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Elisabeth Barrett, poetessa inglese

Elisabeth Barrett nacque nel 1806 a Durham, in Inghilterra. Visse un’infanzia privilegiata con i suoi undici fratelli. Il padre aveva fatto fortuna grazie a delle piantagioni di zucchero in Giamaica e aveva comprato una grande tenuta a Malvern Hills, dove Elizabeth trascorreva il tempo andando a cavallo e allestendo spettacoli teatrali con la sua famiglia.

All’età di dodici anni scrisse un poema epico.

Fra il 1832 e il 1837, a seguito di grandi problemi economici, , la famiglia Barrett traslocò tre volte per poi stabilirsi a Londra.

Nello stesso periodo, Elizabeth Barrett ebbe gravi problemi di salute che la resero invalida agli arti inferiori e la costrinsero a restare in casa e a frequentare solo due o tre persone oltre ai familiari.

Nel 1844, l’uscita dei Poems la rese una delle più popolari scrittrici del momento.

La lettura della sua raccolta di poesie spinse il poeta Robert Browning a scriverle per manifestare il proprio apprezzamento, cui fece seguito una intensa corrispondenza.

Nel 1845 si incontrarono e, poco dopo, essendo il padre di Elizabeth fieramente contrario alle loro nozze, si sposarono di nascosto e fuggirono insieme a Firenze. A circa 43 anni la salute migliorò ed ebbero un figlio.

L’amore fu per lei il più grande avvenimento della vita, e innalzò il suo cuore, e col cuore l’ingegno, alle più elevate regioni poetiche.

La sua opera più ampia è il lungo poema Aurora Leigh, del 1857, in cui esalta in modo poetico la necessità dell’emancipazione femminile.

Struggente e malinconica la indimenticabile poesia: Il lamento dei bambini.

Aggravatesi le sue condizioni di salute, morì a Firenze a 54 anni ed è sepolta nel cimitero degli inglesi .

Tratto da:
https://it.wikipedia.org/wiki/Elizabeth_Barrett_Browning

Annick Terra Vecchia: illustratrice

Oggi avrei voluto scrivere alcune notizie su una artista-illustratrice, Annick Terra Vecchia, che amo moltissimo, ma le notizie in rete non solo sono scarse, non si trova nulla.

Anche il cognome non so se è unito oppure diviso. Si legge solo che è dell’alta Savoia, quindi francese, che i suoi maggiori interessi sono i paesaggi montani e scene rurali, utilizzando la tecnica dell’acquerello. Realizza anche decorazioni per mobili o tessuti d’arredo, icone e meridiane.

Alcuni acquerelli sono icone in quanto alcune case o altri elementi del mondo rurale non esistono più.

Non si sa se esso sia il suo vero nome o uno pseudonimo.

Ci cono in commercio anche alcuni suoi libri illustrati, che, anche se usati, costano molto, ma il suo talento non ha costo. 

Ho avuto modo di conoscere i suoi lavori nel centro di Aosta, non c’è cartoleria o tabaccheria che non abbia in vetrina le sue cartoline. Con il tempo ne ho collezionate parecchie e le ho anche riprodotte, su carta o stoffa.

Chiunque avesse notizie relative a questa illustratrice sarò ben contenta di poter  ampliare il mio articolo.

Alcuni lavori… 
Originale


Copia


Originale


Copia

Alcuni acquerelli di Annick Terra Vecchia

http://www.lepetitcolporteur.com/2019/fr/aquarelles_A.php                                                            

Un villaggio tra gli alberi

Chi tra di voi non avrebbe voluto, da bambino, una casa tra gli alberi, un posto in cui isolarsi o dove nascondersi.

Per me, che vivevo in città, questo era una sogno che non si è mai realizzato. Abitavo in una grande palazzo e la mia “casa tra gli alberi” era il grande terrazzo sul tetto, diviso da un muretto tra tutti coloro che abitavano all’ultimo piano. E io ero tra questi. In estate il caldo torrido estivo era impossibile da sostenere e, per poter sopravvivere a questo, riempivo una grande bacinella di acqua che ogni tanto cambiavo perché si surriscaldava subito e con questo mi bagnavo costantemente.

Eppure molto del mio tempo libero lo vivevo così: un libro, un quaderno su cui annotare i punti salienti letti o alcuni miei pensieri. E mi abbronzavo, la mia pelle scura, già ad aprile, era motivo di invidia a molte mie coetanee.

Quando ho scoperto, un po’ di tempo fa, che esiste addirittura un Villaggio, popolato da diverse famiglie,  che ha deciso di vivere così sono ritornata indietro nel tempo.

Il Villaggio, il primo in Italia, si trova in Piemonte. Le famiglie vivono in sintonia con la natura e le case sono state costruite prediligendo materiali  del bosco o riciclati.

Tutte le abitazioni sorgono tra castagni ad un’altezza di 6/7 metri, per non gravare sui rami sono sostenute anche da grosse travi e sono interconnesse da ponti e passerelle di legno sospese, permettendo di non scendere mai a terra per spostarsi da un punto all’altro del villaggio. Tutti gli appartamenti sono dotati dei più moderni confort: internet, tv, telefono e così via ma nel rispetto dell’ambiente e senza sprechi.

Le persone che vi abitano sono di vario ceto sociale, ma li unisce l’esigenza di vivere una vita diversa , a contatto con la natura. Ognuno di loro si occupa di tenere il bosco pulito e si rende disponibile ad ospitare chiunque voglia dare una mano.  

L’abbraccio

Ho avuto modo di leggere da più fonti questo articolo scritto da Germana Galmazzi che mi piacerebbe tanto poter conoscere. 

È uno scritto in cui mi ci rivedo più volte e credo anche molte/i di voi. Il sottovalutare l’entità di questo gesto semplice, spontaneo non è corretto perché senza questo gesto di dimostrazione di affetto e di protezione nessuno di noi può farne a meno.

Io sono cresciuta in una famiglia nella quale i gesti di affetto non esistevano e, secondo la mia esperienza, questa mancanza lascia degli strascichi. Ancora oggi, mamma e nonna, ho difficoltà ad attuare questo gesto semplice ma essenziale. 

Durante il periodo Covid si è parlato molto dell’abbraccio, il non poterlo più fare o riceverlo ha creato in molti un isolamento, un senso di mancata protezione ed affetto, pur essendo consapevoli della motivazione. 

Molte persone che hanno perso un loro caro in quel periodo, ne hanno sofferto molto, lasciando quel vuoto dentro di loro, un rammarico che non si placherà mai. 

È stata istituita anche una giornata mondiale dell’Abbraccio, il 21 Gennaio.

La prima Giornata mondiale dell’abbraccio fu celebrata il 21 gennaio di 36 anni fa, nel 1986 a Clio, in Michigan. A inventarla fu il il reverendo Kevin Zaborney.

Questa è il racconto per intero di Germana Galmazzi, racconto triste ma che fa riflettere. 

Mi chiedo se sia possibile avere nostalgia di qualcosa che non si è avuto, sapendo che comunque non lo si potrà avere mai.
Parlo di un abbraccio, io ho nostalgia di un abbraccio che avrei voluto e che mia madre non mi ha dato.

Non in un giorno o una situazione particolari, non per una caduta dolorosa o un amore finito. Io parlo dell’Abbraccio, quello che ti senti ancora dentro dopo che lei è morta, quello che ti senti ancora fuori quando ti rannicchi, chiudi gli occhi e ti lasci avvolgere dal ricordo.

Ho provato a cercarlo ovunque, mi sono detta “due braccia che ti stringono è un abbraccio”.

Ma non è così semplice.

Nell’abbraccio di un uomo ho trovato tenerezza, protezione, ma basta un niente perché si trasformi in passione.

Anche nell’abbraccio di un figlio ho trovato tenerezza e protezione, ma basta un niente e si trasforma in un “Grazie, ora sto bene”, anche se non è vero che stai bene.

Perché non ricordo alcun abbraccio di mia madre? Eppure deve avermene dati.

Guardo le fotografie dove lei mi tiene in braccio. Perché non lo ricordo?

Ho avuto il coraggio di chiederglielo. Ero grande e continuavo ad avere questo desiderio, questa nostalgia.

Le ho scritto un biglietto: c’era Snoopy che ballava e io ballavo con lui, per avere trovato il coraggio di dire quello che per tanti anni avevo tenuto dentro: amore, bisogno, parole.

Non una risposta a quel biglietto, né una battuta ironica, né una frase commossa, o – come dire – un accenno di rammarico per quello che non ha saputo darmi.

Il silenzio. Peggio di uno schiaffo, peggio di un rifiuto, il peggio di tutto quello che una madre ti può dare.

L’ho cercato fino alla fine, questo abbraccio, fino alla fine di lei.

E quando stava morendo io, quasi approfittando della sua malattia, della sua debolezza, la lavavo, la pettinavo, le massaggiavo tutto il corpo, quel corpo che non ero riuscita a sentire vicino in un abbraccio;
quando stava morendo e ormai parlava con i suoi morti, a un tratto mi chiese:”Mi vuoi bene?”

La rabbia salì dal cuore fino alla gola. Avrei voluto urlarle:”Che cosa mi stai chiedendo? E’ tutta la vita che ti voglio bene.”
Tutta la mia stronza vita, l’ho vissuta per dimostrarti che ti voglio bene.
E tu, un fottutissimo “ti voglio bene”, me lo vuoi dire? Una sola volta, me lo vuoi dire?

Ma l’abbracciai io, l’abbracciai e le dissi: “Certo che ti voglio bene”.

E dolcemente la poggiai di nuovo sul letto dove poco dopo sarebbe morta lasciandomi sola, non più di come mi aveva lasciato quando era viva, ma senza più la speranza di poter avere da lei un abbraccio nel quale entrare per farmi consolare.

Guardare il mondo dagli alberi

Mi ha colpito molto questo articolo scoperto per caso in rete. l’ho trovato interessante perché è inusuale. Per scrivere ognuno di noi ha un suo metodo personale:chi si isola in una stanza, chi addirittura sceglie un ambiente lontano  da tutti dove vivere per settimane e chi invece non ha problemi e scrive dove gli capita, non facendo caso a chi o a cosa gli stanno attorno.

Personalmente, io che scrivo favole e filastrocche e gli articoli da inserire nel blog, amo starmene da sola. Anche il silenzio deve far parte di questo mio appartarmi. Diciamo che amo isolarmi in ogni cosa che faccio, dal disegnare, leggere o guardare un film. 

Tornando all’articolo, ripetendomi, mi ha colpito questa ragazza di origini napoletane, Lavinia Petti, che, scrive, sin da piccola amava arrampicarsi sugli alberi. 

“Tutto quello che scrivo finisce su una penna USB a forma di scimmia. Me l’ha regalata mio padre e io, con una spiccata punta di originalità, l’ho chiamata La Scimmia. Mio padre sa il fatto suo e sa anche il fatto mio.”

Quindi Lavinia, che passa la maggior parte del suo tempo in alto, in un mondo tutto suo. Il suo non è un fuggire ma un cercare un punto diverso dalla realtà.  Lei si arrampica su qualsiasi cosa, da sempre. tronchi, muri, rocce, nastri, corde.  Non per niente frequenta anche un  scuola circense.

