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Alison Hargreaves e Tom Ballard

In questi giorni non si parla d’altro che della morte dei due giovani alpinisti, Daniele Nardi e Tom Ballard.

Come scrivono in più parti: la montagna dà, la montagne toglie. Lo sanno tutti coloro che affrontano i percorsi in alta via. Le avversità sono nascoste in ogni angolo,  sono imprevedibili e a volte letali. Ma quando hai nel DNA questo bisogno inarrestabile di cimentarti con te stesso, quella voglia di montagna, di solitudine, di estese immense, di silenzio non pensi ad altro. Il bisogno di salire, farlo verso l’impossibile, dove solo pochi hanno la fortuna e la capacità di riuscirci. E noi dal basso guardiamo queste imprese, forse le giudichiamo, ma lo scalatore sa il rischio che corre e non ne può fare a meno. È troppo forte l’impulso, la necessità di farlo. Lo scalatore ha bisogno di questo per vivere, la montagna per lui è la vita, quella che rischia ad ogni passo che fa, ben cosciente di questo. Ma non ne può fare a meno.

Mi ha colpito particolarmente la storia di Tom Ballard, figlio della sfortunata alpinista britannica Alison Hargreaves (1962-1995).

Lo scopo di vita di questa giovane mamma era la montagna. Era salita in solitaria la pericolosa parete nord dell’Eiger, in Svizzera, incinta di Tom. Per questa eroica impresa è stata criticata ma quale mamma metterebbe a rischio l’incolumità del figlio se non ne avesse la necessità vitale di farlo?

Le sue imprese sono indescrivibili, hanno lasciato il segno, nessuna donna in quel periodo ha eguagliato le sue imprese. Nessuna era al suo livello.

La sua prima spedizione extraeuropea è stata in Nepal, a 24 anni. Fece squadra con tre americani, Jeff Lowe, Tom Frost e Marc Twight con i quali aprì una via nuova, molto tecnica, sulla montagna. Un’impresa che stupì il mondo alpinistico.

Nel 1993, accompagnata dalla famiglia, compie un memorabile viaggio sulle Alpi durante il quale completa le 6 classiche Nord in solitaria: Eiger, Cervino, Aiguille Dru, Pizzo Badile, Grandes Jorasses e Cima Grande di Lavaredo.

Nel 1994 tenta di conquistare l’Everest senza ossigeno, da sola, senza compagni e senza sherpa ma deve rinunciare per un inizio di congelamento agli alluci. Ma non demorde, pochi mesi dopo ci riprova trasportando da sola i suoi materiali e senza far uso di bombole ed è un successo nazionale.

Ma la montagna è una droga, non ne puoi fare a meno per cui poco tempo dopo riparte per salire sul K2, insieme ad altri alpinisti. Anche questa impresa riesce  ma da lì non fa mai ritorno. Una bufera di neve li sorprende e muoiono tutti.

Il suo proverbio preferito era: “Un giorno da leoni è meglio di cento giorni da pecora“, che è stata fonte di continua ispirazione anche per i suoi figli.

Un mondo per noi sconosciuto, dove non vi è confine tra cielo e terra, dove lo spazio è talmente immenso che ti toglie il fiato dallo stupore, dalla meraviglia. Tutto questo ha unito per sempre i due giovani alpinisti, mamma e figlio, uniti da uno stesso destino che hanno condiviso per anni, fino alla fine.

Le montagne saranno il vostro rifugio, le nuvole e il cielo il vostro tetto, il silenzio la vostra ninna nanna eterna.

Addio Alison e Tom.

 

Incontro ravvicinato di terzo tipo. La civetta

Stavo ritirando, in pieno giorno, sotto un sole cocente, gli indumenti asciutti stesi sul terrazzo,  quando ho sentito un fruscio e ho visto, con la coda dell’occhio, un uccello catapultarsi verso di me. Istintivamente ho cacciato un urlo di sorpresa mista a paura.

Contemporaneamente una civetta si è posata delicatamente sul filo da stendere, ma il mio urlo l’ha frastornata e, così come è venuta, è andata via.

Accipicchia, mi sono detta. In tutta la mia vita non ho mai visto un rapace così vicino a me e l’ho mandato via. Chissà quando mi si ripresenterà una situazione simile.

Ma non era preventivato e quindi non potevo reagire diversamente.

Ho visto tanti rapaci in volo, in montagna: falchi, pernici, gufi, fino alle maestose e meravigliose aquile, ma sempre da lontano.

Che occasione unica! Ho impresso in me il suo sguardo dagli occhi enormi che non erano da “cattivo”, come di solito si definisce lo sguardo del rapace, ma di introspezione.

Credo che anche lui ( o lei) ne abbia risentito della mia presenza e quindi sia sfuggita ad ali spiegate verso un luogo più sicuro.

E poi ricordo la sua apertura alare volteggiare libera nell’aria e allontanarsi sempre di più fino a scomparire.

Allora mi sono ricordata che negli ultimi giorni, di notte, sentivo dei suoni simili a un miagolio ed è proprio questo il “canto della civetta”. Un suono che evidenzia sia il suo territorio che un pericolo imminente.

Poi è prevalsa la paura. Ma non si dice che la civetta porta sfortuna? Sono ritornata con il pensiero nella civiltà moderna e, logicamente, mi sono documentata per saperne di più.

Non sono fortunatamente superstiziosa ma curiosa.

Ho letto quindi che “ingiustamente” la civetta è ritenuta una iettatrice!

Fonti sostengono che porti disgrazia solo alla casa verso la quale volge lo sguardo, e fortuna agli occupanti di quella sulla quale è posata.

E direi che sulla mia si è proprio posata e quindi mi aspetto al più presto una bella notizia!