Nuova favola Un Natale meraviglioso

Era quasi Natale, tutti i bambini erano contenti perché presto sarebbe arrivato Babbo Natale a portare i doni richiesti tramite le letterine inviate. Inoltre quest’anno la gioia era maggiore perché stava nevicando. La neve scendeva leggiadra e aveva già ricoperto i prati.

Se continuava così i bambini avrebbero potuto giocare a palle di neve e a costruire il classico pupazzo.

Ma una bimba era triste, dalla finestra ammirava i candidi fiocchi di neve, diversi uno dall’altro. Lisa, questo era il suo nome, erano giorni che non andava più  a scuola, doveva accudire la mamma malata, mentre il papà era al lavoro. Era contenta di essere utile e voleva tantissimo bene alla sua mamma, ma gli sarebbe piaciuto tanto poter andare a scuola e vedere i suoi compagni e la sua adorata maestra.

Quest’anno non aveva nemmeno scritto la letterina a Babbo Natale. Non pensava ai regali, l’unica cosa che avrebbe voluto era la guarigione della mamma. E non poteva scrivere questo desiderio nella letterina.  

Una sera, come tante altre, si addormentò esausta e sognò un angioletto che le annunciava che il suo desiderio si sarebbe realizzato. Era il suo unico pensiero e Natale è un giorno speciale, in cui i sogni vengono esauditi.

Al mattino presto si alzò, convinta di aver fatto solo un sogno, ma quando entrò nella camera della mamma vide accanto al letto il papà e il dottore. Come mai papà era  a casa,sicuramente mamma era peggiorata. Si avvicinò cautamente e vide la sua mamma seduta sulla sponda del letto mentre il medico la visitava.

La mamma le mandò un bacio e Lisa notò il più splendido sorriso che avesse mai visto. Era rivolto a lei. Incurante di tutti corse ad abbracciarla e due braccia esili ma forti la avvolsero tutta.

Mamma era guarita! Non si sa come ma stava bene.

Quindi capì che il suo non era stato un sogno ma un annuncio.

Non avrebbe mai dimenticato questo splendido e magico Natale.

La leggenda del pettirosso

Più di 2000 anni fa i pettirossi c’erano già, ma erano tutti grigi, dal capino alla coda.

Una famigliola abitava su un albero lungo la salita che portava in cima ad un monte dove gli antichi Romani (che all’epoca avevano conquistato un vastissimo impero) erano abituati a crocifiggere, supplizio molto usato a quei tempi, i condannati. E poi li lasciavano lì a morire.

Proprio lungo quella salita la nostra famigliola di pettirossi vide una scorta di soldati che seguiva uno dei tanti condannati. E dietro di loro un lunga coda di persone. La cosa strana era che, il condannato, aveva sulla testa una corona di spine che erano penetrate nella fronte e che dovevano fargli un gran male, poverino, perché era pieno di sangue.

Papà pettirosso era arrabbiatissimo: “Insomma, possibile che nessuno si accorga quanto male gli fa quella corona di spine! Con tutta la folla che c’è, a nessuno viene in mente di dargli una mano in qualche modo?”

Così prese su due piedi (anzi su due zampine) una decisione: “Mamma pettirosso, tieni i piccoli ben nascosti nel nido mentre io vado a dare un piccolo aiuto a quel poveretto. Non sopporto di vederlo soffrire così. Tranquilla, vado e torno e sono così piccolo che nessuno si accorgerà di me.”  

Con molte precauzioni , saltando di ramo in ramo e con piccoli voli da un punto all’altro, il nostro pettirosso si avvicinò al povero condannato senza che nessuno si accorgesse di lui.

Adocchiò una spina in bilico fra corona e fronte di dimensioni abbastanza piccole per poterla togliere, dopotutto era un piccolo uccellino e di più non avrebbe potuto fare. Spiccò il volo dal ramo su cui si trovava, si avvicinò al condannato e strappò via la spina. 

Il condannato gli mandò uno sguardo di ringraziamento e col poco fiato che gli rimaneva gli disse: “Grazie, da ora in poi nessuno potrà dimenticare il tuo gesto”. Il pettirosso capì che il suo amico uomo stava un po’ meglio. Fece un cenno col capino e nell’abbassare la testolina si accorse che una goccia di sangue del condannato gli aveva macchiato le penne del petto. Si disse che sarebbe andato a lavarsi nel ruscello, ma prima doveva rassicurare la sua famiglia e dir loro che aveva fatto quello che aveva potuto. Ma quando raggiunse il nido si accorse che anche mamma pettirosso e tutti i suoi figlioletti avevano la stessa macchia rossa sul petto. Allora capì che quella macchia era indelebile e che avrebbe per sempre contraddistinto la sua razza, in ricordo di quel gesto di amore.

Da allora quegli uccellini si chiamano pettirossi e sono tutti grigi con il petto rosso. 

Tratto da:

http://www.raccontidellairone.net/main/it/node/60

 

 

La neve condivisa

C’era una volta un piccolo paesino di montagna, molto rinomato per la quantità di neve che ogni inverno cadeva imbiancando tutto il villaggio.

Era la gioia dei bimbi che vi abitavano, perché potevano giocare tutto il giorno: a lanciarsi palle di neve, gare sullo slittino, pattinaggio sul grande lago ghiacciato che si trovava ai margini del grande bosco.

Era un momento felice  per tutti il periodo invernale, anche per gli adulti che erano abituati a vedere questo spettacolo naturale, ma ogni anno era diverso dal precedente.

Al contrario, nel paese vicino, erano ormai molti anni che la neve non arrivava. L’aria era più mite e correnti diverse non agevolavano questo evento. I bimbi erano tristi e passavano le lunghe giornate invernali in casa, non trovando valide motivazioni per stare all’aperto.

Un giorno di Dicembre, un ragazzino di questo paese, si recò dal vecchio saggio che abitava in una piccola casetta nel bosco. Questi era solo, non aveva famiglia e passava tutte le giornate a leggere o ad aggiustare i vari giocattoli rotti che la gente gli portava per ripararli. Viveva di quello! Come ringraziamento del lavoro svolto aveva sempre da mangiare abbondantemente.

Il ragazzino gli trasmise il pensiero di tutti i bimbi del paese: almeno per un giorno avrebbero voluto giocare con la neve.

Egli non poteva esaudire questo desiderio questo desiderio ma avrebbe pensato a una soluzione.

Pensa e ripensa, gli venne un’idea brillante! Ne parlò con il suo più grande amico che viveva proprio nel paese vicino, quello dove nevicava sempre.

Un mattina il vecchio radunò tutti i bimbi chiedendo loro di seguirli. I bimbi acconsentirono. Tutti in marcia non conoscendo la meta.

Si trovarono così al confine con il paese vicino. Videro decine di bimbi, del paese innevato, con indosso e in mano guanti, anche per i loro nuovi amici. Erano stati accompagnati lì dai genitori e amici con la motoslitta.

Cominciò così una grande battaglia, la più esilarante, divertente e indimenticabile battaglia di palle di neve.

 

Curiosità:

Durante la Guerra di secessione americana, il 29 gennaio 1863 ebbe luogo la più grande battaglia di neve tra soldati, lungo il fiume Rappahannock, nel nord della Virginia. Quello che iniziò come un semplice gioco tra poche centinaia di uomini texani che buttavano palle di neve verso i loro compagni di campo dell’Arkansas si evolse presto in una rissa che coinvolse circa 9000 soldati dellarmata della Virginia.

Il 9 dicembre 2009, una folla stimata di circa 4000 studenti dell’Università del Wisconsin-Madison parteciparono ad una battaglia organizzata su Bascom Hill.

Il 22 gennaio 2010 a Taebaek, in Corea del sud, 5387 persone parteciparono a una battaglia.

 Il 6 febbraio 2010 circa 2000 persone si incontrarono a Washington per una battaglia organizzata tramite internet, dopo i circa 61 centimetri caduti tra il 5 e il 6 febbraio.

 L’8 febbraio 2013 quasi 2500 studenti dell’università di Boston, presero parte ad una battaglia sul lungomare di Boston, facilitati anche dalla storica tormenta di neve Nemo.

Il 12 gennaio 2013, a Seattle, durante il Seattle’s snow day, 5834 persone presero parte alla più grande battaglia di neve, entrando nel Guinness dei primati.

Secondo alcuni studi di alcuni studenti dell’università della Pennsylvania, la capitale mondiale delle battaglie con le palle di neve è Leuven, in Belgio.

Tratto da:

https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_palle_di_neve

 

 

Natale 2017. La festa dei bambini

Ci stiamo avvicinando al periodo che prediligo di più, quello natalizio. Non amo il freddo ma Natale senza neve che Natale è?  Gli ultimi anni questo elemento, nella regione in cui vivo, non è arrivato ma con la fantasia è nei miei pensieri, nei miei lavori o nelle favole.

I tempi sono cambiati e la neve che prima imbiancava tutto è un lontano ricordo. 

Quest’anno ho aderito a un’iniziativa, Girotondo di Natale, dove gli appassionati di questo evento posteranno argomenti, grafica, aneddoti, favole, ecc. sul Santo Natale.

Personalmente posterò i miei contenuti, man mano che li scriverò o li eseguirò, se si tratterà di grafica o disegni, sulla pagina del blog denominata Natale. 

I ricordi affiorano, alcuni belli, altri tristi. Quanti anni passati legati a questa festa cristiana.

Quando ero bambina non si usava spedire la letterina con la richiesta di regali, non sapevi che in un posto molto lontano esistesse addirittura un villaggio costruito proprio per la ricezione delle letterine dei bambini di tutto il mondo.

Infatti il Villaggio di Babbo Natale è nato nel 1950.  

La notte del 24 dicembre, l’attesa di un rumore di passi, di qualsiasi movimento strano e poi al mattino, sotto l’albero, la gioia del pacchetto colorato. Un regalo, qualcosa che avevi chiesto durante le tue preghiere serali, o qualcosa che avevi visto e desideravi. Era una gioia.

Non si chiedevano grandi cose, non si era abituati ad avere doni preziosi, ma, quando aprivi il pacchetto, l’adrenalina saliva. La carta con cui era avvolto il regalo veniva manipolata poco, usavi tutte le accortezze possibili perché non si sgualcisse in modo che potesse essere utilizzata per altre occasioni. E così anche per il nastro.

Molte volte il contenuto non corrispondeva a ciò che avevi chiesto, ma andava bene lo stesso.

Era Natale!

Auguri a tutti!

 

 

Amore ricambiato dei bimbi

Al mattino, quando devo uscire di casa per andare a fare da baby sitter alla mia nipotina di nove mesi, mi sento già stanca, insonnolita per la notte non più tranquilla come una volta.

Mi alzo tutta rotta e mi accorgo così che gli anni cominciano a farsi sentire…

Lentamente, pensando alle cose da fare nella giornata che deve trascorrere, arrivo a casa di mia figlia e appena vedo il sorriso di stupore della piccola Greta tutto passa. La stanchezza sparisce di colpo. Si accende una fiamma dentro di me e quel sorriso è l’imput per farmi iniziare bene la giornata.

Che potere magico hanno i bimbi! Basta un loro sorriso o uno sguardo colmo di dolcezza per inebriarti e farti sentire su una nuvola. Ricevono amore e danno amore.

Anche con la nipotina più grande è sempre stato così, ma adesso che ha 4 anni è tutta una corsa per prepararla per andare all’asilo: vestiti, mangia, lavati i denti, ecc. ecc. Solo al pomeriggio, all’uscita dello stesso, tutto è più calmo e rilassante.

Amo immensamente le nipotine. La loro innocenza, la loro purezza e semplicità mi arrivano dritte al cuore. Con loro ritorno indietro nel tempo: canto, ballo, gioco, faccio mille facce divertenti. Con loro sono me stessa e questo è bellissimo.

La loro dinamicità ti contagia.

Alcuni anni fa un pediatra ha eseguito  un esperimento. Ha passato una intera giornata con un bimbo di due anni imitandolo in  tutto ciò che faceva. Alla fine della giornata il medico era esausto.

E’ cos’ che siamo noi nonne alla fine della giornata passata con i nipotini. Esauste!

Ma quello che i bimbi ci hanno donato quel giorno sarà per sempre custodito nel nostro cuore.

E i giorno dopo si ricomincia e, come diceva Rossella 0’Hara nel film Via col vento: dopotutto, domani è un altro giorno!

Florence Nightingale: la signora della lanterna

Oggi parlerò di Florence Nightingale.

Alcuni ufficiali, che avevano preso parte alla guerra di Crimea del 1854, si riunirono alla fine della campagna in un allegro banchetto. Ricordi tristi e ricordi di schietto cameratismo affioravano tra una portata e l’altra. Ciascuno aveva un episodio da raccontare, un camerata da esaltare. A un certo punto un colonnello propose:

“Quale persona reputereste più degna di passare alla storia per i servizi resi durante questa campagna?”.

