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Pescare: che passione

Ho iniziato ad avvicinarmi alla pesca in mare già da bambina. Abitando a Genova potevo effettuare questo magnifico sport con poca difficoltà logistica.

Si partiva, la famiglia al completo, genitori e fratelli, da Genova per andare a Camogli, nella riviera ligure di levante e da lì si prendeva il vaporetto che portava a Punta Chiappa.

Tutto era entusiasmante: il viaggio in mare, anche se durava poco, era bellissimo. Galleggiavi tra le onde con i gabbiani che ne seguivano la scia.

Giunti sul famoso scoglio, proteso sul mare ricco di pesci, respiravo l’aria a pieni polmoni, ossigeno puro e profumo di mare. Cosa c’è di più bello!

Appena scesi dal vaporetto si passava alla trattoria, a picco sul mare, per ordinare per pranzo l’aragosta, piatto prediletto di mio padre, che io invece non apprezzavo.

Le stesse galleggiavano vive in mare aperto delimitato da una rete.

E poi, finalmente, si poteva andare a pescare, distanziati l’uno dall’altro, per non ingarbugliarsi con il filo.

L’esca era un verme alternato al pastone, che i miei fratelli avevano preparato a casa, mettendo a mollo del pane duro, pangrattato e formaggio pepato vecchio, lavorandolo fino a raggiungere una consistenza simile al pongo. Ne facevano poi alcune palle avvolte in una pezza asciutta.

Quindi, io avevo sia la scatoletta con i vermi che il composto.

Una volta posizionato il boccone sull’amo, non dovevo far altro che buttare il filo con il galleggiante, senza mulinello perché eravamo già in alto mare. E poi attendevi che questi si muovesse, prima piano piano e, quando lo vedevi inabissarsi, davi un forte strattone per ancorare lo sfortunato pesce.Nell’attimo che non vedevi più il galleggiante, l’adrenalina saliva per poi crollare alla vista del pesce che avevi eliminato per sempre dal suo ambiente naturale.

Passando gli anni le avventure legate al mare sono continuate ma in modo diverso. Si utilizzava sempre il battello, nel periodo di maggio-luglio, ma per andare a pesca di aguglie su un molo a Genova Prà.

Facevamo l’ultima corsa serale per stare poi sul molo tutta la notte (a quei tempi non utilizzavi il cellulare). Eri nel buio completo, con la sola luce delle torce per non finire in acqua. E stavi lì, tutta la notte, insieme ad altri pescatori che non conoscevi e non vedevi. Un thermos con il the caldo, una giacca a vento, le canne da pesca, il retino era tutto ciò che avevi.

Con questi pesci si doveva preparare l’occorrente già da casa utilizzando una tecnica particolare: si foravano e poi si applicavano tappi di sughero, distanziati tra di loro sul filo di nylon.

Applicavi il galleggiante fluorescente per poter intravedere la tua esca e, quando percepivi il movimento ondulatorio diverso dell’acqua, sapevi che stava arrivando un banco di sardine, prede inseguite dalle aguglie.

Non sono orgogliosa di aver praticato, per tanti anni, la pesca, ma sono rimasta maggiormente inorridita quando ho visto utilizzare la pesca sportiva. La trovo disumana.

Tirare a riva il pesce per il gusto (da brivido, lo ammetto per le dimensioni dello stesso) per poi rigettarli in acqua.  Poveretti, non riesco a quantificare quante ferite labiali e quanti ami avranno ingerito. 

So per certo che, questo tipo di pesca, non la effettuerei mai!

 

 

 

 

 

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Una piuma come soggetto per la favola

Ieri mattina ho fatto un incontro occasionale con una piuma. Tante volte è successo, abitando in campagna, così come credo a tanti di voi, ma questa aveva un che di particolare, ha volteggiato su di me e poi si è posata ai miei piedi mentre stavo camminando su un prato. Mi ha fatto compagnia per un po’ e allora ho iniziato a pensare e…ho scritto una nuova favola su di essa.

