I gufi vanno a scuola

Nella foresta, i gufi avevano deciso, all’unanimità, di voler imparare a leggere e scrivere.

Quest’animale era considerato da tutti gli altri un saggio e, se avesse imparato bene, sarebbe stato considerato non solo saggio ma anche dotto!

Erano a conoscenza che in un paesino vicino, nel bosco, viveva un gufo che aveva questa dote.

Quindi tutti si riunirono per decidere chi sarebbe andato a chiedere di far loro da maestro…

Una volta riuniti scelsero, per questa incombenza, il più anziano tra loro. Questi accettò e, con il calare della notte, iniziò il suo viaggio.

Quando fu arrivato a destinazione non gli ci volle molto per trovare il gufo maestro.

Giona, questo era il suo nome, si rese subito disponibile a formare una classe fatta da quei rapaci desiderosi d’imparare.

Ogni mattina questi arrivavano da più parti per diventare alunni di quella insolita scuola: una vera classe di gufi!

Come per tutti quelli che volevano imparare c’è chi riusciva prima ad apprendere e chi aveva bisogno di più tempo ma ognuno era pronto ad aiutare chi rimaneva indietro. Dovevano, e volevano, raggiungere tutti assieme il traguardo!

Chi non apprendeva e faticava di più non veniva deriso, non importava se gli occorreva più tempo.

Dopo parecchi mesi di lezione tutti, dal più giovane al più anziano, avevano imparato a leggere e scrivere, ma soprattutto avevano capito che bisognava arrivare tutti assieme a raggiungere questo obiettivo!

 

Raymond Peynet. I suoi fidanzatini

Nato a Parigi nel 1908 da una famiglia di commercianti, a 15 anni Raymond Peynet iniziò a frequentare l’Istituto delle Belle Arti, al termine del quale iniziò la sua carriera, disegnando etichette di prodotti vari, in genere profumi e scatole di cioccolatini. In seguito realizzò i suoi disegni per alcuni giornali parigini.

Nel 1930 si sposò con un’amica d’infanzia, Denise,  con cui rimase tutta la vita e da cui ebbe una figlia, Annie.

Solo nel 1942, all’età di 34 anni, la sua vita prese una svolta. Mentre era seduto su una panchina, con la moglie e la figlia, in attesa di prendere un treno, di fronte al chiosco della musica di Valance, immaginò un violinista che suonava e una ragazza che lo ascoltava: nacque così la grande famosa storia dei due fidanzatini.

“Ho cominciato a scarabocchiare ed ho disegnato prima il violinista solitario (io), poi la ragazza con la coda di cavallo (la moglie Denise) nonché mia unica spettatrice“.

                                                     1° Dipinto del chioschetto

C’è chi scrive che i due personaggi erano realmente di fronte a lui, che la musica attirò la sua attenzione e si diresse verso essa, attratto dalla bellissima melodia e che una ragazza dai lunghi capelli raccolti in una coda,  stava ascoltando incantata. Ma nelle favole è meglio pensare che il tutto sia fantasioso.

Ritornando a Peynet, le sue immagini che ritraevano i due fidanzatini,  iniziarono a fare il giro del mondo e questo cambiò radicalmente la sua vita. In un periodo triste, dove la gente era afflitta dell’orrore della Seconda Guerra Mondiale, tutti avevano bisogno di sognare.  

Grande stimatore dell’amore, malato d’amore e amante dell’amore ha dato luce ai nostri cuori grazie alle sue vignette.

Un suo grande amico, Georges Brassens scrisse in suo onore la canzone “Les amoureux des bancs publics”, in riferimento alle famose vignette della serie ‘’Gli innamorati’’, che spesso ritraggono due fidanzatini seduti su una panchina!

Nacquero così Valentino e Valentina, la coppia celebre di perenni fidanzatini innamorati. Raffigurati lui con capelli lunghi e il cappello, lei con la coda di cavallo. Le riproduzioni di questa coppia cominciarono a comparire su scatole di cioccolatini, su profumi e porcellane.

    

Le silhouettes dei suoi due famosissimi personaggi ebbero quindi  un enorme successo durante gli anni Cinquanta e Sessanta, diventando il simbolo della festa di San Valentino, il 14 Febbraio.

Il famoso Chiosco, dove questa bella favola iniziò, in seguito alla richiesta del Comune di Valence di farlo demolire, vi fu una vera e propria  rivolta popolare.

Quel vecchio chioschetto, che il Comune voleva demolire, per le proteste dei cittadini è diventato invece dal 1982 monumento nazionale. Così la favola continua…

C’è una targa con i due fidanzatini che si tengono per mano e sono tanti gli innamorati che si fanno fotografare vicino al famoso chiosco.  

Attualmente quattro musei sono dedicati agli innamorati di Peynet: ad Antibes, a Brassac-les-Mines (città natale della madre di Peynet), a Karuizawa (NaganoGiappone) e a Sakuto-cho (Okayama – Giappone),[1] mentre a Lucca Comics & Games 2000 è stata allestita la mostra I Fidanzatini maliziosi di Peynet. Les Amoureux di Peynet sono raffigurati anche nel famoso muretto di Alassio.

Il 14 Gennaio 1999, a novanta anni, tre anni dopo la morte della sua adorata moglie Denise, il disegnatore Raymond Peynet si è spento nell’ ospedale di Mougins, vicino ad Antibes, sulla Costa Azzurra, dove viveva da molto tempo.

“Amore è prendersi per mano e andare a spasso”.

 

Miracolo di Natale

In una casetta nel bosco viveva Tommaso e il suo cane Jo.

Tommaso era molto vecchio e altrettanto povero e, a causa degli acciacchi dell’età, non riusciva più a svolgere il lavoro da falegname che aveva fatto per tutta la sua lunga vita.

Adesso, con molta fatica, era in grado solo di raccogliere un po’ di legna per la stufa, in modo da potersi scaldare. La sua provvista di viveri, che era riuscito ad accumulare negli ultimi anni, stava scarseggiando e, a parte qualche bacca e funghi il bosco, per uno della sua età, non offriva altro. Non poteva più cacciare, anche se gli era sempre costato farlo.

Si stava avvicinando il Natale e la neve era cominciata a cadere. Il vecchio era triste ma fortunatamente aveva Jo che gli stava sempre accanto. Quando era ora di andare a dormire il cane si accovacciava ai piedi del suo adorato padrone, regalandogli un po’ di rassicurante calore.

Passarono i giorni, era arrivata la notte di Natale.

“Povero Jo, sei sfortunato come me” disse Tommaso, “Stanotte sarà Natale e io non ho nulla di buono da offrirti. Il regalo più bello per me sarebbe quello di vederti in una calda casa, vicino a un camino, con tanti bimbi attorno e una ciotola piena di cibo”.

Ma al cane non interessava nulla, lui era felice di essere lì, in quella casa fredda, accanto al suo padrone.

Passò la notte, la notte del 24 dicembre. Al mattino presto il vecchio si alzò di buon’ora, senza capire perché sentiva un grande tepore, eppure fuori la neve continuava a cadere copiosamente. Si sentiva però bene, i soliti dolori dovuti al freddo erano spariti. Jo non era accanto a lui ma, pensava, fosse andato in giro per la casa a sgranchirsi un po’ le zampe.

Si recò in cucina, convinto di dover accendere la stufa ma vide che, sul tavolo, era imbandito ogni ben di Dio. C’era tanto di quel cibo che gli sarebbe bastato per un anno intero. E lì vicino tantissima pappa anche per il suo adorato cane, che si era appisolato accanto alla stufa, che scricchiolava, carica di legna e, da dietro alla finestra, poteva vedere che fuori era ne accatastata tantissima.

Ma chi aveva portato tutto questo?, pensò il falegname. Babbo Natale? Gesù Bambino? Un angelo?

Ma non si pose ulteriori domande, chiunque fosse stato gli aveva donato uno splendido Natale.

Nuova favola Un Natale meraviglioso

Era quasi Natale, tutti i bambini erano contenti perché presto sarebbe arrivato Babbo Natale a portare i doni richiesti tramite le letterine inviate. Inoltre quest’anno la gioia era maggiore perché stava nevicando. La neve scendeva leggiadra e aveva già ricoperto i prati.

