Archivi tag: malattia

L’abbraccio

Ho avuto modo di leggere da più fonti questo articolo scritto da Germana Galmazzi che mi piacerebbe tanto poter conoscere. 

È uno scritto in cui mi ci rivedo più volte e credo anche molte/i di voi. Il sottovalutare l’entità di questo gesto semplice, spontaneo non è corretto perché senza questo gesto di dimostrazione di affetto e di protezione nessuno di noi può farne a meno.

Io sono cresciuta in una famiglia nella quale i gesti di affetto non esistevano e, secondo la mia esperienza, questa mancanza lascia degli strascichi. Ancora oggi, mamma e nonna, ho difficoltà ad attuare questo gesto semplice ma essenziale. 

Durante il periodo Covid si è parlato molto dell’abbraccio, il non poterlo più fare o riceverlo ha creato in molti un isolamento, un senso di mancata protezione ed affetto, pur essendo consapevoli della motivazione. 

Molte persone che hanno perso un loro caro in quel periodo, ne hanno sofferto molto, lasciando quel vuoto dentro di loro, un rammarico che non si placherà mai. 

È stata istituita anche una giornata mondiale dell’Abbraccio, il 21 Gennaio.

La prima Giornata mondiale dell’abbraccio fu celebrata il 21 gennaio di 36 anni fa, nel 1986 a Clio, in Michigan. A inventarla fu il il reverendo Kevin Zaborney.

Questa è il racconto per intero di Germana Galmazzi, racconto triste ma che fa riflettere. 

Mi chiedo se sia possibile avere nostalgia di qualcosa che non si è avuto, sapendo che comunque non lo si potrà avere mai.
Parlo di un abbraccio, io ho nostalgia di un abbraccio che avrei voluto e che mia madre non mi ha dato.

Non in un giorno o una situazione particolari, non per una caduta dolorosa o un amore finito. Io parlo dell’Abbraccio, quello che ti senti ancora dentro dopo che lei è morta, quello che ti senti ancora fuori quando ti rannicchi, chiudi gli occhi e ti lasci avvolgere dal ricordo.

Ho provato a cercarlo ovunque, mi sono detta “due braccia che ti stringono è un abbraccio”.

Ma non è così semplice.

Nell’abbraccio di un uomo ho trovato tenerezza, protezione, ma basta un niente perché si trasformi in passione.

Anche nell’abbraccio di un figlio ho trovato tenerezza e protezione, ma basta un niente e si trasforma in un “Grazie, ora sto bene”, anche se non è vero che stai bene.

Perché non ricordo alcun abbraccio di mia madre? Eppure deve avermene dati.

Guardo le fotografie dove lei mi tiene in braccio. Perché non lo ricordo?

Ho avuto il coraggio di chiederglielo. Ero grande e continuavo ad avere questo desiderio, questa nostalgia.

Le ho scritto un biglietto: c’era Snoopy che ballava e io ballavo con lui, per avere trovato il coraggio di dire quello che per tanti anni avevo tenuto dentro: amore, bisogno, parole.

Non una risposta a quel biglietto, né una battuta ironica, né una frase commossa, o – come dire – un accenno di rammarico per quello che non ha saputo darmi.

Il silenzio. Peggio di uno schiaffo, peggio di un rifiuto, il peggio di tutto quello che una madre ti può dare.

L’ho cercato fino alla fine, questo abbraccio, fino alla fine di lei.

E quando stava morendo io, quasi approfittando della sua malattia, della sua debolezza, la lavavo, la pettinavo, le massaggiavo tutto il corpo, quel corpo che non ero riuscita a sentire vicino in un abbraccio;
quando stava morendo e ormai parlava con i suoi morti, a un tratto mi chiese:”Mi vuoi bene?”

La rabbia salì dal cuore fino alla gola. Avrei voluto urlarle:”Che cosa mi stai chiedendo? E’ tutta la vita che ti voglio bene.”
Tutta la mia stronza vita, l’ho vissuta per dimostrarti che ti voglio bene.
E tu, un fottutissimo “ti voglio bene”, me lo vuoi dire? Una sola volta, me lo vuoi dire?

Ma l’abbracciai io, l’abbracciai e le dissi: “Certo che ti voglio bene”.

E dolcemente la poggiai di nuovo sul letto dove poco dopo sarebbe morta lasciandomi sola, non più di come mi aveva lasciato quando era viva, ma senza più la speranza di poter avere da lei un abbraccio nel quale entrare per farmi consolare.

Frida Kahlo: l’artista

Frida Kahlo nasce nel 1907 a Coyoacán (Città del Messico) da Carl Wilhelm Kahlo, fotografo tedesco e da Matilde Calderon y Gonzales, sposata in seconde nozze nel 1898.