La proposta piacque e immediatamente furono fatti circolare dei fogli di carta sui quali ogni commensale avrebbe dovuto scrivere il nome che avesse ritenuto degno. Ritirati i fogli e fatto un rapido controllo, si dovette constatare che tutti, indistintamente, avevano scritto un solo nome: Florence Nightingale. Non il nome di un generale, dunque, non il nome di uno dei tanti eroi inglesi, francesi o piemontesi, ma il nome di una donna.

Chi era dunque Florence Nightingale?

Florence, nome particolare,  venne battezzata così in onore della città italiana di Firenze, dove ella nacque il 12 maggio 1820, più precisamente a Villa Colombaia.
Per lo stesso particolare motivo la sorella maggiore, che venne alla luce a Napoli, fu chiamata Pathenope.

Florence Nightingale non nacque nei sobborghi londinesi, quotidianamente a contatto con la povertà e i disagi delle malattie che potrebbero averla spinta ad intraprendere la carriera infermieristica per prestare il suo soccorso. Ella nacque in una benestante e ricca famiglia alto-borghese con dedizione alle cure mediche. Suo padre William Edward Shore, che poi cambiò cognome in Nightingale, infatti, fu uno dei padri dell’epidemiologia.
La famiglia di Nightingale fu anche estremamente ricca, permettendosi molte vacanze all’estero, soggiorni in Italia, una tenuta nel Derbyshire e una residenza nel Buckinghamshire.

Florence ebbe un tormentato rapporto con la madre, donna attaccata alle tradizioni e al benessere materiale, che volle impedire ad ogni costo che la figlia intraprendesse una strada così scandalosa, quella di infermiera, che avrebbe inevitabilmente minato la reputazione di tutti. Ella si oppose in maniera ferrea all’unico ruolo che era consentito alle donne dell’epoca: quello di moglie e madre. Rifiutò infatti l’insistente corte di Richard Monckton Milnes, sinceramente innamorato di lei e che, dopo la fine del loro rapporto, rimase comunque buon amico e grande sostenitore della sua causa.

Come mai l’opposizione materna nei confronti della nobilissima decisione di Florence fu tanto irremovibile?
Occorre fare un piccolo excursus nella posizione che l’infermiera ricopriva nella società dell’epoca.
Innanzi tutto il ruolo infermieristico era consentito nei ranghi dell’esercito e raramente al di fuori, dove era solitamente svolto da missionarie e religiose, ad esempio negli istituti di malattia o negli ospedali e ospizi.
Durante l’adolescenza, in molti pensarono che la giovane Florence, la cui Fede era salda e profondissima, si sarebbe consacrata a qualche ordine religioso, scelta che, peraltro, sarebbe stata osteggiata dai genitori, ma a sconvolgerli arrivò la decisione della giovane di volersi dedicare non alla preghiera, ma all’aiuto costante e materiale dei bisognosi, in particolare degli ammalati.

A 25 anni la scelta di diventare infermiera e, pur non avendo una formazione di tipo medico-infermieristico riconobbe le carenze della professione infermieristica rapportata ai suoi tempi. Viaggiò in Italia, Egitto, Grecia e Germania dove nell’ospedale di Kaiserwerth soggiornò per un breve periodo, ma sufficiente per apprendere l’elevata qualità delle cure mediche fornite. In seguito al suo ritorno a Londra, nel 1851, intraprese gli studi per diventare infermiera e nel 1853 fu nominata Soprintendente all’Establishment for gentlewomen during illness di Londra.

Nel 1854 scoppiò la Guerra di Crimea, che vedeva Francia, Inghilterra e Turchia contro la Russia. L’allora Ministro della Guerra inglese Sidney Herbert, conoscendo il suo impegno ed il suo valore, chiese quindi a Florence Nightingale di organizzare un gruppo di infermiere volontarie e andare ad occuparsi dei feriti di guerra in Turchia. Florence accettò e partì alla volta della Turchia nel 1854 con 37 volontarie.

Trovò una situazione al limite del concepibile: assoluta assenza di igiene, i feriti stavano in letti senza lenzuola, spesso denutriti, non venivano curati e lasciati per giorni con le loro uniformi sporche di sangue; condizioni che lasciavano ampio spazio a malattie come il tifo, il colera e la dissenteria. Ci vollero la sensibilità, la meticolosità e la determinazione della Nightingale per far fronte a tale drammaticità, riuscendo ad organizzare al meglio le condizioni igieniche dell’ospedale, superando nel contempo l’indifferenza, l’ignoranza e le insidie del contagio.

Trovò una situazione al limite del concepibile: assoluta assenza di igiene, i feriti stavano in letti senza lenzuola, spesso denutriti, non venivano curati e lasciati per giorni con le loro uniformi sporche di sangue; condizioni che lasciavano ampio spazio a malattie come il tifo, il colera e la dissenteria. Ci vollero la sensibilità, la meticolosità e la determinazione della Nightingale per far fronte a tale drammaticità, riuscendo ad organizzare al meglio le condizioni igieniche dell’ospedale, superando nel contempo l’indifferenza, l’ignoranza e le insidie del contagio.

Il suo lavoro non si limitò, però, alla cura delle ferite; ella si occupò anche di aiutare i feriti a spedire pacchi e lettere a casa, creò una sorta di sala lettura per i degenti, aiutò perfino economicamente i ricoverati. Ricordiamo tutti la sua immagine simbolo apparsa sulle prime colonne del “Times”: una donna che si aggira con il lume (notoriamente la lampada), dandole così il soprannome “La signora della lampada”  in un ricovero di guerra alla ricerca di esseri umani feriti, bisognosi di assistenza che elargiva amorevolmente al suo benefico passaggio. Un gesto in assonanza con altri esempi di amorevoli cure che nei decenni si sono ripetuti ad opera delle moltissime sue eredi.

La storia di Florence Nightingale si aggancia a quella della creazione della Croce Rossa Internazionale, perché il suo fondatore, Henry Dunant, dichiarò di essersi ispirato al servizio di infermiere volontarie organizzato dalla Nightingale durante la Guerra di Crimea per la creazione di questo corpo speciale.

 

La Croce rossa non è mai stata un organismo soltanto femminile, ma il contributo delle donne all’assistenza di guerra è stato molto importante: anzitutto per i feriti, ma anche per loro. Il primo conflitto mondiale segnò ad esempio una svolta nella storia dell’emancipazione perché le donne furono coinvolte in innumerevoli attività, assumendo ruoli da protagoniste e un nuovo status che talora, come in Gran Bretagna, vennero riconosciuti e accelerarono il loro accesso al voto.

In quest’ambito lo sviluppo delle iniziative assistenziali nella guerra di massa del 1914-18 svolse un ruolo significativo: le infermiere furono decine e decine di migliaia e strutture come la Croce rossa contribuirono all’emancipazione delle donne anche mediante la loro professionalizzazione. A differenza di altre forme di mobilitazione bellica, tra l’altro, alla fine del conflitto quella sanitaria non venne meno e ha sempre intensificato fino ad oggi le sue attività.

La sua fama in patria crebbe a dismisura, tanto che, al suo ritorno in patria, dopo essersi ammalata di Brucellosi, la Regina Vittoria volle ascoltare da lei la sua esperienza diretta sul campo di battaglia.

Ritiratasi in privato, Florence Nightingale scrisse molte opere sulle condizioni igieniche durante le guerre, sul sistema militare e sanitario indiano, fu la persona che per prima utilizzò un grafico a torta per dimostrare la probabilità di insorgenza delle malattie.

Trascorse gli ultimi anni costretta a letto e quasi cieca, ma ciò non le impedì di accogliere accanto a sé giovani volonterose attirate dalle sue idee innovatrici.

Morì il 13 agosto del 1910, all’età di 90 anni, nella sua abitazione di Londra. Si addormentò verso mezzogiorno per non svegliarsi più.

Il suo compleanno è oggi celebrato come giornata internazionale dell’infermiere e International CFS Awareness Day e la chiesa anglicana ne venera la memoria.

Venne sepolta, secondo le sue volontà, al St Margaret’s, Easty Wellow, nella tomba di famiglia e la bara venne portata da 6  sergenti dell’esercito inglese.

Una sola riga sulla lapide: “Florence Nightingale. Nata 1820. Morta 1910. Ha vissuto novant’anni e tre mesi”

A oltre un secolo dalla scomparsa risuonano ancora le parole che scrisse nella prefazione di Nursing: «Ogni donna, o quasi ogni donna, nel corso della propria vita, prima o poi deve farsi carico della salute di qualcuno. Ogni donna è un’infermiera.»

A sostegno e a memoria del valore dell’eticità professionale, nel 1893 un Comitato speciale della Scuola Farrand dell’Ospedale Harper di Detroit ha redatto il noto “Giuramento “Florence Nightingale” per le infermiere, che recita: «Prometto davanti a Dio, in presenza di questa assemblea, di vivere degnamente e di esercitare fedelmente la mia professione. Mi asterrò da tutto ciò che può nuocere e non prenderò, né somministrerò consapevolmente alcuna droga nociva. Farò tutto ciò che è in mio potere per elevare il livello della mia professione e farò uso riservato di tutte le informazioni personali che mi verranno confidate, nonché di tutte le situazioni familiari di cui sarò venuta a conoscenza nell’esercizio della mia professione. Aiuterò lealmente il medico nel suo lavoro e mi dedicherò al servizio di coloro che mi verranno affidati per l’assistenza».

Un impegno etico e deontologico per una professione che coinvolge i ricoverati negli ospedali, i pazienti seguiti dai servizi territoriali unitamente agli anziani, a tutti gli altri professionisti della sanità, ai giovani che devono fare questa scelta, e a tutti coloro che nel corso della propria vita hanno incontrato o incontreranno “un infermiere”, “una infermiera”.

Alcuni aneddoti:

-Durante la guerra di Crimea, mentre compiva un’ispezione al fronte, Florence Nightingale fu fermata, a un certo punto, da una sentinella: era pericoloso procedere oltre. “Giovanotto – disse allora Florence – dalle mie mani sono passati più morti e feriti di quanti voi ne vedrete mai sui campi di battaglia: credetemi, non ho paura della morte”. E proseguì impavida.

– La Regina Vittoria si incontrò per la prima volta con Florence Nightingale nella residenza estiva di Balmoral, In Scozia. Alla fine dell’udienza la regina accompagnò l’ospite fin sulla porta del castello dove si era assiepata un’immensa folla. Miss Florence disse allora… “Maestà, come vi adora il popolo!”. “Ma non vedete, mia cara, – ribatté la regina – che gli applausi sono tutti per voi? Io sono solo la regina d’Inghilterra, ma voi siete la regina degli afflitti di tutto il mondo!”.

– Le è stato dedicato l’asteroide 3122 Florence scoperto nel 1981 da Schelte John Bus

 

 

 

 

 

Solitudine: il vuoto dentro

L’altra mattina, andando al cimitero a annaffiare dei ciclamini con la mia nipotina, ho incontrato un signore molto anziano accanto a una lapide.

Lo avevo già notato nei giorni precedenti e mi ero limitata solo a salutarlo. Quella volta invece ho sentito la necessità di soffermarmi e scambiare due parole con lui, avendolo sentito colloquiare sommessamente.

La bellissima donna della foto a cui lui si rivolgeva era la moglie, mancata qualche settimana prima. Parlava con lei, continuava quel dialogo che forse avevano interrotto.

Dalle poche parole iniziali, tra due sconosciuti, siamo giunti alla esternazione del dolore che stava provando. Sessantasei anni di matrimonio, anniversario che volevano festeggiare dopo pochi giorni, avendo già prenotato il ristorante. Ma in pochissimo tempo tutto è crollato. Non più giorni di festa ma di dolore.

Ho provato affetto per questo signore che aveva tutto e in poco tempo si è ritrovato nel nulla. Solo un grande vuoto!

Non riusciva più a dare un senso alla sua giornata e alla vita. Il silenzio della casa lo opprimeva. Quella casa che era il suo nido d’amore da tanti anni!

Quanti perché saranno passati dalla sua mente. Quanti bei ricordi di vita coniugale invaderanno il suo cuore.

Accanto a lui non ci sarebbe più stata la sua compagna di vita. ma credo che una unione così solida non potrà mai farlo sentire completamente solo.

Gli auguro con tutto il cuore che trovi la pace e che il tempo faccia riaffiorare quel sorriso da dedicare a chi gli è vicino.

Pescare: che passione

Ho iniziato ad avvicinarmi alla pesca in mare già da bambina. Abitando a Genova potevo effettuare questo magnifico sport con poca difficoltà logistica.

Si partiva, la famiglia al completo, genitori e fratelli, da Genova per andare a Camogli, nella riviera ligure di levante e da lì si prendeva il vaporetto che portava a Punta Chiappa.