Se continuava così i bambini avrebbero potuto giocare a palle di neve e a costruire il classico pupazzo.

Ma una bimba era triste, dalla finestra ammirava i candidi fiocchi di neve, diversi uno dall’altro. Lisa, questo era il suo nome, erano giorni che non andava più  a scuola, doveva accudire la mamma malata, mentre il papà era al lavoro. Era contenta di essere utile e voleva tantissimo bene alla sua mamma, ma gli sarebbe piaciuto tanto poter andare a scuola e vedere i suoi compagni e la sua adorata maestra.

Quest’anno non aveva nemmeno scritto la letterina a Babbo Natale. Non pensava ai regali, l’unica cosa che avrebbe voluto era la guarigione della mamma. E non poteva scrivere questo desiderio nella letterina.  

Una sera, come tante altre, si addormentò esausta e sognò un angioletto che le annunciava che il suo desiderio si sarebbe realizzato. Era il suo unico pensiero e Natale è un giorno speciale, in cui i sogni vengono esauditi.

Al mattino presto si alzò, convinta di aver fatto solo un sogno, ma quando entrò nella camera della mamma vide accanto al letto il papà e il dottore. Come mai papà era  a casa,sicuramente mamma era peggiorata. Si avvicinò cautamente e vide la sua mamma seduta sulla sponda del letto mentre il medico la visitava.

La mamma le mandò un bacio e Lisa notò il più splendido sorriso che avesse mai visto. Era rivolto a lei. Incurante di tutti corse ad abbracciarla e due braccia esili ma forti la avvolsero tutta.

Mamma era guarita! Non si sa come ma stava bene.

Quindi capì che il suo non era stato un sogno ma un annuncio.

Non avrebbe mai dimenticato questo splendido e magico Natale.

La leggenda del pettirosso

Più di 2000 anni fa i pettirossi c’erano già, ma erano tutti grigi, dal capino alla coda.

Una famigliola abitava su un albero lungo la salita che portava in cima ad un monte dove gli antichi Romani (che all’epoca avevano conquistato un vastissimo impero) erano abituati a crocifiggere, supplizio molto usato a quei tempi, i condannati. E poi li lasciavano lì a morire.

Proprio lungo quella salita la nostra famigliola di pettirossi vide una scorta di soldati che seguiva uno dei tanti condannati. E dietro di loro un lunga coda di persone. La cosa strana era che, il condannato, aveva sulla testa una corona di spine che erano penetrate nella fronte e che dovevano fargli un gran male, poverino, perché era pieno di sangue.

Papà pettirosso era arrabbiatissimo: “Insomma, possibile che nessuno si accorga quanto male gli fa quella corona di spine! Con tutta la folla che c’è, a nessuno viene in mente di dargli una mano in qualche modo?”

Così prese su due piedi (anzi su due zampine) una decisione: “Mamma pettirosso, tieni i piccoli ben nascosti nel nido mentre io vado a dare un piccolo aiuto a quel poveretto. Non sopporto di vederlo soffrire così. Tranquilla, vado e torno e sono così piccolo che nessuno si accorgerà di me.”  

Con molte precauzioni , saltando di ramo in ramo e con piccoli voli da un punto all’altro, il nostro pettirosso si avvicinò al povero condannato senza che nessuno si accorgesse di lui.

Adocchiò una spina in bilico fra corona e fronte di dimensioni abbastanza piccole per poterla togliere, dopotutto era un piccolo uccellino e di più non avrebbe potuto fare. Spiccò il volo dal ramo su cui si trovava, si avvicinò al condannato e strappò via la spina. 

Il condannato gli mandò uno sguardo di ringraziamento e col poco fiato che gli rimaneva gli disse: “Grazie, da ora in poi nessuno potrà dimenticare il tuo gesto”. Il pettirosso capì che il suo amico uomo stava un po’ meglio. Fece un cenno col capino e nell’abbassare la testolina si accorse che una goccia di sangue del condannato gli aveva macchiato le penne del petto. Si disse che sarebbe andato a lavarsi nel ruscello, ma prima doveva rassicurare la sua famiglia e dir loro che aveva fatto quello che aveva potuto. Ma quando raggiunse il nido si accorse che anche mamma pettirosso e tutti i suoi figlioletti avevano la stessa macchia rossa sul petto. Allora capì che quella macchia era indelebile e che avrebbe per sempre contraddistinto la sua razza, in ricordo di quel gesto di amore.

Da allora quegli uccellini si chiamano pettirossi e sono tutti grigi con il petto rosso. 

Tratto da:

http://www.raccontidellairone.net/main/it/node/60

 

 

La neve condivisa

C’era una volta un piccolo paesino di montagna, molto rinomato per la quantità di neve che ogni inverno cadeva imbiancando tutto il villaggio.

Era la gioia dei bimbi che vi abitavano, perché potevano giocare tutto il giorno: a lanciarsi palle di neve, gare sullo slittino, pattinaggio sul grande lago ghiacciato che si trovava ai margini del grande bosco.

Era un momento felice  per tutti il periodo invernale, anche per gli adulti che erano abituati a vedere questo spettacolo naturale, ma ogni anno era diverso dal precedente.

Al contrario, nel paese vicino, erano ormai molti anni che la neve non arrivava. L’aria era più mite e correnti diverse non agevolavano questo evento. I bimbi erano tristi e passavano le lunghe giornate invernali in casa, non trovando valide motivazioni per stare all’aperto.

Un giorno di Dicembre, un ragazzino di questo paese, si recò dal vecchio saggio che abitava in una piccola casetta nel bosco. Questi era solo, non aveva famiglia e passava tutte le giornate a leggere o ad aggiustare i vari giocattoli rotti che la gente gli portava per ripararli. Viveva di quello! Come ringraziamento del lavoro svolto aveva sempre da mangiare abbondantemente.

Il ragazzino gli trasmise il pensiero di tutti i bimbi del paese: almeno per un giorno avrebbero voluto giocare con la neve.

Egli non poteva esaudire questo desiderio questo desiderio ma avrebbe pensato a una soluzione.

Pensa e ripensa, gli venne un’idea brillante! Ne parlò con il suo più grande amico che viveva proprio nel paese vicino, quello dove nevicava sempre.

Un mattina il vecchio radunò tutti i bimbi chiedendo loro di seguirli. I bimbi acconsentirono. Tutti in marcia non conoscendo la meta.

Si trovarono così al confine con il paese vicino. Videro decine di bimbi, del paese innevato, con indosso e in mano guanti, anche per i loro nuovi amici. Erano stati accompagnati lì dai genitori e amici con la motoslitta.

Cominciò così una grande battaglia, la più esilarante, divertente e indimenticabile battaglia di palle di neve.

 

Curiosità:

Durante la Guerra di secessione americana, il 29 gennaio 1863 ebbe luogo la più grande battaglia di neve tra soldati, lungo il fiume Rappahannock, nel nord della Virginia. Quello che iniziò come un semplice gioco tra poche centinaia di uomini texani che buttavano palle di neve verso i loro compagni di campo dell’Arkansas si evolse presto in una rissa che coinvolse circa 9000 soldati dellarmata della Virginia.

Il 9 dicembre 2009, una folla stimata di circa 4000 studenti dell’Università del Wisconsin-Madison parteciparono ad una battaglia organizzata su Bascom Hill.

Il 22 gennaio 2010 a Taebaek, in Corea del sud, 5387 persone parteciparono a una battaglia.

 Il 6 febbraio 2010 circa 2000 persone si incontrarono a Washington per una battaglia organizzata tramite internet, dopo i circa 61 centimetri caduti tra il 5 e il 6 febbraio.

 L’8 febbraio 2013 quasi 2500 studenti dell’università di Boston, presero parte ad una battaglia sul lungomare di Boston, facilitati anche dalla storica tormenta di neve Nemo.

Il 12 gennaio 2013, a Seattle, durante il Seattle’s snow day, 5834 persone presero parte alla più grande battaglia di neve, entrando nel Guinness dei primati.

Secondo alcuni studi di alcuni studenti dell’università della Pennsylvania, la capitale mondiale delle battaglie con le palle di neve è Leuven, in Belgio.

