigne, semi e fiori.

Non appena fu in grado di usare pennello e matita iniziò a immortalare la bellezza della natura con schizzi e dipinti, trovando ispirazione nell’illuminazione di un uccello su un ramo o di una foglia che si asciuga nel sole autunnale.

Frequentò l’Accademia delle Belle Arti di Arnhem, in Olanda.

Marjolein è anche molto legata alla sua famiglia. Risiede con suo marito Gaston e trascorrono le loro vite insieme tra case di campagna in Olanda, in Svizzera e nel Missouri, vicino al quartier generale di Hallmark. Ha anche un ritiro tropicale nelle Isole Cayman che è stata l’ispirazione per il suo lavoro “Caribbean Blue”.

Ogni luogo in cui soggiorna o visita fornisce ispirazione per le opere d’arte che condivide con il mondo.

Marjolein fa passeggiate quotidiane per trarre ulteriormente ispirazione. Continua persino a collezionare oggetti lungo il percorso, spesso riportandoli alla sua scrivania, dove lavora ogni giorno dalle prime ore del mattino a sera disegnando e dipingendo a memoria, con una fotografia o le sue collezioni sulla sua scrivania. Le sue opere sono molto dettagliate e spesso includono i suoi pensieri ispiratori intrecciati attraverso l’arte.

  

I suoi più grandi lavori includono suo figlio e figlia Mischa e Sanna, che le hanno regalato due splendidi nipoti.

Sebbene i suoi genitori siano passati, rimangono un’altra parte cruciale della sua ispirazione. Può sentirli vicino negli odori della vita che la riportano indietro a quei primi giorni in cui ha sperimentato le morbide erbe verdi che si affacciano sulle rive del fiume Vecht.  “Quando sono nei boschi intorno a casa nostra a raccogliere rami di agrifoglio e pigne per il nostro tavolo delle vacanze, sento mia madre lì con me. E anche mio padre. Da qualche parte in me. Tutti quelli che amiamo vivranno per sempre nei nostri cuori “.

Mentre rimangono nel suo cuore, crea arte per il mondo.

Uno dei suoi personaggi più noti è Vera the mouse, il topo che ha disegnato più di trenta anni fa. La prima pubblicazione fu nel 1985.  

   

   

Per sentirsi veramente felici, amati e completi, Vera aveva bisogno di amici intorno a lei; amici per condividere felicità, tristezza, problemi, opportunità e tutto il resto. La vita è fondamentale per i suoi amici; si affidano a lei per essere lì per loro quando è necessario, per intrattenerli quando sono annoiati, per dar loro da mangiare quando sono affamati e per tenerli al sicuro quando incombe il pericolo. Gli amici di Vera hanno tutti una personalità unica, abbastanza simile in alcuni casi alle persone nella vita di Marjolein.

“Sono incredibilmente grata”, Bastin guarda alla sua vita. “Posso sempre aprire la porta ed uscire. Poi ho le margherite, gli alberi, gli uccelli, le farfalle. Rimarrà sempre con me. Quando non ci sarò più, la meravigliosa vita continua”.