“Non è facile come sembra: spesso tra quei rami e quelle pagine ti senti solo, distante, dimenticato. Ti chiedi che sapore abbia vivere laggiù, vivere davvero. Se i colori sono più intensi, gli odori più forti, gli sguardi più intimi. Così, più volte, provi a scendere. La forza di gravità ti reclama, perché anche se non vuoi crederci, lei esiste e ogni tanto viene a farti visita. All’inizio è tutto inebriante, carico, vivo… poi ti accorgi che quello sotto i tuoi piedi non è terreno: sono sabbie mobili. Allora torni su di corsa, dal popolo degli alberi “.

E in questo contesto ha scritto il suo primo libro : Il ladro di nebbia. 

Tratto da: 

https://www.illibraio.it/news/dautore/lavinia-petti-alberi-fuga-219472/

Amelia Aerhart: la leggendaria pilota

Non particolarmente attratta dai viaggi in aereo ma circondata da parenti piloti,  mi ha molto colpito la storia di Amelia Aerhart (nata Amelia Mary Earhart il 24 luglio 1897). Ho avuto modo di vederne il film, dal titolo Amelia. È quasi interamente girato in flashback, cioè  una scena interposta che riporta la narrazione indietro nel tempo dal punto attuale della storia . I flashback sono spesso usati per raccontare eventi accaduti prima della sequenza principale di eventi della storia per riempire un retroscena cruciale.

Earhart è rimasta affascinata dalla vista di un aereo che volava sopra la sua testa nella prateria del Kansas dove è cresciuta.

Quando nel 1920 sale per la prima volta su un aereo, è amore a prima vista. Da lì in avanti studierà volo, diventerà pilota, metterà a segno alcuni importanti record, attraversa gli Stati Uniti senza mai fare scalo, attraversa l’Atlantico dal Canada all’Irlanda del Nord, e infine progetta l’impresa delle imprese: compiere il giro del mondo in aeroplano.

Il viaggio, pianificato a lungo, e con grossi problemi d’attuazione fin dall’inizio, le appare come una sfida tanto difficile quanto eccitante; per questo non si arrende ai primi tentativi falliti miseramente. Poi finalmente la missione. Da donna straordinaria quale era, insieme al suo navigatore, Fred Noonan, nel 1937, parte da Miami, e tocca il SudAmerica, l’Africa, l’India, l’Asia Sudorientale, la Nuova Guinea.

È dopo che è ripartita da qui che, sorvolando il Pacifico, ha l’incidente fatale: rimane senza carburante, probabilmente, e non riesce a mettersi in contatto con la torre di controllo più vicina, ad Howland, per cui se ne perdono le tracce. È il 2 Luglio 1937.

La sua scomparsa ha lasciato tutti sgomenti, anche perché si avvolge di mistero, anche se sembra che i suoi resti siano stati trovati.

La fama di cui si è ammantata questa donna, che ha osato laddove molti uomini non si erano e non si sarebbero mai spinti, rimane immortale, e lei è a tutti gli effetti un’eroina americana.

Mi piace pensare che abbia trascorso gli ultimi suoi anni ad Howland, questo atollo disabitato nell’Oceano Pacifico, a vivere di pesca e di fauna, a godere della bellezza della natura e a vivere alla giornata, lontana da giornalisti e riflettori.

In fin dei conti il suo sogno si era realizzato.

Tratto da:
https://viaggimarilore.wordpress.com/2016/03/08/donne-viaggiatrici/

kihnu e le sue donne

Tra le case di colore pastello ci sono loro: gonne fino al ginocchio dalle cromie vivaci e per le più anziane un foulard a fiori annodato sotto il mento, come si usa ancora in qualche paesino italiano. Sono le donne dell’isola di Kihnu in Estonia, dove la società è matriarcale.

Kihnu si trova nel mar Baltico ed è un luogo dove il tempo sembra essersi fermato per sempre. Regna la pace più assoluta e gli abitanti, circa quattrocento, sono prettamente donne.

Anche il faro di Kihnu non ha un guardiano, ma una guardiana.

Il popolo parla un dialetto che si chiama Kinhu kiel, che venne vietato ai tempi dell’Unione sovietica.

La lunghezza dell’isola è di appena 7 km e larghezza 3,3 km.

L’isola vive di turismo, soprattutto di turismo venatorio perché in questo paradiso terrestre, dove il tempo si è fermato, sono presenti molte oche e acquatici da cacciare.

Una volta arrivati con il traghetto sull’isola non è difficile vedere donne che guidano trattori, trebbiatrici o escavatori con una scioltezza incredibile.

Qui c’è, infatti, una delle ultime società matriarcali al mondo dove la gestione sociale e amministrativa spetta alle donne, visto che la comunità maschile è assente per parecchi mesi per il sostentamento del villaggio.

Da quando il New York Times l’ha consacrata esempio mondiale di matriarcato felice, è diventata una delle isole la mondo più gettonate. La settima isola più grande dell’Estonia si è ritrovata a essere una meta internazionale.

Così mentre gli uomini passano la maggior parte della loro vita a pescare, soprattutto le foche, le donne allevano i figli, gestiscono la famiglia, lavorano nei campi, provvedono al bestiame e affrontano tutte le questioni di governance.

La leader della comunità insulare è Mare Matas, che funge anche da presidente della Kihnu Cultural Space Foundation.

“Gli uomini sono sempre lontani da’isola e questa è la ragione storica per cui le donne, con il tempo, sono diventate forti e indipendenti. Il nostro obiettivo è quello di conservare le nostre tradizioni e in generale il patrimonio di Kinhu”, dice.

Occupandosi di tutto queste donne sono diventate le custodi del patrimonio culturale delle isole, tramandandolo di generazione in generazione. La loro eredità è ricca di danze, giochi, musica, ricami e persino riti funebri. A sessant’anni le isolane iniziano a preparare tutto il necessario per il proprio funerale: confezionano vestiti per la sepoltura, lavorano a maglia i guanti per giovani uomini che hanno scelto come scavatori delle proprie tombe.

Purtroppo però l’isola non offre tanto e sono moltissimi i giovani che l’abbandono per studio o in cerca di lavoro, se durante il periodo estivo il turismo dà una boccata d’ossigeno, durante quello invernale la comunità è formata pressoché da persone anziane.

Tratto da
https://www.greenme.it/vivere/costume-e-societa/isola-kihnu-estonia-donne/

https://27esimaora.corriere.it/21_luglio_02/kihnu-l-isola-donne-1d96b360-db38-11eb-a708-517ad1a2ece3.shtml

https://www.radiobullets.com/rubriche/le-ultime-isole-del-matriarcato/

Josephine Wall, pittrice fantasy

Josephine Wall (nata nel maggio 1947 a Farnham , nel Surrey ) è una popolare artista e scultrice fantasy.

Educata alle scuole di grammatica di Farnham e Parkstone ( Dorset ) , ha studiato al Bournemouth College e ha lavorato a Poole Pottery come designer e pittrice. Le sue figure in ceramica includono personaggi di Tolkien s’ Il Signore degli Anelli e mitologiche creature.

Nel 1975 Tiene la sua prima mostra personale a Swindon Inghilterra). Dopo un periodo durante il quale ha cresciuto i suoi tre figli mentre continuava ad esporre sia a livello locale che all’estero, nel 1990 fece una seconda mostra personale, tenuta alla Mayfield Gallery di Bournemouth. Sempre durante quest’anno, Josephine ei suoi dipinti sono stati oggetto di un servizio speciale sulla Southern Television nel Regno Unito.

Dopo una escalation durata molti anni, si annoverano, nel suo iter lavorativo Mostre, libri, stampe, ecc. L’icona pop Britney Spears ha richiesto l’uso di una serie di immagini da utilizzare sul suo nuovo sito Web www.britneyspears.com. Britney ha anche acquistato una serie di stampe in edizione limitata e Josephine ha creato un dipinto originale per lei.

Nel 1999 vengono molti prodotti tra cui carte, cancelleria, puzzle, diari, prodotti per il ritorno a scuola, tazze, kit per ricamo e poster, nonché stampe in edizione limitata.

I suoi inconfondibili dipinti però sono amatissimi soprattutto nel web.

Si è sempre contraddistinta come persona molto riservata, per cui le notizie che si trovano su di lei sono minime.

Se ammiriamo le sue opere possiamo notare però il suo immenso mondo fantastico.

Kafka e la bambola viaggiatrice

A 40 anni Franz Kafka (Praga, 3 luglio 1883 – Kierling, 3 giugno 1924), scrittore boemo di lingua tedesca, ritenuto una delle maggiori figure della letteratura del XX secolo e importante esponente del modernismo e del realismo magico, che non si era mai sposato e non aveva figli, passeggiava per il parco di Berlino quando incontrò una bambina, Elsi, che piangeva perché aveva perso la sua bambola preferita a cui aveva dato il nome di Brigida.

Lei e Kafka cercarono la bambola senza successo.

Kafka le disse di incontrarlo lì il giorno dopo e loro sarebbero tornati a cercarla.

Il giorno dopo, quando non avevano ancora trovato la bambola, Kafka diede alla bambina una lettera “ scritta ” dalla bambola che diceva: ” Per favore non piangere. Ho fatto un viaggio per vedere il mondo. Ti scriverò delle mie avventure.”

Così iniziò una storia d’amicizia che proseguì fino alla fine della breve vita di Kafka.

Durante i loro incontri Kafka leggeva le lettere della bambola accuratamente scritte con avventure e conversazioni che la bambina trovava adorabili.

Infine, Kafka le riportò la bambola (ne comprò una) che era tornata a Berlino.

“Non assomiglia affatto alla mia bambola”, disse la bambina.

Kafka le consegnò allora un’altra lettera in cui la bambola scriveva: “i miei viaggi, mi hanno cambiato.”

La bambina abbracciò la nuova bambola e la portò tutta felice a casa.

Un anno dopo Kafka morì.

Molti anni dopo, la bambina oramai adulta trovò una letterina dentro la bambola.

Nella minuscola lettera firmata da Kafka c‘era scritto: ”tutto ciò che ami probabilmente andrà perduto, ma alla fine l’amore tornerà in un altro modo.”

Ispirato a un episodio reale della vita di Kafka, una storia sull’incontro fra il mondo degli adulti e quello dei bambini.

La storia di Ruby Bridges

Ruby Bridges è nata a Tylertown Mississippi,  , l’8 Settembre 1954, da Abon e Lucille Bridges. Quando aveva quattro anni, la famiglia si trasferì a New Orleans, Louisiana. Nel 1960, quando aveva sei anni, i suoi genitori risposero a una richiesta della National Association for the Advancement of Colored People (NAACP) e la offrirono come volontaria per partecipare all’integrazione del sistema scolastico di New Orleans, anche se suo padre era titubante.

All’inizio del 1960, Ruby è stata una dei sei bambini neri di New Orleans a superare il test che stabiliva se potevano frequentare la scuola bianca William Frantz Elementary.

Ruby e sua madre furono scortate a scuola da ben quattro marshall federali (agenzia di polizia federale)  durante l’intero primo anno di scuola.