Tratto da:

https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_palle_di_neve

 

 

Natale 2017. La festa dei bambini

Ci stiamo avvicinando al periodo che prediligo di più, quello natalizio. Non amo il freddo ma Natale senza neve che Natale è?  Gli ultimi anni questo elemento, nella regione in cui vivo, non è arrivato ma con la fantasia è nei miei pensieri, nei miei lavori o nelle favole.

I tempi sono cambiati e la neve che prima imbiancava tutto è un lontano ricordo. 

Quest’anno ho aderito a un’iniziativa, Girotondo di Natale, dove gli appassionati di questo evento posteranno argomenti, grafica, aneddoti, favole, ecc. sul Santo Natale.

Personalmente posterò i miei contenuti, man mano che li scriverò o li eseguirò, se si tratterà di grafica o disegni, sulla pagina del blog denominata Natale. 

I ricordi affiorano, alcuni belli, altri tristi. Quanti anni passati legati a questa festa cristiana.

Quando ero bambina non si usava spedire la letterina con la richiesta di regali, non sapevi che in un posto molto lontano esistesse addirittura un villaggio costruito proprio per la ricezione delle letterine dei bambini di tutto il mondo.

Infatti il Villaggio di Babbo Natale è nato nel 1950.  

La notte del 24 dicembre, l’attesa di un rumore di passi, di qualsiasi movimento strano e poi al mattino, sotto l’albero, la gioia del pacchetto colorato. Un regalo, qualcosa che avevi chiesto durante le tue preghiere serali, o qualcosa che avevi visto e desideravi. Era una gioia.

Non si chiedevano grandi cose, non si era abituati ad avere doni preziosi, ma, quando aprivi il pacchetto, l’adrenalina saliva. La carta con cui era avvolto il regalo veniva manipolata poco, usavi tutte le accortezze possibili perché non si sgualcisse in modo che potesse essere utilizzata per altre occasioni. E così anche per il nastro.

Molte volte il contenuto non corrispondeva a ciò che avevi chiesto, ma andava bene lo stesso.

Era Natale!

Auguri a tutti!

 

 

Amore ricambiato dei bimbi

Al mattino, quando devo uscire di casa per andare a fare da baby sitter alla mia nipotina di nove mesi, mi sento già stanca, insonnolita per la notte non più tranquilla come una volta.

Mi alzo tutta rotta e mi accorgo così che gli anni cominciano a farsi sentire…

Lentamente, pensando alle cose da fare nella giornata che deve trascorrere, arrivo a casa di mia figlia e appena vedo il sorriso di stupore della piccola Greta tutto passa. La stanchezza sparisce di colpo. Si accende una fiamma dentro di me e quel sorriso è l’imput per farmi iniziare bene la giornata.

Che potere magico hanno i bimbi! Basta un loro sorriso o uno sguardo colmo di dolcezza per inebriarti e farti sentire su una nuvola. Ricevono amore e danno amore.

Anche con la nipotina più grande è sempre stato così, ma adesso che ha 4 anni è tutta una corsa per prepararla per andare all’asilo: vestiti, mangia, lavati i denti, ecc. ecc. Solo al pomeriggio, all’uscita dello stesso, tutto è più calmo e rilassante.

Amo immensamente le nipotine. La loro innocenza, la loro purezza e semplicità mi arrivano dritte al cuore. Con loro ritorno indietro nel tempo: canto, ballo, gioco, faccio mille facce divertenti. Con loro sono me stessa e questo è bellissimo.

La loro dinamicità ti contagia.

Alcuni anni fa un pediatra ha eseguito  un esperimento. Ha passato una intera giornata con un bimbo di due anni imitandolo in  tutto ciò che faceva. Alla fine della giornata il medico era esausto.

E’ cos’ che siamo noi nonne alla fine della giornata passata con i nipotini. Esauste!

Ma quello che i bimbi ci hanno donato quel giorno sarà per sempre custodito nel nostro cuore.

E i giorno dopo si ricomincia e, come diceva Rossella 0’Hara nel film Via col vento: dopotutto, domani è un altro giorno!

Florence Nightingale: la signora della lanterna

Oggi parlerò di Florence Nightingale.

Alcuni ufficiali, che avevano preso parte alla guerra di Crimea del 1854, si riunirono alla fine della campagna in un allegro banchetto. Ricordi tristi e ricordi di schietto cameratismo affioravano tra una portata e l’altra. Ciascuno aveva un episodio da raccontare, un camerata da esaltare. A un certo punto un colonnello propose:

“Quale persona reputereste più degna di passare alla storia per i servizi resi durante questa campagna?”.

La proposta piacque e immediatamente furono fatti circolare dei fogli di carta sui quali ogni commensale avrebbe dovuto scrivere il nome che avesse ritenuto degno. Ritirati i fogli e fatto un rapido controllo, si dovette constatare che tutti, indistintamente, avevano scritto un solo nome: Florence Nightingale. Non il nome di un generale, dunque, non il nome di uno dei tanti eroi inglesi, francesi o piemontesi, ma il nome di una donna.

Chi era dunque Florence Nightingale?

Florence, nome particolare,  venne battezzata così in onore della città italiana di Firenze, dove ella nacque il 12 maggio 1820, più precisamente a Villa Colombaia.
Per lo stesso particolare motivo la sorella maggiore, che venne alla luce a Napoli, fu chiamata Pathenope.

Florence Nightingale non nacque nei sobborghi londinesi, quotidianamente a contatto con la povertà e i disagi delle malattie che potrebbero averla spinta ad intraprendere la carriera infermieristica per prestare il suo soccorso. Ella nacque in una benestante e ricca famiglia alto-borghese con dedizione alle cure mediche. Suo padre William Edward Shore, che poi cambiò cognome in Nightingale, infatti, fu uno dei padri dell’epidemiologia.
La famiglia di Nightingale fu anche estremamente ricca, permettendosi molte vacanze all’estero, soggiorni in Italia, una tenuta nel Derbyshire e una residenza nel Buckinghamshire.

Florence ebbe un tormentato rapporto con la madre, donna attaccata alle tradizioni e al benessere materiale, che volle impedire ad ogni costo che la figlia intraprendesse una strada così scandalosa, quella di infermiera, che avrebbe inevitabilmente minato la reputazione di tutti. Ella si oppose in maniera ferrea all’unico ruolo che era consentito alle donne dell’epoca: quello di moglie e madre. Rifiutò infatti l’insistente corte di Richard Monckton Milnes, sinceramente innamorato di lei e che, dopo la fine del loro rapporto, rimase comunque buon amico e grande sostenitore della sua causa.

Come mai l’opposizione materna nei confronti della nobilissima decisione di Florence fu tanto irremovibile?
Occorre fare un piccolo excursus nella posizione che l’infermiera ricopriva nella società dell’epoca.
Innanzi tutto il ruolo infermieristico era consentito nei ranghi dell’esercito e raramente al di fuori, dove era solitamente svolto da missionarie e religiose, ad esempio negli istituti di malattia o negli ospedali e ospizi.
Durante l’adolescenza, in molti pensarono che la giovane Florence, la cui Fede era salda e profondissima, si sarebbe consacrata a qualche ordine religioso, scelta che, peraltro, sarebbe stata osteggiata dai genitori, ma a sconvolgerli arrivò la decisione della giovane di volersi dedicare non alla preghiera, ma all’aiuto costante e materiale dei bisognosi, in particolare degli ammalati.

A 25 anni la scelta di diventare infermiera e, pur non avendo una formazione di tipo medico-infermieristico riconobbe le carenze della professione infermieristica rapportata ai suoi tempi. Viaggiò in Italia, Egitto, Grecia e Germania dove nell’ospedale di Kaiserwerth soggiornò per un breve periodo, ma sufficiente per apprendere l’elevata qualità delle cure mediche fornite. In seguito al suo ritorno a Londra, nel 1851, intraprese gli studi per diventare infermiera e nel 1853 fu nominata Soprintendente all’Establishment for gentlewomen during illness di Londra.

Nel 1854 scoppiò la Guerra di Crimea, che vedeva Francia, Inghilterra e Turchia contro la Russia. L’allora Ministro della Guerra inglese Sidney Herbert, conoscendo il suo impegno ed il suo valore, chiese quindi a Florence Nightingale di organizzare un gruppo di infermiere volontarie e andare ad occuparsi dei feriti di guerra in Turchia. Florence accettò e partì alla volta della Turchia nel 1854 con 37 volontarie.