        Il viaggio immaginario di una piuma

Stavo passeggiando in campagna quando mi accorsi di una piccola piuma bianca che stava volteggiando nell’aria, andando ad adagiarsi delicatamente su un prato. Il mio sguardo volse verso l’alto e vidi allontanarsi una gazza.

Sicuramente, pensai, la piuma era la sua.

Era una giornata molto ventosa, una di quelle autunnali dove il vento si alterna, alcune volte con forti raffiche e subito dopo la tranquillità.

Ebbene, una forte ventata innalzò di nuovo la piuma che iniziò nuovamente a volteggiare nell’aria, radendo il suolo. Questa volta si fermò su un fiore, ricoprendolo come fosse una coperta. E restò lì per un po’, dondolando qua e là, essendo su una superficie non stabile.

Continuai la passeggiata allontanandomi da lei ma, con il pensiero, immaginai il viaggio di questa soave e candida piuma.

Pensai così che una bimba la raccoglieva per portarla a casa, ma sicuramente la mamma l’avrebbe sgridata e buttata nel sacchetto della spazzatura perché, secondo lei, quella piuma poteva essere portatrice di germi.

In poco tempo la piuma, che si librava nell’aria, si ritrovò nella spazzatura. Che fine squallida!

Ma la nostra piccola amica, dal cuore grande, le ridiede la libertà e la fece volare di nuovo, accompagnata dal vento.

Questa volta cadde sul davanzale di una scuola e attirò così l’attenzione di tutti i bimbi. La nostra piuma era felice, era piacevole avere tutti quei visi sorridenti intorno a lei. Ma l’odioso vento la fece di nuovo sobbalzare e la trasportò per un lungo tratto, facendola poi precipitare in un’aia di oche.

Tantissime sue simili, bianche e morbide, attutirono la sua caduta. Si guardò attorno e vide che era circondata da tanti bellissimi animali piumati. Si mischiò tra le altre ma tutto a un tratto si senti sollevare insieme a tante altre e messa in un sacco.

Cosa succede?” si domandò. Non essendo sola, però, non si preoccupò più di tanto. Lei e le altre vennero lavate, asciugate, sterilizzate.

Fortunatamente era talmente piccola che riuscì a mimetizzarsi e confondersi come le altre, molto più morbide di lei.

In pochissimo tempo si ritrovò a fa parte di un piccolo cuscino di raso imbottito di piuma d’oca.

Venne apprezzato e acquistato, così lei, piccola, sola e insignificante, avrebbe vissuto sempre in morbida compagnia.

Il piccolo cuscino venne posto nel lettino di un bimbo. Quale miglior sorte poteva capitarle?

Chissà se è successo veramente questo, alla piccola piuma. Ma io spero di sì!

 

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Volontariato: ieri e oggi!

Ho voluto scrivere questo post perché, negli ultimi anni, si parla molto del volontariato. Inoltre è un argomento che mi interessa da vicino.

Anche l’età sempre più giovane si affaccia a questo ruolo: il volontario.

Diverse associazioni ormai propongono corsi di formazione ai propri adepti, con un fascio di età che spazia  dai quattordici anni in poi.

Chi vuole diventare un volontario deve seguire il corso che, per alcune associazioni, parte da concetti base di nozioni generali fino a corsi specifici elaborati e intensi per associazioni umanitarie di inportante formazione e informazione.

Ci accostiamo quindi a volontari di Croce Rossa, protezione civile, vigili del fuoco, missionari, con una preparazione intensa e prolungata e corsi di poche ore con nozioni base per enti di minor responsabilità.

Come in tutto però, ci sono i pro e i contro. Alcune persone indietreggiano di fronte al dover seguire un corso obbligatorio per fare volontariato.