Come descrive Ruby stessa, il primo giorno di scuola, con un abito rosa  e un golfino bianco, precisamente il 14 Novembre 1960, mentre saliva le scale per entrare nel plesso scolastico, vide una intensa folla ma attribuì questo alla festa del Martedì grasso, il carnevale di New Orleans; stavano lanciando cose e gridando, ma Ruby ha dimostrato molto coraggio e ha marciato come un piccolo soldato.

Nel giro di poco tempo, dopo l’ammissione alla scuola, i genitori ritirarono i propri figli e gli insegnanti si rifiutarono di lavorare.

Solo una persona accettò di insegnare a Ruby: Barbara Henry, di Boston, Massachusetts. Per oltre un anno, questa  giovane maestra insegnò ad una classe composta dalla sola Ruby Bridges “come se stesse impartendo lezioni a un’intera classe”. Barbara Henry le insegna tutto, dalla musica alla ginnastica.

Ruby Bridges era preoccupata di incontrare Henry per la prima volta, ricordando più tardi che “non avevo mai visto un insegnante bianco prima, ma la signora Henry era l’insegnante più bella e brava che avessi mai avuto. Ha cercato molto duramente di tenere la mia mente fuori da ciò che stava succedendo fuori. Ma non potevo dimenticare che non c’erano altri bambini”.

Il secondo giorno, tuttavia, uno studente bianco ruppe il boicottaggio ed entrò a scuola. Si trattava di un pastore metodista di 34 anni, Lloyd Anderson Foreman, che ha accompagnato sua figlia Pam di 5 anni attraverso la folla inferocita, dicendo: “Voglio semplicemente il privilegio di portare mia figlia a scuola”. All’inizio anche la piccola Pam avrà bisogno di raggiungere la scuola scortata, a bordo di una macchina contro i cui finestrini le persone tirano pietre.

Il giorno dopo, a lei si aggiunge Yolanda Gabrielle. Sua mamma l’ha portata via, il primo giorno, temendo problemi di sicurezza. Ma dopo due notti a riflettere ha deciso di riportare Yolanda a scuola, perché “è una questione di principio”.

Le tre compagne di scuola stanno in classi separate, ma dopo qualche tempo, grazie alle insistenze della maestra Henry, la scuola le autorizza a giocare insieme in ricreazione.

Nel corso dell’anno, lentamente, altri bimbi bianchi tornano in classe, nonostante i manifestanti sempre presenti fuori dalla scuola, armati di Bibbie e odio.

Ruby, però, continua a fare lezione da sola con la signora Henry per tutto quell’anno e il successivo.

Le conseguenze di questa scelta furono per la famiglia Bridges molto devastanti: suo padre perse il lavoro, i negozianti non gli permisero più di fare acquisti, i nonni, mezzadri,  persero  la terra. Molti altri però li sostennero, il padre ebbe un nuovo lavoro e molti genitori continuarono a mandare i loro figli alla Frantz.

Attualmente è presidente della Fondazione Ruby Bridges, che ha fondato nel 1999 per promuovere “i valori della tolleranza, del rispetto e dell’apprezzamento di tutte le differenze”.

Il 15 luglio 2011, la Bridges ha incontrato il presidente Barack Obama alla Casa Bianca, e durante la visione del suo famoso dipinto fatto da Norman Rockwell in mostra le ha detto: “Penso che sia lecito affermare che se non fosse stato per voi ragazzi, forse non sarei stato qui e non ci staremmo guardando insieme”.

Oggi Ruby Bridges, che un giorno si ritrovò la sola studentessa in una scuola che non la voleva, ha una statua che la ricorda, fuori dalla William Frantz.

Tratto da:
https://it.wikipedia.org/wiki/Ruby_Bridges#Biografia

https://riccardogazzaniga.com/ruby-bridges/

La storia di Romeo, il lupo

Ho avuto modo di sentire una conferenza sul lupo presso l’orto Botanico di Torino e sono rimasta stupita di molte notizie acquisite. La più interessante era: “non abbiate paura del lupo perché non attacca mai l’uomo anzi, quando lo avvista il piccolo branco di lupi, formato da una famiglia, scappano”.

Leggendo alcuni giorni fa questo articolo riconosco la veridicità di questo.

In Alaska Nick Jans, il proprietario di un labrador, ha trovato un lupo nel suo cortile di casa mentre, tranquillamente, giocava con il suo cane.

La straordinaria amicizia è proseguita ed è rimasta incastonata nei ricordi di un album di immagini scattate da Jans a questo lupo dal carattere altamente insolito ed enigmatico, che ha deciso di vivere tra gli esseri umani.

Da quel momento in poi, il lupo, al quale è stato dato il nome di Romeo, ha cominciato ad apparire periodicamente nel cortile di Jans, proprio per giocare con il cane.

Romeo si è rivelato essere una creatura estremamente cordiale e, ben presto, si è guadagnato l’amicizia e il rispetto non solo degli altri cani del quartiere, ma anche della gente di quartiere. In un primo momento, ovviamente, le persone erano costantemente preoccupate che il lupo potesse attaccare. Ma il tempo e i fatti hanno dato loro torto.

Romeo, chiamato così perché faceva il “cascamorto” con tutti, non chiedeva cibo. Era selvaggio al 100%, in grado di procurarselo da solo. E infatti ogni tanto scompariva per settimane, probabilmente a caccia.

Non c’è mai stato un solo caso in cui Romeo ha provato a far del male ai cani o ai bambini. Esso si rivela estremamente sociale, gioca con i cani, interagisce con le persone. Intelligente e attento, diventa una presenza fissa, portando un alito di vita selvaggia alle soglie delle case.

Nel tempo, anzi, ha anche iniziato ad adottare le abitudini dei suoi nuovi amici cani. Incredibilmente, il lupo si è comportato proprio come un cane addomesticato. Lo straordinario esemplare ha vissuto fianco a fianco con la gente del posto per più di sei anni ed è diventato un vero e proprio simbolo del villaggio Juneau, in Alaska.

Romeo è morto nel 2009. Nel 2010, gli abitanti di Juneau hanno istituito un memoriale in suo onore. Forse hanno sentito il bisogno di ricordare per sempre questo bellissimo lupo che ha dimostrato che anche gli animali, per natura predatori temibili, a volte possono creare un legame di amore genuino e di affetto verso altri esseri viventi.

Tratto da:
https://infinitynews.it/2016/04/07/29-2-romeo-il-lupo-che-seppe-conquistarsi-lamicizia-delluomo-29

Museo Etnografico Antichi Mestieri

Alcuni anni fa ho avuto modo di visitare il Museo etnografico di antichi mestieri a Pont Canavese, una valle a nord di Torino.

Fondato nel 1996 dall’Associazione per la promozione dei valori etnico-ambientali delle Valli Orco e Soana “Ij Canteir”, il museo illustra gli antichi mestieri e le attività contadine locali.

Nelle varie sale i manichini con indosso gli abiti d’epoca ti riportano, con la fantasia, indietro nel tempo. 

L’ambientazione è stata eseguita molto bene, nelle sale, la combinazione di manichini con abiti d’epoca ed attrezzi tradizionali permette la ricostruzione degli ambienti di lavoro dei diversi mestieri. Girando tra una stanza e l’altra gli spazi si animano con suggestive scene di vita quotidiana rappresentata da più di 50 personaggi e svariati oggetti che interpretano antichi mestieri ormai travolti dalla modernità.

Una sorridente lavandaia dà il benvenuto ai visitatori mentre una infaticabile materassaia prepara la soffice lana con l’ausilio della cardatrice.

Seguono tantissime altre figure di cui abbiamo sentito parlare. Quante realtà sofferte in giro per il mondo. Schegge di vita nate dalla povertà, dal bisogno di dare assistenza alle famiglie. Dure esperienze vissute con abnegazione e coraggio, tutte accomunate da un’unica speranza: il ritorno per ritrovare le proprie radici, la propria gente.

L’arrotino, il fabbro, lo spazzacamino, il ciabattino, lo stagnino, le tessitrici, il vetraio, il minatore, la mugnaia…

Questi sono solo alcuni dei personaggi che popolano questo museo.

Per info e prenotazioni telefonare ai numeri:
3494975573 – 3406115520
o rivolgersi all’Ufficio Turistico di Pont Canavese:
0127 85484

Cooperativa femminile di pesca in Marocco

Pensando alle numerose barche che ho visto partire alla sera o ritornare all’alba intravedo, nei miei ricordi, uomini abbronzati, magri e sento nell’aria l’odore salmastro del mare.

Infatti questo mestiere così antico , tanto che lo ritroviamo in favole, canzoni e racconti, è sempre stato per tradizione appannaggio strettamente maschile. Così, per quanto oggi in moltissimi Paesi le donne abbiano libero accesso a tutte le professioni, è difficile cancellare degli stereotipi così duraturi e c’è chi ancora si stupisce al pensiero di una donna che si imbarca su un peschereccio.

Anche a me è difficile quindi pensare a donne che possano svolgere questo mestiere. Ma mi sbagliavo.

Vorrei citare in questo mio articolo una iniziativa perché, come mi è solito fare, ho avuto modo di vedere un servizio che trattava di questo.

Parliamo del Marocco, dove è stata creata la prima cooperativa di pesca al femminile, fondata nel 2018 tra mille tabù e tradizioni da sfidare in un Paese ancora fortemente maschilista. Ecco perché quella di Fatima, Fatiha e delle loro sorelle pescatrici della cooperativa di Belyounech è una storia di passione per il proprio mestiere.

Fatima, la presidente della cooperativa dice: “Il mare è tutta la mia vita, quella dei miei figli e della gente del villaggio”.

“Agli uomini non piaceva il fatto che una donna praticasse la pesca in mare”, ha dichiarato invece Fatiha Naji, e infatti le donne si limitavano ad aiutare a riparare le reti e a pulire le barche senza però venire retribuite. Quella che mancava era una formazione al femminile, ma anche e soprattutto un’apertura mentale che poteva ottenersi solo a costo di sfidare i molti tabù della società.

Un gruppo di donne ha deciso di mettersi in gioco e il loro progetto si è concretizzato. All’inizio hanno iniziato a venire retribuite riparando le reti, poi, dopo due anni di formazione le 19 donne della cooperativa si guadagnano da vivere con i loro pescherecci. Tuttavia le donne continuano a subire insulti e minacce.

Nel seguire la loro passione, queste donne hanno aperto una strada che fino alla generazione precedente sembrava semplicemente impossibile e l’hanno fatto con il coraggio di immaginare un mondo diverso. “Lavorare in mare non è facile”, spiega Fatima, “ma è quello che io e le mie sorelle amiamo. Alla fine è un sogno che si è avverato”.

Tratto da:

https://www.elle.com/it/magazine/women-in-society/a32576541/la-prima-cooperativa-femminile-di-pesca-in-marocco/

Filastrocca: la zanzara Pitì

Sono una zanzara e mi chiamo Pitì,
a nessuno piaccio ma son fatta così,
ho un triste compito, son fastidiosa
io pungo tutti e mi diverto a iosa.

Forse non tutti sanno perché,
siamo noiose e facciamo male, ahimè,
il nostro ronzio è per attirare un compagno,
lo cerco sempre attorno allo stagno.

Non sono cattiva, ho questo difetto,
non piaccio ai bambini, soprattutto a letto,
vi do un consiglio, lasciatemi fuori
perché se entro sono dolori.