Trovò una situazione al limite del concepibile: assoluta assenza di igiene, i feriti stavano in letti senza lenzuola, spesso denutriti, non venivano curati e lasciati per giorni con le loro uniformi sporche di sangue; condizioni che lasciavano ampio spazio a malattie come il tifo, il colera e la dissenteria. Ci vollero la sensibilità, la meticolosità e la determinazione della Nightingale per far fronte a tale drammaticità, riuscendo ad organizzare al meglio le condizioni igieniche dell’ospedale, superando nel contempo l’indifferenza, l’ignoranza e le insidie del contagio.

Trovò una situazione al limite del concepibile: assoluta assenza di igiene, i feriti stavano in letti senza lenzuola, spesso denutriti, non venivano curati e lasciati per giorni con le loro uniformi sporche di sangue; condizioni che lasciavano ampio spazio a malattie come il tifo, il colera e la dissenteria. Ci vollero la sensibilità, la meticolosità e la determinazione della Nightingale per far fronte a tale drammaticità, riuscendo ad organizzare al meglio le condizioni igieniche dell’ospedale, superando nel contempo l’indifferenza, l’ignoranza e le insidie del contagio.

Il suo lavoro non si limitò, però, alla cura delle ferite; ella si occupò anche di aiutare i feriti a spedire pacchi e lettere a casa, creò una sorta di sala lettura per i degenti, aiutò perfino economicamente i ricoverati. Ricordiamo tutti la sua immagine simbolo apparsa sulle prime colonne del “Times”: una donna che si aggira con il lume (notoriamente la lampada), dandole così il soprannome “La signora della lampada”  in un ricovero di guerra alla ricerca di esseri umani feriti, bisognosi di assistenza che elargiva amorevolmente al suo benefico passaggio. Un gesto in assonanza con altri esempi di amorevoli cure che nei decenni si sono ripetuti ad opera delle moltissime sue eredi.

La storia di Florence Nightingale si aggancia a quella della creazione della Croce Rossa Internazionale, perché il suo fondatore, Henry Dunant, dichiarò di essersi ispirato al servizio di infermiere volontarie organizzato dalla Nightingale durante la Guerra di Crimea per la creazione di questo corpo speciale.

 

La Croce rossa non è mai stata un organismo soltanto femminile, ma il contributo delle donne all’assistenza di guerra è stato molto importante: anzitutto per i feriti, ma anche per loro. Il primo conflitto mondiale segnò ad esempio una svolta nella storia dell’emancipazione perché le donne furono coinvolte in innumerevoli attività, assumendo ruoli da protagoniste e un nuovo status che talora, come in Gran Bretagna, vennero riconosciuti e accelerarono il loro accesso al voto.

In quest’ambito lo sviluppo delle iniziative assistenziali nella guerra di massa del 1914-18 svolse un ruolo significativo: le infermiere furono decine e decine di migliaia e strutture come la Croce rossa contribuirono all’emancipazione delle donne anche mediante la loro professionalizzazione. A differenza di altre forme di mobilitazione bellica, tra l’altro, alla fine del conflitto quella sanitaria non venne meno e ha sempre intensificato fino ad oggi le sue attività.

La sua fama in patria crebbe a dismisura, tanto che, al suo ritorno in patria, dopo essersi ammalata di Brucellosi, la Regina Vittoria volle ascoltare da lei la sua esperienza diretta sul campo di battaglia.

Ritiratasi in privato, Florence Nightingale scrisse molte opere sulle condizioni igieniche durante le guerre, sul sistema militare e sanitario indiano, fu la persona che per prima utilizzò un grafico a torta per dimostrare la probabilità di insorgenza delle malattie.

Trascorse gli ultimi anni costretta a letto e quasi cieca, ma ciò non le impedì di accogliere accanto a sé giovani volonterose attirate dalle sue idee innovatrici.

Morì il 13 agosto del 1910, all’età di 90 anni, nella sua abitazione di Londra. Si addormentò verso mezzogiorno per non svegliarsi più.

Il suo compleanno è oggi celebrato come giornata internazionale dell’infermiere e International CFS Awareness Day e la chiesa anglicana ne venera la memoria.

Venne sepolta, secondo le sue volontà, al St Margaret’s, Easty Wellow, nella tomba di famiglia e la bara venne portata da 6  sergenti dell’esercito inglese.

Una sola riga sulla lapide: “Florence Nightingale. Nata 1820. Morta 1910. Ha vissuto novant’anni e tre mesi”

A oltre un secolo dalla scomparsa risuonano ancora le parole che scrisse nella prefazione di Nursing: «Ogni donna, o quasi ogni donna, nel corso della propria vita, prima o poi deve farsi carico della salute di qualcuno. Ogni donna è un’infermiera.»

A sostegno e a memoria del valore dell’eticità professionale, nel 1893 un Comitato speciale della Scuola Farrand dell’Ospedale Harper di Detroit ha redatto il noto “Giuramento “Florence Nightingale” per le infermiere, che recita: «Prometto davanti a Dio, in presenza di questa assemblea, di vivere degnamente e di esercitare fedelmente la mia professione. Mi asterrò da tutto ciò che può nuocere e non prenderò, né somministrerò consapevolmente alcuna droga nociva. Farò tutto ciò che è in mio potere per elevare il livello della mia professione e farò uso riservato di tutte le informazioni personali che mi verranno confidate, nonché di tutte le situazioni familiari di cui sarò venuta a conoscenza nell’esercizio della mia professione. Aiuterò lealmente il medico nel suo lavoro e mi dedicherò al servizio di coloro che mi verranno affidati per l’assistenza».

Un impegno etico e deontologico per una professione che coinvolge i ricoverati negli ospedali, i pazienti seguiti dai servizi territoriali unitamente agli anziani, a tutti gli altri professionisti della sanità, ai giovani che devono fare questa scelta, e a tutti coloro che nel corso della propria vita hanno incontrato o incontreranno “un infermiere”, “una infermiera”.

Alcuni aneddoti:

-Durante la guerra di Crimea, mentre compiva un’ispezione al fronte, Florence Nightingale fu fermata, a un certo punto, da una sentinella: era pericoloso procedere oltre. “Giovanotto – disse allora Florence – dalle mie mani sono passati più morti e feriti di quanti voi ne vedrete mai sui campi di battaglia: credetemi, non ho paura della morte”. E proseguì impavida.

– La Regina Vittoria si incontrò per la prima volta con Florence Nightingale nella residenza estiva di Balmoral, In Scozia. Alla fine dell’udienza la regina accompagnò l’ospite fin sulla porta del castello dove si era assiepata un’immensa folla. Miss Florence disse allora… “Maestà, come vi adora il popolo!”. “Ma non vedete, mia cara, – ribatté la regina – che gli applausi sono tutti per voi? Io sono solo la regina d’Inghilterra, ma voi siete la regina degli afflitti di tutto il mondo!”.

– Le è stato dedicato l’asteroide 3122 Florence scoperto nel 1981 da Schelte John Bus

 

 

 

 

 

Solitudine: il vuoto dentro

L’altra mattina, andando al cimitero a annaffiare dei ciclamini con la mia nipotina, ho incontrato un signore molto anziano accanto a una lapide.

Lo avevo già notato nei giorni precedenti e mi ero limitata solo a salutarlo. Quella volta invece ho sentito la necessità di soffermarmi e scambiare due parole con lui, avendolo sentito colloquiare sommessamente.

La bellissima donna della foto a cui lui si rivolgeva era la moglie, mancata qualche settimana prima. Parlava con lei, continuava quel dialogo che forse avevano interrotto.

Dalle poche parole iniziali, tra due sconosciuti, siamo giunti alla esternazione del dolore che stava provando. Sessantasei anni di matrimonio, anniversario che volevano festeggiare dopo pochi giorni, avendo già prenotato il ristorante. Ma in pochissimo tempo tutto è crollato. Non più giorni di festa ma di dolore.

Ho provato affetto per questo signore che aveva tutto e in poco tempo si è ritrovato nel nulla. Solo un grande vuoto!

Non riusciva più a dare un senso alla sua giornata e alla vita. Il silenzio della casa lo opprimeva. Quella casa che era il suo nido d’amore da tanti anni!