Fermo restando che per molte associazioni questo è indispensabile per altre può risultare inefficiente. Chi poi deve giudicare il singolo percorso e dare un giudizio riesce ad essere  obiettivo? È in grado di dare una risposta affermativa corretta o tende a farsi guidare da giudizi relazionali personali?

Quindi, se da una parte il corso che si deve intraprendere viene ritenuto indispensabile da ambo le parti (ente e futuro volontario), dall’altra scarta a priori un certo numero di persone che non lo ritengono appropriato. Quindi la bilancia non è mai equilibrata.

Vorrei citare, in poche righe,  anche il ruolo del volontariato episodico che è il volontariato del futuro: interessa una fetta sempre più ampia di cittadini, non è limitato solo ai grandi eventi ma riguarda temi trasversali, dalla cura dei beni comuni alla gestione delle emergenze.

Nella mia vita ho fatto tanto volontariato, quando ero giovane io era diverso.

Se ritenevi di voler dedicare parte del tuo tempo, gratuitamente, avevi solo da cercare e il tutto era a portata di mano.

Il probabile volontario si presentava nell’ente in cui voleva prestare servizio, o rispondeva a inserzioni in cui chiedevano supporti di aiuto. I contatti erano questi. Allora davi la tua disponibilità e eccoti arruolata. Avevi il tuo orario, le tue mansioni. Eri una volontaria sotto tutti gli effetti. A giudicare il tuo futuro operato bastavano alcune semplici domande con relative risposte ed eri giudicata in pochissimo tempo idonea o meno.

Serietà, altruismo, volontà erano doti essenziali e primarie per fare volontariato.

Personalmente ho prestato aiuto presso un ente di giovani con la sindrome di down, ho accompagnato per anni una ragazza  non vedente a fare commissioni, al lavoro, ho fatto campi di lavoro in Toscana, ecc. ecc.

Oggi invece il tutto è organizzato, i volontari sono aumentati (forse perché oggi sono censiti per cui se ne può dedurre il numero). Molti hanno la divisa e possono essere riconosciuti e questo conferisce un valore aggiunto. Dal punto di vista del cittadino, perché si trova più a suo agio e interloquisce meglio, e anche da parte del volontario che, indossandola, da un volto al tipo di struttura a cui appartiene.

Ma l’abito non fa il monaco, come menziona il proverbio italiano.

 

« Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. »

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Nuova favola sugli animali.

                      La casetta nel bosco

C’era una volta un nonno, dai capelli bianchi e dallo sguardo dolce, che viveva in un bosco.

La sua casetta era piccolissima, fatta di legno e tutti gli abitanti della foresta erano soliti passare di lì per salutarlo o perchè avevano bisogno del suo aiuto. Chi doveva farsi togliere una spina nella zampetta, chi aveva male a un dente, chi aveva mal di pancia.

Il nonno li conosceva tutti e per tutto aveva un rimedio.

Un giorno bussarono alla sua porta alcuni gnomi,  gli chiesero di seguirlo perchè avevano bisogno del suo aiuto. In pochi minuti era pronto per partire, aveva messo nel vecchio zaino tutto quello che poteva servire per curare qualsiasi malanno.

Non chiese nulla agli gnomi, non era la prima volta che gli aiutava. Un animale preso in una trappola, oppure uno scivolato in una buca, un uccellino caduto dal ramo con una ala spezzata.

Questi erano alcuni interventi che aveva dovuto fare. Quindi pensò che anche questa volta si sarebbe trattato di qualcosa di simile.

Dopo aver attraversato vari ruscelli e alcuni sentieri si fermarono. Il nonno non credeva ai propri occhi, davanti a lui, sdraiata in un tappeto di foglie, c’era una bimba bellissima , dai capelli rossi. Dormiva e il nonno rimase estasiato da quel fagottino tenero. La prese delicatamente in braccio e, prima che giungesse la notte, la bimba era già nella casetta del nonno. La rifocillò con del buon latte caldo di capra e dopo poco tempo la bimba si riaddormentò.