Tutto era entusiasmante: il viaggio in mare, anche se durava poco, era bellissimo. Galleggiavi tra le onde con i gabbiani che ne seguivano la scia.

Giunti sul famoso scoglio, proteso sul mare ricco di pesci, respiravo l’aria a pieni polmoni, ossigeno puro e profumo di mare. Cosa c’è di più bello!

Appena scesi dal vaporetto si passava alla trattoria, a picco sul mare, per ordinare per pranzo l’aragosta, piatto prediletto di mio padre, che io invece non apprezzavo.

Le stesse galleggiavano vive in mare aperto delimitato da una rete.

E poi, finalmente, si poteva andare a pescare, distanziati l’uno dall’altro, per non ingarbugliarsi con il filo.

L’esca era un verme alternato al pastone, che i miei fratelli avevano preparato a casa, mettendo a mollo del pane duro, pangrattato e formaggio pepato vecchio, lavorandolo fino a raggiungere una consistenza simile al pongo. Ne facevano poi alcune palle avvolte in una pezza asciutta.

Quindi, io avevo sia la scatoletta con i vermi che il composto.

Una volta posizionato il boccone sull’amo, non dovevo far altro che buttare il filo con il galleggiante, senza mulinello perché eravamo già in alto mare. E poi attendevi che questi si muovesse, prima piano piano e, quando lo vedevi inabissarsi, davi un forte strattone per ancorare lo sfortunato pesce.Nell’attimo che non vedevi più il galleggiante, l’adrenalina saliva per poi crollare alla vista del pesce che avevi eliminato per sempre dal suo ambiente naturale.

Passando gli anni le avventure legate al mare sono continuate ma in modo diverso. Si utilizzava sempre il battello, nel periodo di maggio-luglio, ma per andare a pesca di aguglie su un molo a Genova Prà.

Facevamo l’ultima corsa serale per stare poi sul molo tutta la notte (a quei tempi non utilizzavi il cellulare). Eri nel buio completo, con la sola luce delle torce per non finire in acqua. E stavi lì, tutta la notte, insieme ad altri pescatori che non conoscevi e non vedevi. Un thermos con il the caldo, una giacca a vento, le canne da pesca, il retino era tutto ciò che avevi.

Con questi pesci si doveva preparare l’occorrente già da casa utilizzando una tecnica particolare: si foravano e poi si applicavano tappi di sughero, distanziati tra di loro sul filo di nylon.

Applicavi il galleggiante fluorescente per poter intravedere la tua esca e, quando percepivi il movimento ondulatorio diverso dell’acqua, sapevi che stava arrivando un banco di sardine, prede inseguite dalle aguglie.

Non sono orgogliosa di aver praticato, per tanti anni, la pesca, ma sono rimasta maggiormente inorridita quando ho visto utilizzare la pesca sportiva. La trovo disumana.

Tirare a riva il pesce per il gusto (da brivido, lo ammetto per le dimensioni dello stesso) per poi rigettarli in acqua.  Poveretti, non riesco a quantificare quante ferite labiali e quanti ami avranno ingerito. 

So per certo che, questo tipo di pesca, non la effettuerei mai!

 

 

 

 

 

Una piuma come soggetto per la favola

Ieri mattina ho fatto un incontro occasionale con una piuma. Tante volte è successo, abitando in campagna, così come credo a tanti di voi, ma questa aveva un che di particolare, ha volteggiato su di me e poi si è posata ai miei piedi mentre stavo camminando su un prato. Mi ha fatto compagnia per un po’ e allora ho iniziato a pensare e…ho scritto una nuova favola su di essa.

        Il viaggio immaginario di una piuma

Stavo passeggiando in campagna quando mi accorsi di una piccola piuma bianca che stava volteggiando nell’aria, andando ad adagiarsi delicatamente su un prato. Il mio sguardo volse verso l’alto e vidi allontanarsi una gazza.

Sicuramente, pensai, la piuma era la sua.

Era una giornata molto ventosa, una di quelle autunnali dove il vento si alterna, alcune volte con forti raffiche e subito dopo la tranquillità.

Ebbene, una forte ventata innalzò di nuovo la piuma che iniziò nuovamente a volteggiare nell’aria, radendo il suolo. Questa volta si fermò su un fiore, ricoprendolo come fosse una coperta. E restò lì per un po’, dondolando qua e là, essendo su una superficie non stabile.

Continuai la passeggiata allontanandomi da lei ma, con il pensiero, immaginai il viaggio di questa soave e candida piuma.

Pensai così che una bimba la raccoglieva per portarla a casa, ma sicuramente la mamma l’avrebbe sgridata e buttata nel sacchetto della spazzatura perché, secondo lei, quella piuma poteva essere portatrice di germi.

In poco tempo la piuma, che si librava nell’aria, si ritrovò nella spazzatura. Che fine squallida!

Ma la nostra piccola amica, dal cuore grande, le ridiede la libertà e la fece volare di nuovo, accompagnata dal vento.

Questa volta cadde sul davanzale di una scuola e attirò così l’attenzione di tutti i bimbi. La nostra piuma era felice, era piacevole avere tutti quei visi sorridenti intorno a lei. Ma l’odioso vento la fece di nuovo sobbalzare e la trasportò per un lungo tratto, facendola poi precipitare in un’aia di oche.

Tantissime sue simili, bianche e morbide, attutirono la sua caduta. Si guardò attorno e vide che era circondata da tanti bellissimi animali piumati. Si mischiò tra le altre ma tutto a un tratto si senti sollevare insieme a tante altre e messa in un sacco.

Cosa succede?” si domandò. Non essendo sola, però, non si preoccupò più di tanto. Lei e le altre vennero lavate, asciugate, sterilizzate.

Fortunatamente era talmente piccola che riuscì a mimetizzarsi e confondersi come le altre, molto più morbide di lei.

In pochissimo tempo si ritrovò a fa parte di un piccolo cuscino di raso imbottito di piuma d’oca.

Venne apprezzato e acquistato, così lei, piccola, sola e insignificante, avrebbe vissuto sempre in morbida compagnia.

Il piccolo cuscino venne posto nel lettino di un bimbo. Quale miglior sorte poteva capitarle?

Chissà se è successo veramente questo, alla piccola piuma. Ma io spero di sì!

 

Montagna: che passione

Una delle mie altre grandi passioni è la montagna. Non sono mai stata una scalatrice, per me la montagna è solo escursione e nella scala delle difficoltà mi fermo alla EE.

Non mi sono cimentata in  scalate o arrampicate, non ho mai sfidato il destino, anche se credo di essermi persa, così, spettacoli mozzafiato e quel senso di infinito descritto dagli alpinisti, quella sensazione di sentirsi un tutt’uno con il cielo e la terra.

Mi accontento, però, di quello che in tanti anni ho visto.

Ho iniziato ad andare in montagna da giovanissima, in luoghi sperduti della Val Maira, non ancora meta escursionistica in quel periodo.

Partivo da Genova in giugno con una amica e la mia piccola 126, una valigia con pochi indumenti e cibo che doveva bastare per 20 giorni. Nel luogo dove andavamo i negozi non c’erano, quindi dovevamo procurarci tutto prima.

Giunte a destinazione, a 1700 metri di altezza, si presentava ai nostri occhi uno spettacolo meraviglioso, un grande prato  ai piedi delle montagne e due baite vuote. Una delle quali era da noi affittata tramite conoscenti.

Il silenzio, quel senso di pace interiore ed esteriore, dove tutto è ovattato. Solo il fischio delle marmotte, lo scorrere inesorabile dell’acqua del fiume, il fruscio del vento tra le fronde degli alberi.

Al mattino, se i tuoi passi erano leggeri, le marmotte le potevi vedere nei pressi della baita.

Erano uno spettacolo, magre dopo il letargo invernale o grasse perché in gestazione, ma bellissime.

Imprudenti forse, non abituate ad avere compagnia, si aggiravano tranquillamente intorno alla casa.

La natura era la loro casa, il loro immenso giardino.

Quello che colpiva la mia amica e me era quel senso di pace; abituate a vivere in città, nel traffico, sicuramente inferiore  a quello di oggi, ti faceva andare sempre di fretta! Il lavoro in ospedale poi non aiutava lo spirito a essere sereno e ti caricavi per un anno le sofferenze di tante persone, per cui lì staccavi la spina da tutto e da tutti.

Esistevi solo tu, le marmotte e i monti.

E poi ho continuato ad andare in montagna tutti gli anni con la famiglia, sempre con lo zaino sulle spalle o quello porta bimbo per la  figlia. Il luogo era sempre la Val Maira, che ho frequentato ancora per parecchi anni.

Amavo quel posto, la sua locazione, la solitudine, la casa. Tutto era accogliente e lasciavi lì il cuore quando andavi via ma sapevi che il prossimo anno tutto sarebbe stato come prima.

Ho trasmesso alle figlie l’amore per la montagna e ne vado orgogliosa. Spero che questo si possa tramandare di generazione in generazione.  

Ancora oggi, anche se sono passati tanti anni, amo camminare tra i monti. Zaino in spalla, un paio di buoni scarponi, un bastone e la partenza di buon mattino.

Di carattere devo avere per forza una meta, non amo fare una camminata senza un obiettivo. Può essere un lago, un rifugio, una casa del guardiaparco, ecc. ma devo raggiungere un luogo. Solo così la fatica si fa sentire meno e continuo ad andare avanti, a camminare, a non sentire il sole cocente e le spalle che fanno male sotto il peso dello zaino. Eh sì, lo zaino. È superfluo dire che è indispensabile se si fanno lunghe camminate. Deve contenere l’indispensabile in caso di cambiamenti climatici o situazioni avverse.

La montagna è imprevedibile, non bisogna mai sottovalutarla, anche se la meta non è lontana e la giornata è splendida. Basta un cambiamento climatico e può iniziare a piovere in pochissimo tempo. Tutto cambia in montagna e ogni cosa può essere pericolosa: il sole non scalda più, le rocce diventano scivolose e attirano i fulmini che, data l’altitudine, sono forti e molto carichi di elettricità. La nebbia può insorgere in pochissimo tempo e non farti più intravedere il sentiero.

Ma è bello anche questo, fa parte del gioco, dell’avventura.

Funghi: che passione!

Una delle mie grandi passioni è andare per funghi.

Ancora oggi, come da bambina, il cuore mi batte forte se il mio sguardo ne intravede uno e l’adrenalina sale.

I miei ricordi mi portano a quando avevo cinque o sei anni. I miei due fratelli erano soliti, all’inizio dell’autunno, nelle alture della Liguria, andare a funghi.

Ricordo che alcune volte mi portavano e io esultavo dalla gioia. Certamente loro dovevano adeguarsi al mio passo, per cui non sempre facevo parte della squadra.

Quando decidevano di portarmi, per me era una festa. Dalla sera mi preparavo al grande evento: il piccolo cestino di vimini, gli stivali, il K-Way, il coltellino di plastica adatto ai bambini.

Si partiva al mattino molto presto, intorno alle quattro, quando era ancora buio e il silenzio della città non mi metteva a mio agio. Non ero abituata e faticavo a orientarmi.

Mezza insonnolita salivo in macchina e nel tratto di strada, a volte molto lungo, ripiombavo nel sonno.

Si arrivava sul posto che non era ancora l’alba, la nebbia mattutina nel bosco dava un senso di misterioso, di impenetrabile. Una colazione fugace in attesa che si facesse giorno e poi dentro, nel sottobosco. Penetravi con attenzione mista a paura e dopo pochi minuti i tuoi indumenti erano già intrisi di goccioline d’acqua. 

Se stavi in silenzio potevi percepirne i vari rumori: il vento tra gli alberi, il cinguettio degli uccelli, il gocciolio dai rami e altri suoni che conferivano un che di misterioso nel fascino del risveglio mattutino della natura.

Come prima cosa la ricerca di un ramo solido da sfruttare come bastone, indispensabile, e mille precauzioni di come comportarsi nel bosco: stare vicini, aiutarsi con il bastone a smuovere le fronde, non toccare con le mani funghi non conosciuti, non distruggere con il bastone o calpestando quelli cattivi.

Il mantenere l’equilibrio era una prerogativa molto importante.

La luce era tenue, anche se stava venendo giorno, ma dovevi far presto per anticipare gli altri raccoglitori di funghi che giungevano man mano. Con la luce tu dovevi già essere sul posto. Incespicavo spesso, essendo piccola, ma andavo avanti con energia e desiderio di trovare funghi.

E quando ne intravedevo uno, bello, sano, in mezzo alla vegetazione, lo riconoscevo a distanza, sia che fosse un porcino (Boletus edulis) o meglio ancora un ovulo (Amanita caesarea). E sì, a quei tempi di ovuli ve ne erano parecchi, sembravano uova sode con il tuorlo scoppiato dentro.