Quanti perché saranno passati dalla sua mente. Quanti bei ricordi di vita coniugale invaderanno il suo cuore.

Accanto a lui non ci sarebbe più stata la sua compagna di vita. ma credo che una unione così solida non potrà mai farlo sentire completamente solo.

Gli auguro con tutto il cuore che trovi la pace e che il tempo faccia riaffiorare quel sorriso da dedicare a chi gli è vicino.

Pescare: che passione

Ho iniziato ad avvicinarmi alla pesca in mare già da bambina. Abitando a Genova potevo effettuare questo magnifico sport con poca difficoltà logistica.

Si partiva, la famiglia al completo, genitori e fratelli, da Genova per andare a Camogli, nella riviera ligure di levante e da lì si prendeva il vaporetto che portava a Punta Chiappa.

Tutto era entusiasmante: il viaggio in mare, anche se durava poco, era bellissimo. Galleggiavi tra le onde con i gabbiani che ne seguivano la scia.

Giunti sul famoso scoglio, proteso sul mare ricco di pesci, respiravo l’aria a pieni polmoni, ossigeno puro e profumo di mare. Cosa c’è di più bello!

Appena scesi dal vaporetto si passava alla trattoria, a picco sul mare, per ordinare per pranzo l’aragosta, piatto prediletto di mio padre, che io invece non apprezzavo.

Le stesse galleggiavano vive in mare aperto delimitato da una rete.

E poi, finalmente, si poteva andare a pescare, distanziati l’uno dall’altro, per non ingarbugliarsi con il filo.

L’esca era un verme alternato al pastone, che i miei fratelli avevano preparato a casa, mettendo a mollo del pane duro, pangrattato e formaggio pepato vecchio, lavorandolo fino a raggiungere una consistenza simile al pongo. Ne facevano poi alcune palle avvolte in una pezza asciutta.

Quindi, io avevo sia la scatoletta con i vermi che il composto.

Una volta posizionato il boccone sull’amo, non dovevo far altro che buttare il filo con il galleggiante, senza mulinello perché eravamo già in alto mare. E poi attendevi che questi si muovesse, prima piano piano e, quando lo vedevi inabissarsi, davi un forte strattone per ancorare lo sfortunato pesce.Nell’attimo che non vedevi più il galleggiante, l’adrenalina saliva per poi crollare alla vista del pesce che avevi eliminato per sempre dal suo ambiente naturale.

Passando gli anni le avventure legate al mare sono continuate ma in modo diverso. Si utilizzava sempre il battello, nel periodo di maggio-luglio, ma per andare a pesca di aguglie su un molo a Genova Prà.

Facevamo l’ultima corsa serale per stare poi sul molo tutta la notte (a quei tempi non utilizzavi il cellulare). Eri nel buio completo, con la sola luce delle torce per non finire in acqua. E stavi lì, tutta la notte, insieme ad altri pescatori che non conoscevi e non vedevi. Un thermos con il the caldo, una giacca a vento, le canne da pesca, il retino era tutto ciò che avevi.

Con questi pesci si doveva preparare l’occorrente già da casa utilizzando una tecnica particolare: si foravano e poi si applicavano tappi di sughero, distanziati tra di loro sul filo di nylon.

Applicavi il galleggiante fluorescente per poter intravedere la tua esca e, quando percepivi il movimento ondulatorio diverso dell’acqua, sapevi che stava arrivando un banco di sardine, prede inseguite dalle aguglie.

Non sono orgogliosa di aver praticato, per tanti anni, la pesca, ma sono rimasta maggiormente inorridita quando ho visto utilizzare la pesca sportiva. La trovo disumana.

Tirare a riva il pesce per il gusto (da brivido, lo ammetto per le dimensioni dello stesso) per poi rigettarli in acqua.  Poveretti, non riesco a quantificare quante ferite labiali e quanti ami avranno ingerito. 

So per certo che, questo tipo di pesca, non la effettuerei mai!

 

 

 

 

 

Una piuma come soggetto per la favola

Ieri mattina ho fatto un incontro occasionale con una piuma. Tante volte è successo, abitando in campagna, così come credo a tanti di voi, ma questa aveva un che di particolare, ha volteggiato su di me e poi si è posata ai miei piedi mentre stavo camminando su un prato. Mi ha fatto compagnia per un po’ e allora ho iniziato a pensare e…ho scritto una nuova favola su di essa.

        Il viaggio immaginario di una piuma

Stavo passeggiando in campagna quando mi accorsi di una piccola piuma bianca che stava volteggiando nell’aria, andando ad adagiarsi delicatamente su un prato. Il mio sguardo volse verso l’alto e vidi allontanarsi una gazza.

Sicuramente, pensai, la piuma era la sua.

Era una giornata molto ventosa, una di quelle autunnali dove il vento si alterna, alcune volte con forti raffiche e subito dopo la tranquillità.

Ebbene, una forte ventata innalzò di nuovo la piuma che iniziò nuovamente a volteggiare nell’aria, radendo il suolo. Questa volta si fermò su un fiore, ricoprendolo come fosse una coperta. E restò lì per un po’, dondolando qua e là, essendo su una superficie non stabile.

Continuai la passeggiata allontanandomi da lei ma, con il pensiero, immaginai il viaggio di questa soave e candida piuma.

Pensai così che una bimba la raccoglieva per portarla a casa, ma sicuramente la mamma l’avrebbe sgridata e buttata nel sacchetto della spazzatura perché, secondo lei, quella piuma poteva essere portatrice di germi.

In poco tempo la piuma, che si librava nell’aria, si ritrovò nella spazzatura. Che fine squallida!

Ma la nostra piccola amica, dal cuore grande, le ridiede la libertà e la fece volare di nuovo, accompagnata dal vento.

Questa volta cadde sul davanzale di una scuola e attirò così l’attenzione di tutti i bimbi. La nostra piuma era felice, era piacevole avere tutti quei visi sorridenti intorno a lei. Ma l’odioso vento la fece di nuovo sobbalzare e la trasportò per un lungo tratto, facendola poi precipitare in un’aia di oche.

Tantissime sue simili, bianche e morbide, attutirono la sua caduta. Si guardò attorno e vide che era circondata da tanti bellissimi animali piumati. Si mischiò tra le altre ma tutto a un tratto si senti sollevare insieme a tante altre e messa in un sacco.

Cosa succede?” si domandò. Non essendo sola, però, non si preoccupò più di tanto. Lei e le altre vennero lavate, asciugate, sterilizzate.

Fortunatamente era talmente piccola che riuscì a mimetizzarsi e confondersi come le altre, molto più morbide di lei.

In pochissimo tempo si ritrovò a fa parte di un piccolo cuscino di raso imbottito di piuma d’oca.

Venne apprezzato e acquistato, così lei, piccola, sola e insignificante, avrebbe vissuto sempre in morbida compagnia.

Il piccolo cuscino venne posto nel lettino di un bimbo. Quale miglior sorte poteva capitarle?

Chissà se è successo veramente questo, alla piccola piuma. Ma io spero di sì!

 

Montagna: che passione

Una delle mie altre grandi passioni è la montagna. Non sono mai stata una scalatrice, per me la montagna è solo escursione e nella scala delle difficoltà mi fermo alla EE.

Non mi sono cimentata in  scalate o arrampicate, non ho mai sfidato il destino, anche se credo di essermi persa, così, spettacoli mozzafiato e quel senso di infinito descritto dagli alpinisti, quella sensazione di sentirsi un tutt’uno con il cielo e la terra.

Mi accontento, però, di quello che in tanti anni ho visto.

Ho iniziato ad andare in montagna da giovanissima, in luoghi sperduti della Val Maira, non ancora meta escursionistica in quel periodo.

Partivo da Genova in giugno con una amica e la mia piccola 126, una valigia con pochi indumenti e cibo che doveva bastare per 20 giorni. Nel luogo dove andavamo i negozi non c’erano, quindi dovevamo procurarci tutto prima.

Giunte a destinazione, a 1700 metri di altezza, si presentava ai nostri occhi uno spettacolo meraviglioso, un grande prato  ai piedi delle montagne e due baite vuote. Una delle quali era da noi affittata tramite conoscenti.