Chi era questo esserino stupendo, come si chiamava, chi l’aveva portata nel bosco. Queste, insieme ad altre mille domande affluirono nella sua mente.

Più volte, parlando con gli amici gnomi, aveva confidato loro che si sentiva solo, che avrebbe voluto un pò di compagnia, soprattutto in inverno, dove molti animali andavano in letargo per cui il suo “lavoro” era ridotto.

Capì che gli gnomi, avendo poteri magici, in cambio dei suoi servizi giornalieri, avevano voluto fargli un dono meraviglioso.

Il nonno e la bimba, che chiamò Arianna, divennero inseparabili. La bimba conquistò il cuore di tutti gli animali del bosco per la sua gentilezza, disponibilità e bontà.

Il nonno le insegnò a curare tutti i problemi dei suoi piccoli e grandi amici.

Arianna crebbe e diventò una splendida ragazza, dai lunghi capelli lisci e morbidi.

Un giorno un giovane cacciatore bussò alla porta del nonno  perchè si era procurato una ferita alla gamba, e rimase affascinato dalla bellezza di Arianna e…

Ma questa è un’altra storia!

 

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Leggere: che passione!

Ho sempre amato molto leggere. In particolare prediligevo libri che trattavano di storie vissute, vere.

Ricordo che mettevo da parte ogni singolo centesimo che mia madre mi dava per poter acquistare dei libri.

Avevo circa 14/15 anni, lavoravo e, come si faceva una volta, a fine mese, consegnavo la busta chiusa con lo stipendio a mia madre. Ricevevo in cambio un piccolo contributo da spendere come volevo e io lo utilizzavo sempre per acquistare un libro.

Ero solita andare nella libreria che c’era nella piazza a Genova Sampierdarena dove i proprietari, conoscendomi, mettevano da parte i libri che uscivano di mio interesse.

La paghetta datami non bastava per cui utilizzavo anche la quota che mia madre mi dava per l’autobus che mi portava al lavoro, da Genova Cornigliano a Caricamento.

Facevo quindi questo tratto a piedi, circa 8 km per tratta, mattino e sera, estate e inverno, pur di raggranellare la cifra che mi permetteva di acquistare un libro.

Se poi questi erano due le cose si complicavano, i soldi non bastavano, allora rinunciavo anche  ad acquistare la saponetta “Spuma di Sciampagna” che amavo tanto. Mi ricordo che la compravo in un piccolo negozietto in Via Prè, zona non molto adatta a delle ragazzine in quel periodo, ma dovevo passarci per forza per poter andare a lavorare.

Ritornando ai libri, per me rappresentavano un mezzo per isolarmi dal resto del mondo, anche se leggevo storie non di viaggi, d’amore, di fantasia, ma storie di dolore.

Mi sono chiesta più volte perchè prediligessi quel genere e ancora oggi, che il mio interesse non è variato, me lo chiedo ma non avrò mai una risposta.

Sicuramente avrei avuto maggior possibilità di lettura se avessi chiesto in prestito i libri della Biblioteca, ma a quei tempi non ci pensavo, forse perchè non sapevo esistesse o forse preferivo godermi la lettura sapendo che quel libro era mio: potevo leggerlo e rileggerlo più volte!

La mia piccola biblioteca personale era esigua, pochi testi, nuovi, rifasciati con un foglio di carta riciclata o di giornale per non sgualcirli. Sotto di essa “spariva” la copertina, per cui non intravedevi più il titolo e l’autore ma almeno il libro si conservava meglio e rimaneva nuovo.

Alcuni di quei libri li ho ancora, fanno parte del mio passato, dei miei sacrifici e oggi, che tutto è molto più semplice e le possibilità di lettura maggiori, amo ogni tanto rivederli, sentire l’odore di muffa, il colore ormai sbiadito.

Ora intravedo la copertina con il titolo, l’autore, l’editore.

