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Maud Lewis, umile pittrice folk

Qualche giorno fa, ho avuto l’opportunità di vedere in televisione la storia della pittrice Maud Kathleen Lewis.

Lewis, di cui non conoscevo affatto l’esistenza, intitolata “Maudie-Una storia a colori”. Sono rimasta colpita da questa donna, dalla sua vita e dalla sua profonda umiltà.

Nata nell’Ohio (1903-1970), sin da bambina soffre di artrite reumatoide, malattia debilitante che limita i movimenti. Era molto amata dalla famiglia, ma ha avuto difficoltà a scuola a causa della sua disabilità e dopo un po’ ha  abbandonato gli studi per dedicarsi alla pittura, seguendo in parte le orme della madre.

Insieme, hanno iniziato a dipingere cartoline di Natale ad acquerello da rivendere, un’attività che ha contribuito al sostentamento della famiglia. Tuttavia, a 35 anni, ha perso entrambi i genitori. Il suo fratello maggiore, erede universale dei pochi beni della famiglia, l’ha costretta a trasferirsi da una zia in una graziosa cittadina chiamata Digby, in Canada.

In questo periodo, a seguito di una breve relazione, è nata una bambina, Catherine, che è stata costretta a dare in adozione poiché non supportata dal compagno e non sentendosi in grado di crescerla da sola, con la quale non si riunirà mai.

Tuttavia, in lei è maturato un forte desiderio di indipendenza, e così ha risposto a un annuncio per una ricerca di domestica. Maud si è recata da Everett Lewis, un venditore ambulante di pesce. In realtà, non era una casa vera e propria, ma una piccola baracca con una sola stanza e un soppalco che fungeva da camera. Non c’era alcun comfort, né acqua né elettricità, solo una stufa a legna per riscaldare e cucinare. Ma per Maud rappresentava la libertà!

In quella misera baracca, che divenne il suo rifugio, Maud si dedicò costantemente alla pittura di arte folk. I suoi colori riempivano la piccola abitazione; ogni angolo era dipinto, ogni superficie portava la traccia dei suoi pennelli: vetri, porte, finestre, mensole e pareti. I suoi quadri rappresentavano scene di vita quotidiana, paesaggi pieni di alberi, fiori e animali, caratterizzati da colori vivaci e forme semplici.

Il legame tra Maud ed Everett si evolve, fino a quando decidono di sposarsi. Egli la incoraggiò a dipingere e le regalò il suo primo set di colori a olio. La salute di Maud, però, venne compromessa dalla fredda e umida casa che peggiorò le sue condizioni, ma continuò a dipingere e affisse fuori dalla porta un cartello con scritto “Quadri in vendita”.

La sua gioia non derivava dall’orgoglio di aver dipinto qualcosa, ma dall’atto creativo in sé e dal piacere che le sue opere sembravano suscitare negli altri.

La notizia si diffuse rapidamente nel piccolo paese e le sue opere iniziarono a riscuotere un notevole successo (cartoline, pannelli, tele, tavolette di legno, utensili da cucina, vetri, porte, persiane e pareti). La sua modesta e umile abitazione divenne la sua galleria d’arte e i viaggiatori erano i suoi migliori acquirenti.

La sua vita proseguì in questo modo, finché nel 1964 un articolo sul quotidiano canadese Star Weekly la rese nota al grande pubblico.

Questa fu la sua ascesa; a seguire ci fu un documentario che la rese famosa in tutto il Canada e negli Stati Uniti. L’artista dovette alla fine arrendersi alla malattia il 30 luglio del 1970. Everett fu ucciso da un ladro che si era intrufolato nella loro casa nel 1979. Dopo la morte di entrambi i coniugi Lewis, la casa cominciò a deteriorarsi.

Tuttavia, grazie all’attenzione di alcuni cittadini di Digby, la casa è stata poi affidata alla Art Gallery della Nuova Scozia di Halifax, che l’ha restaurata e trasformata in una casa museo con una galleria permanente dei dipinti di Maud.

Tratto da:

https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/maud-kathleen-lewis

I proverbi Fiamminghi

Ho inserito questo nuovo articolo, insolito per me, legato a un quadro. Mi è stato proposto da un fotografo professionista, Roberto Pestarino.

Il suo avvicinamento alla fotografia l’ho trovato bizzarro e per questo ho iniziato una collaborazione con lui.

I “PROVERBI FIAMMINGHI” DI ROBERTO PESTARINO

A spasso tra pittura e storia con un pizzico di ironia.

Il progetto “Proverbi fiamminghi – da Brueghel a Pestarino” di Roberto Pestarino si compone di 31 scatti fotografici che consistono in una rivisitazione del dipinto, in olio su tavola, di Pieter Brueghel il Vecchio, datato 1559 e conservato nella Pinacoteca di Berlino.