Il silenzio, quel senso di pace interiore ed esteriore, dove tutto è ovattato. Solo il fischio delle marmotte, lo scorrere inesorabile dell’acqua del fiume, il fruscio del vento tra le fronde degli alberi.

Al mattino, se i tuoi passi erano leggeri, le marmotte le potevi vedere nei pressi della baita.

Erano uno spettacolo, magre dopo il letargo invernale o grasse perché in gestazione, ma bellissime.

Imprudenti forse, non abituate ad avere compagnia, si aggiravano tranquillamente intorno alla casa.

La natura era la loro casa, il loro immenso giardino.

Quello che colpiva la mia amica e me era quel senso di pace; abituate a vivere in città, nel traffico, sicuramente inferiore  a quello di oggi, ti faceva andare sempre di fretta! Il lavoro in ospedale poi non aiutava lo spirito a essere sereno e ti caricavi per un anno le sofferenze di tante persone, per cui lì staccavi la spina da tutto e da tutti.

Esistevi solo tu, le marmotte e i monti.

E poi ho continuato ad andare in montagna tutti gli anni con la famiglia, sempre con lo zaino sulle spalle o quello porta bimbo per la  figlia. Il luogo era sempre la Val Maira, che ho frequentato ancora per parecchi anni.

Amavo quel posto, la sua locazione, la solitudine, la casa. Tutto era accogliente e lasciavi lì il cuore quando andavi via ma sapevi che il prossimo anno tutto sarebbe stato come prima.

Ho trasmesso alle figlie l’amore per la montagna e ne vado orgogliosa. Spero che questo si possa tramandare di generazione in generazione.  

Ancora oggi, anche se sono passati tanti anni, amo camminare tra i monti. Zaino in spalla, un paio di buoni scarponi, un bastone e la partenza di buon mattino.

Di carattere devo avere per forza una meta, non amo fare una camminata senza un obiettivo. Può essere un lago, un rifugio, una casa del guardiaparco, ecc. ma devo raggiungere un luogo. Solo così la fatica si fa sentire meno e continuo ad andare avanti, a camminare, a non sentire il sole cocente e le spalle che fanno male sotto il peso dello zaino. Eh sì, lo zaino. È superfluo dire che è indispensabile se si fanno lunghe camminate. Deve contenere l’indispensabile in caso di cambiamenti climatici o situazioni avverse.

La montagna è imprevedibile, non bisogna mai sottovalutarla, anche se la meta non è lontana e la giornata è splendida. Basta un cambiamento climatico e può iniziare a piovere in pochissimo tempo. Tutto cambia in montagna e ogni cosa può essere pericolosa: il sole non scalda più, le rocce diventano scivolose e attirano i fulmini che, data l’altitudine, sono forti e molto carichi di elettricità. La nebbia può insorgere in pochissimo tempo e non farti più intravedere il sentiero.

Ma è bello anche questo, fa parte del gioco, dell’avventura.

Funghi: che passione!

Una delle mie grandi passioni è andare per funghi.

Ancora oggi, come da bambina, il cuore mi batte forte se il mio sguardo ne intravede uno e l’adrenalina sale.

I miei ricordi mi portano a quando avevo cinque o sei anni. I miei due fratelli erano soliti, all’inizio dell’autunno, nelle alture della Liguria, andare a funghi.

Ricordo che alcune volte mi portavano e io esultavo dalla gioia. Certamente loro dovevano adeguarsi al mio passo, per cui non sempre facevo parte della squadra.

Quando decidevano di portarmi, per me era una festa. Dalla sera mi preparavo al grande evento: il piccolo cestino di vimini, gli stivali, il K-Way, il coltellino di plastica adatto ai bambini.

Si partiva al mattino molto presto, intorno alle quattro, quando era ancora buio e il silenzio della città non mi metteva a mio agio. Non ero abituata e faticavo a orientarmi.

Mezza insonnolita salivo in macchina e nel tratto di strada, a volte molto lungo, ripiombavo nel sonno.

Si arrivava sul posto che non era ancora l’alba, la nebbia mattutina nel bosco dava un senso di misterioso, di impenetrabile. Una colazione fugace in attesa che si facesse giorno e poi dentro, nel sottobosco. Penetravi con attenzione mista a paura e dopo pochi minuti i tuoi indumenti erano già intrisi di goccioline d’acqua. 

Se stavi in silenzio potevi percepirne i vari rumori: il vento tra gli alberi, il cinguettio degli uccelli, il gocciolio dai rami e altri suoni che conferivano un che di misterioso nel fascino del risveglio mattutino della natura.

Come prima cosa la ricerca di un ramo solido da sfruttare come bastone, indispensabile, e mille precauzioni di come comportarsi nel bosco: stare vicini, aiutarsi con il bastone a smuovere le fronde, non toccare con le mani funghi non conosciuti, non distruggere con il bastone o calpestando quelli cattivi.

Il mantenere l’equilibrio era una prerogativa molto importante.

La luce era tenue, anche se stava venendo giorno, ma dovevi far presto per anticipare gli altri raccoglitori di funghi che giungevano man mano. Con la luce tu dovevi già essere sul posto. Incespicavo spesso, essendo piccola, ma andavo avanti con energia e desiderio di trovare funghi.

E quando ne intravedevo uno, bello, sano, in mezzo alla vegetazione, lo riconoscevo a distanza, sia che fosse un porcino (Boletus edulis) o meglio ancora un ovulo (Amanita caesarea). E sì, a quei tempi di ovuli ve ne erano parecchi, sembravano uova sode con il tuorlo scoppiato dentro.

Che emozione, meglio dei regali di Natale. La natura è qualcosa di meraviglioso.

Allora chiamavo il fratello più vicino a me e insieme lo raccoglievo, avendo l’accortezza di lasciare la zolla di terriccio ancora in terra. Una prima pulizia sul luogo di raccolta e poi nel cestino, dopo aver messo dentro parti di felci o altro per mantenere l’umidità.

Poi ne raccoglievamo altri: combette, galletti, manine…

Dopo ore, esausti, si rifaceva la strada di ritorno; molte volte il cestino era pieno ed eri soddisfatto, altre avevi preso solo umidità e freddo!

Ma era stata lo stesso una bella giornata!

Curiosità:

alcuni ricercatori americani hanno scoperto in Oregon un fungo gigante che potrebbe essere l’ organismo vivente più grande della Terra. Il fungo, il cui nome scientifico è “Armillaria Ostoyae”, cresce nella terra e tra le radici degli alberi della Malheur National Forest, nelle Blue Mountains dell’ Oregon orientale. Secondo gli scienziati copre 890 ettari di terra, l’ equivalente di 1665 campi di football. Questo particolare esemplare sarebbe vecchio almeno 2400 anni.

http://www.einaudi.it/var/einaudi/contenuto/extra/978880619884PCA.pdf

Volontariato: ieri e oggi!

Ho voluto scrivere questo post perché, negli ultimi anni, si parla molto del volontariato. Inoltre è un argomento che mi interessa da vicino.

Anche l’età sempre più giovane si affaccia a questo ruolo: il volontario.

Diverse associazioni ormai propongono corsi di formazione ai propri adepti, con un fascio di età che spazia  dai quattordici anni in poi.

Chi vuole diventare un volontario deve seguire il corso che, per alcune associazioni, parte da concetti base di nozioni generali fino a corsi specifici elaborati e intensi per associazioni umanitarie di inportante formazione e informazione.

Ci accostiamo quindi a volontari di Croce Rossa, protezione civile, vigili del fuoco, missionari, con una preparazione intensa e prolungata e corsi di poche ore con nozioni base per enti di minor responsabilità.

Come in tutto però, ci sono i pro e i contro. Alcune persone indietreggiano di fronte al dover seguire un corso obbligatorio per fare volontariato.

Fermo restando che per molte associazioni questo è indispensabile per altre può risultare inefficiente. Chi poi deve giudicare il singolo percorso e dare un giudizio riesce ad essere  obiettivo? È in grado di dare una risposta affermativa corretta o tende a farsi guidare da giudizi relazionali personali?

Quindi, se da una parte il corso che si deve intraprendere viene ritenuto indispensabile da ambo le parti (ente e futuro volontario), dall’altra scarta a priori un certo numero di persone che non lo ritengono appropriato. Quindi la bilancia non è mai equilibrata.