Che emozione, meglio dei regali di Natale. La natura è qualcosa di meraviglioso.

Allora chiamavo il fratello più vicino a me e insieme lo raccoglievo, avendo l’accortezza di lasciare la zolla di terriccio ancora in terra. Una prima pulizia sul luogo di raccolta e poi nel cestino, dopo aver messo dentro parti di felci o altro per mantenere l’umidità.

Poi ne raccoglievamo altri: combette, galletti, manine…

Dopo ore, esausti, si rifaceva la strada di ritorno; molte volte il cestino era pieno ed eri soddisfatto, altre avevi preso solo umidità e freddo!

Ma era stata lo stesso una bella giornata!

Curiosità:

alcuni ricercatori americani hanno scoperto in Oregon un fungo gigante che potrebbe essere l’ organismo vivente più grande della Terra. Il fungo, il cui nome scientifico è “Armillaria Ostoyae”, cresce nella terra e tra le radici degli alberi della Malheur National Forest, nelle Blue Mountains dell’ Oregon orientale. Secondo gli scienziati copre 890 ettari di terra, l’ equivalente di 1665 campi di football. Questo particolare esemplare sarebbe vecchio almeno 2400 anni.

http://www.einaudi.it/var/einaudi/contenuto/extra/978880619884PCA.pdf

Volontariato: ieri e oggi!

Ho voluto scrivere questo post perché, negli ultimi anni, si parla molto del volontariato. Inoltre è un argomento che mi interessa da vicino.

Anche l’età sempre più giovane si affaccia a questo ruolo: il volontario.

Diverse associazioni ormai propongono corsi di formazione ai propri adepti, con un fascio di età che spazia  dai quattordici anni in poi.

Chi vuole diventare un volontario deve seguire il corso che, per alcune associazioni, parte da concetti base di nozioni generali fino a corsi specifici elaborati e intensi per associazioni umanitarie di inportante formazione e informazione.

Ci accostiamo quindi a volontari di Croce Rossa, protezione civile, vigili del fuoco, missionari, con una preparazione intensa e prolungata e corsi di poche ore con nozioni base per enti di minor responsabilità.

Come in tutto però, ci sono i pro e i contro. Alcune persone indietreggiano di fronte al dover seguire un corso obbligatorio per fare volontariato.

Fermo restando che per molte associazioni questo è indispensabile per altre può risultare inefficiente. Chi poi deve giudicare il singolo percorso e dare un giudizio riesce ad essere  obiettivo? È in grado di dare una risposta affermativa corretta o tende a farsi guidare da giudizi relazionali personali?

Quindi, se da una parte il corso che si deve intraprendere viene ritenuto indispensabile da ambo le parti (ente e futuro volontario), dall’altra scarta a priori un certo numero di persone che non lo ritengono appropriato. Quindi la bilancia non è mai equilibrata.

Vorrei citare, in poche righe,  anche il ruolo del volontariato episodico che è il volontariato del futuro: interessa una fetta sempre più ampia di cittadini, non è limitato solo ai grandi eventi ma riguarda temi trasversali, dalla cura dei beni comuni alla gestione delle emergenze.

Nella mia vita ho fatto tanto volontariato, quando ero giovane io era diverso.

Se ritenevi di voler dedicare parte del tuo tempo, gratuitamente, avevi solo da cercare e il tutto era a portata di mano.

Il probabile volontario si presentava nell’ente in cui voleva prestare servizio, o rispondeva a inserzioni in cui chiedevano supporti di aiuto. I contatti erano questi. Allora davi la tua disponibilità e eccoti arruolata. Avevi il tuo orario, le tue mansioni. Eri una volontaria sotto tutti gli effetti. A giudicare il tuo futuro operato bastavano alcune semplici domande con relative risposte ed eri giudicata in pochissimo tempo idonea o meno.

Serietà, altruismo, volontà erano doti essenziali e primarie per fare volontariato.

Personalmente ho prestato aiuto presso un ente di giovani con la sindrome di down, ho accompagnato per anni una ragazza  non vedente a fare commissioni, al lavoro, ho fatto campi di lavoro in Toscana, ecc. ecc.

Oggi invece il tutto è organizzato, i volontari sono aumentati (forse perché oggi sono censiti per cui se ne può dedurre il numero). Molti hanno la divisa e possono essere riconosciuti e questo conferisce un valore aggiunto. Dal punto di vista del cittadino, perché si trova più a suo agio e interloquisce meglio, e anche da parte del volontario che, indossandola, da un volto al tipo di struttura a cui appartiene.

Ma l’abito non fa il monaco, come menziona il proverbio italiano.

 

« Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. »

Incontro ravvicinato di terzo tipo. La civetta

Stavo ritirando, in pieno giorno, sotto un sole cocente, gli indumenti asciutti stesi sul terrazzo,  quando ho sentito un fruscio e ho visto, con la coda dell’occhio, un uccello catapultarsi verso di me. Istintivamente ho cacciato un urlo di sorpresa mista a paura.

Contemporaneamente una civetta si è posata delicatamente sul filo da stendere, ma il mio urlo l’ha frastornata e, così come è venuta, è andata via.

Accipicchia, mi sono detta. In tutta la mia vita non ho mai visto un rapace così vicino a me e l’ho mandato via. Chissà quando mi si ripresenterà una situazione simile.

Ma non era preventivato e quindi non potevo reagire diversamente.

Ho visto tanti rapaci in volo, in montagna: falchi, pernici, gufi, fino alle maestose e meravigliose aquile, ma sempre da lontano.

Che occasione unica! Ho impresso in me il suo sguardo dagli occhi enormi che non erano da “cattivo”, come di solito si definisce lo sguardo del rapace, ma di introspezione.

Credo che anche lui ( o lei) ne abbia risentito della mia presenza e quindi sia sfuggita ad ali spiegate verso un luogo più sicuro.

E poi ricordo la sua apertura alare volteggiare libera nell’aria e allontanarsi sempre di più fino a scomparire.

Allora mi sono ricordata che negli ultimi giorni, di notte, sentivo dei suoni simili a un miagolio ed è proprio questo il “canto della civetta”. Un suono che evidenzia sia il suo territorio che un pericolo imminente.

Poi è prevalsa la paura. Ma non si dice che la civetta porta sfortuna? Sono ritornata con il pensiero nella civiltà moderna e, logicamente, mi sono documentata per saperne di più.

Non sono fortunatamente superstiziosa ma curiosa.

Ho letto quindi che “ingiustamente” la civetta è ritenuta una iettatrice!

Fonti sostengono che porti disgrazia solo alla casa verso la quale volge lo sguardo, e fortuna agli occupanti di quella sulla quale è posata.

E direi che sulla mia si è proprio posata e quindi mi aspetto al più presto una bella notizia!

Nuova favola sugli animali.

                      La casetta nel bosco

C’era una volta un nonno, dai capelli bianchi e dallo sguardo dolce, che viveva in un bosco.

La sua casetta era piccolissima, fatta di legno e tutti gli abitanti della foresta erano soliti passare di lì per salutarlo o perchè avevano bisogno del suo aiuto. Chi doveva farsi togliere una spina nella zampetta, chi aveva male a un dente, chi aveva mal di pancia.

Il nonno li conosceva tutti e per tutto aveva un rimedio.

Un giorno bussarono alla sua porta alcuni gnomi,  gli chiesero di seguirlo perchè avevano bisogno del suo aiuto. In pochi minuti era pronto per partire, aveva messo nel vecchio zaino tutto quello che poteva servire per curare qualsiasi malanno.

Non chiese nulla agli gnomi, non era la prima volta che gli aiutava. Un animale preso in una trappola, oppure uno scivolato in una buca, un uccellino caduto dal ramo con una ala spezzata.

Questi erano alcuni interventi che aveva dovuto fare. Quindi pensò che anche questa volta si sarebbe trattato di qualcosa di simile.

Dopo aver attraversato vari ruscelli e alcuni sentieri si fermarono. Il nonno non credeva ai propri occhi, davanti a lui, sdraiata in un tappeto di foglie, c’era una bimba bellissima , dai capelli rossi. Dormiva e il nonno rimase estasiato da quel fagottino tenero. La prese delicatamente in braccio e, prima che giungesse la notte, la bimba era già nella casetta del nonno. La rifocillò con del buon latte caldo di capra e dopo poco tempo la bimba si riaddormentò.

Chi era questo esserino stupendo, come si chiamava, chi l’aveva portata nel bosco. Queste, insieme ad altre mille domande affluirono nella sua mente.

Più volte, parlando con gli amici gnomi, aveva confidato loro che si sentiva solo, che avrebbe voluto un pò di compagnia, soprattutto in inverno, dove molti animali andavano in letargo per cui il suo “lavoro” era ridotto.

Capì che gli gnomi, avendo poteri magici, in cambio dei suoi servizi giornalieri, avevano voluto fargli un dono meraviglioso.

Il nonno e la bimba, che chiamò Arianna, divennero inseparabili. La bimba conquistò il cuore di tutti gli animali del bosco per la sua gentilezza, disponibilità e bontà.

Il nonno le insegnò a curare tutti i problemi dei suoi piccoli e grandi amici.

Arianna crebbe e diventò una splendida ragazza, dai lunghi capelli lisci e morbidi.

Un giorno un giovane cacciatore bussò alla porta del nonno  perchè si era procurato una ferita alla gamba, e rimase affascinato dalla bellezza di Arianna e…

Ma questa è un’altra storia!

 

Leggere: che passione!

Ho sempre amato molto leggere. In particolare prediligevo libri che trattavano di storie vissute, vere.

Ricordo che mettevo da parte ogni singolo centesimo che mia madre mi dava per poter acquistare dei libri.

Avevo circa 14/15 anni, lavoravo e, come si faceva una volta, a fine mese, consegnavo la busta chiusa con lo stipendio a mia madre. Ricevevo in cambio un piccolo contributo da spendere come volevo e io lo utilizzavo sempre per acquistare un libro.

Ero solita andare nella libreria che c’era nella piazza a Genova Sampierdarena dove i proprietari, conoscendomi, mettevano da parte i libri che uscivano di mio interesse.

La paghetta datami non bastava per cui utilizzavo anche la quota che mia madre mi dava per l’autobus che mi portava al lavoro, da Genova Cornigliano a Caricamento.

Facevo quindi questo tratto a piedi, circa 8 km per tratta, mattino e sera, estate e inverno, pur di raggranellare la cifra che mi permetteva di acquistare un libro.

Se poi questi erano due le cose si complicavano, i soldi non bastavano, allora rinunciavo anche  ad acquistare la saponetta “Spuma di Sciampagna” che amavo tanto. Mi ricordo che la compravo in un piccolo negozietto in Via Prè, zona non molto adatta a delle ragazzine in quel periodo, ma dovevo passarci per forza per poter andare a lavorare.

Ritornando ai libri, per me rappresentavano un mezzo per isolarmi dal resto del mondo, anche se leggevo storie non di viaggi, d’amore, di fantasia, ma storie di dolore.

Mi sono chiesta più volte perchè prediligessi quel genere e ancora oggi, che il mio interesse non è variato, me lo chiedo ma non avrò mai una risposta.

Sicuramente avrei avuto maggior possibilità di lettura se avessi chiesto in prestito i libri della Biblioteca, ma a quei tempi non ci pensavo, forse perchè non sapevo esistesse o forse preferivo godermi la lettura sapendo che quel libro era mio: potevo leggerlo e rileggerlo più volte!

La mia piccola biblioteca personale era esigua, pochi testi, nuovi, rifasciati con un foglio di carta riciclata o di giornale per non sgualcirli. Sotto di essa “spariva” la copertina, per cui non intravedevi più il titolo e l’autore ma almeno il libro si conservava meglio e rimaneva nuovo.

Alcuni di quei libri li ho ancora, fanno parte del mio passato, dei miei sacrifici e oggi, che tutto è molto più semplice e le possibilità di lettura maggiori, amo ogni tanto rivederli, sentire l’odore di muffa, il colore ormai sbiadito.

Ora intravedo la copertina con il titolo, l’autore, l’editore.

E la malinconia sale….

Scrivi una favola!

È da tempo che volevo inserire questo post e creare un nuovo argomento:

Scrivi una favola!

A chi si rivolge e cosa si intende? Vorrei rivolgermi soprattutto ai più piccoli, quindi ai bambini. Vi chiederete il perché!

Quando ho creato questo blog il mio obiettivo principale era di scrivere per i bambini che si trovavano, per svariate ragioni, in ospedale. Mi sarebbe piaciuto scrivere e far scrivere a loro delle favole, in modo da alleviare, in minima misura, il loro stato d’animo.

Nel portare avanti il progetto del blog mi sono resa conto che la mia era un’utopia: come potevo raggiungere questo idale? Cinquant’anni fa chi poteva immaginare che, toccando un piccolo attrezzo, ti saresti potuto collegare con tutto il pianeta?