Sulla scia del lavoro di Bosch, Brueghel dà vita, in questo quadro, ad uno spettacolare paese in cui ogni persona compie un’azione ed ogni azione implica un’osservazione meditata. È uno spaccato di vita quanto mai veritiero, che sa mettere a nudo l’animo umano, con il suo bagaglio di debolezza e di forza.

Roberto Pestarino, dopo aver studiato quest’opera, ha voluto trasferirla ai nostri giorni e trasformare i tanti vizi degli uomini in essa evidenziati in spunti per farne, in una lettura ribaltata, virtù.

Nelle varie scene personaggi in carne ed ossa, ma vestiti con costumi d’epoca, attualizzano il proverbio scelto. In ogni scatto proposto dal fotografo è stata posizionata una riproduzione del frammento dell’opera di Brueghel che si è inteso presentare al riguardante, sempre presente il cavalletto.

Realizzare le varie scene ha richiesto l’intervento di attori, truccatori, costumisti. Le scene sono state create talvolta all’aperto, talvolta all’interno. Il lavoro è stato realizzato in collaborazione con Cristina Lucchini la quale si è occupata della regia.

Il progetto, curato dall’esperta d’arte Claudia Ghiraldello, è corredato da un catalogo per le edizioni del Centro Culturale “Conti Avogadro di Cerrione”.

Tre proverbi con interpretazione di Roberto Pestarino:


Pesce grande mangia pesce piccolo

Il pesce grande mangia il pesce piccolo”. Può essere che un giorno il pesce grande impari ad aiutare il pesce piccolo.


Portare l’acqua al mulino altrui

Tirare per avere la fune più lunga”, ossia portare l’acqua al proprio mulino, Pestarino sprona a portare acqua al mulino altrui perché se ne avrà certa ricompensa.


Plasma la tua materia

Lanciare piume al vento”, ossia lavorare senza uno scopo, bensì darsi da fare per creare qualcosa di nuovo, vedendo nei fallimenti un’opportunità di riscatto.

Carl Larsson e la Casa sotto il Sole

Oggi vorrei scrivere sulla originale casa-museo del pittore Carl Larsson e della sua famiglia, essendo uno dei luoghi più visitati in Svezia.

Carl nacque a Stoccolma nel 1853 in una famiglia indigente. Egli iniziò a studiare in una scuola per bambini poveri, ma a 13 anni fu ammesso all’Accademia Reale Svedese delle arti di Stoccolma. Timido e introverso ebbe  difficoltà relazionali, tuttavia, col passare degli anni riuscì a farsi conoscere per il suo talento.

Dopo aver lavorato come illustratore di libri e giornali, nel 1880 si trasferì a Parigi, dove incontrò l’artista Karin Bergöö, che presto diventò sua moglie.

Dopo poco tempo lasciò la pittura a olio, tecnica maggiormente utilizzata da lui, per dedicarsi all’acquerello.

Nel 1988 la coppia si trasferì nel piccolo villaggio svedese di Sundborn, in una casa che fu decorata ed arredata rispecchiando il loro gusto artistico; i loro eredi hanno trasformato questa casa in un museo che è ancora oggi visitabile.

Carl e Karin ebbero 7 figli, e proprio i suoi familiari divennero i soggetti preferiti per le composizioni dei suoi acquerelli. Scene di vita quotidiana.

Si dedicò a molte opere, alcune molto importanti, come gli affreschi al Teatro dell’Opera ed al Museo Nazionale di Belle Arti di Stoccolma, ma con poco riscontro da parte dei critici.

Nelle sue memorie Larsson si dichiarò amareggiato per il riscontro negativo da parte dei critici riguardo il suo lavoro con gli affreschi,  che lui  considerava essere il suo risultato più grande; nelle stesse memorie riconobbe però che le immagini della sua famiglia, per lui,  furono la parte più immediata e durevole del suo lavoro, perché espressione genuina della sua personalità, dei suoi sentimenti più profondi e di tutto il suo amore per la moglie e i figli.

Oggi lo si ricorda soprattutto per l’originale abitazione in Svezia, donata a suo tempo, dal padre di Karin, che negli anni, per esigenze di spazio, avendo 7 figli,  fu ampliata più volte. Venne soprannominata Casa sotto il  Sole. Essi la decorarono uscendo fuori dai canoni di quell’epoca. I colori scuri, predominanti in quel periodo, furono sostituiti da colori chiari e caldi. Fu soprattutto karin la progettista di tutto: creò tappezzerie, tessuti, disegnò i mobili e Carl invece realizzò dipinti murali raffiguranti i loro figli.

La Casa sotto il Sole oggi appartiene ancora ai tanti pronipoti della coppia ed è visitabile.

Carl Larsson morì nella sua casa di Sundborn il 22 gennaio 1919.

Tratto da:
https://it.wikipedia.org/wiki/Carl_Larsson