Vorrei citare, in poche righe,  anche il ruolo del volontariato episodico che è il volontariato del futuro: interessa una fetta sempre più ampia di cittadini, non è limitato solo ai grandi eventi ma riguarda temi trasversali, dalla cura dei beni comuni alla gestione delle emergenze.

Nella mia vita ho fatto tanto volontariato, quando ero giovane io era diverso.

Se ritenevi di voler dedicare parte del tuo tempo, gratuitamente, avevi solo da cercare e il tutto era a portata di mano.

Il probabile volontario si presentava nell’ente in cui voleva prestare servizio, o rispondeva a inserzioni in cui chiedevano supporti di aiuto. I contatti erano questi. Allora davi la tua disponibilità e eccoti arruolata. Avevi il tuo orario, le tue mansioni. Eri una volontaria sotto tutti gli effetti. A giudicare il tuo futuro operato bastavano alcune semplici domande con relative risposte ed eri giudicata in pochissimo tempo idonea o meno.

Serietà, altruismo, volontà erano doti essenziali e primarie per fare volontariato.

Personalmente ho prestato aiuto presso un ente di giovani con la sindrome di down, ho accompagnato per anni una ragazza  non vedente a fare commissioni, al lavoro, ho fatto campi di lavoro in Toscana, ecc. ecc.

Oggi invece il tutto è organizzato, i volontari sono aumentati (forse perché oggi sono censiti per cui se ne può dedurre il numero). Molti hanno la divisa e possono essere riconosciuti e questo conferisce un valore aggiunto. Dal punto di vista del cittadino, perché si trova più a suo agio e interloquisce meglio, e anche da parte del volontario che, indossandola, da un volto al tipo di struttura a cui appartiene.

Ma l’abito non fa il monaco, come menziona il proverbio italiano.

 

« Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. »

Incontro ravvicinato di terzo tipo. La civetta

Stavo ritirando, in pieno giorno, sotto un sole cocente, gli indumenti asciutti stesi sul terrazzo,  quando ho sentito un fruscio e ho visto, con la coda dell’occhio, un uccello catapultarsi verso di me. Istintivamente ho cacciato un urlo di sorpresa mista a paura.

Contemporaneamente una civetta si è posata delicatamente sul filo da stendere, ma il mio urlo l’ha frastornata e, così come è venuta, è andata via.

Accipicchia, mi sono detta. In tutta la mia vita non ho mai visto un rapace così vicino a me e l’ho mandato via. Chissà quando mi si ripresenterà una situazione simile.

Ma non era preventivato e quindi non potevo reagire diversamente.

Ho visto tanti rapaci in volo, in montagna: falchi, pernici, gufi, fino alle maestose e meravigliose aquile, ma sempre da lontano.

Che occasione unica! Ho impresso in me il suo sguardo dagli occhi enormi che non erano da “cattivo”, come di solito si definisce lo sguardo del rapace, ma di introspezione.

Credo che anche lui ( o lei) ne abbia risentito della mia presenza e quindi sia sfuggita ad ali spiegate verso un luogo più sicuro.

E poi ricordo la sua apertura alare volteggiare libera nell’aria e allontanarsi sempre di più fino a scomparire.

Allora mi sono ricordata che negli ultimi giorni, di notte, sentivo dei suoni simili a un miagolio ed è proprio questo il “canto della civetta”. Un suono che evidenzia sia il suo territorio che un pericolo imminente.

Poi è prevalsa la paura. Ma non si dice che la civetta porta sfortuna? Sono ritornata con il pensiero nella civiltà moderna e, logicamente, mi sono documentata per saperne di più.

Non sono fortunatamente superstiziosa ma curiosa.

Ho letto quindi che “ingiustamente” la civetta è ritenuta una iettatrice!

Fonti sostengono che porti disgrazia solo alla casa verso la quale volge lo sguardo, e fortuna agli occupanti di quella sulla quale è posata.

E direi che sulla mia si è proprio posata e quindi mi aspetto al più presto una bella notizia!

Nuova favola sugli animali.

                      La casetta nel bosco

C’era una volta un nonno, dai capelli bianchi e dallo sguardo dolce, che viveva in un bosco.

La sua casetta era piccolissima, fatta di legno e tutti gli abitanti della foresta erano soliti passare di lì per salutarlo o perchè avevano bisogno del suo aiuto. Chi doveva farsi togliere una spina nella zampetta, chi aveva male a un dente, chi aveva mal di pancia.

Il nonno li conosceva tutti e per tutto aveva un rimedio.

Un giorno bussarono alla sua porta alcuni gnomi,  gli chiesero di seguirlo perchè avevano bisogno del suo aiuto. In pochi minuti era pronto per partire, aveva messo nel vecchio zaino tutto quello che poteva servire per curare qualsiasi malanno.

Non chiese nulla agli gnomi, non era la prima volta che gli aiutava. Un animale preso in una trappola, oppure uno scivolato in una buca, un uccellino caduto dal ramo con una ala spezzata.

Questi erano alcuni interventi che aveva dovuto fare. Quindi pensò che anche questa volta si sarebbe trattato di qualcosa di simile.

Dopo aver attraversato vari ruscelli e alcuni sentieri si fermarono. Il nonno non credeva ai propri occhi, davanti a lui, sdraiata in un tappeto di foglie, c’era una bimba bellissima , dai capelli rossi. Dormiva e il nonno rimase estasiato da quel fagottino tenero. La prese delicatamente in braccio e, prima che giungesse la notte, la bimba era già nella casetta del nonno. La rifocillò con del buon latte caldo di capra e dopo poco tempo la bimba si riaddormentò.

Chi era questo esserino stupendo, come si chiamava, chi l’aveva portata nel bosco. Queste, insieme ad altre mille domande affluirono nella sua mente.

Più volte, parlando con gli amici gnomi, aveva confidato loro che si sentiva solo, che avrebbe voluto un pò di compagnia, soprattutto in inverno, dove molti animali andavano in letargo per cui il suo “lavoro” era ridotto.

Capì che gli gnomi, avendo poteri magici, in cambio dei suoi servizi giornalieri, avevano voluto fargli un dono meraviglioso.

Il nonno e la bimba, che chiamò Arianna, divennero inseparabili. La bimba conquistò il cuore di tutti gli animali del bosco per la sua gentilezza, disponibilità e bontà.

Il nonno le insegnò a curare tutti i problemi dei suoi piccoli e grandi amici.

Arianna crebbe e diventò una splendida ragazza, dai lunghi capelli lisci e morbidi.

Un giorno un giovane cacciatore bussò alla porta del nonno  perchè si era procurato una ferita alla gamba, e rimase affascinato dalla bellezza di Arianna e…

Ma questa è un’altra storia!

 

Leggere: che passione!

Ho sempre amato molto leggere. In particolare prediligevo libri che trattavano di storie vissute, vere.

Ricordo che mettevo da parte ogni singolo centesimo che mia madre mi dava per poter acquistare dei libri.

Avevo circa 14/15 anni, lavoravo e, come si faceva una volta, a fine mese, consegnavo la busta chiusa con lo stipendio a mia madre. Ricevevo in cambio un piccolo contributo da spendere come volevo e io lo utilizzavo sempre per acquistare un libro.

Ero solita andare nella libreria che c’era nella piazza a Genova Sampierdarena dove i proprietari, conoscendomi, mettevano da parte i libri che uscivano di mio interesse.

La paghetta datami non bastava per cui utilizzavo anche la quota che mia madre mi dava per l’autobus che mi portava al lavoro, da Genova Cornigliano a Caricamento.

Facevo quindi questo tratto a piedi, circa 8 km per tratta, mattino e sera, estate e inverno, pur di raggranellare la cifra che mi permetteva di acquistare un libro.

Se poi questi erano due le cose si complicavano, i soldi non bastavano, allora rinunciavo anche  ad acquistare la saponetta “Spuma di Sciampagna” che amavo tanto. Mi ricordo che la compravo in un piccolo negozietto in Via Prè, zona non molto adatta a delle ragazzine in quel periodo, ma dovevo passarci per forza per poter andare a lavorare.