Ogni animale è diverso dall’altro,
c’è chi è buono e chi invece tutt’altro,
son piccolina, mi puoi anche schiacciare,
solo così  mi puoi debellare.

Questa è la storia della zanzara Pitì,
è durata poco, solo per un dì,
forse è servita la sua esistenza
o forse per noi è meglio star senza!

Michelangelo Rossato: illustratore

Oggi vorrei scrivere di questo illustratore di cui ho sentito parlare molto in questo ultimo periodo.

Personalmente amo gli artisti realisti, sia che si tratti di disegni o dipinti, ma ho notato, nelle biblioteche alla ricerca di libri da leggere per le nipotine o per disegni da copiare, che questo metodo di arte è sorpassato, gli stili oggi sono completamente diversi. Molto più colorati e stilizzati.

Sicuramente dietro a tutto questo ci sono tendenze psicologiche ma io, che ho sempre apprezzato i disegni di Sarah Kay, Clara M. Burd, John Loane, Norman Rockweel entrare in questa nuova ottica non è semplice.

Ritornando alla creatività di Michelangelo Rossato devo aggiungere che non solo è un illustratore di libri per bambini ma è anche uno scrittore. Parte da storie antiche raccontandole in uno stile molto attuale.

Nato in provincia di Venezia nel 1991, dopo la maturità classica, ha iniziato a interessarsi all’illustrazione per l’infanzia frequentando la Scuola di Illustrazione Ars in Fabula a Macerata. Nel 2014 si è diplomato in Illustrazione all’Accademia di Belle Arti con una tesi riguardante il legame tra la fiaba e le società matriarcali.

Attualmente Insegna illustrazione e letteratura per l’infanzia presso la scuola Ars in Fabula e l’Università Popolare di Borbiago (Venezia).

Biancaneve


La sirenetta

Norman Percevel Rockwell: illustratore

Sono una grande ammiratrice di molti illustratori e di alcuni ho già scritto nel blog. Sarah Kay, creato dalla mano di Vivien Kubos, Beatrix Potter con le immagini straordinarie con i suoi animali “parlanti”, John Sloane con gli incantevoli paesaggi rupestri…

Oggi invece vorrei scrivere di questo straordinario disegnatore: Norman Percevel Rockwell (3 febbraio 1894 – 8 novembre 1978)

Norman Rockwell è nato a New York da Jarvis Waring Rockwell e Anne Mary “Nancy” Hill.

Si è trasferito dal liceo alla Chase Art School all’età di 14 anni. Poi è andato alla National Academy of Design e infine alla Art Students League .

I suoi primi lavori furono prodotti per il St. Nicholas Magazine , la rivista Boys ‘Life dei Boy Scouts of America (BSA) e altre pubblicazioni per ragazzi.

Il suo primo importante lavoro artistico avvenne all’età di 18 anni, illustrando il libro di Carl H. Claudy Dimmi perché: storie su Madre Natura.

Successivamente, Rockwell è stato assunto come artista dello staff per la rivista Boys ‘Life . In questo ruolo, ha ricevuto un compenso di 50 dollari ogni mese per una copertina completa e una serie di illustrazioni per la storia. Si dice che sia stato il suo primo lavoro retribuito come artista. A 19 anni è diventato il redattore artistico di Boys ‘Life , pubblicato dai Boy Scouts of America .

Si trasferì, insieme alla sua famiglia, a New Rochelle , New York, quando aveva 21 anni. Condivise uno studio con il fumettista Clyde Forsythe, che ha lavorato per The Saturday Evening Post . Con l’aiuto di Forsythe, Rockwell inviò il suo primo dipinto di copertina di successo al Post nel 1916 e ne continuarono molti altri negli anni a seguire.

È stato pubblicato otto volte sulla copertina del Post nel primo anno. Alla fine, Rockwell ha pubblicato 323 copertine originali per The Saturday Evening Post in 47 anni. La sua Sharp Harmony apparve sulla copertina del numero del 26 settembre 1936; raffigura un barbiere e tre clienti mentre si godono una canzone a cappella .

Lavorando per The Saturday Evening lasciò la Boys ‘Life , ma continuò a includere scout nelle immagini di copertina del Post e nella rivista mensile della Croce Rossa americana.

Durante la prima guerra mondiale, volle arruolarsi nella Marina degli Stati Uniti ma gli è stato rifiutato l’ingresso perché, a 140 libbre (64 kg), era sottopeso di otto libbre per qualcuno alto 6 piedi (1,8 m). Per compensare passò una notte a rimpinzarsi di banane, liquidi e ciambelle e il giorno dopo il suo peso era aumentato abbastanza e si arruolò. Tuttavia, gli è stato assegnato il ruolo di artista militare e non ha visto alcuna azione durante il suo turno di servizio.

Durante la fine degli anni ’40, Norman Rockwell trascorse i mesi invernali come artista residente all’Otis College of Art and Design . Gli studenti occasionalmente facevano da modelli per le sue copertine del Saturday Evening Post .

Nel 1959, dopo che sua moglie Mary (sposata in seconde nozze nel 1930), morì improvvisamente per un attacco di cuore, Rockwell si prese una pausa dal suo lavoro per piangere. Fu durante quella pausa che lui e suo figlio Thomas produssero l’autobiografia di Rockwell, Le mie avventure come illustratore , che fu pubblicata nel 1960. Il Post stampò estratti di questo libro in otto numeri consecutivi, il primo contenente il famoso Triplo Autoritratto di Rockwell.

L’ultimo dipinto di Rockwell per il Post fu pubblicato nel 1963, segnando la fine di un rapporto editoriale che aveva incluso 321 dipinti di copertina.

La sua ultima commissione per i Boy Scouts of America è stata un’illustrazione del calendario intitolata The Spirit of 1976 , che è stata completata quando Rockwell aveva 82 anni.

Rockwell è stata insignito della Presidential Medal of Freedom , la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti d’America, nel 1977 dal presidente Gerald Ford . Il figlio di Rockwell, Jarvis, ha ritirato il premio.

I suoi lavori sono innumerevoli e ha illustrato più di 40 libri. 

Il lavoro di Rockwell è stato respinto dai critici d’arte seri durante la sua vita perché consideravano le sue opere decisamente troppo dolci e non è considerato un “pittore serio” da alcuni artisti contemporanei, che considerano il suo lavoro come borghese e kitsch.

Negli ultimi anni, tuttavia, Rockwell iniziò a ricevere più attenzione come pittore quando scelse argomenti più seri come la serie sul razzismo per la rivista Look.

Rockwell morì l’8 novembre 1978, di enfisema all’età di 84 anni nella sua casa di Stockbridge, nel Massachusetts.

Nel 2011, questo dipinto è stato esposto alla Casa Bianca quando il presidente Barack Obama ha incontrato il soggetto, Ruby Bridges , all’età di 56 anni.

By original uploader User:Jengod, Fair use, https://en.wikipedia.org/w/index.php?curid=601019


Norman Rockwell

Tratto da:
https://en.wikipedia.org/wiki/Norman_Rockwell

Colette Rosselli: illustratrice e scrittrice

Colette Rosselli, nata Colette Cacciapuoti, meglio conosciuta come Donna Letizia, nasce a Losanna da una famiglia borghese il 25 maggio 1911 e trascorre l’infanzia tra Firenze e la Versilia.

Di madre inglese e di padre italiano, Colette Rosselli è stata una delle poche illustratrici italiane ad occuparsi di libri per l’infanzia. La sua prima vocazione era verso  un genere particolare di disegno, l’illustrazione di libri per bambini.

Colette è stata una scrittrice, giornalista, illustratrice e pittrice italiana. È nota soprattutto per la seguita rubrica di bon ton, Il saper vivere, che ha tenuto prima su Grazia e in seguito su Gente.

Aveva ricevuto un’educazione superiore, sposò Raffaello Rosselli, cugino dei fratelli antifascisti assassinati in Francia, all’età di 19 anni e aveva avuto una figlia. Si separerà dal lui nel 1940.

Come illustratrice aveva iniziato a pubblicare i suoi disegni a New York per le riviste Harper’s Bazaar, Mademoiselle e Vogue, illustrando anche libri per bambini, alcuni dei quali scritti da lei stessa

Il primo libro di Susanna, scritto per la figlia, è pubblicato durante la guerra con lo pseudonimo Nicoletta, e narra le vicende di una bambina, un cagnetto e un uccellino. Segue Il secondo libro di Susanna.

Per Mondadori pubblica in seguito altri volumi, tra i quali ricordiamo Prime rime, Collolungo, Questa è Margherita e Il Cavaliere Dodipetto.

Stanca di essere l’illustratrice più sottopagata, negli anni sessanta cessa l’attività di illustratrice per l’infanzia abbandonando la Mondadori in favore di altri editori per i quali scriverà soprattutto libri di galateo e di memorie.

Colette era una bella signora, elegante e raffinata, disegnatrice e giornalista e, non più giovanissima, divenne la moglie di un importante giornalista italiano: Indro Montanelli. Ebbero una lunghissima relazione sfociata nel matrimonio solo nel 1974, dopo il divorzio di lui dalla prima moglie.

Un matrimonio molto particolare: lei a Roma nella sua casa di Piazza Navona, lui a Milano, uniti dall’amore per la reciproca indipendenza, la riservatezza e il desiderio di preservare la loro intimità di fronte ai pettegolezzi. Vicino a Firenze, a Fucecchio, città natale di Montanelli, nel palazzo della Fondazione Montanelli Bassi sono stati ricostruiti esattamente come erano, per volontà e lascito dello stesso Montanelli, i suoi due studi di Milano e Roma con tutti gli arredi, compresi i libri, e qui si trovano anche tutti gli scritti, i libri, le dediche e altri cimeli della stessa Colette.

Le illustrazioni e la pittura resteranno la sua passione e nel corso degli anni i suoi quadri vennero esposti in importanti gallerie.

Nel gennaio 1996 viene colpita da un ictus, in seguito al quale muore il 9 marzo successivo nella sua casa romana a piazza Navona.

 

Tratto da:

http://sebastianozanetello.blogspot.com/2016/03/colette-rosselli-ovvero-prime-rime-per.html

https://blog.libero.it/laviaggiatrice/10955965.html

Il guardiano del faro

Come ho scritto più volte amo la montagna ma anche il mare. Sono nata in una città di mare per cui questo elemento l’ho nel mio DNA. Da giovane passavo molte ore in spiaggia nel mio tempo libero, da Marzo fino a Novembre e amando molto abbronzarmi mi crogiolavo al sole per ore e ore. Il silenzio rotto solo dalle onde che battevano dolcemente sulla battigia faceva da sottofondo ai miei pensieri.

Quando ho letto la storia di Paolo ne sono rimasta incantata. Sessant’anni portati bene, fisico magro, un po’ di barbetta grigia. Ha deciso di diventare farista per aver sempre un contatto diretto e costante con il  mare, il vento, la natura, fuori da tutto, da ogni schema, e per la libertà di organizzarsi la giornata e gli impegni lavorativi.

L’orario di lavoro di Paolo è dalle 8 alle 14 per  cinque giorni a settimana. Dopo 25 anni di lavoro al servizio fari presso il comando Zona Fari di La Spezia, ha deciso di accettare, due anni fa, questo ruolo. Il faro è quello di Portofino, cittadina clou della riviera di levante del litorale ligure.