Frida è la più vivace e ribelle di quattro fratelli. È indipendente e passionale, intollerante di ogni regola e convenzione; è anche la più cagionevole di salute perché affetta da spina bifida, cioè una malformazione del midollo spinale.

Con il padre ebbe un buonissimo rapporto che ringrazierà con queste parole:” Grazie a mio padre ebbi una infanzia meravigliosa, infatti, pur essendo molto malato fu per me modello di tenerezza, bravura e soprattutto di comprensione per tutti i miei problemi”. Non facile invece il rapporto con la madre per la freddezza pragmatica e il fanatismo religioso.

 

Non si fece però sopraffare dalla malattia e intraprese gli studi con l’obiettivo finale di diventare medico. Studiò inizialmente al Colegio Aleman, una scuola tedesca, e nel 1922 s’iscrisse alla Escuela Nacional preparatoria. Qui si innamorò di uno studente, Alejandro Gómez Arias.

In questo lasso di tempo cominciò a dipingere per divertimento i ritratti dei suoi compagni.

Ma nel 1925 un evento terribile cambiò drasticamente la sua vita. In seguito a un incidente, tra l’autobus su cui viaggiava e un tram. La colonna vertebrale le si spezzò in tre punti. Si fratturò anche il femore, costole, gamba sinistra e l’osso pelvico.

Subì 32 operazioni chirurgiche. Dimessa dall’ospedale, fu costretta ad anni di riposo nel letto di casa, col busto ingessato.

Tutto questo le provocò una profonda solitudine e ebbe solo l’arte come unica finestra sul mondo.

Nella situazione in cui era costretta iniziò a leggere testi sul movimento comunista e fece il suo primo lavoro, un autoritratto che donò ad Alejandro.

In seguito a questa predisposizione naturale i genitori predisposero un letto a baldacchino con uno specchio sul soffitto, in modo che potesse vedersi, e dei colori. Incominciò così la serie di autoritratti. “Dipingo me stessa perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio” affermò.

Dopo che le fu rimosso il gesso riuscì a camminare, con dolori che sopportò per tutta la vita.

A 21 anni, in seguito ad approvazione del suo talento e per poter contribuire finanziariamente al ménage familiare, sottopose i suoi quadri al famoso pittore del Messico, Diego Rivera. Questi rimase assai colpito dallo stile moderno di Frida, tanto che la prese sotto la propria ala e la inserì nella scena politica e culturale messicana.

Si sposano l’anno successivo, Diego ha 21 anni più di lei ed è al terzo matrimonio. Ma con lui la vita non è stata facile in seguito alla sua continua infedeltà. Di riflesso anche lei ebbe numerosi rapporti extraconiugali.  

In seguito molti altri eventi lasciarono Frida sempre più triste: un aborto spontaneo, il tradimento di Rivera con la sorella Cristina. In seguito a questo divorziarono ma si risposarono nel 1940.

Frida stessa dirà: «Ho subito due gravi incidenti nella mia vita: il primo è stato quando un tram mi ha travolto e il secondo è stato Diego Rivera».

Lo stile di questa grande artista è ricco di suggestioni surrealiste ed espressioniste a cui aggiunge un tocco naïf che rende le sue opere difficilmente assimilabili ad una qualsivoglia corrente pittorica.

All’inizio i suoi dipinti furono realistici, ritratti della sua famiglia e di amici. Con il passare degli anni i suoi tormenti fisici e psichici tramutarono il suo stile.

Nella sua prima mostra un critico messicano ha commentato:”È impossibile la vita di questa persona straordinaria. I suoi quadri sono la sua biografia”.

Il suo ultimo dipinto “Viva la vida”, eseguito 8 giorni prima di morire, è veramente un ultimo omaggio alla vita. Ritrae dei cocomeri dalla polpa succosa che spiccano, verdi e rossi, su un cielo azzurro.

Frida amava la natura e gli animali. Il meraviglioso patrimonio naturalistico messicano è spesso presente nelle sue opere. I suoi stessi giardini ispiravano i suoi quadri e la consolavano nella sua vita turbolenta.

Ad agosto 1953, per un’infezione con conseguente gangrena, le fu amputata la gamba destra. Morì di embolia polmonare a 47 anni nel 1954. Fu cremata e le sue ceneri sono conservate nella sua Casa Azul, oggi sede del Museo Frida Kahlo.

Le ultime parole che scrisse nel diario furono: “Spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più.”

Tratto da:
https://www.festivalculturatecnica.it/chi-e-davvero-frida-kahlo-5-curiosita-su-di-lei/

https://it.wikipedia.org/wiki/Frida_Kahlo