Allora ho lasciato nel cassetto questo sogno e ho creato e messo in rete il blog con la speranza che, un giorno, anche un solo bimbo ricoverato potesse leggere una mia favola.

Vi chiederete il perché desideravo che leggessero e interagissero proprio i bambini ricoverati.

Cerco di spiegarvelo, anche se per me non è semplice ricordare.

Sono una infermiera in pensione ma porto ancora il camice, un camice invisibile ma non per me. Quell’indumento bianco e puro, che portavo con orgoglio e che mi permetteva di entrare in un mondo fatto di sofferenza. Quel camice che mi faceva paragonare, secondo i degenti,  a una suora, a un angelo.

Lo portavo con dignità e comprensione, era un mezzo per potermi accostare a un malato, piccolo o adulto.

Nel dolore purtroppo non c’è età!

Il bianco, il colore delle spose, del cavallo del principe azzurro, della purezza, della neve, della veste battesimale. 

Ho però un conto in sospeso verso i bimbi in ospedale. Ho indietreggiato di fronte al loro dolore. Sono scappata per non soffrire e questo ricordo mi ha accompagnato per tutti questi anni.

Ho impresso in me il ricordo di un bimbo di tre anni, ricoverato in rianimazione all’ospedale Gaslini, che mi faceva vedere come effettuare l’aspirazione nella cannula della tracheotomia.

Lui insegnava a me, a me che avevo studiato per anni, ciò che la vita gli aveva offerto. Piccolo essere senza conoscenza del perché dovesse fare questo. Lo faceva e lo insegnava. Per lui era una routine. Una quotidianità da cui non ne sarebbe mai uscito fuori.

Non l’ho mai dimenticato anche se sono passati tantissimi anni. Ho ancora impresso il suo visino e i suoi riccioli neri.

Io sono dell’idea che tutto bisognerebbe farlo in tarda età.

L’esperienza, la vita vissuta , la pazienza, la calma sono elementi essenziali per stare meglio e far vivere meglio gli altri. 

Oggi non scapperei più di fronte a quel bimbo, magari soffrirei maggiormente perché l’età avanzata porta a questo, ma non indietreggerei. Lo prenderei in braccio, con il mio bel camice bianco e lindo, puro come il suo cuore e la sua anima, farei ciò che è da fare, con un groppo nel cuore ma lo farei.

Gli racconterei che non è solo, che ha un papà e una mamma che gli vogliono bene e che ha tante sorelle, fratelli, zii acquisiti che gli staranno sempre accanto a cercheranno di attenuare il suo dolore.

Questo gli racconterei ma non fuggirei più!

Gli racconterei tantissime favole per farlo addormentare felice, sognando di fate, gnomi e posti meravigliosi, case fatte di pan di spagna e panna, porte di cioccolato e zucchero, tantissimi palloncini in un giardino. Un giardino fatato! 

Oggi mi piacerebbe che questi bimbi, adulti, anziani, mettessero su carta una favola, una storia, un disegno, il loro stato d’animo, la loro sofferenza, il loro percorso, i loro crucci. Scriveranno anche favole vere, non parleranno né di fate né di orchi ma di vita vissuta.

E, da tutto questo,  ci arricchiranno perché la loro sofferenza sarà anche la nostra.

A voi la parola! Scrivi una favola è a vostra disposizione.

Inviatemi lo scritto o il disegno, o un pensiero, lo pubblicherò, firmato o no, secondo le  vostre scelte. 

Auguro a tutti voi un mondo di bene!

Nonni. Che passione! Nuova favola

                      LA FARFALLA IRIDE

C’era una bimba che si chiama Rosetta che amava passeggiare in campagna con il nonno. Il nonno le insegnava molte cose: come si semina il grano, quando si raccoglie, che cosa si ottiene da esso. Una volta era il grano, una volta l’orzo o il fieno. Quante cose sapeva il nonno e Rosetta ascoltava e imparava.

Un giorno la bimba vide sul ciglio della strada un bellissimo bruco variopinto. Incurante di lei, con la sua andatura lenta e disarticolata voleva intrufolarsi nel prato per nascondersi. Poteva diventare pasto per un uccello, quindi era meglio nascondersi.

Rosetta, che amava molto gli animali e curiosa come tutti i bambini, lo prese delicatamente in mano e chiese al nonno il permesso di poterlo portare nel giardino di casa. Il nonno acconsentì!

Ogni giorno lo cercava e lo coccolava mettendolo sul palmo della mano.

Ma dopo poco tempo la bimba si disinteressò di lui perchè il papà le regalò un gattino, che chiamò Romeo.. Era molto più divertente giocare con lui!

Passarono i giorni, la bimba si affezionò tantissimo a Romeo ma pensava anche al bruco. In fin dei conti era stato con lei parecchi giorni. Chissà se era cresciuto!

Andò così a cercarlo nell’angolo del giardino dove di solito stava ma non lo trovò più. Nello stesso momento però vide volteggiare intorno a lei una bellissima farfalla di vari colori.

Rosetta riconobbe che era il bruco che si era trasformato in farfalla.

Ma subito dopo volò via, era ancora arrabbiata con la bimba per averla abbandonata.

Rosetta, incantata dalla bellezza della farfalla riuscì però a prenderla e a metterla in una gabbietta. Chissà come sarebbero stati invidiosi i suoi compagni se l’avesse portata a scuola.

E così fece! Tutti i compagni ammirarono la farfalla e le diedero anche un nome: Iride!

Ma la felicità della bimba durò pochissimo, la farfalla era triste, non poteva vivere in gabbia, doveva volare, essere libera e felice.

E, meravigliando tutti Rosetta aprì la gabbia ridandole la libertà.

Iride, riconoscente verso Rosetta, tutti i giorni si presentò anche lei a scuola, poggiandosi sulla lavagna.

Diventò così la mascotte della classe, il suo svolazzare leggiadro esprimeva gioia e gratitudine.

E quell’anno i bimbi furono contenti di aver conosciuto una così bella e variopinta farfalla. Chissà se sarebbe ritornata anche il prossimo anno.

Questo sogno non avrebbe potuto realizzarsi ma loro la aspettarono sempre.

Morale: non abbandonare mai chi ti vuol bene!

La “Berta” ladra

Il nostro soggetto in questa storia è la Gazza. In piemontese si chiama Berta, da “uccello ciarliero” o più propriamente da “persona che ridice tutto”.

Ritorniamo alla nostra storia che questa volta non è una favola. Infatti nello scriverla, nel cercare di comporre la solita trama per poi ampliarla e strutturarla, sono usciti, da parte dei partecipanti, aneddoti di storia vera, vissuta in prima persona, legate alla gazza, più corretto dire alla Gazza ladra!

Quindi non parleremo da favola ma di realtà!

Luigina ci racconta che una sua conoscente aveva l’abitudine di lucidare la serie di cucchiaini d’argento, ma quando li poneva sul tavolo ne mancava sempre uno. Non sapeva darsi una spiegazione a questo, finchè un giorno vide una gazza che, entrando dalla finestra, ne portava via uno con il becco. Dopo vari giorni sono stati trovati nel fienile. Tutti allineati!

Pina invece ricorda che i suoi genitori avevano le galline e ogni giorno, nel raccogliere le uova, ne trovavano qualcuna vuota. Era rimasto solo il guscio.

Si accorsero che la gazza usava il becco come punteruolo per fare un buco e succhiare il contenuto.

Lucia invece ricorda che la mamma le aveva raccontato che, quando era giovane, teneva in casa una gazza addomesticata. Un giorno aveva posato l’anello d’oro sulla mensola e ha visto l’amata gazza che lo portava via, in volo.

Inutile dire che l’anello non è stato più ritrovato ma la gazza “ha preso il volo”, nel senso giusto della parola, cioè la madre l’ha scacciata da casa.

Milva invece, tutti gli anni, deve far la guardia alle ciliege del suo albero, perchè le gazze le beccano o le portano via.

Chissà quante altre storie sono legate alla nostra Berta, noi abbiamo voluto raccontarvi queste.

La grande festa sull’acqua

C’era una volta, in un grande prato ai limiti di un bosco, un laghetto che ospitava rane, rospi  e libellule. Durante il periodo invernale le rane e i rospi andavano in letargo ma con l’arrivo della primavera le femmine erano pronte a deporre le migliaia di uova.

Le libellule invece, che non sopravvivono al clima invernale, popolavano il laghetto in primavera, dopo la schiusa delle uova. In questo laghetto rane e libellule vivevano in armonia, cosa piuttosto insolita.

La nostra storia parla della rana Giuditta e della libellula Libera.

Le libellule amavano volteggiare sul laghetto, facendo acrobazie vibrando le ali trasparenti  e sfrecciando a pelo d’acqua. Libera invece amava volteggiare intorno a Giuditta che saltava verso di lei, ma per gioco. Era uno spasso vederle giocare insieme.

Ma durante una estate molto torrida il laghetto si prosciugò mettendo a repentaglio la vita di tutte le rane e girini. Senza l’acqua non avrebbero potuto sopravvivere.

Libera si accorse subito della tragica situazione, doveva escogitare un sistema,  per fare sopravvivere la sua amica rana e i suoi girini. Dopo aver riflettuto sul da farsi, capì che l’unica cosa possibile era di farle spostare in un laghetto più grande e profondo, sempre pieno d’acqua. Nelle sue perlustrazioni giornaliere a caccia di zanzare e altri insetti, aveva visto un laghetto poco distante con queste caratteristiche.

Andava benissimo!

Il problema adesso era riuscire a far arrivare Giuditta e i girini fino al lago. Aveva notato che vi era un percorso più lungo ma in quel tratto si erano formati molti acquitrini. Erano perfetti per far riposare la rana all’umido e poi rifarla ripartire.

Ma i girini, con il sole cocente non sarebbero mai giunti vivi al laghetto.

Radunò tutte le altre libellule e insieme decisero di caricarsi sulle ali tutti i girini della rana Giuditta.

Durante questo faticoso trasporto, che metteva molto in difficoltà le libellule, non abituate a portare un peso, anche se minimo, sulle ali,  giunse un terribile temporale: tuoni, fulmini e il vento che soffiava forte, costrinse queste a  fermarsi, a trovare un riparo. 

La pioggia però agevolò Giuditta che, non contenta di questo privilegio che aveva avuto nei confronti delle altre sue compagne e compagni, ne approfittò per tornare indietro, incitandoli a spostarsi definitivamente verso il nuovo vicino lago.

Tutti si prepararono per il “grande viaggio”, non si erano mai allontanati da quel laghetto, per cui la curiosità di posti nuovi erano tanta, mista però a paura dell’incognito.

Terminato il temporale Libera fece da capo giuda, seguita dalle altre libellule in volo, mentre rane e rospi saltellavano qua e là. Tutti contenti!

Era bellissimo vederli avviare tutti insieme verso la nuova residenza.

Giunte a destinazione le libellule improvvisarono una dolcissima danza sul lago, volteggiando, librandosi in volo, tutte in cerchio, in un grande girotondo,  mentre le rane, gracidando, intonarono una canzone di ringraziamento! E improvvisamente un grande arcobaleno, rallegrò ulteriormente questa gioiosa giornata.

Fu una grande e indimenticabile festa per tutti!

Morale: non serve disperarsi, importante è sempre trovare una soluzione a un problema!

Il Gigante buono. Storia di un ragazzo

C’era una volta un giovane molto bello, dai modi garbati e gentili. Viveva in un piccolo paese e molti lo conoscevano e lo adoravano proprio per questo.

Il giovane amava tutto e tutti. Amava gli animali e passava con loro molto tempo: ci giocava insieme, li coccolava e loro ricambiavano il suo affetto. Amava la musica, il suono di essa gli entrava nei polmoni e nel cuore ed era per lui una boccata di aria fresca. Ne inspirava ogni suono e tramite essa si estraniava in un mondo tutto suo.

Amava la vita e la sua giornata era piena di impegni, voleva fare tante cose, stare insieme agli altri e sentirsi utile. Era felice!

Ma un giorno la sua mamma partì per un lungo viaggio e il gigante buono si sentì solo. Si chiedeva il perchè lo avesse abbandonato. Niente era cambiato dagli altri giorni e quindi non riusciva a capirne il motivo. Cosa avrebbe fatto adesso? Lui non voleva stare da solo. Doveva trovare una soluzione.

Molti anni prima aveva sentito dire che ai margini di un magico bosco del piccolo paese vivevano delle fatine. Lui non ci aveva creduto, ma soprattutto la notizia non lo aveva interessato più di tanto. Non aveva mai sentito la necessità per approfondire questo e quindi..

Ma adesso aveva bisogno di parlare alle fatine, di chiedere spiegazioni e di sapere da loro come doveva comportarsi. Loro, se è vero che esistevano, dovevano aiutarlo! Non aveva mai chiesto aiuto a nessuno ma in questo momento si sentiva troppo solo e triste.