E la malinconia sale….

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Scrivi una favola!

È da tempo che volevo inserire questo post e creare un nuovo argomento:

Scrivi una favola!

A chi si rivolge e cosa si intende? Vorrei rivolgermi soprattutto ai più piccoli, quindi ai bambini. Vi chiederete il perché!

Quando ho creato questo blog il mio obiettivo principale era di scrivere per i bambini che si trovavano, per svariate ragioni, in ospedale. Mi sarebbe piaciuto scrivere e far scrivere a loro delle favole, in modo da alleviare, in minima misura, il loro stato d’animo.

Nel portare avanti il progetto del blog mi sono resa conto che la mia era un’utopia: come potevo raggiungere questo idale? Cinquant’anni fa chi poteva immaginare che, toccando un piccolo attrezzo, ti saresti potuto collegare con tutto il pianeta?

Allora ho lasciato nel cassetto questo sogno e ho creato e messo in rete il blog con la speranza che, un giorno, anche un solo bimbo ricoverato potesse leggere una mia favola.

Vi chiederete il perché desideravo che leggessero e interagissero proprio i bambini ricoverati.

Cerco di spiegarvelo, anche se per me non è semplice ricordare.

Sono una infermiera in pensione ma porto ancora il camice, un camice invisibile ma non per me. Quell’indumento bianco e puro, che portavo con orgoglio e che mi permetteva di entrare in un mondo fatto di sofferenza. Quel camice che mi faceva paragonare, secondo i degenti,  a una suora, a un angelo.

Lo portavo con dignità e comprensione, era un mezzo per potermi accostare a un malato, piccolo o adulto.

Nel dolore purtroppo non c’è età!

Il bianco, il colore delle spose, del cavallo del principe azzurro, della purezza, della neve, della veste battesimale. 

Ho però un conto in sospeso verso i bimbi in ospedale. Ho indietreggiato di fronte al loro dolore. Sono scappata per non soffrire e questo ricordo mi ha accompagnato per tutti questi anni.

Ho impresso in me il ricordo di un bimbo di tre anni, ricoverato in rianimazione all’ospedale Gaslini, che mi faceva vedere come effettuare l’aspirazione nella cannula della tracheotomia.

Lui insegnava a me, a me che avevo studiato per anni, ciò che la vita gli aveva offerto. Piccolo essere senza conoscenza del perché dovesse fare questo. Lo faceva e lo insegnava. Per lui era una routine. Una quotidianità da cui non ne sarebbe mai uscito fuori.

Non l’ho mai dimenticato anche se sono passati tantissimi anni. Ho ancora impresso il suo visino e i suoi riccioli neri.

Io sono dell’idea che tutto bisognerebbe farlo in tarda età.

L’esperienza, la vita vissuta , la pazienza, la calma sono elementi essenziali per stare meglio e far vivere meglio gli altri. 

Oggi non scapperei più di fronte a quel bimbo, magari soffrirei maggiormente perché l’età avanzata porta a questo, ma non indietreggerei. Lo prenderei in braccio, con il mio bel camice bianco e lindo, puro come il suo cuore e la sua anima, farei ciò che è da fare, con un groppo nel cuore ma lo farei.

Gli racconterei che non è solo, che ha un papà e una mamma che gli vogliono bene e che ha tante sorelle, fratelli, zii acquisiti che gli staranno sempre accanto a cercheranno di attenuare il suo dolore.

Questo gli racconterei ma non fuggirei più!

Gli racconterei tantissime favole per farlo addormentare felice, sognando di fate, gnomi e posti meravigliosi, case fatte di pan di spagna e panna, porte di cioccolato e zucchero, tantissimi palloncini in un giardino. Un giardino fatato! 

Oggi mi piacerebbe che questi bimbi, adulti, anziani, mettessero su carta una favola, una storia, un disegno, il loro stato d’animo, la loro sofferenza, il loro percorso, i loro crucci. Scriveranno anche favole vere, non parleranno né di fate né di orchi ma di vita vissuta.