Il Servizio fari è affidato dal 1911 alla Marina militare. Si accede al lavoro di Guardiano del faro solo se si è dipendenti della Marina, occorre poi avere la categoria di assistente tecnico nautico, avere la patente militare e l’autorizzazione a condurre natanti.

 Paolo deve risolvere tempestivamente le varie avarie, la pulizie delle ottiche dei vetri in modo che il segnalamento abbia la massima visibilità, le varie manutenzioni agli impianti».

La nostra idea “romanzata” di farista è diversa. La nostra immaginazione ci porta a pensare al faro collocato in mezzo al nulla, in zone nordiche dove il mare impervio, nelle notti di tempesta, si abbatte sulla terra abbattendo tutto ciò che incontra.

Quante storie potrebbero raccontare i fari !  Di terribili tempeste che li squassavano alle fondamenta, di salvataggi, di naufragi e, ma c’è un altro aspetto dei fari poco conosciuto, ma altrettanto affascinante : IL MISTERO.  Forse perché si trovano sempre in zone isolate e selvagge il pensiero corre a presenze misteriose che li abitano, sarà per via del vento che sibila su per le scale a chiocciola, per il rumore delle onde ai suoi piedi,  o per il tamburellare della pioggia sui vetri …forse si tratta di vecchi  guardiani finiti in mare nel tentativo di un salvataggio, o di uomini e donne morti di solitudine, lontani da tutto. 

Ma la storie più belle le racconta quel fascio di luce che spazza il buio della notte, quel fascio che lambisce il mare, che dice al il marinaio che lì c’è un pericolo da evitare, e che da lì può arrivare al porto e alla salvezza.   

Ma sappiamo che I fari sono monumenti antichi, molti risalgono ad epoche lontane, i più recenti sono stati costruiti nei primi anni del 1900 ed hanno quindi già più di cent’anni e non ne verranno più costruiti, non ce ne saranno mai dei nuovi, sono quindi il ricordo di un’epoca passata che non tornerà più.

Ritornando a Paolo aggiungo che bisogna esserci portati per fare questo mestiere, non soffrire di solitudine, essere capaci di stare bene con se stessi e, cosa più importante, saper fare di tutto.

Egli afferma: «Il mio sguardo che si perde verso  un orizzonte unico ed inspiegabile, la solitudine ed il contatto con il mare blu e le onde spumeggianti mi ripagano di ogni arduo sacrificio e dei piccoli sforzi quotidiani».

Tratto da: 
https://nuvola.corriere.it/2019/02/13/paolo-guardiano-del-faro-la-mia-vita-a-contatto-con-la-natura/

https://digilander.libero.it/2mareblu/storie_di_fari.htm

L’Ospedale delle bambole

Oggi vorrei scrivere un articolo abbastanza particolare, soprattutto in questo periodo dove si parla, purtroppo quotidianamente, di ospedali e di morti.

Il tema è lo stesso ma in una veste diversa e molto più “leggera”.

Vorrei citare la cosiddetta “dottoressa delle bambole”, Greta Canalis. Questa giovane donna proviene da una famiglia di artigiani. Il suo laboratorio è situato a Torino. È un piccolissimo locale, un salottino come lei lo definisce.  

Le bambole dei nostri ricordi, che ci hanno accompagnato nella nostra infanzia e hanno bisogno di essere restaurate trovano un ambiente consono a loro.

Sembrerebbe  a prima vista un lavoro facile ma i materiali di una volta, come lei comunica, erano di recupero, tipo celluloide, cartapesta, paglia, quindi il ridare nuova vita non è così semplice.

Quello che è interessante è la storia che è legata dietro alle bambole. La persona che accede al negozio per il restauro racconta sempre il legame con la bambola. La sua storia viene raccontata e Greta, ascoltatrice di questa, dice che è difficile, per un adulto,  riportare nel dialogo le emozioni per cui ne fa veramente tesoro di questo.  Riparare bambole è più di un lavoro. «Dentro ci sono i ricordi delle persone – spiega Greta – e ridare vita a una bambola significa mantenere vive le emozioni che ci portiamo nel cuore».

La clientela in negozio è varia. Le bambine hanno una sorta di “precedenza”. «Quando mi lasciano la bambola, i loro occhi si riempiono di tristezza. E’ come se si separassero dalla sorellina. Per cui non posso deluderle e devo anche fare in fretta». Ma ci sono anche anziane che arrivano con oggetti che racchiudono storie toccanti. «Una signora mi portò una bambola con indosso i vestitini della figlia, morta quando era piccola. In quegli istanti capisci che stai lavorando a contatto con sentimenti fortissimi».

Greta restaura bambole, peluche, orsacchiotti e tutti quei giochi che hanno riempito gli anni più spensierati di ognuno di noi.

E pensare che da piccola, mentre giocava nelle campagne della sua Tonengo, nel Canavese, Greta non aveva poi tutta questa grande passione per le bambole. «Mi piacevano, certo. Ma ero come tutte le altre bimbe». Ora, invece, sono parte della mia vita».

Ci sono altri Ospedali per le bambole sparsi per l’Italia ma questa sarà un’altra Storia.



Tratto da:

https://www.cronacaqui.it/greta-dottoressa-delle-bambole-cosi-rivivono-sogni-delle-bimbe/

Nuova collaborazione con blogger

Ritengo la collaborazione una cosa positiva perché il riscontro con gli altri è essenziale, in qualsiasi ambito. Ormai tutti coloro che si mettono in proprio si legano ad altre figure che rientrano, anche parzialmente, nel loro progetto lavorativo. Questo per offrire un maggior numero di professionisti in un unico riferimento.

In questo specifico caso la collaborazione è con un sito che  tratta attività dirette a bambini. 

Riporto la sua descrizione!

La Favola Vagante si occupa di educare i bambini e i grandi attraverso  le favole, la musica e le filastrocche.

La mia esperienza di una vita passata nella musica e nella educazione dei bambini, la trovate in questo blog.

La priorità viene data a quelle favole che nella loro metafora si occupano di problematiche sociali di grande rilevanza come: La libertà, la democrazia, la donazione, l’amore per i genitori e l’amore in senso generale, il rispetto della natura, il rispetto degli altri.

La mia esperienza di educatore mi ha portato a mettere insieme  la musica, le favole e le immagini, potenziandone cosi  la loro forza reciproca.

Sono nate così dopo le favole, i racconti musicali, e i cartoni animati; favole che potete trovare su Amazon, mentre i racconti  musicali e i cartoni animati, si trovano nei miei concerti multimediali online.

Genitori e insegnanti troveranno materiale da utilizzare ai fini educativi  (favole, filastrocche, disegni, canzoni per bambini, giochi musicali, materiale per recite scolastiche).

La mia ispirazione educativa suggerita da S. Suzuki è nel metodo della “Madre Lingua” , metodo che sta ad indicare che la prima e più importante responsabilità educativa è nelle mani dei  genitori e loro hanno questa grande responsabilità, successivamente il compito passa agli insegnanti!

http://www.lafavolavagante.org/

https://www.facebook.com/lafavolavagante

Filastrocca :gli elfi e Babbo Natale

Siamo gli elfi e siam piccini,
noi piacciamo a tutti i bambini
ma non abbiamo ancora capito
se è per i doni o il nostro vestito.

Alla mattina di buon’ora
siamo ancora sotto le lenzuola,
una campana rimbomba nell’aria,
è la nostra sveglia ed è necessaria.

Tutti di corsa andiamo a lavarci,
è un grande caos per accaparrarci
sia il sapone che l’asciugamano,
facciamo presto o la colazione saltiamo.

Poi profumati e tutti bellini
andiamo a finire i giocattolini,
chi è addetto alle bambole o ai trenini,
chi ai peluche o ai cavallini.

Che bella atmosfera che noi creiamo,
una musica dolce nell’aria sentiamo,
siamo ancora assonnati e anche stanchini
ma Natale è vicino:pensiamo ai bambini!

Ecco, siam pronti, è tutto finito,
facciamo i pacchetti con qualche candito,
le renne aspettano che i sacchi mettiamo,
son pronte a partire e tutti aspettiamo.

Ecco Babbo Natale, è ancora più bello,
per noi lui è un caro fratello,
no , anzi, qualcosa di più,
gli vogliamo un gran bene tutti quassù.

Ed ecco che partono, con un saluto,
anche questo Natale abbiamo potuto
costruire giocattoli per i bambini,
siamo proprio contenti, anche se siam piccini.

La donna marinaio: Lucia Pozzo

Nel giorno commemorativo dedicato alla violenza sulle donne, il 25 Novembre, con il morale a terra per i dibattiti seguiti e le ultime notizie tragiche del telegiornale, ho voluto cercare qualcosa di positivo riguardante il gentil sesso e sono capitata su un sito. Devo dire che avevo già preso in considerazione questo nome fra tanti altri per scrivere poi degli articoli sul mio blog.

Oggi quindi vorrei citare questa straordinaria donna torinese, classe 1961, che ha fatto dello sport il suo modello di vita.

Quello che riporto è solo una sintesi di tutto quello che questa straordinaria donna ha fatto nella sua lunga carriera. Posso senza ombra di dubbio dire che ha vissuto pienamente ogni singolo giorno.

Lucia Pozzo ha iniziato la sua carriera sportiva già dall’età di 4 anni.

Le sue prime attività sono state orientate verso gli sport di montagna, quali lo sci alpinismo, l’arrampicata, il trekking per poi passare all’equitazione, scherma…

Si avvicina agli sport acquatici utilizzando il kajak e irrobustisce i muscoli con il windsurf.

All’età di 17 anni si avvia allo sport della vela e le gelide acque dei laghi del nord Italia la temprano e la avvicinano sempre più ad aiutarla a capire che la vela è uno sport avventuroso e affascinante.

Si laurea in architettura con una tesi sperimentale di indirizzo navale: la progettazione di una barca a vela realizzata in ferro cemento molto sottile, alleggerito con degli inerti speciali.

Nel 1985 si fa sponsorizzare una serie di regate importanti. Raduna il primo equipaggio italiano composto da tutte donne e le allena su una barca che battezza con il nome “Invicta Delfino Rosa”, che sulla fiancata porta dipinto un gran delfino con occhioni azzurri e lunghe ciglia.

Ottiene numerose vittorie. L’equipaggio femminile dà lustro al suo capitano per ben tre anni; a questo punto della carriera, una prestigiosa fabbrica di automobili, rende possibile allo “Stint ex Adriaco”, un tredici metri del 1908, appartenente alla classe 8 metri stazza internazionale, la partecipazione ai più prestigiosi raduni di vele d’epoca del Mediterraneo, con la vittoria del premio “Donne in Carriera” al trofeo Dipartimento Alto Tirreno. Si dice che la veloce barca sia appartenuta al mitico Barone Rosso, asso dell’aviazione della prima Guerra Mondiale e che il suo fantasma aleggi tra le giovani ragazze.

Il lavoro che però affascina maggiormente Lucia consiste nello scovare, per facoltosi armatori, imbarcazioni di pregio abbandonate, consigliarne l’acquisto, seguirne il restauro.