Mise nello zaino dei pezzi di pane e una borraccia con dell’acqua, non sapendo quando e se le avrebbe trovate e, senza dire niente a nessuno si addentrò nel magico bosco.

La paura si fece subito sentire ma lui doveva andare avanti, solo così avrebbe trovato una risposta a tutte le sue domande.

Appena entrò nel bosco si sentì già subito meglio, la luce era tenue e il rumore delle fronde degli alberi intonavano una musica celestiale. L’aria che respirava aveva un profumo intenso, un misto di caramello e cannella. Ne inspirava a pieni polmoni. Procedette cautamente e si addentrò sempre più. Si accorse che non aveva paura, si sentiva libero. Si guardò attorno, ma delle fatine nemmeno l’ombra.

C’erano fiori dappertutto, di tutti i colori e misure, alberi maestosi che facevano da contorno al suo cammino. Era solo ma sentiva delle presenze che lo accompagnavano e lo proteggevano. Era di nuovo felice!

Si sedette su un masso e in un attimo capì che le fatine non esistevano.

Era una leggenda!

Uscì dal bosco ma si sentì più forte e sereno, aveva capito che poteva farcela da solo, che la sua mamma era accanto a lui nel bosco e per questo non aveva paura. E sarebbe stata accanto a lui sempre, in ogni momento e in ogni cosa avesse fatto.

E affrontò la vita, incontrò tantissime persone sulla sua strada che gli vollero bene e che parlavano di lui definendolo il “Gigante buono”.

 

Un inno alla vita. I sogni di una Fatina!

Ho intitolato questo articolo “Un inno alla vita”. un argomento inusuale per un blog di favole ma, come sono solita fare, ho trovato il collegamento con esse. La Fata!

Ho avuto modo di vedere in televisione questa settimana il programma di Gerry Scotti The Winner is.  Non sapevo di cosa trattasse per cui la curiosità e il desiderio di vedere un programma rilassante mi ha portato a seguirlo.

Ringrazio questo perchè, scrittrice di favole per bimbi, ho avuto così modo di conoscere un personaggio fiabesco. Una Fata, precisamente la Fata Desireè.

Questa straordinaria ragazza di 22 anni, dalla voce d’oro, così come il suo cognome, Doro, prima di cantare ha raccontato la sua storia. Una storia che non vorresti mai sentire, una storia che ha incollato alla tv milioni di telespettatori. Ci ha raccontato, con umiltà e forza interiore, la sua lotta alla malattia che l’ha colpita, la Sclerosi multipla. Eppure questa straordinaria ragazza ne ha parlato con coraggio e determinazione. Ne ha parlato con il sorriso sulle labbra e dentro il cuore. Questo è quello di lei che ha colpito di più, non il coraggio di parlarne ma di come parlarne. E le lacrime sono arrivate, copiose, a ombreggiare il suo volto, il suo sorriso, la sua persona. Più le asciugavo e più sgorgavano.

Il sogno di Desireè è quello di raggiungere i cuori delle persone non con la sua malattia ma con la sua voce. Questo è quello che vorrebbe e, credo che, dopo averla ascoltata, questo sogno non è  irraggiungibile. La sua voce è lei, il suo modo di fare fanciullesco, la sua modestia, la sua ingenuità.

Indossava nel programma un vestitino da ragazzina che trasmetteva proprio il suo essere. Tutto tenue e delicato. Come la sua anima.

Ma Desireè ha la grinta di un leone, una forza interiore che sicuramente l’aiuterà nella strada che dovrà percorrere. E in questa strada le auguro tantissimi momenti di gioia, di fare incontri che possano aprire nuovi orizzonti, che il canto possa essere per lei un sostegno, un mezzo, un fine.

E sia veramente un Inno il suo. Alla libertà, all’amore, alla gioia, alla musica!

Le auguro con tutto il cuore che un giorno possa dire: The Winner is me!

 

 

Clara Miller Burd. Illustratrice di libri per bambini

Clara Miller Burd nacque a  New York (1873–1933), da Amelia Roe Burd di Patchogue e Charles Edgar Burd. Aveva un fratello più piccolo, Charles Gillette Burd .

Clara era uno studentessa d’arte presso la Scuola Chase e l’Accademia Nazionale del Design di New York. Nel 1892, a soli 19 anni, ricevette una medaglia di successo da quella scuola. Nel 1898, si recò a Parigi e lavorò sotto Courtois e Renardo. [Franklin].

Ritornata in America  ha studiato design in vetro colorato presso gli studi di Tiffany fanmed a New York. In seguito ha lavorato presso la J. & R. Lamb Company e con la Chiesa Glass e Decoration Company. Dipinse  decorazioni murali e parecchie finestre di vetro colorato per molte Chiese in America. Il suo lavoro più famoso è stata una finestra commemorativa per il presidente ucciso McKinley in Ohio.

Spesso dipinge scene dai periodi storici. Sono immagini belle, ma non si è sicuri della loro precisione.

Ha disegnato su riviste delle principali pubblicazioni dell’era del XX secolo. Le riviste comprendevano: Canonica Hone-Journal , Moglie del coltivatore , Holland, Digest Literary , Priscilla moderna, Compagnia di casa della donna e il mondo della donna.

Clara credeva nell’esercizio vibrante del colore.

La sua carriera professionale persegue molte illustrazioni di libri per bambini. Forse le sue illustrazioni più conosciute erano per i libri di Little Women (1926), Jo’s Boys (1928), Little Men (1928), An Old Fashioned Girl (1928) e Eight Cousins (1931) di Louisa Mae Alcott. C’erano anche belle illustrazioni per un’edizione del Giardino dei Versetti di Rovert Louis Stevenson.

Altra bellissima serie di illustrazioni è stata fatta per Le storie di Dickens sui bambini, di Elizabeth Lodor Merchant (1929). Questa è una raccolta abbreviata delle seguenti storie: Little Nell, Trotty Veck e Meg, Tiny Tim, The Cunnilingus Couple, Poor Jo !, The Toy Maker e la sua Blind Daughter, David Copperfield, Jenny Wren, Pip for Short, Paul e Florence Dombey, Dick Swiveller e la marchesa, Oliver Twist, Il ragazzo grasso.

Ha vissuto a Montclair, NY fino alla sua morte, avvenuta l’11 Novembre 1933. E’ seppellita nel Cimitero del Boschetto del Cedro di Patchogue.   

 

 

La leggenda del Monoi. Il famoso Tiarè!

Ho avuto modo di vedere in televisione alcuni giorni fa un documentario sulla lavorazione del Monoi, ricavato dai fiori della Gardenia tahitensis, meglio conosciuta come Tiarè. Sono rimasta impressionata dalla visione di centinaia di fiori in coltivazione in piena terra e dal procedimento per ottenere il famoso olio, diffuso il tutto il mondo. Nel mio piccolo avevo avuto l’occasione di vedere alcuni fiori del Tiarè e di inebriarmi del profumo degli stessi, non riesco ad immaginare che cosa possa aleggiare in così tanta vegetazione. 

Questi fiori vengono raccolti a mano al mattino, ancora in boccio. Dopo la coglitura i fiori sono avvolti nelle loro foglie carnose per proteggerli dal sole e dalla disidratazione durante il trasporto. Poi i fiori freschi vengono immersi nell’olio di copra (olio che si estrae dalla polpa disidratata della noce di cocco). Il processo di macerazione dei fiori chiamato un ‘enfleurage’ dal francese, dura 15 giorni. Per ogni litro di olio di cocco occorrono esattamente 15 fiori di gardenia. Durante il processo di ammollo (macerazione), i più preziosi principi attivi e la fragranza dei fiori di tiare vengono lentamente rilasciati nella base dell’ olio di cocco, e quindi si ottiene l‘olio di Monoi, unico e particolare.

Come molti fiori altri fiori bianchi, che non sfruttano il colore ma l’intensità della fragranza le api, i fiori di Tiaré sbocciano la sera e nelle ore notturne. In alcune tradizioni delle isole del Pacifico, indossare un fiore di Tiaré indica lo status di relazione. Se il fiore è indossato sull’orecchio sinistro la persona è occupata, se indossato sull’orecchio destro significa che la persona è disponibile.

Il nome Gardenia tahitensis è un termine improprio perché la pianta non è nativa di Tahiti, ma delle grandi isole del pacifico. Il primo nome scientifico si basa infatti su campioni di Tahiti raccolti da Jules Dumont d’Urville nel 1824. Da qui il nome scientifico di Gardenia Tahitensis. Il nome Tiaré fa riferimento probabilmente al termine tiàra, cioè corona, per la forma dei fiori. Questa specie di profumatissima Gardenia dai fiori bianchissimi e’ la pianta piu’ popolare usata dai Polinesiani, tanto da rappresentare il simbolo nazionale di Tahiti.

Di leggende su questo fantastico fiore ne sono tante tante, ne cito due:

Una volta c’era una ragazza di bellezza incomparabile, chiamata Tiaitau. Diventò l’amante del re Tamatoa, e quando lui e i suoi guerrieri fecero la guerra alle loro canoe, gli chiese di aspettare il suo ritorno. Lei gli disse che sarebbe salita sulla montagna sacra, Temehani, per guardare il mare fino a quando non sarebbe tornato. Gli disse anche che avrebbe messo una noce di cocco nel buco chiamato Apo’o hihi ura.

La noce di cocco sarebbe passata attraverso la deriva della terra dall’isola all’isola, dopo Tamatoa. Ogni volta che aveva sete, gli disse che la noce di cocco sarebbe stata lì, e quando gli avrebbe fatto un buco e bevuto da essa, assaggiando l’acqua dolce sulle sue labbra, è come se avesse baciato lei.

Tiaitau osservò il ritorno del suo amante dalla cima del monte Temehani, ma quando vide il lampo di luce sul suo avaro abbandonato sulle onde e la sua canoa vuota che ondeggiava sull’oceano, si affrettò ad affondare il suo braccio nel terreno. Lo spezzò, in modo che il suo braccio crescesse come pianta e fiore. Se il suo amante fosse tornato , avrebbe sentito l’odore del suo profumo nel vento, e avrebbe potuto afferrare il fiore bianco che rappresentava la sua mano.

Poi si gettò nel cumulo di Apo’o hihi ura perché non poteva sopportare di aspettare dopo aver saputo con certezza che il suo re, che adorava tanto, era morto.

Il fiore che cresceva dove Tiaitau aveva piantato il suo braccio non avrebbe mai lasciato la montagna sacra, proprio come Tiaitau non l’avrebbe mai lasciata e non sarebbe mai cresciuta altrove ma solo là.

La seconda leggenda è simile:

” Una volta Vahine Moea , una giovane ragazza di una bellezza incomparabile vissuta nella valle di Araau a Raiatea, incontrò  un pescatore chiamato Ariifaite . Si sposarono ed ebbero una figlia che chiamarono Tiaitau .

Un giorno Ariifaite sentì alcune buone notizie: un missionario era arrivato sull’isola e stava insegnando l’alfabeto e come scrivere. Ariifaite si affrettò a informare la moglie che era felice di apprendere . Decisero quindi di andare a vivere a Opoa , il distretto in cui viveva il missionario, affinché la loro figlia, diventata una bella ragazza, potesse imparare l’alfabeto e scrivere. Tiaitau seguì le lezioni e quando diventò una giovane donna, incontrò il re Tamatoa e divenne la sua amante.

Qualche tempo dopo, il re Tamatoa lasciò Raiatea per unirsi a Re Pomare di Tahiti per la battaglia di Fei Pi . Il re, accompagnato dai suoi guerrieri, lasciò l’isola e l’amante. Chiese a Tiaitau di aspettarlo a casa. Tuttavia, la giovane donna disse al suo amante che si sentiva come se le stesse dicendo addio per l’ultima volta e che non lo avrebbe mai più visto.

Il re Tamatoa cercò di rassicurarla dicendo che era circondato dai suoi migliori guerrieri. Poi Tiaitau prese una noce di cocco e gli disse che sarebbe andata sul monte Temehani.

Lei gli disse:

“Metterò questa noce di cocco nel buco di Apo’o hihi ura . La noce di cocco percorrerà la metropolitana e si avvicinerà al mare alla fonte di Ura Piha. Da lì, la noce di cocco galleggerà da un’isola all’altra e ti seguirà. Se hai sete, prendi la noce di cocco, fai un buco e bevi la sua acqua, portando la bocca al tuo modo di fare il tuo bacio … “

Su queste parole, si separarono.

Si fermò alla caverna di Torea e si addormentò . La mattina successiva , andò alla piattaforma Tarei , guardò Taputapuatea e il passaggio sacro Te ava moa e esclamò:

“Oh, la tua pagaia sta brillando al sole, il mio amore. Sta brillando nella schiuma delle onde.