E, da tutto questo,  ci arricchiranno perché la loro sofferenza sarà anche la nostra.

A voi la parola! Scrivi una favola è a vostra disposizione.

Inviatemi lo scritto o il disegno, o un pensiero, lo pubblicherò, firmato o no, secondo le  vostre scelte. 

Auguro a tutti voi un mondo di bene!

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Nonni. Che passione! Nuova favola

                      LA FARFALLA IRIDE

C’era una bimba che si chiama Rosetta che amava passeggiare in campagna con il nonno. Il nonno le insegnava molte cose: come si semina il grano, quando si raccoglie, che cosa si ottiene da esso. Una volta era il grano, una volta l’orzo o il fieno. Quante cose sapeva il nonno e Rosetta ascoltava e imparava.

Un giorno la bimba vide sul ciglio della strada un bellissimo bruco variopinto. Incurante di lei, con la sua andatura lenta e disarticolata voleva intrufolarsi nel prato per nascondersi. Poteva diventare pasto per un uccello, quindi era meglio nascondersi.

Rosetta, che amava molto gli animali e curiosa come tutti i bambini, lo prese delicatamente in mano e chiese al nonno il permesso di poterlo portare nel giardino di casa. Il nonno acconsentì!

Ogni giorno lo cercava e lo coccolava mettendolo sul palmo della mano.

Ma dopo poco tempo la bimba si disinteressò di lui perchè il papà le regalò un gattino, che chiamò Romeo.. Era molto più divertente giocare con lui!

Passarono i giorni, la bimba si affezionò tantissimo a Romeo ma pensava anche al bruco. In fin dei conti era stato con lei parecchi giorni. Chissà se era cresciuto!

Andò così a cercarlo nell’angolo del giardino dove di solito stava ma non lo trovò più. Nello stesso momento però vide volteggiare intorno a lei una bellissima farfalla di vari colori.

Rosetta riconobbe che era il bruco che si era trasformato in farfalla.

Ma subito dopo volò via, era ancora arrabbiata con la bimba per averla abbandonata.

Rosetta, incantata dalla bellezza della farfalla riuscì però a prenderla e a metterla in una gabbietta. Chissà come sarebbero stati invidiosi i suoi compagni se l’avesse portata a scuola.

E così fece! Tutti i compagni ammirarono la farfalla e le diedero anche un nome: Iride!

Ma la felicità della bimba durò pochissimo, la farfalla era triste, non poteva vivere in gabbia, doveva volare, essere libera e felice.

E, meravigliando tutti Rosetta aprì la gabbia ridandole la libertà.

Iride, riconoscente verso Rosetta, tutti i giorni si presentò anche lei a scuola, poggiandosi sulla lavagna.

Diventò così la mascotte della classe, il suo svolazzare leggiadro esprimeva gioia e gratitudine.

E quell’anno i bimbi furono contenti di aver conosciuto una così bella e variopinta farfalla. Chissà se sarebbe ritornata anche il prossimo anno.

Questo sogno non avrebbe potuto realizzarsi ma loro la aspettarono sempre.

Morale: non abbandonare mai chi ti vuol bene!

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La “Berta” ladra

Il nostro soggetto in questa storia è la Gazza. In piemontese si chiama Berta, da “uccello ciarliero” o più propriamente da “persona che ridice tutto”.

Ritorniamo alla nostra storia che questa volta non è una favola. Infatti nello scriverla, nel cercare di comporre la solita trama per poi ampliarla e strutturarla, sono usciti, da parte dei partecipanti, aneddoti di storia vera, vissuta in prima persona, legate alla gazza, più corretto dire alla Gazza ladra!

Quindi non parleremo da favola ma di realtà!