Questa attività l’ha portata a immergersi nei polverosi archivi dei più prestigiosi cantieri navali del mondo e le ha dato l’opportunità di imparare le antiche tecniche della carpenteria navale.

Lucia, molto conosciuta nell’ambiente della nautica italiana e francese, per essere stata fino a pochi anni fa l’unico comandante donna in un ambito ancora dominato dagli uomini, si è fatta per anni promotrice di associazioni e cooperative per la tutela e il riconoscimento della figura professionale dello skipper e del marinaio da diporto.

Compie due giri del mondo su barche differenti, nel circuito dei World Rallies inglesi e francesi. Queste navigazioni le permettono di visitare i luoghi più belli dell’emisfero sud, di attraversare due volte il Pacifico, di navigare nell’Oceano Indiano e di cimentarsi con i pirati e con i venti contrari del Mar Rosso.

Nel 2010 si cimenta ancora una volta con una regata d’altura in equipaggio di due persone, con un’altra donna. Le condizioni meteo sono proibitive, ma Lucia e la sua prodiera condurranno il 14 metri Fieramosca alla vittoria.

Queste e altre simpatiche vicende e navigazioni, sono ampiamente raccontate nei suoi libri, che narrano le avventure di mare del comandante donna e dei suoi equipaggi, condite da una schietta vena di umorismo e femminilità.

Improvvisamente, durante una navigazione d’oltreoceano molto impegnativa, circondata da aurore boreali, orche e iceberg alla deriva, una folgorazione fa scegliere il luogo che risponde alle aspettative della signora del mare.

Attualmente, stufa di avere scatoloni e valigie disseminate tra le case degli amici e i garage della famiglia, decide di dare un domicilio fisso a tutti i suoi oggetti personali. Così, senza rinnegare l’amore per le barche a vela e per il mare, la skipper, il marito navigatore e un bimbo già grandicello, decidono di stabilirsi a quota 1200 metri, nella cornice delle Alpi Occidentali, in provincia di Torino.

Ristrutturano una baita che risale all’Ottocento, costruiscono una stalla e, pur continuando a navigare a turni alterni, si circondano di ingombranti animali.

Qui Lucia disegna, e scolpisce originali mobili di design ispirati ai luoghi esotici che ha visitato.

Una storia di vita vissuta tutta al femminile, dove anche nella quotidianità della montagna, l’autrice rimane sempre un comandante di barche a vela.

Da questo connubio mare-montagna, è nato il libro “Naufragio in alta quota”.
Tratto da:
http://www.luciapozzo.it/chisono.html

Ibridatore di Plumeria: Joseph Rosselli

Joseph Rosselli, ex triatleta e ciclista, fu il primo ibridatore di Plumeria. Fanatico floricoltore di Kenner (U.S.A) era di origini siciliane.

Egli non avrebbe mai immaginato che sarebbe diventato il primo creatore di Plumerie come lo è oggi, accreditato di oltre 50 ibridi di varietà di Plumerie. Rosselli dice: “Questa odissea con le Plumerie è il classico caso di una porta che si chiude ed una che si apre”.

Racconta che tutto cominciò quando con una sua ex fidanzata acquistò una talea di Plumeria bianca ad un mercato delle pulci, poi l’amore per la fidanzata finì e rimase soltanto un lungo e durevole amore per le Plumerie, conosciute per i fiori usati principalmente nelle “Leis”(collane Hawaiane).

Egli cominciò comprando Plumerie dalla Stokes Tropical, un vivaio nella New Iberia , di proprietà di Glenn Stokes, che era il venditore di Plumerie più vicino ed iniziò a sperimentare l’impollinazione incrociata delle migliori varietà. “Io lo avevo preso come un gioco per scherzo con i fiori” disse Rosselli. Il primo ibrido, la Principessa di Metairie , fu creata nel 1998, poi venne la Principessa Victoria Adriana , il nome di sua moglie Victoria, che è di Ontario, ( anche Lei oriunda Italiana ).La Plumeria Princess Victoria è il fiore pubblicato sulla copertina dell’edizione del 2000 del catalogo della Stoke’sTropicals, e la foto pubblicata sul”The Handbook on Plumeria Culture di Richard Eggenberger.“ Io apprezzai il fiore e fui contento di promuovere la Princess Victoria come un tributo a Victoria”, egli disse, “La chiamai così perché riconobbi che questo fiore era il migliore del mondo, come lei.”

Rosselli si dilettò a coltivare altri fiori come Orchidee e rose, ma le Plumerie sono la forma d’arte da lui scelta e da lui usata per pagare un tributo alle donne della sua famiglia e di quella di sua moglie. Di tutte le varietà da lui create, Rosselli disse “La Principessa Anita Rosa, chiamata come sua cognata , Anita Crapanzano, è la più fragrante. “Io voglio rendere le donne della mia famiglia immortali, lasciando qualcosa per mostrare quelle che erano , e per onorarle con qualche cosa che le future generazioni vedranno, questo è l’unico modo per onorare i membri della mia famiglia.”

Rosselli disse che creare delle varietà nuove di Plumeria è un lavoro arduo, anche se la Plumeria non è difficile da crescere individualmente. In media ci vogliono tre o quattro anni per creare un nuovo ibrido, anche perché Kenner non gode le costanti condizioni tropicali che esistono nelle Hawai o nell’America Centrale , dove fioriscono alla temperatura ottimale di 85 Gradi F.(29°C).

Io voglio cullarmi nel mondo delle Plumeria perché penso che i miei fiori saranno cercati dopo.

“Io cominciai ad essere il coltivatore di fiori più incredibili nel loro genere, trovati in tutto il mondo. Io faccio questo per divertimento e trovo la fama internazionale. Questi ibridi sono personalizzati individualmente e soltanto io li ho nel mondo intero.


Plumeria rubra “Princess Victoria”


Plumeria rubra “Princess Josephine Fiorella”

Plumeria rubra “Princess Catherine Louise”

Tratto da un elaborato tradotto di Christine La coste Bordelon

Filastrocca: la vita nel laghetto

Nel mio giardino
c’è un laghetto,
non è tanto grande
ma è perfetto.

Ci sono rane
e anche girini
ed è la gioia
di tutti i bambini.

Se guardi dentro
ci sono tante foglie
con sopra le rane
e l’acqua le accoglie

Si tuffano sempre,
è un trampolino
e il loro ‘splash’
fa sussultare il bambino.

I fiori nell’acqua
sono ondeggiati
basta un poco di vento
per vederli spostati.

Non hanno una sede,
non sono ancorati,
si mischian tra loro
son molto fortunati.

E se la sera
ti fermi a guardare
è tutto più calmo
e ti ci puoi specchiare.

Sol le libellule
librano sopra,
dai colori brillanti,
verde, blu o rosa.

Gypsy Blanchard e la sindrome di Münchhausen per procura

Quando ho visto questo film-documentario sono rimasta allibita al solo pensiero che una madre possa essere riuscita  a fare tutto questo.

Sono rimasta sconcertata ma poi è prevalso il buon senso e mi sono detta che purtroppo molte malattie degenerano in atrocità.

Di casi legati alla sindrome di Münchhausen per procura se ne è sempre sentito parlare e di solito non c’è mai un lieto fine per i bambini che le subiscono ma in questo specifico caso è successo proprio il contrario.

Vorrei quindi raccontare in questo articolo la storia di Gypsy Blanchard. Non importa, secondo me, l’epilogo di questa storia e lo cito solo per conoscenza, ma l’infanzia di questa giovane donna che non potrà mai più recuperare  e dimenticare.

Gypsy Blanchard nasce a Chackbay, Louisiana (U.S.A) , nel Luglio del 1991. La mamma, Dee Dee ha 24 anni mentre il papà, Rod ne ha 17.. Poco dopo la nascita il papà lascia la moglie, così il nucleo familiare si restringe e rimangono a vivere insieme Dee Dee e Gipsy, che si spostano a casa dei parenti della madre.

I primi problemi iniziano quando Gypsy comincia a soffrire di apnee notturne, e per questo viene portata spesso in ospedale, dove viene monitorata durante la notte con appositi macchinari.

All’età di 7 anni Gypsy, dopo una caduta sulla motocicletta del nonno, viene portata in ospedale per farsi medicare la ferita sul ginocchio. Al suo ritorno però la madre afferma che le lesioni riportate dalla figlia necessitano di diverse operazioni chirurgiche, e per questo la mette su una sedia a rotelle.

Le cose continuano a complicarsi ulteriormente quando all’età di 8 anni le vengono diagnosticate distrofia muscolare e leucemia. La madre in seguito dichiarerà che la figlia soffre anche di ritardo mentale.

Di lì a poco la povera Gipsy avrebbe iniziato a manifestare una serie di gravi patologie, che non le avrebbero più permesso di giocare, camminare, andare a scuola, vivere un’infanzia e un’adolescenza normali, avere degli amici e un fidanzatino. Leucemia, asma, distrofia muscolare, allergie alimentari, danni cerebrali che la fanno rimanere ad un livello cognitivo infantile, necessità di nutrirsi attraverso una sonda gastrica.

La sua storia comincia a circolare e poco tempo dopo vengono organizzate raccolte fondi per aiutare la madre a permettersi le cure per la bambina. Gypsy viene sottoposta a molte operazioni chirurgiche, durante una delle quali le vengono tolte le ghiandole salivari. In seguito i suoi denti cominciano a deteriorarsi e per questo gli vengono estratti. La notte è costretta a dormire con un respiratore artificiale.

Per più di 10 anni, Gypsy si sposta su una sedia a rotelle e ha subito diversi trattamenti medici accompagnata da sua madre. Dee Dee era ammirata e considerata una madre esemplare da medici e familiari.

La madre aveva tessuto una tela capace di ingannare molte persone, arrivando persino a somministrare alla figlia delle sostanze che simulassero i sintomi delle varie patologie.

Magra, emaciata, senza denti e senza capelli, con dei grandi occhiali da vista, Gypsy Rose ha una voglia di vivere pazzesca. È allegra e socievole e la comunità la aiuta sempre con i suoi trattamenti o regalandole viaggi a Disneyland per rendere i suoi ultimi anni di vita i migliori possibile.

Nel 2005 Dee Dee dichiara di aver perso la propria abitazione a seguito dell’uragano Katrina, perciò vengono aiutate da un’associazione che regala a mamma e figlia una casa nel Missouri.

Qualcosa però non convince i dottori del Missouri, i quali avevano fatto richiesta a Dee Dee dei referti medici della bambina. La donna riferisce di non poterli mostrare perché sono andati persi in seguito all’uragano.

Il sospetto comincia a farsi spazio tra i medici e sarà il preludio di una verità sconcertante.

L’epilogo di questa storia è travolgente: Gypsy Blanchard, insieme al fidanzato Nicholas Godejohn, conosciuto online, uccidono Clauddine “Dee Dee” Blanchard. È il 14 Giugno 2015.

Dopo anni di soprusi, la giovane donna è riuscita ribellarsi, a tornare a vivere e, secondo lei, l’unico mezzo per poterlo fare era eliminare chi non le permetteva questo.

Il giorno seguente verranno ritrovati nella casa di Nicholas, la loro storia d’amore si conclude così.

Nel processo contro il fidanzato Gypsy Blanchard ha voluto testimoniare in sua difesa, ripercorrendo quanto le aveva fatto sua madre e spiegando che l’idea di ucciderla era stata sua.