Poi ha continuato a Vaiumete dove ha fatto un bagno e bevuto acqua per dissetarsi.

Finalmente è arrivata ad Apoo hihi ura ; mise la noce di cocco nel foro, si alzò a destra e guardò ancora una volta in direzione di Taputapuatea e vide la canoa del suo amato:

“Oh mio amore, il tuo remo splende al sole nella schiuma delle onde. La tua canoa sta fluttuando sul mare; Oh! Il mio cuore fa male, fa male molto male, il mio amore! Io posso piantare il mio braccio al suolo del mio monte, poi fiorirà e il suo fiore avrà l’aspetto visivo della mia mano aperta. Sarà questa mano, diventata un fiore, che ti darà un cartello, o mio amore. Lascia che il mio amore ritorni rapidamente da me.

Poi guardò il buco di Apoo hihi ura e si lasciò cadere dentro a morire, perché il suo dolore era così grande e non poteva sopportare di apprendere un giorno la morte del suo re che adorava così tanto.

(Fonte: Patrimonio Tahiti – Félix Faaeva)

Lavorazione e macerazione del Tiarè

 

Il mio viaggio con i nonni! Favoleggiando!

Il viaggio con i nonni per quest’anno è terminato. Questo viaggio è durato 4 mesi.

In questo periodo sono scaturite tante parole, tante idee, tante favole. All’inizio alcune difficoltà sono subentrate, è difficile dire la propria idea, si ha paura di sbagliare, di dire cose inesatte o senza senso. Ma il capire che nessuno giudicava, che ogni intervento arricchiva il gruppo, che ogni pensiero era preso in considerazione, ci ha portati tutti a “sbloccarci” e a lavorare bene insieme.

Ho voluto paragonare questo percorso a un viaggio in treno. La meta non è stata scelta da nessuno, siamo andati dove il treno ci ha portato. 

Ad ogni fermata qualcuno scendeva e altri salivano.  Alcune volte nel mio vagone c’erano poche persone, altre volte era gremito ed era molto piacevole poter così avere più possibilità di conoscenze e di scambi.  

Alcuni hanno preso il treno per un semplice e vicino spostamento, altri invece hanno proseguito il viaggio per mesi, pronti ad aiutare coloro che  avevano bisogno di salire.

Quando qualcuno scendeva lasciava una tristezza, maggiore se il tempo trascorso insieme era più lungo. Abbiamo cercato di andare d’accordo con i nostri compagni di viaggio, li abbiamo ascoltati e cercato il meglio in ognuno di loro.

Alcuni si conoscevano per cui il viaggio è stato molto piacevole per loro. Altri si conoscevano meno, me compresa, per cui abbiamo dovuto parlare di noi stessi per aiutare a conoscerci.

Ciò che mi rende felice è il pensiero che ognuno di loro ha contribuito ad aumentare e arricchire il loro e il mio bagaglio, impreziosendolo.

Ognuno aveva con sè una o più valigie piena di cose utili: partecipazione, fraternità, accoglienza, ascolto, fantasia, sogni, tenerezza, rispetto, condivisione, amicizia.

Mi è dispiaciuto molto essere scesa dal treno, ma il prossimo anno spero di acquistare un nuovo biglietto, magari con altra meta, magari con altre persone…Chissà!

Si, ne sono convinta…

A coloro che hanno fatto parte del mio treno auguro “Buon viaggio e buon proseguimento”.

I nonni raccontano. Altre storie di fantasia

C’era una volta una tartaruga di terra che viveva in un grande giardino. Veramente la nostra tartaruga era un maschio di nome Nino.

Era una tartaruga domestica e faceva molta compagnia al suo padrone Piero.  Addirittura mangiava vicino a lui e non lo perdeva mai di vista. Piero aveva due bimbe e anche loro erano affezionate a Nino. Si divertivano molto mettendogli degli oggetti leggeri sulla “corazza” e facendo finta di inseguirla gli oggetti man mano scivolano giù, uno alla volta, vista l’andatura traballante della tartaruga.

Nel giardino c’era anche un laghetto e visto che Nino amava le tartarughe ne aveva anche una d’acqua. Questa era una femmina, di nome Teresa.

 

Un giorno Nino si accorse che nel laghetto viveva un’altra tartaruga e, spinto dal desiderio di fare amicizia, si buttò d’istinto nel laghetto. Ahimè, non sapendo assolutamente nuotare, annaspò più volte rischiando di  annegare. Ma Teresa, vista la scena, si avvicinò cautamente a Nino, andò sott’acqua e con molto sforzo se lo caricò sulle spalle e lo aiutò a risalire sulla sponda. 

Dopo essersi ripreso dallo spavento, Nino capì di essere debitore verso la tartaruga. Senza di lei sarebbe sicuramente affogato! Cosa poteva fare per sdebitarsi? Capì in un momento di essersi  innamorato di Teresa.

E come tutti gli innamorati soffrì perchè non poteva avvicinarsi a lei. E comincio a non mangiare più, tanto era triste.

Le due bimbe e Piero, dopo aver visto che non mangiava, non partecipava più al gioco, non stava vicino al padrone ma sempre in riva al laghetto, capirono che dovevano aiutarlo.

Dovevano trovare un modo per mettere vicino la due tartarughe. Piero escogitò uno stratagemma che era quello di mettere Nino nel retino da pesca potendo così immergerlo senza problemi di affogare, nel laghetto, quanto bastava per non impaurirlo, visto l’esperienza subita. E così fece.

Nello stesso tempo le due sorelline avevano pensato ad un altro sistema di avvicinamento: mettere Teresa dentro una bacinella d’acqua e lasciarla per qualche ora così nel giardino.

I giorni passavano, Nino e Teresa, tramite le due ottime invenzioni, cominciarono a frequentarsi e ad amarsi.

Tutto procedeva bene, passarono così i mesi,  finchè un giorno Teresa non si fece più vedere. Tutti erano preoccupati ma maggiormente Nino che non poteva più incontrare la sua amata.

Ma un bel giorno, cosa videro nel laghetto? 10 tartarughine che nuotavano accanto alla mamma! Che sorpresa! Nessuno aveva pensato a questo. Le bimbe erano raggianti, non avevano mai visto tartarughe così piccole e che sapevano già nuotare. E Nino?  Nino sulla sponda guardava la famigliola nel laghetto, tutti insieme, felici. Era la “sua famiglia”. Come poteva fare da padre ai suoi piccoli? Come poteva vederli nuotare senza di lui?

Ma lui era una tartaruga d’acqua, le sue zampe non erano progettate per nuotare, anche il suo guscio era troppo pesante per poter stare a galla.

Ma l’Amore non ha limiti! Nino, pur sapendo cosa rischiava, non esitò e, per amore, si buttò nel laghetto!  E con molto sforzo nuotò insieme alla sua grande famiglia.

Inutile dire che Piero non ebbe più la sua tartaruga terrestre ma ne ebbe 12 acquatiche.

Buttò il retino e la bacinella, ormai non servivano più!

 Morale: per Amore si fa tutto!

 

 

Il magico mondo delle favole e della grafica.

C’era una volta una nonna, sapete, di quelle nonne moderne che smanettano sui cellulari e sul web. Una nonna come tante, quelle che chiameremo Le nonne di oggi!

Faceva anche altre cose particolari: suonava la chitarra, andava in montagna, disegnava, pitturava, cantava. Il tempo  a disposizione era sempre poco. 

Come dicevo questa nonna era sì moderna ma amava anche raccontare le favole, come si faceva una volta. Le favole, questo mondo meraviglioso costruito dalla fantasia. Adorava narrarle alla sua nipotina.

Questa nonna, che chiameremo Lulù,  ha avuto la fortuna di passare moltissimo tempo con lei, di fare insieme passeggiate in campagna e, l’acutezza visiva della bimba, la portava sempre a intravedere, durante la passeggiata, qualcosa di nuovo, di particolare: un uccellino sui rami, un bruco, un leprotto, una capretta, una farfalla.

Tutto ciò che era animato attirava lo sguardo della bimba che allora chiedeva a nonna Lulù di raccontarle una storia, di trasformare quel momento particolare per lei in una favola.

Ne sono nate tante di quelle storie, la bimba le ascoltava e aggiungeva sempre qualcosa di suo, qualche pensiero che appena giunta a casa la nonna annotava su un block notes.

Ma le favole? Quelle che erano un legame giornaliero tra la bimba e la nonna? No, quelle erano perse, non erano state riportate su carta ma volate nel vento.

Alla nonna oggi piace pensare che le abbiano ascoltate anche centinaia di angioletti.

Cosa poteva inventarsi per far sì che le parole, scaturite dal cuore, venissero ricordate e magari riprese dalla bimba quando avrebbe iniziato a leggere? Un blog! In fin dei conti era una nonna moderna. Un blog di favole!

La nonna sapeva che non poteva ritornare indietro ma solo andare avanti a scrivere, scrivere, scrivere…

Allora, questa fantasiosa nonna, non senza difficoltà, ha creato il suo blog.

Quando lo ha messo in rete è andata alla ricerca di immagini da aggiungere alle favole per abbellirle e renderle più significative.

Sapeva che i bimbi piccoli amano le storie con le raffigurazioni per cui smanettava, tra un sito e l’altro, per cercarli.

Mille disegni si presentarono davanti  a lei e, più li osservava, maggiormente nasceva il desiderio di crearli da sola. La nonna moderna allora ha iniziato a documentarsi e, man mano che entrava in questo mondo,  chiamato Grafica digitale,  scaturivano nomi impossibili da decifrare: tag, blend, mask, scrap… Questa era magia! Questa era la fiaba!

Fortunatamente, si accostarono a lei delle fatine che, prendendola per mano, la accompagnarono in questo fantastico e fantasioso mondo. Una strada impervia e difficoltosa, dove solo il tempo dirà dove approderà e con quali risultati, dove la perfezione non esiste ma è sempre  una strada in salita.

Ma, in questo viaggio, sicuramente nonna Lulù troverà tante soddisfazioni, sempre in compagnia delle sue fatine,  e potrà, un giorno, far vedere i suoi sogni realizzati alla nipotina.

Un giorno, vicino o lontano, ma il tempo non conta quando si è in buona compagnia!

10 Maggio 1908-Festa della mamma-Dedicato a Anna Marie Jarvis

La ricorrenza della Festa della mamma, che si celebra la seconda Domenica di Maggio, ha una sua storia, come tutte le festività.

La festa della mamma è stata celebrata per la prima volta il 10 Maggio del 1908, da Anna Marie Jarvis  (1864-1948) che ha tenuto un memoriale per sua madre, Ann Maria Reeves Jarvis a Grafton (Virginia occidentale).

Quest’ultima, donna di sani principi e di fede, era molto attiva all’interno della comunità cristiana di Andrews Methodist Episcopal. Oggi questo luogo è l’International Mother’s Day Shrine (“Tempio della Festa internazionale della Mamma”).Ann Jarvis ha indetto dei club di lavoro delle madri in alcune città di Grafton , Pruntytown, Philippi , Fetterman e Webster per migliorare le condizioni sanitarie.

Durante tutta la sua vita, Ann Jarvis insegnò. Fu sovrintendente del Dipartimento di Scuola Domenicale Primaria presso la chiesa per venticinque anni. Fu una insuperabile relatrice e spesso teneva lezioni su temi che vanno dalla religione, alla salute pubblica e alla letteratura per il pubblico, in Chiese e organizzazioni locali. Le sue conferenze comprendevano “La letteratura come fonte di cultura e raffinatezza”, “Ottimo valore dell’igiene per le donne e dei bambini” e “L’importanza dei centri ricreativi supervisionati per ragazzi e ragazze”.

Nel 1868 creò  un comitato per istituire un “Giorno di amicizia della madre”, il cui scopo era “riunire le famiglie divise durante la guerra civile”.

Per tutta la vita si era impegnata nella lotta alle malattie e alla mortalità infantile, al miglioramento delle condizioni igieniche delle donne durante il parto e alla tutela di madri e figli e si impegnò a promuovere il “Mother’s Friendship Day” (Giornata dell’amicizia tra madri) per favorire la riconciliazione tra le mamme del Nord e quelle del Sud, ex nemiche. Le madri come simbolo della Pace.

Ann era una attivista di pace, una “volontaria” durante la guerra civile americana, mettendosi a disposizione nel curare i soldati feriti da entrambi i lati e prodigandosi per la salute pubblica delle madri. Ha contribuito a instaurare il “Club di lavoro delle madri” per insegnare alle donne locali come curare adeguatamente i propri figli.

Questo suo interesse nacque in seguito a tragedie e perdite in famiglia dovute  malattie molto comuni  in quel periodo, quali morbillo, febbre tifoidea e difterite.

Ann Jarvis ha avuto tra undici e tredici bambini nel corso di diciassette anni, ma ne sopravvissero solo 4.