Luigina ci racconta che una sua conoscente aveva l’abitudine di lucidare la serie di cucchiaini d’argento, ma quando li poneva sul tavolo ne mancava sempre uno. Non sapeva darsi una spiegazione a questo, finchè un giorno vide una gazza che, entrando dalla finestra, ne portava via uno con il becco. Dopo vari giorni sono stati trovati nel fienile. Tutti allineati!

Pina invece ricorda che i suoi genitori avevano le galline e ogni giorno, nel raccogliere le uova, ne trovavano qualcuna vuota. Era rimasto solo il guscio.

Si accorsero che la gazza usava il becco come punteruolo per fare un buco e succhiare il contenuto.

Lucia invece ricorda che la mamma le aveva raccontato che, quando era giovane, teneva in casa una gazza addomesticata. Un giorno aveva posato l’anello d’oro sulla mensola e ha visto l’amata gazza che lo portava via, in volo.

Inutile dire che l’anello non è stato più ritrovato ma la gazza “ha preso il volo”, nel senso giusto della parola, cioè la madre l’ha scacciata da casa.

Milva invece, tutti gli anni, deve far la guardia alle ciliege del suo albero, perchè le gazze le beccano o le portano via.

Chissà quante altre storie sono legate alla nostra Berta, noi abbiamo voluto raccontarvi queste.

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La grande festa sull’acqua

C’era una volta, in un grande prato ai limiti di un bosco, un laghetto che ospitava rane, rospi  e libellule. Durante il periodo invernale le rane e i rospi andavano in letargo ma con l’arrivo della primavera le femmine erano pronte a deporre le migliaia di uova.

Le libellule invece, che non sopravvivono al clima invernale, popolavano il laghetto in primavera, dopo la schiusa delle uova. In questo laghetto rane e libellule vivevano in armonia, cosa piuttosto insolita.

La nostra storia parla della rana Giuditta e della libellula Libera.

Le libellule amavano volteggiare sul laghetto, facendo acrobazie vibrando le ali trasparenti  e sfrecciando a pelo d’acqua. Libera invece amava volteggiare intorno a Giuditta che saltava verso di lei, ma per gioco. Era uno spasso vederle giocare insieme.

Ma durante una estate molto torrida il laghetto si prosciugò mettendo a repentaglio la vita di tutte le rane e girini. Senza l’acqua non avrebbero potuto sopravvivere.

Libera si accorse subito della tragica situazione, doveva escogitare un sistema,  per fare sopravvivere la sua amica rana e i suoi girini. Dopo aver riflettuto sul da farsi, capì che l’unica cosa possibile era di farle spostare in un laghetto più grande e profondo, sempre pieno d’acqua. Nelle sue perlustrazioni giornaliere a caccia di zanzare e altri insetti, aveva visto un laghetto poco distante con queste caratteristiche.

Andava benissimo!

Il problema adesso era riuscire a far arrivare Giuditta e i girini fino al lago. Aveva notato che vi era un percorso più lungo ma in quel tratto si erano formati molti acquitrini. Erano perfetti per far riposare la rana all’umido e poi rifarla ripartire.

Ma i girini, con il sole cocente non sarebbero mai giunti vivi al laghetto.

Radunò tutte le altre libellule e insieme decisero di caricarsi sulle ali tutti i girini della rana Giuditta.

Durante questo faticoso trasporto, che metteva molto in difficoltà le libellule, non abituate a portare un peso, anche se minimo, sulle ali,  giunse un terribile temporale: tuoni, fulmini e il vento che soffiava forte, costrinse queste a  fermarsi, a trovare un riparo. 

La pioggia però agevolò Giuditta che, non contenta di questo privilegio che aveva avuto nei confronti delle altre sue compagne e compagni, ne approfittò per tornare indietro, incitandoli a spostarsi definitivamente verso il nuovo vicino lago.

Tutti si prepararono per il “grande viaggio”, non si erano mai allontanati da quel laghetto, per cui la curiosità di posti nuovi erano tanta, mista però a paura dell’incognito.