Ritornando ai libri, per me rappresentavano un mezzo per isolarmi dal resto del mondo, anche se leggevo storie non di viaggi, d’amore, di fantasia, ma storie di dolore.

Mi sono chiesta più volte perchè prediligessi quel genere e ancora oggi, che il mio interesse non è variato, me lo chiedo ma non avrò mai una risposta.

Sicuramente avrei avuto maggior possibilità di lettura se avessi chiesto in prestito i libri della Biblioteca, ma a quei tempi non ci pensavo, forse perchè non sapevo esistesse o forse preferivo godermi la lettura sapendo che quel libro era mio: potevo leggerlo e rileggerlo più volte!

La mia piccola biblioteca personale era esigua, pochi testi, nuovi, rifasciati con un foglio di carta riciclata o di giornale per non sgualcirli. Sotto di essa “spariva” la copertina, per cui non intravedevi più il titolo e l’autore ma almeno il libro si conservava meglio e rimaneva nuovo.

Alcuni di quei libri li ho ancora, fanno parte del mio passato, dei miei sacrifici e oggi, che tutto è molto più semplice e le possibilità di lettura maggiori, amo ogni tanto rivederli, sentire l’odore di muffa, il colore ormai sbiadito.

Ora intravedo la copertina con il titolo, l’autore, l’editore.

E la malinconia sale….

Scrivi una favola!

È da tempo che volevo inserire questo post e creare un nuovo argomento:

Scrivi una favola!

A chi si rivolge e cosa si intende? Vorrei rivolgermi soprattutto ai più piccoli, quindi ai bambini. Vi chiederete il perché!

Quando ho creato questo blog il mio obiettivo principale era di scrivere per i bambini che si trovavano, per svariate ragioni, in ospedale. Mi sarebbe piaciuto scrivere e far scrivere a loro delle favole, in modo da alleviare, in minima misura, il loro stato d’animo.

Nel portare avanti il progetto del blog mi sono resa conto che la mia era un’utopia: come potevo raggiungere questo idale? Cinquant’anni fa chi poteva immaginare che, toccando un piccolo attrezzo, ti saresti potuto collegare con tutto il pianeta?

Allora ho lasciato nel cassetto questo sogno e ho creato e messo in rete il blog con la speranza che, un giorno, anche un solo bimbo ricoverato potesse leggere una mia favola.

Vi chiederete il perché desideravo che leggessero e interagissero proprio i bambini ricoverati.

Cerco di spiegarvelo, anche se per me non è semplice ricordare.

Sono una infermiera in pensione ma porto ancora il camice, un camice invisibile ma non per me. Quell’indumento bianco e puro, che portavo con orgoglio e che mi permetteva di entrare in un mondo fatto di sofferenza. Quel camice che mi faceva paragonare, secondo i degenti,  a una suora, a un angelo.

Lo portavo con dignità e comprensione, era un mezzo per potermi accostare a un malato, piccolo o adulto.

Nel dolore purtroppo non c’è età!

Il bianco, il colore delle spose, del cavallo del principe azzurro, della purezza, della neve, della veste battesimale. 

Ho però un conto in sospeso verso i bimbi in ospedale. Ho indietreggiato di fronte al loro dolore. Sono scappata per non soffrire e questo ricordo mi ha accompagnato per tutti questi anni.

Ho impresso in me il ricordo di un bimbo di tre anni, ricoverato in rianimazione all’ospedale Gaslini, che mi faceva vedere come effettuare l’aspirazione nella cannula della tracheotomia.

Lui insegnava a me, a me che avevo studiato per anni, ciò che la vita gli aveva offerto. Piccolo essere senza conoscenza del perché dovesse fare questo. Lo faceva e lo insegnava. Per lui era una routine. Una quotidianità da cui non ne sarebbe mai uscito fuori.

Non l’ho mai dimenticato anche se sono passati tantissimi anni. Ho ancora impresso il suo visino e i suoi riccioli neri.

Io sono dell’idea che tutto bisognerebbe farlo in tarda età.

L’esperienza, la vita vissuta , la pazienza, la calma sono elementi essenziali per stare meglio e far vivere meglio gli altri. 

Oggi non scapperei più di fronte a quel bimbo, magari soffrirei maggiormente perché l’età avanzata porta a questo, ma non indietreggerei. Lo prenderei in braccio, con il mio bel camice bianco e lindo, puro come il suo cuore e la sua anima, farei ciò che è da fare, con un groppo nel cuore ma lo farei.

Gli racconterei che non è solo, che ha un papà e una mamma che gli vogliono bene e che ha tante sorelle, fratelli, zii acquisiti che gli staranno sempre accanto a cercheranno di attenuare il suo dolore.

Questo gli racconterei ma non fuggirei più!

Gli racconterei tantissime favole per farlo addormentare felice, sognando di fate, gnomi e posti meravigliosi, case fatte di pan di spagna e panna, porte di cioccolato e zucchero, tantissimi palloncini in un giardino. Un giardino fatato! 

Oggi mi piacerebbe che questi bimbi, adulti, anziani, mettessero su carta una favola, una storia, un disegno, il loro stato d’animo, la loro sofferenza, il loro percorso, i loro crucci. Scriveranno anche favole vere, non parleranno né di fate né di orchi ma di vita vissuta.

E, da tutto questo,  ci arricchiranno perché la loro sofferenza sarà anche la nostra.

A voi la parola! Scrivi una favola è a vostra disposizione.

Inviatemi lo scritto o il disegno, o un pensiero, lo pubblicherò, firmato o no, secondo le  vostre scelte. 

Auguro a tutti voi un mondo di bene!

Nonni. Che passione! Nuova favola

                      LA FARFALLA IRIDE

C’era una bimba che si chiama Rosetta che amava passeggiare in campagna con il nonno. Il nonno le insegnava molte cose: come si semina il grano, quando si raccoglie, che cosa si ottiene da esso. Una volta era il grano, una volta l’orzo o il fieno. Quante cose sapeva il nonno e Rosetta ascoltava e imparava.

Un giorno la bimba vide sul ciglio della strada un bellissimo bruco variopinto. Incurante di lei, con la sua andatura lenta e disarticolata voleva intrufolarsi nel prato per nascondersi. Poteva diventare pasto per un uccello, quindi era meglio nascondersi.

Rosetta, che amava molto gli animali e curiosa come tutti i bambini, lo prese delicatamente in mano e chiese al nonno il permesso di poterlo portare nel giardino di casa. Il nonno acconsentì!

Ogni giorno lo cercava e lo coccolava mettendolo sul palmo della mano.

Ma dopo poco tempo la bimba si disinteressò di lui perchè il papà le regalò un gattino, che chiamò Romeo.. Era molto più divertente giocare con lui!

Passarono i giorni, la bimba si affezionò tantissimo a Romeo ma pensava anche al bruco. In fin dei conti era stato con lei parecchi giorni. Chissà se era cresciuto!

Andò così a cercarlo nell’angolo del giardino dove di solito stava ma non lo trovò più. Nello stesso momento però vide volteggiare intorno a lei una bellissima farfalla di vari colori.

Rosetta riconobbe che era il bruco che si era trasformato in farfalla.

Ma subito dopo volò via, era ancora arrabbiata con la bimba per averla abbandonata.

Rosetta, incantata dalla bellezza della farfalla riuscì però a prenderla e a metterla in una gabbietta. Chissà come sarebbero stati invidiosi i suoi compagni se l’avesse portata a scuola.

E così fece! Tutti i compagni ammirarono la farfalla e le diedero anche un nome: Iride!

Ma la felicità della bimba durò pochissimo, la farfalla era triste, non poteva vivere in gabbia, doveva volare, essere libera e felice.

E, meravigliando tutti Rosetta aprì la gabbia ridandole la libertà.

Iride, riconoscente verso Rosetta, tutti i giorni si presentò anche lei a scuola, poggiandosi sulla lavagna.

Diventò così la mascotte della classe, il suo svolazzare leggiadro esprimeva gioia e gratitudine.

E quell’anno i bimbi furono contenti di aver conosciuto una così bella e variopinta farfalla. Chissà se sarebbe ritornata anche il prossimo anno.

Questo sogno non avrebbe potuto realizzarsi ma loro la aspettarono sempre.

Morale: non abbandonare mai chi ti vuol bene!