Fu durante una delle lezioni di una Domenica nel 1876 che sua figlia Anna Jarvis, presumibilmente, trovò la sua ispirazione per la festa della mamma, mentre Ann chiuse la lezione con una preghiera, dichiarando: “Spero e prego che qualcuno, qualche volta, troverà una mamma memoriale che la commemorasse per il servizio impareggiabile che rende all’umanità in ogni campo della vita”.

Al contrario Anna Marie Jarvis non ebbe mai figli suoi; fu la morte di sua madre, nel 1905, a spingerla a organizzare il primo Mother’s Day su scala nazionale. Questo avvenne il 10 maggio 1908: furono tenute cerimonie a Grafton, nella International Mother’s Day Shrine, a Philadelphia, dove Jarvis viveva, e in diverse altre città americane.

Per il primo servizio ufficiale della Madre nel 1908 Anna ha inviato alla chiesa 500 garofani bianchi da somministrare alle madri partecipanti. Nei successivi anni, ha inviato più di 10.000 garofani. I garofani, rossi per le mamme in vita e bianchi per le mamme scomparse, sono diventati simboli della purezza, della forza e della resistenza della maternità.

Nel 1914 Woodrow Wilson, 28° Presidente degli stati Uniti, firmò una proclamazione che definiva la Festa della Madre, tenuta la seconda domenica di maggio, come festa nazionale per onorare le madri.

Anna Jarvis aveva originariamente concepito la festa della mamma come giorno di celebrazione personale tra madri e famiglie. La sua versione della giornata si svolgeva indossando un garofano bianco e visitando la propria madre o frequentando i servizi della chiesa.

Ma agli occhi di Anna il successo si trasformò in fallimento. Quella che doveva essere una giornata da trascorrere nell’intimità della famiglia diventò presto un’occasione d’oro per incentivare l’acquisto di fiori, dolci, biglietti d’auguri. Questa  ne fu profondamente infastidita, e cominciò a dedicare tutta se stessa (e la sua non trascurabile eredità) nel riportare la Festa alle origini.

Per Anna Jarvis la festa doveva essere una giornata da passare con la propria madre per ringraziarla di tutto ciò che aveva fatto. “Non era la festa di tutte le mamme, era la festa della migliore mamma che ciascuno di noi avesse mai conosciuto: la “propria”.

Fondò la Mother’s Day International Association per riprendere il controllo delle celebrazioni; organizzò boicottaggi, minacciò cause legali e attaccò persino la First Lady Eleanor Roosevelt e le sue iniziative di beneficenza organizzate nel giorno della festa.

Negli ultimi dieci anni della sua vita, Anna Jarvis ha vissuto con la sorella cieca, Lillian, in una casa a tre piani in North Philadelphia. Tende pesanti nascondevano una finestra rotta e scurivano un salotto vittoriano. Sul muro un grande ritratto di sua madre, Ann Reeves Jarvis, circondata da corone di agrifoglio.

Anna Jarvis avrebbe poi denunciato la commercializzazione della festa e trascorse la seconda parte della sua vita combattendo insieme alla sorella affinchè questa venisse cancellata. Lei e sua sorella usarono  l’intera eredità della famiglia per finanziare le proteste che ne richiedevano l’abolizione.

Anna morì, internata in una casa di cura,  all’età di 84 anni il 24 novembre 1948.

È sepolta nel cimitero di West Laurel Hill Cemetery di Philadelphia. Nel giorno della sua sepoltura, la campana della chiesa di Andrews a Grafton è stata suonata ottantaquattro volte in suo onore.

Anna Jarvis è oggi riconosciuta come la “Madre della Mamma”. Un titolo appropriato per definire l’incessante devozione della donna alla madre e alla maternità in generale.

Molti paesi, tra cui l’Italia,  festeggiano la Festa della Mamma la seconda domenica di maggio.

La prima volta risale al 1956, quando Raul Zaccari, senatore e sindaco di Bordighera, in collaborazione con Giacomo Pallanca, presidente dell’Ente Fiera del fiore e della pianta ornamentale di Bordighera-Vallecrosia, prese l’iniziativa di celebrare la festa della mamma a Bordighera, al Teatro Zeni; successivamente la festa si svolse al Palazzo del Parco.

La seconda risale all’anno successivo e ne fu protagonista don Otello Migliosi, parroco di Tordibetto di Assisi, in Umbria,  il 12 maggio  1957.

Un hobby diventato lavoro: le piante tropicali

Ho voluto inserire in questo blog, sotto la voce “Le mie piante tropicali”, anche se il contesto non è dei più appropriati,  alcune immagini di piante particolari e straordinarie. Questo perchè ho avuto modo, di coltivarle presso il mio Vivaio che ho mantenuto  per moltissimi anni, TROPICAMENTE.

Nella mia indecisione se inserire o meno la Galleria di foto di piante, andando così fuori tema , mi è capitato, per caso,  di aprire un link riguardo un libro in cui venivano menzionati proprio i due argomenti: fiabe e fiori. L’ho trovato interessante e questo mi ha aiutato nella scelta.

Il libro citato, di Barbara Gulminelli, è ” La via delle fiabe e dei fiori di Bach“.

Fiabe e fiori

Riprendendo quindi il discorso, il Vivaio è nato per caso, così come nascono molte iniziative, ma nel giro di pochi anni ha avuto un successo strepitoso. Dal collezionismo sono passata a un lavoro vero e proprio. Un lavoro-hobby, che è durato 20 anni.

La prima domanda che mi ponevano tutti era sempre: “Coltivare piante tropicali in Piemonte?”. Lo so, di primo acchito era stato un azzardo, il clima non era confacente e le difficoltà di riuscita estreme, ma ha lo stesso ottenuto il successo che meritava.

Di soddisfazioni ne ho avute tante nel corso di questi anni, citazioni del Vivaio in alcuni libri (Dai diamanti non nasce niente) di Serena Dandini e in molte riviste di giardinaggio.

Giardinaggio

Ho avuto modo di veder sbocciare fiori insoliti, di inebriarmi di profumi “esotici”, in primis i fiori della Plumeria.

Altro fiore tropicale di cui ho avuto la possibilità di vederne i fiori e soprattutto di goderne del profumo: il famoso e ineguagliabile Tiarè ( Gardenia tahitensis).

  Colori, profumi, fioriture particolari o curiose, fiori che duravano un solo giorno o tutto un intero anno, ogni gusto e particolarità lo trovavi nel Vivaio.

  La ricerca della pianta rara era tra i miei principali obiettivi. Altro mio interesse personale era quello della conoscenza, della diffusione.

  Il sapere che alcune mie piante vegetano e prosperano in molti giardini italiani, dal Veneto alla Sicilia, mi rende felice.

Una parte del mio Vivaio continua a crescere, a esistere, a donare fiori e frutti. 

Favole e fantasia. I nonni, che meraviglia!

  La leggenda del pappagallo parlante

In una rinomata e prestigiosa isola tropicale c’era un Residence molto apprezzato per una particolarità: la guida. Questa, invece di essere una bella ragazza come negli altri Residence, era una…..pappagalla Si chiamava Dora.

Aveva un piumaggio molto variopinto, elegante, ma era pur sempre un pappagallo, anche se parlante!

Questo era di attrazione per i turisti che sbarcavano sull’isola. Il suo compito era quello di accompagnarli a visitare il luogo, far vedere dove erano posizionate le camere, la cucina, la piscina, la spiaggia, ecc. ecc.

Era stata molto ben istruita dal suo padrone e svolgeva il suo compito alla perfezione. Tutti erano entusiasti di lei.

Ma un giorno Dora non si presentò al lavoro e questo impensierì molto il proprietario. Era molto insolito, visto che era sempre puntuale.

La cercò nella stanza adibita per lei e vide che stava covando 3 uova. Non poteva più svolgere il suo lavoro a tempo pieno, come era abituata a fare. Doveva essere rimpiazzata per un certo periodo di tempo.

Il suo padrone doveva fare in fretta a cercare un sostituto, ormai tutti sapevano della “guida” particolare.

Acquistò così un nuovo pappagallo molto grande e molto più colorato a cui diede il nome di Anacleto. Ma ben presto si accorse che era tonto! Sapeva solo dire parolacce e non riusciva ad imparare delle poche nozioni riguardo la logistica.

Indicava ai nuovi turisti il bagno invece che la cucina, la spiaggia invece delle camere. Era un disastro: nel giro di pochissimo tempo nel villaggio si era creata una confusione inaccettabile.

Così al proprietario venne l’idea di farsi aiutare dalla pappagalla, doveva fargli da insegnante ed educarlo a non dire più parolacce. Tutto questo in un solo giorno! E così Anacleto fu portato da Dora per imparare queste regole.

Il giorno dopo il padrone andò per riprendersi il pappagallo ma quando arrivarono i turisti, pronto per metterlo alla prova, ricominciò a pronunciare le solite parolacce,  a fare pernacchie, a dire frasi senza senso.

Arrabbiato corse da Dora per sgridarla e sentire come mai non aveva adempiuto al suo compito. La sua “adorata” pappagalla lo salutò con una bella pernacchia! Seguirono anche frasi irripetibili. Era successo il contrario, Dora aveva imparato da Anacleto.

Inutile dire che il proprietario scacciò dal suo residence pappagallo, pappagalla e i piccoli che nel frattempo erano nati.

Non si fidò mai più di un animale, assunse una dolcissima e carinissima ragazza che imparò subito a consigliare e accompagnare i turisti e nel giro di pochi mesi diventò anche lei l’attrazione del villaggio, per la sua dolcezza e simpatia.

Morale: non costringere gli altri a essere quello che non sono.

Come inventare una favola o fiaba per bambini?

 

Bimba, lettura  Come inventare una favola? Da quali elementi bisogna partire per scrivere una favola o fiaba? Il principio essenziale per entrambe è che parliamo di un racconto di fantasia.

  Se i bimbi sono piccoli, per distrarli o farli addormentare, inventiamo storie senza seguire nessuna regola, ma sempre a lieto fine. Parliamo di fate, bambini, animali…

  Se invece i bimbi sono più grandi si può affidare a loro questo compito, chiedendo  di definire i protagonisti  (nel caso della favola di quali animali) e la trama. Anche il luogo, in questo caso, deve essere adatto allo scopo, un luogo tranquillo, silenzioso.

  Con la mia nipotina, come già scritto, abbiamo sfatato un pò questo principio. Il luogo era sempre il medesimo: la passeggiata in campagna. E i personaggi erano gli animali che incontravamo durante questo percorso. Allora sono nate storie con leprotti dalle orecchie piccole, formiche che mangiano le patatine, l’uccellino che non voleva volare…

  Quindi ho “distrutto” il concetto del luogo tranquillo e silenzioso. E’ dentro di noi che dobbiamo avere il silenzio per percepire, cogliere ogni presenza, immedesimarsi, ideare.

  Nella mia corrente esperienza con gli anziani tutto è diverso. Il concetto di base è il medesimo: il luogo non è appartato, il sottofondo è un vocio di suoni, parole e a volte musica. Coloro che sono più lontano fanno difficoltà a sentire per cui il mio intervento è ripetere ai singoli soggetti di cosa stiamo parlando e il proseguimento della storia. Tutti devono collaborare, non si deve escludere nessuno.

  Inizio con lo scrivere, dopo aver fornito l’imput, il personaggio o i personaggi della nostra favola. All’inizio ho riscontrato una certa difficoltà perchè il personaggio (animale) doveva essere conosciuto da loro, averlo visto o avuto per poterci scrivere una trama. Era difficile parlare di un animale di cui avevano solo visto la foto o in tv. Dovevano conoscerlo, avere avuto a che fare con esso. La fantasia è difficile da acquisire se non conosci. quindi abbiamo scritto storie sul gatto, il cane, ratto, pecore, capre, uccellino, cavallo, rondine….

  Con il tempo e la maggior conoscenza reciproca abbiamo spaziato in animali meno conosciuti, quindi è subentrato il lupo. Animale particolare e non facile da incontrare.

  All’inizio le nostre storie avevano come protagonisti animali con “nessun potere magico” o “fattezze insolite“. Adesso, dopo 8 favole, siamo riusciti ad “immaginare”, avendo agito con la fantasia, dei girini in groppa a delle libellule

Fantasia

  E’ nata così la nuova favola: “La grande festa sull’acqua”. Leggendogliela, la settimana successiva, dopo averla elaborata e trascritta, ho notato che all’unanimità quest’ultima è stata quella che è piaciuta di più. Perchè? Perchè è insolita  e particolare. Unico elemento aggiunto alle altre? La fantasia! 

  Chissà cosa riserberà il proseguimento delle storie, l’unica cosa certa adesso è che ne subentreranno altre. 

  “La Fantasia è come la polvere delle ali di una farfalla: senza di essa non si potrebbe più spiccare il volo”. (Giovanni Canu)