Le rivelazioni di Gypsy sono sconvolgenti. In realtà lei non ha mai sofferto di nessuno dei disturbi che sono stati dichiarati dalla madre. Nessuna apnea notturna, né disabilità fisiche o mentali. Il suo corpo era perfettamente sano.

Nicholas Godejohn viene condannato all’ergastolo. Gypsy Rose viene invece condannata a 10 anni di carcere per omicidio di secondo grado, concedendole le attenuanti per quello che aveva dovuto subire.

Successivi accertamenti dimostreranno che Dee Dee Blanchard soffriva della Sindrome di Münchhausen per procura, (per procura” perché il paziente inventa la sintomatologia di qualcun altro). Si tratta di un disturbo mentale che porta un genitore (principalmente la madre) a far credere che il proprio figlio abbia delle patologie, allo scopo di guadagnarsi la solidarietà delle persone.

Il nome di questa sindrome deriva da un personaggio effettivamente esistito, per l´appunto il barone di Münchhausen, che visse in Germania nel XIX secolo ed era noto per i suoi racconti estremamente fantasiosi e avvincenti, ma soprattutto umoristici.

Tratto da:

https://www.fanpage.it/esteri/costretta-a-fingersi-disabile-chiede-al-fidanzato-di-uccidere-la-madre-la-storia-di-gypsy/

https://auralcrave.com/2020/07/08/the-act-la-terribile-storia-vera-di-gypsy-rose-e-della-madre-dee-dee/

La sposa del mare

Mi appassiono molto a quelle persone che riescono ad ottenere dalla loro vita quello che vogliono. Tante volte i nostri nonni o i nostri genitori avevano un sogno nel cassetto, ma per tanti motivi non hanno potuto realizzarlo. Che fosse un lavoro o un obiettivo diverso non importa.

Molti hanno dovuto ripiegare sul lavoro dei genitori, che questo consistesse nel portare avanti una attività commerciale o lavorativa in genere. Riguardo agli hobby se le risorse  economiche non lo permettevano rimanevano sogni nel cassetto.
E tu vivevi con stretto al cuore il tuo sogno. Magari facevi anche un lavoro che non ti appassionava e quindi ti adattavi a quella situazione perché non potevi fare altro.

Poi i tempi sono cambiati e, se volevi, potevi sceglierti il tipo di lavoro o di studio. E la vita così migliorava.

Negli ultimi decenni siamo ritornati indietro, ti potevi scegliere il tuo percorso di studio ma che poi, per la maggior parte, non lo portavi avanti come obiettivo futuro per carenza di posti vacanti.

Perché ho scritto questo articolo? E riprendo il discorso iniziale: mi appassiono molto a quelle persone che riescono ad ottenere dalla loro vita quello che vogliono.

E voglio scrivere di una donna soprannominata La sposa del mare. Il suo nome è Anna Maria Verzino, di Casalbordino Lido (Chieti) e fa la pescatrice.

Ha iniziato la sua attività ad appena 5 anni, accompagnando il padre Donato a pescare con la barca. Verso i 30 anni, convinta pienamente che quello sarebbe stato il suo lavoro ha ottenuto la licenza di pesca, perché era stata approvata la legge sulla parità dei sessi. L’ha ottenuta dopo aver superato le prove di abilità, quali il nuoto e gli esami.

Lei, unica donna in mezzo a tutti maschi.

Il lavoro del pescatore, come ben sappiamo, è molto impegnativo, sia se sei costretto a stare  fuori con la tua barca tutta la notte sia se esci solo per piazzare le nasse e le recuperi il mattino. Anna Maria faceva così, le ritirava al mattino.
E, come fanno tutti i pescatori, vendeva il pesce sulla spiaggia. A quei tempi era inusuale che questo lo facesse una donna.

Anna Maria è una donna schiva che non ama farsi fotografare e parlare di sé, ama la vita e ama soprattutto il lavoro che si è scelta. Non per necessità o per seguire le orme del padre ma perché il mare l’aveva dentro di sé, il mare era il suo mondo.
La mamma voleva che diventasse sarta ma lei rifiutò perché voleva diventare una pescatrice. E non si è mai pentita di questa scelta.
Nutrì un grande amore per Gloria, la sua prima barca e le altre che le succedettero ebbero sempre lo stesso nome.

«Quando cucino metto il gas molto basso sotto la pentola, così posso uscire sul balcone e guardare il mare». Meglio di questo concetto per definirla non esiste.
“Il mare per me è il mio mare. Gli voglio bene come se fosse una persona. È stata la mia vita intera”.

A ottantaquattro anni Anna Maria ancora affronta il mare, alcune volte con il fratello Bruno, spesso in solitaria avventura, in cerca non tanto di economie con cui contribuire alla vita familiare, ma, oggi più che in passato, alla ricerca di quell’appagamento esistenziale che ha caratterizzato tutta la sua vita. Un’esistenza che si riverbera sul suo volto intenso, plasmato dalla salsedine e ambrato dal sole dove il suo sguardo cristallino diviene ancor più luminoso, reso vivace dalla gioia di condurre una vita amata.

La sua vita l’ha vissuta pienamente, aneddoti da raccontare ne avrebbe tanti ma fanno parte solo del suo mondo.

E, con i suoi occhi azzurro ghiaccio,  scruta il mare, questo suo grande amico che non l’ha mai tradita.Tratto da:
https://d.repubblica.it/attualita/2016/05/18/foto/fotografia_pescatrice_centenaria_abruzzo_la_sposa_del_mare_annalisa_marchionna-3090884/1/

https://d.repubblica.it/attualita/2016/05/18/foto/fotografia_pescatrice_centenaria_abruzzo_la_sposa_del_mare_annalisa_marchionna-3090884/1/

Séraphine Louis de Senlins

Ho finito di leggere da poco tempo un libro sulla vita della scultrice francese Camille Claudel che ho trovato angosciante, al punto tale da non riuscire nemmeno a leggerlo tutto. Non aggiungo particolari del perché ma le motivazioni sono tante.

Ebbene, ecco che senza volere mi imbatto di nuovo in un  caso simile. Questa volta si tratta della pittrice Séraphine Louis de Senlins che come storia si avvicina molto a quella di Camille. Sembrerebbe di leggere la favola di Cenerentola ma questa è una storia vera.

Di lei, come donna e come artista se n’è sempre parlato poco, fino al 2008, in seguito al film di Martin Provost, Seraphine. Il film ha trionfato ai Premi César 2009, con sette premi vinti, fra cui quello per il miglior film e miglior attrice a Yolande Moreau.

Séraphine Louis de Senlins (1864-1942) nasce in francia, ad Arsy, da una famiglia di pastori. Dopo la morte prematura della mamma inizia a lavorare come domestica in un convento, ma se all’inizio credeva che quel mondo fosse il suo ben presto capisce che la sua strada, il suo futuro è fuori, nel mondo.

Continua ad essere una credente devota e, uscita dal convento, la donna inizia a dipingere all’età di quarantadue anni, di sera, alla luce di una piccola lampada a olio, stendendo fogli, tele o pannelli per terra. Dipinge e prega. Recuperava tele e colori come meglio poteva, spesso rinunciando a qualche razione di cibo. Secondo quanto lei raccontava, ad indirizzarla verso la pittura sarebbe stato un angelo o la Madonna.  

I soggetti dei  suoi quadri sono tappeti di fiori, quei fiori che la mamma adorava, tanto che la figlia arrivò a divinizzarla, trasformandola in una Santa.  Per questo non sono semplici decorazioni, ma si distendono sul supporto con una notevole forza espressiva, come percorsi da una semplice, violenta bellezza. i suoi fiori scrutano lo spettatore, come fossero occhi e l’intensa carica onirica e mistica, sottesa a quella produzione. Un costante ritorno ai prati fioriti della madre.

Continuando a lavorare a ore come cameriera per diverse famiglie per mantenersi, ha occasione di lavorare anche per William Uhde, nel 1912, collezionista e critico d’arte. Ma dal carattere riservato Séraphine non parla mai della sua passione.

Ma un giorno William Uhde recandosi  nella casa del vicino nota, appesa tra gli altri quadri, una natura morta, raffigurante delle mele, che colpisce immediatamente la sua fantasia. Un volta appreso che il quadro è stato creato dalla cameriera di entrambi per il critico è una piacevole scoperta. Superato un primo momento di stupore e resosi conto delle potenzialità dell’autrice, decide di comprarle tele e colori, così da favorire l’emergere di un’arte a suo giudizio ricca di immaginazione.

Fu da allora, dalla veneranda età di 48 anni, che Séraphine Louis vide riconoscersi una sorta di talento di stampo naif; un talento che si esplicava però soltanto nell’incondizionata rappresentazione di fiori, piante e vegetazione e che esulava da qualunque altro stampo iconografico.

Ma la carriera della fragile pittrice crollò di lì a poco. La Grande Depressione  del 1929 trascinò  nel baratro gli investimenti di Uhde tanto da farlo quasi fallire come mercante d’arte e curatore di mostre. Non ebbe più la possibilità di acquistare  i quadri e anche gli altri scarsi clienti spariscono. Séraphine  dal canto suo ha sempre usato i proventi della vendita dei dipinti per spese ritenute dissennate, per acquistare oggetti completamente inutili.

Sempre più insicura ed instabile, nel 1931, viene rinchiusa in un manicomio, dove le viene diagnosticata una forma di psicosi cronica con manie di grandezza.

Ma la fortuna critica di Seraphine Louis de Senlis, continuò a coinvolgerla anche quando la sua psiche l’aveva già abbandonata.

Uhde nel frattempo non si lasciò vincere dall’ abbandono della sua artista di punta: il mercante espose le sue opere nel 1932, alla mostra “The Modern Primitives” di Parigi; ancora nel 1937-38 in una mostra dal titolo “The Popular Masters of Reality”, che si tenne in diverse fasi a Parigi, Zurigo ed al MoMA di New York; nel 1942  presso i “Primitivi del secolo ventesimo” in mostra a Parigi, e infine, nel 1945, in una mostra personale delle sue opere sempre nella capitale francese

Seraphine Louis de Senlis invece, abbandonata dal mondo e lasciata macerare a se stessa morirà di stenti e fame all’età di 68 anni, in una Casa di cura a Villers-sous-Erquery, che a ridosso della seconda guerra mondiale, non poteva più garantire una vita dignitosa ai malati che ospitava.

Le su ultime parole furono: “Ho fame!”.

Tratto da:
https://www.stilearte.it/la-favola-di-seraphine-louis-da-cameriera-ad-artista-naif/

http://svirgolettate.blogspot.com/2013/08/seraphine-louis-de-senlis-il-genio-e-la.html

Sono uscito dal tunnel: lettera di un nonno

Questa è una storia inventata e ogni riferimento è casuale. 

“Nonno, mi racconti una storia?” 

“Piccola mia, ti voglio raccontare cosa ho provato ai tempi del Coronavirus.

Vivevo felice con tua nonna, qualche acciacco aveva iniziato a farsi sentire ma sapevo che era dovuto all’età per cui ci convivevo bene. All’improvviso le notizie alla televisione e sui quotidiani sono diventate allarmanti, parlavano di un virus che aveva iniziato ad infettare alcune persone e che bisognava stare molto attenti a non farsi contagiare. 