Terminato il temporale Libera fece da capo giuda, seguita dalle altre libellule in volo, mentre rane e rospi saltellavano qua e là. Tutti contenti!

Era bellissimo vederli avviare tutti insieme verso la nuova residenza.

Giunte a destinazione le libellule improvvisarono una dolcissima danza sul lago, volteggiando, librandosi in volo, tutte in cerchio, in un grande girotondo,  mentre le rane, gracidando, intonarono una canzone di ringraziamento! E improvvisamente un grande arcobaleno, rallegrò ulteriormente questa gioiosa giornata.

Fu una grande e indimenticabile festa per tutti!

Morale: non serve disperarsi, importante è sempre trovare una soluzione a un problema!

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Il Gigante buono. Storia di un ragazzo

C’era una volta un giovane molto bello, dai modi garbati e gentili. Viveva in un piccolo paese e molti lo conoscevano e lo adoravano proprio per questo.

Il giovane amava tutto e tutti. Amava gli animali e passava con loro molto tempo: ci giocava insieme, li coccolava e loro ricambiavano il suo affetto. Amava la musica, il suono di essa gli entrava nei polmoni e nel cuore ed era per lui una boccata di aria fresca. Ne inspirava ogni suono e tramite essa si estraniava in un mondo tutto suo.

Amava la vita e la sua giornata era piena di impegni, voleva fare tante cose, stare insieme agli altri e sentirsi utile. Era felice!

Ma un giorno la sua mamma partì per un lungo viaggio e il gigante buono si sentì solo. Si chiedeva il perchè lo avesse abbandonato. Niente era cambiato dagli altri giorni e quindi non riusciva a capirne il motivo. Cosa avrebbe fatto adesso? Lui non voleva stare da solo. Doveva trovare una soluzione.

Molti anni prima aveva sentito dire che ai margini di un magico bosco del piccolo paese vivevano delle fatine. Lui non ci aveva creduto, ma soprattutto la notizia non lo aveva interessato più di tanto. Non aveva mai sentito la necessità per approfondire questo e quindi..

Ma adesso aveva bisogno di parlare alle fatine, di chiedere spiegazioni e di sapere da loro come doveva comportarsi. Loro, se è vero che esistevano, dovevano aiutarlo! Non aveva mai chiesto aiuto a nessuno ma in questo momento si sentiva troppo solo e triste.

Mise nello zaino dei pezzi di pane e una borraccia con dell’acqua, non sapendo quando e se le avrebbe trovate e, senza dire niente a nessuno si addentrò nel magico bosco.

La paura si fece subito sentire ma lui doveva andare avanti, solo così avrebbe trovato una risposta a tutte le sue domande.

Appena entrò nel bosco si sentì già subito meglio, la luce era tenue e il rumore delle fronde degli alberi intonavano una musica celestiale. L’aria che respirava aveva un profumo intenso, un misto di caramello e cannella. Ne inspirava a pieni polmoni. Procedette cautamente e si addentrò sempre più. Si accorse che non aveva paura, si sentiva libero. Si guardò attorno, ma delle fatine nemmeno l’ombra.

C’erano fiori dappertutto, di tutti i colori e misure, alberi maestosi che facevano da contorno al suo cammino. Era solo ma sentiva delle presenze che lo accompagnavano e lo proteggevano. Era di nuovo felice!

Si sedette su un masso e in un attimo capì che le fatine non esistevano.

Era una leggenda!

Uscì dal bosco ma si sentì più forte e sereno, aveva capito che poteva farcela da solo, che la sua mamma era accanto a lui nel bosco e per questo non aveva paura. E sarebbe stata accanto a lui sempre, in ogni momento e in ogni cosa avesse fatto.

E affrontò la vita, incontrò tantissime persone sulla sua strada che gli vollero bene e che parlavano di lui definendolo il “Gigante buono”.

 

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