La notizia non mi preoccupò più di tanto, ne avevo sopportate di cose nella mia lunga vita e di conseguenza non ebbi nessuna reazione in merito. Ero sfuggito alla guerra, alla fame, a varie epidemie per cui questa era solo una esperienza negativa che si aggiungeva alle altre.

Dopo qualche giorno iniziai ad accusa malessere, febbre, tosse e pensai che mi fossi preso l’influenza, anche se avevo fatto, come tutti gli anni, il vaccino. Ma in poco tempo le cose peggiorarono, non riuscivo a respirare, ansimavo come se avessi 5 hm di corsa.

E da lì il buio completo! Capivo perfettamente di non essere più a casa, il letto non era lo stesso, i rumori, gli odori, le voci facevano parte di un mondo che non mi apparteneva. 

Dormivo quasi tutto il giorno e quando ero sveglio il mio respiro era affannoso. Mi sembrava di essere un palombaro e di avere uno scafandro che mi permetteva di respirare sott’acqua. Ma non sentivo la presenza di quest’ultima. Oppure ero su un aereo da caccia e avevo il casco in testa.

Ma non aveva senso. Stavo delirando?

I miei momenti di lucidità erano pochi e fonte di molta immaginazione. Forse mi trovavo in un altro pianeta. Forse ero morto. 

Ero molto triste perché non riuscivo a dare una risposta alle innumerevoli domande che mi ponevo. 

Ogni tanto delle mani toccavano il mio corpo inerme, mi sentivo fluttuare da una parte all’altra, vedevo roteare tutto attorno senza che io avessi contribuito a farlo. 

E le mani accarezzavano il mio volto, giravano il mio corpo e non ne capivo il motivo. Sentivo molto frastuono e mi chiedevo il perché, più voci riempivano il silenzio, voci sommesse e sconosciute. E continuavo a farmi mille domande. 

Cercavo con molto sforzo di aprire gli occhi e quando ci riuscivo intravedevo delle immagini offuscate. Nessun volto conosciuto, né la nonna e nemmeno i miei adorati figli. Possibile che mi avessero abbandonato in mezzo a degli estranei?

Ma ricordo perfettamente quelle mani che con sicurezza e delicatezza toccavano il mio corpo. Ricordo i volti che intravedevo sotto a delle ridicole maschere e sorrisi che brillavano sotto di essere. Ricordo però anche gli sguardi stanchi, persi, tristi. Lo sguardo di chi non dorme da giorni. 

E dopo tutto questo sforzo per capire ripiombavo di nuovo in un sonno agitato. 

A volte pensavo che non vi avrei più rivisto e questo mi faceva stare male. Ma ero in buona compagnia, sapevo che questi Angeli che avevo attorno avrebbero detto una preghiera per me. Ne ero certo!

E invece, inaspettatamente, dopo vari giorni di sofferenza sono ritornato alla vita e ho scoperto la realtà. Poco per volta sono riuscito a respirare da solo. 

Sono giunto a casa, sono sfuggito alla morte anche se è stata una lunga sofferenza. Mi hanno tutti voluto bene e hanno combattuto insieme a me la mia battaglia. E ci sono riuscito, anzi, ci siamo riusciti!

La vita ora è diversa, soffro per coloro che non ce l’hanno fatta ma so che hanno lasciato questo mondo con dignità e rispetto. E che soprattutto non erano soli!


Madame Alexandre e le bambole

Già altre volte ho citato alcune collezione di bambole e questi articoli sono stati visitati più volte per cui anche oggi vorrei scrivere qualcosa su questo argomento.

Vorrei con questo sottolineare che l’articolo di maggior interesse è stato l’articolo sulle bambole Gorjuss, questo dovuto anche alla storia personale della sua creatrice, Suzanne Walcott.

Anche la storia di Madame Alexandre è importante in quanto era ebrea. Ella ha rivoluzionato l’arte del design delle bambole.

Bertha Alexander, nota come Madame Alexander, è nata a New York il 9 Marzo 1895. I suoi genitori erano austriaci e la madre si risposò, alla morte del padre, con Maurice Alexander che lei, piccolissima, considerava il suo vero padre.

Maurice aprì quello che sarebbe diventato il primo ospedale per bambole degli Stati Uniti sotto la casa d’infanzia di Beatrice a Brooklyn, New York, l’Alexander Doll Hospital . L’officina di riparazione di bambole vendeva e riparava bambole importate dall’Europa e alla fine guadagnò abbastanza popolarità tra i residenti della città da avere un flusso costante di clienti dai suoi poveri vicini di classe inferiore alla ricca classe superiore dai quartieri limitrofi.

Fu questa educazione, essere in un negozio di bambole, vedere suo padre e quelli che lo circondavano lavorare per riportare la bellezza a qualcosa di rotto e vederlo essere qualcosa che attraversava le linee di classe, che gettò le basi per Beatrice per diventare uno dei primi successi d’America imprenditrici.

Bertha, “ribattezzata Beatrice” all’età di 20 anni, ha realizzato la sua prima bambola durante la prima guerra mondiale. A causa di questa le bambole di porcellana non erano più disponibili e l’ospedale delle bambole di Maurice era su basi precarie. Alexander ha suggerito di creare una bambola di stoffa da infermiera con croce rossa, fatte di stracci, che pubblicizzavano dalla parte americana . La bambola dell’infermiera della Croce Rossa è stata un successo tra i clienti. Questa idea ha salvato la famiglia dalla fame.

Lei e le sue sorelle hanno cucito una varietà di queste bambole da vendere all’ospedale delle bambole, salvando così il sostentamento della famiglia e continuarono a produrre bambole di stoffa anche dopo la fine della guerra.

Ciò che distingue maggiormente le sue bambole è stato quanto fossero elegantemente ben vestite e quanto fossero innovativi i loro capi. Secondo varie fonti, Madame Alexander ha trascorso lunghe ore della sua giornata a disegnare abiti, cappotti e accessori per le sue opere d’arte. Fu un tale successo che iniziò a vendere abbigliamento per bambini e vinse numerosi concorsi di moda e riconoscimenti internazionali come quattro medaglie d’oro della Fashion Academy.

Nel 1923 fondò, insieme alle sorelle e al marito  la Alexander Doll Company.

Beatrice Alexander è nota per aver creato collezioni di bambole basate su personaggi e personaggi famosi in libri, film, musica e arte. Ha ristampato la bambola di stoffa di Alice nel paese delle meraviglie, Mary Poppins, le bambole di piccole Donne, le Sorelle Dionne…Ha anche ottenuto i marchi per produrre bambole replicando personaggi famosi.

Nel 1936, la rivista Fortune elencò la Alexander Doll Company come una delle prime tre case produttrici di bambole negli Stati Uniti; la società diventerà il più grande produttore di bambole del paese.

Sebbene i successi di Alexander la portarono lontano dal mondo immigrato della sua infanzia, non perse mai di vista quei meno fortunati di lei. Ha donato ingenti somme a organizzazioni ebraiche e non ebree in Israele e negli Stati Uniti, ed è stata una sionista impegnata per tutta la vita. Beatrice Alexander ha dimostrato al mondo in generale ciò che una donna con unità, creatività, ambizione e cuore benevolo potrebbe realizzare.

Nel 1947 iniziò a produrre bambole in plastica dura, e negli anni ’60 si dedicò alla plastica in vinile, che rese l’aspetto più realistico. [8] Ha introdotto “occhi con ciglia chiuse e dita con nocche” e capelli radicati che potevano essere modellati. Ha studiato abiti storici e culturali per realizzare abiti per bambole accuratamente dettagliati e ha insistito su una lavorazione di qualità. I materiali usati per vestire le bambole erano fatti di “sete, velluti, raso e altri tessuti pregiati”.

Questa è la storia di “Madame Alexander”, la proprietaria della Alexander Doll Company , che è riuscita a innovare nel campo delle bambole come nessuno aveva mai fatto prima.

Ebbe due figli ma il secondo mori durante la pandemia di influenza nel 1918. La prima figlia, Mildred, insieme al marito e poi anche al figlio, erano attivi nella Alexander Doll Company.

Madame Alexander è morta nel sonno nella sua casa di Palm Beach, in Florida , il 3 ottobre 1990, all’età di 95 anni.


Tratto da:

https://dollyconfessions.com/2019/09/08/madame-beatrice-alexander-a-brief-history/

https://en.wikipedia.org/wiki/Beatrice_Alexander

https://www.enlacejudio.com/2017/04/19/madame-alexander-la-mujer-judia-que-revoluciono-el-arte-de-disenar-munecas/

Helen Adams Keller

Mi ha colpito molto in questi giorni leggere la storia di questa straordinaria donna.
Nel mio piccolo problema transitorio mi sono immedesimata in lei e, diciamo che… mi sono vergognata!

Ma chi è Helen Adams Keller? Nasce in Tuscumbia (Alabama) il 27 Giugno del 1880. A soli 19 mesi viene colpita da una malattia non meglio identificata, forse una meningite che le procura cecità e sordità.
L’unico mezzo di comunicare, per lei,  erano i gesti ma, purtroppo, i familiari non riuscivano a capirla. L’unica persona con cui lei non aveva difficoltà a interagire era Martha, la figlia del cuoco.

È dopo varie visite, presso medici specialistici contattati dalla madre,  che viene presa in cura da Anne Sullivan,una ragazza ventenne non vedente che diventa la sua precettrice, presso il domicilio di Helen.
Così questa giovane donna diventa il surrogato della mamma.

A soli 7 anni Helen viene isolata dalla famiglia in una dependance nel giardino. Anne le insegna a identificare al tatto tutti gli oggetti, con non poca fatica. È una nuova vita!

Grazie alla sua insegnante Helen impara a leggere, scrivere e successivamente anche a  parlare.
Dopo soli 6 anni la piccola, insieme ad Anne si trasferisce a New York e si iscrive a Wright-Humason School for the Deaf.

Durante gli spostamenti in altri Istituti scolastici ha modo di conoscere lo scrittore Mark Twain che a sua volta la fa conoscere al magnate della Standard Oil Henry Huttleston Rogers, che, con la moglie Abbie,  decide di finanziare la sua educazione.

Dopo vari cambiamenti scolastici all’età di 23 anni pubblicò la sua prima autobiografia. L’anno dopo si laureò diventando la prima persona cieca e sorda a ottenere un Bachelor of Arts degree.

Nell’arco della sua vita ha scritto 11 libri. Nel libro Il silenzio delle conchiglie, Helen descrive i primi anni della sua vita.

Da persona determinata a vivere la sua vita nel miglior modo possibile impara a comunicare con gli altri tramite il labiale, in seguito sperimenta il Braille e il linguaggio dei segni!

Helen Keller muore all’età di 87 anni il 1° giugno del 1968, in Connecticut, nella sua casa di Easton.

La storia della sua vita è stata raccontata nel film Anna dei miracoli, del 1962, film indimenticabile e interpretato magnificamente da Anne Bancroft la quale riceve l’oscar come miglior attrice protagonista.

Voglio concludere con una delle sue frasi più famose:
“Da soli possiamo fare poco, insieme molto!”

Helen Keller e la sua educatrice Anne Sullivan